Visualizzazione post con etichetta SIMONE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SIMONE. Mostra tutti i post

03 novembre 2009

RICORDI


La neve aveva smesso di cadere. Sul fornello la caffettiera gorgogliava mentre un sottile filo di fumo si innalzava dall’argenteo beccuccio. Astolfo ruotò la manopola del gas lasciando che le accese lingue blu si esaurissero dopodichè versò l’aromatico liquido in un’unica tazza.
“Eccoti il caffé cara”
“Dove stai andando Astolfo?”
“Esco un paio d’ore” rispose infilandosi il giaccone imbottito e calandosi sulla testa uno zuccotto di lana.
“E quella?”
Astolfo aumentò la stretta sull’impugnatura della torcia elettrica poi, chinandosi sulla moglie, le baciò delicatamente la fronte.
“Non sei più un bambino” sentenziò lei “Almeno copriti per bene”
Astolfo si arrotolò la sciarpa attorno al collo e, senza replica, uscì.
L’aria era pungente e la notte si era già impossessata delle strade innevate di Piombino.
Il bar di Umberto era ancora pieno: Astolfo sbuffò irritato.
Per l’ennesima volta avrebbe dovuto sostenere gli sguardi degli avventori, curiosamente compassionevoli. Come se lui fosse un animale dello zoo: lì semplicemente per essere ammirato.
“Il solito Astolfo?” lo accolse Umberto al di la del banco.
“Il Solito” rispose Astolfo passandogli la fiaschetta di metallo “e non essere tirchio.”
“Tirchio io! Senti un po’ che novità. Guarda che l’altra volta sei stato tu a dirmi di fermarmi”
“Bé stavolta non risparmiarti. Falla bella piena che la fuori c’è un freddo del Diavolo! La Maremma se lo prenda!”
Umberto prese la bottiglia di grappa e ne versò il contenuto riempiendo fino all’orlo la fiaschetta.
“Non vorrai startene al faro anche stasera?” chiese Umberto.
“Certo. Non ho saltato una sera in dieci anni e non intendo lasciarmi scappare neanche questa”
“Questa mania proprio non la capisco Astolfo. Guarda che i marinai hanno di meglio da fare che parlare con te.”
“Non ti impicciare degli affari miei” fece brusco Astolfo sorridendo al barista.
“Non mi impiccio dico solo che se vuoi far due chiacchiere le puoi fare anche qui senza dover stare ore al freddo. In più se ti va puoi anche farti una bella partita a carte.”
“Non sopporto le carte e poi a me piace stare all’aria aperta, mi si schiariscono le idee specie quando la grappa me le offusca.”
“Fa un po’ come ti pare. Sei il solito testardo”
“E tu un tirchio impiccione. Ecco qui i quattro euro per la grappa. Ci vediamo domattina”
Umberto aveva la mezza idea di replicare a quelle accuse infondate, ma il suo più vecchio cliente era ormai uscito dal locale.
Astolfo percorse la strada che lo separava dalla piazza del vecchio faro di Piombino con passo svelto. Le parole di Umberto avevano riportato in superficie motivi dimenticati, che lo spingevano a lasciare sola la moglie tutte le sere. La perdita di suo figlio Marco lo aveva cambiato.
Varie volte, nei giorni seguenti la tragedia, aveva pensato di togliersi la vita.
Aveva anche programmato come: un colpo in testa seduto in auto. Era deciso e, ne le parole confortanti della moglie, ne il sapere che le avrebbe procurato altro dolore, lo avevano dissuaso dal suo obbiettivo. Non aveva mai avuto una tale determinazione in tutta la vita. O almeno così credeva. Il giorno del suicidio con la canna della pistola premuta contro la fronte mentre ripercorreva i momenti splendidi passati con Marco, un ricordo si fece largo nella sua mente.
