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10 novembre 2006

PUNTI DI VISTA

Se vi racconto ciò che ho visto, sono sicuro che non mi crederete. Non certo perché io sia incapace di dire cose sensate, quanto perché so già che non mi riterrete un testimone attendibile. Mi è capitato altre volte, ormai ci sono abituato, ma non ci faccio più caso e nemmeno mi offendo. Qui ad avere dei problemi siete voi, mica io.
Io ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare, e non è affatto una presa in giro, la mia. È una cosa seria. Dal mio punto di vista la prospettiva è diversa, impari a guardare la gente dal basso verso l’alto e non il contrario, come fanno tutti quelli con la puzza sotto al naso. Un vizio che hanno preso parecchi, di questi tempi. Ma lasciamo stare. Dopotutto sono qui per dare informazioni sull’accaduto. Tutto quello che so. Una gran brutta faccenda davvero. Ma partiamo dall’inizio.
Dall’Italia qualche giorno fa era arrivata questa coppia di sposi novelli. Li ho visti entrare e prendere possesso della casa del proprietario del B&B in cui avevano trovato un alloggio di fortuna. Di questi tempi gira molta gente qui, anche se non si direbbe, e si fa fatica per trovare un tetto, ve lo assicuro. Erano innamorati l’uno dell’altra, si vedeva, e si sono ambientati subito. Erano pure entusiasti del posto: telefonavano a casa quasi ogni giorno per dire ai parenti che stavano bene e che tutto andava per il meglio, che si divertivano e che qui tutto era stupendo. In fondo, siamo pur sempre a Caracas, non in una località qualsiasi. Sole, mare, relax, sollazzi. Gli ingredienti ci sono tutti per andare alla grande.
Tutto è andato per il meglio, fino a ieri. Ieri notte è successo un casino. Inaspettato. Nemmeno io avrei potuto immaginare una cosa del genere. Io ero presente. Ho visto tutto.
Erano le due circa quando ho iniziato a sentire dei rumori strani. Di solito di notte c’è pace, qui, un silenzio totale interrotto solo dai richiami di qualche uccello notturno.
Erano in quattro. Sono entrati e hanno raggiunto la coppia di sposi che dormiva in camera da letto. Hanno tirato fuori dei fili di ferro e li hanno legati poi hanno iniziato a malmenarli, a picchiarli con violenza con degli oggetti contundenti. Uno li ha persino colpiti al viso con un remo. Un gesto unico di efferatezza gratuita. I quattro parlavano la lingua del posto, si capiva che c’era qualcosa sotto. Insomma, non erano lì per caso, non volevano soldi o gioielli, le solite cose di routine. Erano lì per un motivo ben preciso. C’è di mezzo un pezzo grosso, una vendetta trasversale, ci metterei la mano sul fuoco se solo ne avessi una.
Infine, se ne sono andati. Li hanno lasciati legati come due salami e li hanno creduti entrambi morti. Invece si sono sbagliati. Il tizio ha fatto solo finta, è stato lui a chiamare i soccorsi trascinandosi al telefono e chiamando la polizia. Per sua moglie non c’è stato niente da fare. Quando è arrivata l’ambulanza si sono accorti che era morta soffocata, strangolata dal filo di ferro. Non vi dico quanto sangue e schifezze c’erano in giro, e non vi dico quanti improperi ho tirato io, quando sono venuti quelli della scientifica a visionare il luogo del delitto. So già che nei prossimi giorni mi aspetterà la rogna della pulizia. Una cosa che non auguro a nessuno.
Lo so, lo so. Li conosco i tipi come voi. Quelli che fanno romanzi struggenti sopra ogni cosa. Non fate gli ipocriti, so anche che non vi importa niente, dopotutto siete pur sempre giornalisti. Siete qui per raccogliere testimonianze, no? E allora, eccomi qui. Adesso potrete scrivere nei vostri articoletti tutti lacrime e colpi di scena che avete incontrato un testimone insensibile e cinico che vi ha raccontato i fatti senza un filo di emozione, senza un moto di commozione, un testimone duro e freddo a cui non frega nulla di questi due poveretti che volevano solo farsi una vacanza in pace e sono capitati al momento sbagliato nel posto sbagliano nelle mani sbagliatissime di uomini senza scrupoli. Scrivete pure. Ah già, dimenticavo che non mi considerate una voce attendibile. In fondo avete ragione, la mia non è una voce che potete (o volete) capire.
Sarò cinico come dite, ma mettetevi un po’ nei miei panni: nella mia situazione non vedo in quale altro modo si possa sopravvivere se non così.
Maltrattato, calpestato ogni santo giorno, preso continuamente a secchiate e strofinato con acido e varechina. Voi non sapete quanto sia dura essere come me, ve lo assicuro. Non immaginate quanto sia frustrante stare qui. Non vorreste essere al mio posto, ci potete scommettere. Ma per essere un pavimento, vi assicuro, ne ho viste sin troppe. E dopo questa notte, direi che ne ho avuto abbastanza.

AUTORE - ELISELLE

03 dicembre 2005

MORTE PALLIDA

IN FASE DI PUBBLICAZIONE CARTACEA
A PRESTO IL LINK DELL'ANTOLOGIA IN CUI POTRETE TROVARLO
AUTORE - ELISELLE

14 giugno 2005

VACANZE D'ESTATE

IN FASE DI PUBBLICAZIONE CARTACEA
A PRESTO IL LINK DELL'ANTOLOGIA IN CUI POTRETE TROVARLO
AUTORE - ELISELLE

19 maggio 2005

LA GIUSTA MISURA DELLE COSE

Eravamo arrivati ai ferri corti.
Per una donna, ovviamente. Non era certo la prima. Non era nemmeno la seconda.
Credo fosse la settima o l’ottava, non so. Per quel che ricordavo, avrebbe potuto essere anche la decima. A un certo punto ho smesso di tenere il conto. Avevo cose ben più importanti a cui pensare durante il giorno, che appuntarmi nomi di donna in una stronza lista.
Con la prima, ho abbozzato.
Può capitare, mi sono detta. E sono andata dritta per la mia strada. Non mi sono sentita molto diversa da mia nonna, che sopportava corna e umiliazioni dal marito vecchio stampo, nell’Italia maschilista del Dopoguerra, senza battere ciglio. Una vera moglie di una volta, di quelle tutte d’un pezzo, che non si lasciavano intimorire da un profumo un po’ più intenso o da una macchia di rossetto sulla camicia, e facevano finta di niente. Per la famiglia. Per la rispettabilità.
Noi non eravamo sposati. Ma pure io avevo deciso di fare finta di niente, come se nulla fosse. E quando lui, pentito, si era scusato dicendo che ero io l’unica donna che amava e che si sarebbe preso cura solo di me, non stavo più nella pelle. Sentivo di aver fatto la scelta giusta.
Fino a quando non incontrò la seconda.
Mi chiedo ancora oggi se quella non facesse il mestiere. Lui mi tornava a casa con una tale puzza addosso, un olezzo di profumo dolciastro mischiato a umori di varia provenienza, che lo obbligavo a lasciare i vestiti fuori dalla porta a prendere aria nel giardino una notte intera. Pure Lillo, evidentemente ispirato dalle varie essenze che il mucchio di abiti emanava, faceva pipì sopra ai pantaloni. Era meglio il piscio di cane, che quell’odore nauseabondo di zoccola andata a male.
Il giorno dopo prendevo tutto indossando i guanti di plastica, camicia, maglia della salute, pantaloni, mutande e calzini. Erano freddi, rigidi e stecchiti dopo una sana nottata all’addiaccio, e li mettevo in lavatrice insieme a un buon detersivo e qualche dose in più del solito di disinfettante. Contro i batteri. I virus. Le zoccole. Facevo terra bruciata sui tessuti.
E piangevo.
Piangevo ovunque. Mentre attendevo che finisse il ciclo di lavaggio e la centrifuga.
Mentre minacciavo con la scopa Lillo che ci aveva preso gusto e voleva rifarla sugli abiti freschi di bucato. Mentre passavano le soap opera in televisione. Mentre facevo il sugo all’amatriciana per cena.
Avrei potuto benissimo diventare una meta turistica per casalinghe disperate, in stile Niagara Falls, e raccontare la mia esperienza, fondare un club, guadagnarci pure. Ho sempre avuto poco fiuto per gli affari.
La terza non me la ricordo.
Forse era quella delle telefonate ad ogni ora del giorno e della notte.
E non per minacciare me, ma per parlare con lui. Voleva sfogarsi di continuo, avere una spalla maschile su cui vomitare le sue infelicità e le sue frustrazioni.
Per questo esistono gli psicologi, gli ripetevo a dentri stretti.
Lui glissava e faceva finta di non sentirmi. E continuava a tenere la cornetta ben attaccata all’orecchio. Come se solo lei avesse dei problemi.
Non sono certa fosse la terza, potrei anche confondermi con la quarta. L’ho detto, non tenevo più il conto, e ora come ora non ho una lista valida a portata di mano.