Una nottata al faro. Suo figlio acconto a lui, poco più che un bambino. Quella notte per la prima volta gli aveva parlato del codice morse e di come, attraverso segnali di luce o suoni, si potesse comunicare a distanza con altre persone. Poi insieme, con una torcia, avevano iniziato a trasmettere messaggio alle navi, accendendola e spegnendola a intervalli precisi. Inviavano sempre lo stesso segnale: buona navigazione. Quando dal mare era giunto in risposta un grazie, gli occhi di Marco si erano illuminati, ed era rimasto incredulo di fronte a quella semplice magia.
Un altro ricordo si era legato a quello. Questa volta il ragazzo incredulo era Astolfo e il giovane uomo al suo fianco, che gli parlava del codice morse, era suo zio ufficiale della Marina Militare.
Quel ricordo perso nei meandri della sua infanzia aveva dato nuova luce al suo spirito dissipando in un colpo quella patina grigia sotto cui stava soccombendo. In quell’istante uccidersi aveva perso di significato. Avrebbe potuto semplicemente ricordare e attraverso quei ricordi tenere in vita anche Marco. Magari suo figlio lo stava osservando da qualche posto lontano. E quel semplice rituale avrebbe potuto strappargli ancora un sorriso ingenuo, accompagnato dai sogni nascosti dietro quello sguardo sbalordito. Per dieci anni aveva parlato ogni sera con le navi che attraversavano il braccio di mare tra Piombino e l’Isola d’Elba. Uniche compagne tangibili di quegli appuntamenti erano la grappa e la sua amata torcia.
Superato il faro Astolfo si avvicinò alla balaustra di mattoni. Il mare sotto di lui era leggermente mosso. Con una mano scostò la neve, che cadde a terra, e in quel piccolo spiazzo appoggiò la torcia.
Senza perdere altro tempo iniziò a trasmettere i primi messaggi della serata. In cuor suo temeva che nessuno, in quella notte sferzata dal vento, si sarebbe prestato al suo rituale.
Alcune navi correvano sulla distesa cerulea indifferenti al suo lampeggiare. Astolfo non ebbe risposte per parecchi minuti finché una luce limpida non si fece timidamente avvistare.
Il segnale sembrava venire dall’isola di Cerboli. Astolfo conosceva bene il canale di Piombino e non aveva alcun dubbio sul fatto che il segnale provenisse dalla terra ferma e non da una nave.
La cosa strana era che Cerboli era completamente disabitata. Ma ancor più strani erano i primi due messaggi inviati dall’isola: sos - sos
“Come posso aiutarti? Devo chiamare la guardia costiera?” trasmise Astolfo.
-. --- --- -... “No vecchio mio.”
“Chi sei?”
.-. “Tu chi sei?”
“Mi chiamo Astolfo Sicari. Tu invece come ti chiami? Come sei arrivato a Cerboli?”
.-. “Tu chi sei?”
“Ti ho già detto chi sono. Astolfo Sicari”
-. --- .-. “Non sai chi sei?”
“Io so chi sono. Stai tranquillo. Forse non stai bene. Dimmi il tuo nome e come sei arrivato sull’Isola così potrò aiutarti”
... .-. .. “Spiacente”
“Cosa significa spiacente?” Astolfo si stava irritando. La sua mente provava a dare un senso a quel breve scambio di battute. Ma nulla di quello che stava succedendo pareva averne.
... .-. .. -.-. ..- --.. -. --- .-. “Spiacente per te. Perché non ricordi chi sei.”
“Ora vado a chiamare la Guardia Costiera perché mi sono stancato”
.- ... ... .- .--. . .-. .-. “Aspetta Astolfo. Non vuoi sapere chi hai nascosto in te. Chi, Astolfo Sicari, ha dimenticato di essere?”
“Non mi interessa parlare con chi non conosco. Ti serve aiuto. Ora vado”
... . .-. .- ..-. .. -. --- “Un nome: Serafino”
Un brivido freddo, più freddo del ghiaccio, attraversò la schiena la vecchio. La sua espressione si fece ancor più rugosa mentre le sue percezioni si estraniavano dall’ambiente circostante. Astolfo era concentrato solo sulla luce del suo interlocutore.
“Non puoi essere Serafino”
Nessuna risposta seguì quella affermazione.
“Serafino è morto nel ’44”
... .- .--. . .-. . “Lo so Astolfo”
La dita del vecchio corsero rapide sotto il giaccone fino a chiudersi sulla fiaschetta. Il primo sorso di grappa gli bruciò la gola. Il liquido cominciò a espandersi trasmettendo a tutto il corpo una lieve sensazione di calore.
.-. .. -.-. --- .-. -.. .. ... . .-. .- ..-. .. -. --- “Cosa ricordi di Serafino?”
“Stavamo scappando dai tedeschi. Ci siamo nascosti in un casolare. Loro erano vicini. Ci avrebbero preso se non fossimo stati attenti. Serafino non lo fu e loro lo uccisero.”
... .-. .. ...... .-.. .. -.. -. --- - . -.. . ... -.-. .... .. “Spiacente Astolfo. Non è così che andò. Questo è quello che hai sempre sostenuto tu. In realtà ricordi i singhiozzi e quella mano sulla bocca.”
Astolfo si guardò il palmo della mano. Percepiva un respiro che man mano si affievoliva: umido e caldo. Quella sua mano stava trattenendo con tutta la sua forza qualcosa di vivo, che lottava, le cui lacrime bagnavano i ferrei polpastrelli. Una serie di sordi singhiozzi cominciò a riempirgli le orecchie. Astolfo inizio a sfregarsi i palmi violentemente mentre scuoteva la testa per rigettare quei suoni. Chi lo avesse visto in quel momento avrebbe pensato a una crisi epilettica.
... - .- - --- - ..- -. --- - . -.. . ... -.-. .... .. “Ricordi di esser stato tu Astolfo . Tu, non i Tedeschi.”
“Serafino continuava a piangere. Aveva dieci anni non poteva piangere a quel modo. Gli avevo detto di smetterla. Che i Tedeschi ci avrebbero trovato per colpa di quei singhiozzi. Che da disertore mi avrebbero fucilato all’istante. Ma più gli chiedevo di smettere più lui continuava. Poi sotto di noi si sentirono dei passi soffocati dalla paglia. Ho dovuto zittirlo. Gli ho premuto la mano sulla bocca abbracciandolo forte. Si è dibattuto ma sono riuscito a tenerlo fermo. I colpi delle scarpe sul legno avrebbero fatto più rumore del suo pianto. Poco dopo si è calmato. Sono rimasto così tutta la notte. Con lui fra le braccia: immobile”
--. ..- -.. “Bravo Astolfo. Qualcosa di te è tornato”
“Come fai a sapere queste cose? Chi sei? Voglio sapere? Me lo devi maledizione”
--. ..- -.. -.. .- .-. . -.-. --- ... .- “Hai ragione Astolfo. Ti devo qualcosa. Qualcosa ti darò”
“Dimmi allora”
.. ... .- -... . .-.. .-.. .- “Ti darò un altro nome: Isabella”
“Non puoi. Non puoi giocare con me. Addio!”
-. --- .- -. -.. .- .-. . .---- ----. -.... ---.. “So che non te ne andrai. Lo sai anche tu. Cos’era il 1968?”
Alfonso adirato prese un altro lungo sorso dalla fiaschetta che si era di parecchio alleggerita.
-.-- .-.. -.. .. ..-. ..-. .. -.-. .. .-.. . --- -... “Quella volta fu più difficile che con Serafino. Ma te la cavasti bene ugualmente vecchio mio. Pensare che Marco era appena nato e tua moglie ti aspettava in ospedale.”
“Smettila. Fu un incidente. Le autorità non mi coinvolsero mai.”
Astolfo cadde in ginocchio. Dopo quarant’anni di prigionia quel volto era riemerso, prepotente.