Ogni volta, come la prima. Con una sola differenza. Ormai eravamo già sposati.
Per il resto, stesso copione.
Ogni volta erano fughe, e pianti. Urla, e litigi. Scuse, e rimorsi.
Ho sempre fatto finta di niente, mandato giù il rospo. Ho sempre perdonato.
Che azione nobile, il perdono. E che grandiosa parola dal significato profondamente umano. La nota positiva in tutta questa storia è che ho scoperto in me una forza di volontà e una flessibilità che non credevo di possedere. Proprio io, la donna rigida, che diceva peste e corna degli uomini.
Se solo il mio uomo proverà anche solo a guardare un’altra, ripetevo sempre alle mie amiche, gliela farò pagare.
E invece? Invece niente.
Fino a quella volta. Quella che ha messo fine a tutto quanto.
Ha messo fine alla farsa.
Di solito la gente pensa che il tradimento sia passare di letto in letto mentre a casa c’è una fidanzata o una moglie che lo aspettano. Il mio problema non era affatto questo. Se il mio compagno andava a letto con un’altra, non mi interessava più di tanto. Il sesso è così volatile, l’attrazione così effimera, che passa in fretta e lascia un senso di stordimento, che massimo in un paio di giorni se ne va.
Il mio problema era un altro. Ed era lui.
Non era capace di dividere il sesso dal sentimento. O meglio, non era capace di mantenere la giusta misura tra le due cose. E assicuro che è molto più tragico vedere che il tuo uomo si preoccupa per un’altra, che sapere che se la scopa e basta.
Gli equilibri di coppia se ne vanno a puttane, quand’è così. E sfido a farglielo capire, con quella testa dura che si ritrova non ci sarebbe riuscito nemmeno un caterpillar. Io, comunque, non avevo ancora avuto risultati decenti.
Per questo eravamo ormai arrivati ai ferri corti.
Grazie anche a lui, e al suo grande fiuto di cacciatore, con cui riusciva a raccattare solo le prede più scarse e i casi umani più assurdi. Forse le attirava. Aveva scritto “assistenza sociale con prestazione sessuale compresa” in fronte, chissà.
Al ché un giorno sono sbottata, e l’ho affrontato. Quel giorno è stata la sua fine.
Perché una volta iniziato, non sono più riuscita a fermarmi e lui è stato costretto ad ascoltare me, per una volta. E io avevo cinque anni di arretrati.
Una donna sana di mente, di sani principi, che ti si voglia scopare e basta, senza riversarti addosso i suoi problemi e le sue fisime, esiste?
Avevo iniziato così, dopo l’ennesima telefonata della disperata di turno che doveva assolutamente vederlo sennò si sarebbe tagliata le vene. E che palle!
Nei nostri due più tre anni, due di fidanzamento e tre di matrimonio, era riuscito a collezionare una depressa cronica, una ninfomane, un paio di ultratrentenni disperate in cerca di marito, una sposata con una storia di violenza domestica alle spalle, una bulimica di cui mi ritrovavo a pulire il vomito sulla suola delle sue scarpe quando tornava a casa, e una con manie suicide. Un record.
Cazzo, che latin lover!
E tu? Sei capace di fare lo stallone solamente con donne deboli e bisognose di tanto affetto? Solo così dimostri di essere uomo?
Sì, perché lui “si affezionava”.
Lo ripeteva di continuo, e più lo ripeteva, più mi mandava in bestia.
Lui non ce la faceva a fare sesso senza sentimento. Non voleva farle sentire puttane.
Una cazzata fenomenale.
Anche perché io mi “affeziono” a un cane, di solito. A Lillo sono “affezionata” ormai.
Ero “affezionata” anche alla mia gatta Bigia, quando avevo dieci anni, e le tiravo la coda e i baffi per esprimerle il mio affetto. Lei mi graffiava, non era troppo contenta, ma a me non interessava, e la tenevo come compagna di giochi. Perché, in fondo, le volevo bene e questo significava pure qualcosa, no?
Visto che hai un vero talento naturale, e aspirazioni così alte, ti ho organizzato un bel meeting, gli ho urlato.
Eravamo arrivati alla fase conclusiva. L’avrebbe capita adesso, o mai più.
L’ho visto sbiancare in volto.
Aveva intuito. La mia vendetta stava per iniziare, e con quale gusto da parte mia.
Una volta finito di legarlo con il nastro adesivo nero da sequestri, bello robusto, indistruttibile, una volta finito di imbavagliarlo con una bella pallina rossa infilata in bocca e un laccio di cuoio a tenergliela spinta in gola, una volta finito di adagiarlo sul tavolo del salotto, come un salame in bella mostra, ho fatto entrare in casa, una dopo l’altra, le amanti che col tempo aveva collezionato.
A vederle tutte insieme, non lo avrei creduto possibile. Era un bel numero. Mi avevano riempito il salotto, che non è proprio piccolissimo.
Alcune erano davvero delle belle donne, per carità.
Ma quando si sono messe a sedere e a un mio rassicurante e accomodante cenno hanno iniziato a raccontare, tutte insieme, i loro problemi, ho capito che il gioco non valeva la candela.
Mi sono infilata i tappini di cotone nelle orecchie, e ho iniziato a fare i lavori di casa.
Ho preparato il pranzo, ho rassettato la cucina, ho dato da mangiare a Lillo tutto felice e scodinzolante, ho fatto il bucato, ho guardato la mia soap preferita, ho iniziato un libro nuovo, ho letto la solita rivista e ho lasciato passare il tempo, fino a sera. Tenendo d’occhio che mio marito non facesse scherzi e tentasse, chissà come, di fuggire.
Training autogeno, rilassamento, meditazione, esternazione delle più sofferte paranoie mentali contemporanee. Una tavola rotonda di urla, pianti, disperazione. Un outing davvero particolare, presieduto da un uomo costretto ad ascoltare le storie più diverse, senza possibilità di replica, senza possibilità di andarsene.
E’ stata una giornata costruttiva per le signore. Mi sono state riconoscenti. Le ho viste andare a casa felici, più sollevate. Mi hanno addirittura chiesto se, per caso, potevo organizzare un’altra seduta. Mi hanno pregato, in tal caso, di informarle. Ho detto sorridente che avrei fatto sicuramente sapere loro qualcosa, in merito, sotto gli occhi terrorizzati di mio marito.
E’ stata una giornata po’ meno costruttiva per lui. Il salame.
Quando gli ho tolto il laccio di cuoio e la pallina dalla bocca per lasciarlo parlare, quasi non ci riusciva, era rincoglionito, tutto indolenzito, la mascella gli faceva male.
Ha iniziato a frignare, a dirmi che davvero, aveva capito, che non l’avrebbe mai più fatto, che sarebbe stato fedele e che da quel momento in poi si sarebbe occupato di me. Solo di me. Di me, e basta.
Ma ti prego, diceva biascicando e disperandosi, non chiamarle più in casa nostra!
Da quella volta, ha mantenuto la sua promessa.
Sì, le abitudini sono dure a morire e continua ad esserci qualche storia di sesso nella sua vita ma, chissà come e perché, lui ha imparato a tenere le distanze e a dividere ottimamente il letto dal sentimento. Ora non si “affeziona” più. E quando ho un problema di cui parlargli, scatta sull’attenti e mi ascolta. Senza interferenze. Senza file da rispettare.
Perché, da brava casalinga, io ho sempre odiato aspettare il mio turno.

AUTORE - ELISELLE

03 maggio 2005

IL MARCHIO

IN FASE DI PUBBLICAZIONE CARTACEA
A PRESTO IL LINK DELL'ANTOLOGIA IN CUI POTRETE TROVARLO
AUTORE - ELISELLE

07 marzo 2005

Il tarlo, il chiodo

E’ una sensazione strana. Ti prende all’improvviso. Ti chiede attenzione, e se non gliela dai, se la prende lo stesso. E’ come quando guardi un tramonto, senza vederlo veramente, e non appena realizzi la sua bellezza, rimani senza fiato e devi costringerti a respirare. Per non morire. Una sensazione odiosa, perché percepisci la forza della sua necessità. Una forza a cui non ti puoi sottrarre, non puoi contrapporti, perché sai che ne usciresti malconcia, zoppa, sconfitta.

E’ un tarlo che scava nella mente. Un chiodo piantato in una mano. E’ un’ulcera, che insidiosa decide di darti noia e sofferenza è lei a deciderlo. Il pensiero subdolo e urgente di quello che gli faresti, se lo avessi lì accanto, e foste soli, ti invade e non ti abbandona fino a che, in qualche modo, non si sente soddisfatto. Un pensiero tanto più invasivo quanto più inaspettato. E ti chiedi perché proprio lui, che magari non avevi visto fino al giorno prima. Non lo avevi notato, presa da altre faccende, da altri uomini, da altre possibilità. Non è il tuo tipo. Non ce l’hai nemmeno un tipo ideale, ma questo non lo prenderesti in considerazione, proprio mai. Eppure una prima volta c’è sempre, per tutto. Anche per uno come lui.

E così, cerchi il suo sguardo. Inizi a chiedere di lui, quando non c’è. Sogni, di lui. Fino ad arrivare a chiederti se stai diventando pazza. L’uomo che hai accanto non sa niente. Condivide con te la vita di tutti i giorni, ma non sospetta nulla. Non sa che, nella notte, nel vostro letto, ti accarezzi e lo fai pensando a un altro, ma non a uno qualsiasi. Non sa che stai diventando schiava di una fantasia, e che faresti di tutto per soddisfarla. Non sa che ti svegli al mattino, ti alzi e gli prepari la colazione, come se niente fosse, ma in realtà senti l’inguine che brucia, lo stomaco sottosopra, e una biglia di fuoco che spinge nel tuo ventre. Non sa e non deve sapere. La gelosia lo corroderebbe dall’interno, gli scioglierebbe le interiora come soda caustica. E’ un segreto che hai con te stessa, e ti va bene così.

Il tarlo scava. Il chiodo spacca. L’ulcera grida. E ti ritrovi davanti allo specchio a farti bella, perché quella sera a cena c’è anche lui. Ti guardi, dai l’ultimo ritocco al trucco, indossi il gloss luminoso, il vestito scollato, e cerchi di capire che cosa sia scattato. Il perché di tutto questo. Il motivo dell’urgenza, della frenesia, del desiderio. Ti domandi che cosa sia successo. Che cosa manca nella tua vita che ti porta a volerlo con tutte le tue forze. Escludi tutte le possibilità, una dopo l’altra. E ti accorgi, senza quasi rendertene conto, che non ti manca nulla, assolutamente nulla. Capisci che forse il problema è quello: hai tutto, cosa puoi volere di più. Eppure, è evidente, capisci che qualcosa di altro da desiderare c’è sempre.

Vuoi sentirti viva. Vuoi amarlo. Vuoi vederlo senza vestiti addosso. Vuoi conoscere il suo sapore. Vuoi mordere i suoi fianchi e affondare le unghie nella sua schiena. Vuoi avvinghiare le tue gambe attorno a lui, tenerlo stretto, addosso a te. Vuoi farti schiacciare. Vuoi farti prendere. Vuoi farti scopare. Da lui. Lui, che fino al giorno prima vedevi come un semplice amico, e nulla più. E che, se più ci pensi, più ti sfugge il meccanismo. L’ingranaggio si cela ai tuoi occhi. La molla diventa mistero. E rimani col dubbio, col tarlo, con la solita, fottuta domanda. Perché?

Ma non importa, in fondo. Vuoi conoscere. Vuoi che quella sensazione di necessità ti abbandoni, ti lasci in pace. Vuoi che il pensiero martellante di lui, sedotto, che ti prende senza inibizioni né remore, ti abbandoni, perché non ne puoi più. Ti serve una tregua. Sei sull’orlo della follia, stai per scoppiare, ti serve una scusa, in fretta. Lo chiami sul cellulare, hai il suo numero da un po’ di tempo, è tuo amico. Gli chiedi un aiuto, per la cena, lo inviti a casa tua mentre il tuo uomo non c’è. Ci mette poco, suona il campanello, tu gli apri e lo fai entrare. E lui capisce dal tuo sguardo che qualcosa non torna. Che non è per il vino che è lì, e nemmeno per il dessert. E’ lì per te. Perché lo desideri, glielo fai capire chiudendo la porta con un movimento da gatta, inarcando la schiena e spingendo in alto il sedere. Non fa domande, e nemmeno tu. Hai già le risposte in testa e non ti serve altro. Ti avvicini a lui, morbida, insinui la tua lingua nella sua bocca, assapori quello che vai agognando da tempo, non ricordi da quanto. Sai quello che vuoi. Gli sfili la giacca senza pudore, lo tocchi, sfrontata, in mezzo alle cosce. Lo spingi sul divano, ti alzi il vestito, sei nuda sotto, e ti fai prendere. Ti fai godere. Ti lascia godere.

Hai conosciuto. Rimani in silenzio, in ascolto. Qualche secondo. Lui fa per parlare, ma gli metti il dito sulle labbra, decisa, a chiudergli la bocca. Senza dire nulla, lo guardi negli occhi, ma non lo vedi. Ascolti, e all’improvviso, dopo tanto, non senti nessun rumore. L’ulcera non grida più. Il chiodo ha smesso di battere e pulsare nella mano. Il tarlo è svanito. E’ stato più veloce di quello che avevi immaginato, l’intensità e l’eccitazione di quel momento hanno bruciato in fretta i minuti. Non ti importa. Il tarlo tace, ormai. E mentre lo osservi rivestirsi, mentre tu ti ricomponi, ti chiedi all’improvviso come diamine hai fatto. Dopotutto, anche se non hai un tipo ideale, tra tanti, proprio lui: ci deve essere qualche motivo oscuro. Così oscuro, che non lo saprai mai. Ma capisci che, dopotutto, non te ne importa più.

Autore - Eliselle

10 febbraio 2005

Blu Notte

Blu notte, viola opalescente, bianco perlaceo. I miei colori, gli stessi che ami anche tu. Li indossavo anche quella volta. Una rosa a fermare il foulard di seta attorno al collo. Eri così orgoglioso di me che non ti rendevi conto che mi stavi perdendo. Così preso dal tuo egoismo, non capivi quello che realmente stava succedendo. Quanto può essere ironica, la vita.

Doveva essere la tua notte. Quella del trionfo del maschio che insegue una vita e finalmente corona il suo sogno proibito. Due donne solo per lui. Due donne a disposizione del suo piacere. Due donne che si accarezzano, si baciano, fanno l’amore per e con lui. Doveva essere tua, quella notte.

Titubante, io. Mi tranquillizzavi e mi dicevi “è un’amica, non preoccuparti, vedrai ti piacerà”. Mi rassicuravi e mi ripetevi “le parlo sempre di te, lei già ti adora”. E ancora “questo non toglierà nulla, a noi, aggiungerà soltanto, vedrai”. Mi raccontavi di quanto fosse naturale, per un uomo, una fantasia come quella. Mi dicevi che mi avresti amato anche di più, dopo. Avevi impiegato un mese di martellante, pressante opera di convincimento. Io ero così dubbiosa, avevo il timore che un’altra nel letto potesse portarti via da me. Rosicchiata dai morsi velenosi della gelosia, ero piena di pensieri cupi e traboccavo di paura. Ma non lo davo a vedere. Avevo deciso di compiacerti, perché sono fatta così. Quando amo sono pronta a qualsiasi prova, ed era il momento giusto per provare a me stessa il mio coraggio.

Avevo messo più cura del solito nel prepararmi, quella sera. L’abito corto viola per mettere in mostra il mio pezzo forte, le gambe lughe e abbronzate. Per sentirmi più sicura. La giacca corta e alla moda, di un blu che si intonava in modo perfetto, così particolare col bianco dei polsini e del collo che faceva capolino, regalando riflessi perlacei al mio viso. Un trucco leggero, ma curato, evidenziava i miei occhi di ambra e le mie labbra carnose. I capelli, lunghi e sciolti, una cascata di riccioli castani per sottolineare la mia femminilità. Nella mente, la mia voce interiore, impaurita e superba, si faceva sentire. Mi parlava e diceva “sei tu la regina, ricordalo, non puoi sfigurare”. Com’è semplice minare la sicurezza di una donna. A volte è anche troppo facile.

Doveva essere la tua occasione. Arrivati al ristorante, il direttore di sala ci ha accolto con un largo sorriso, quasi sapesse, avesse già intuito tutto. Ha indicato il luogo dove lei stava aspettando. Una donna puntuale, la tua amica, ti sono sempre piaciute le donne così. Non come me, che ci metto sempre secoli tra bagno e armadio. Mi sentivo scrutata da tutti, mi sentivo derisa. Mi sembrava che i camerieri smettessero di servire e i presenti si fermassero di mangiare, lasciando nel piatto avanzi di cibo, solo per guardare me e giudicare se ero o no all’altezza della situazione, per fare pronostici e scommettere sulla cavalla vincente. E mi inducevano a chiedermi se sarei riuscita a tenermi il mio uomo, o sarei stata sconfitta dall’altra, l’amica sconosciuta, a causa del mio stupido modo di amare e di accettare le sfide, inconsapevole del valore della mia avversaria. Volevo scappare. Ma la curiosità era più forte di tutto, anche dei miei demoni.

Il tavolo era un po’ discosto, in un angolo, attorno ad esso un separè per renderlo più intimo. Avevi fatto le cose davvero in grande. Celata agli sguardi, seduta di spalle, colei che con me avrebbe avuto l’onore di rendere realtà la tua fantasia più proibita e bramata. I miei passi si erano fatti più incerti mano a mano che ci avvicinavamo a lei, e sentivo il bisogno di bere dell’acqua: la mia gola era diventata secca, come un pozzo svuotato da secoli di siccità.

Ti ho visto sorriderle, compiacente, malizioso, pregustando il momento in cui l’avresti avuta a tua disposizione, per vederci nude e avvinghiate sulle lenzuola. E poi, ho guardato lei, incrociando il suo sguardo. Ed è stato come se non avessi visto mai nulla di più bello, fino a quel momento. Non l’ho realizzato subito. Come un fulmine a ciel sereno, che ti attraversa lasciandoti in vita per miracolo, e ti abbandona, stordito e senza fiato, ci ho messo qualche istante a capire. E più trascorrevano le ore, più intuivo che quella che doveva essere la tua serata, sarebbe stata la mia. Mia e di Nicole.

Nicole, mi era piaciuto subito anche il suo nome. Una cena magnifica. Inaspettata.

Dovevi vederti. Gongolavi come un bambino in un negozio di cioccolato quando io e lei ci sfioravamo le mani. E innocente come un bambino, credevi che io lo facessi per te, che finamente mi fossi rilassata e avessi capito il gioco, accettandone le regole con consapevolezza. Dovevi vederti com’eri compiaciuto, ogni volta che i nostri sguardi si incontravano e inviavano l’una all’altra messaggi inequivocabili di desiderio. Tutto di lei mi rapiva. Lo sguardo da gatta, le labbra mobili, e quelle fossette che sottolineavano il suo sorriso ogni volta che le fioriva sul viso. I capelli biondi, fini, talmente luminosi che sembravano fili d’oro puro. Quel fisico scolpito e tonico, femminile, che Venere avrebbe mortalmente invidiato. E la sua voce, sensuale, calda, che modulava parole e frasi mai banali.

L’hai avuta, la tua serata. Ti sei sentito maschio fino alla fine. Ci siamo spogliate dei nostri orpelli, ci siamo accarezzate e baciate, regalandoci piacere vicendevolmente e appagando i tuoi desideri voyeuristici. Hai potuto prendermi mentre la leccavo, beandoti della mia capacità di adattamento e godendo del fatto che un mese di convincimento valeva bene una notte come quella. E hai potuto prenderla mentre spingeva le sue dita dentro di me, amplificando il tuo orgasmo con quella visione così oscenamente celestiale. Ti sei svegliato tra le braccia di due donne, il mattino seguente, e hai preparato loro la colazione come un moderno sultano nel suo harem.

Non hai capito che ogni sua carezza, ogni suo soffio sulla mia pelle, ogni tocco delle sue mani sul mio corpo, quella volta, mi portavano sempre più lontano da te, dai tuoi desideri, dalle tue esigenze. Non hai capito che quelle carezze e quei baci mi stringevano sempre di più a lei, costringendomi ad amarla. Non l’hai capito ma, dopotutto, non importa: la tua serata, in fondo, l’hai avuta. E, ora che mi hai perso, puoi sempre serbarne il ricordo. Non è ironica, la vita?


Autore-Eliselle