Isabella aveva vent’anni. Una ragazza sveglia in un corpo acerbo, quasi androgino. In lei c’era sempre stato qualcosa di famigliare. Forse il taglio di capelli o lo sguardo innocente. Quella ragazza lo aveva subito colpito. Professore di lettere in quegli anni di fermento, stanco della quotidianità e del peso di una famiglia, Astolfo si era lasciato coinvolgere in quella relazione difficile.
-.-- .-.. .-. .. -.-. --- .-. -.. --- ... . .-. .- ..-. .. -. --- “So perché quella ragazza ti piaceva e so perché l’hai amata così tanto durante il suo trapasso. Isabella ti ricordava il piccolo Serafino. Esile, impaurita, fragile sotto le tue mani.”
Astolfo si teneva la testa mentre le grida di Isabella, arrabbiata con lui, rimbombavano alte: lo voleva solo per se. Poi la ragazza gli si lanciò contro in un abbraccio che finì in un bacio. Tra quelle mura c’erano solo loro: la scuola era stata chiusa quasi due ore prima. Nell’aula spoglia Astolfo prese Isabella sulla cattedra. Ricordava la dolcezza di quegli attimi. Il volto della ragazza premuto sulla verde superficie di formica. Le braccia che si dimenavano nel tentativo di respingere quella forza che la schiacciava, impedendogli di respirare. Astolfo si allontanò da lei, ancora nudo sotto la cintola, inebriato dalla passione di quell’orgasmo. Non più trattenuta Isabella scivolò a terra. Il peso morto delle braccia fece stridere il piano della cattedra portandosi dietro un’umida scia di lacrime.
.- --. -. ... .- .-.. ...- --- --- -... “La discarica è stata una bella trovata. Era passato troppo tempo dal ritrovamento all’omicidio e tu ti salvasti. Ancora”
“Basta. Ti prego”
..- .- --. -. --- .--. -. --- --. --- “Puoi andartene Astolfo. Quando vuoi. Non posso trattenerti. So solo che non lo farai. Non ti sei chiesto perché continui a trasmettere? Non ti domandi perché sei ancora qui?”
Astolfo non sapeva che rispondere. Una parte di lui voleva andarsene. Tornare a casa e rigettare nuovamente quei ricordi nel pozzo più profondo della sua mente. Ma qualcosa, in realtà lo teneva lì, ad ascoltare. Voleva rimanere. Sembrava quasi che il suo corpo si gestisse in autonomia. Senza il bisogno di un cervello a comandarlo. Solo in quell’istante di riflessione e astrazione dai ricordi si accorse della luce. La luce di Cerboli, quella con cui parlava, era aumentata. Non solo di intensità ma anche di dimensione. Sembrava quasi più vicina. Un terrore sottile si fece strada in lui. Percepiva gli angoli della bocca arricciarsi in una smorfia mentre tutto il suo corpo iniziava a tremare.
“Chi sei?” questo il suo unico pensiero.
-.-. ... -- .. -.-. .... . .-.. . “Chi sono forse non importa. Potrei essere più d’uno. Oppure avere un nome. Ti piace Michele?”
Astolfo cadde in altro incubo. Le quattro facce attorno a lui avevano la pelle olivastra, bruciata dal sole. L’odore di sporco e gli abiti macchiati lo avevano costretto a tenersi distante quanto necessario ad allungare le quattro banconote da cento mila lire. Uno di loro afferrò il denaro bofonchiando qualcosa in una linguaggio duro e strascicato. Astolfo aveva sempre odiato gli zingari. Per questo aveva puntato a loro: se gli avessero presi si sarebbe liberato di due fastidi. Il lavoro era semplice. Più volte si era concentrato sul fatto che sarebbe stato sufficiente mandarlo all’ospedale. Dovevano spezzargli un braccio o una gamba: nulla di più. Diede loro altre duecento mila lire per sicurezza. Qualcosa però era sfuggito ad ogni controllo. Michele era uno che si sapeva difendere e gli Zingari si sa tendono al rancore, specie se lasci un loro amico in fin di vita. Michele era stato pestato più del dovuto e il suo fisico non aveva retto oltre la notte in ospedale.
.- --. -. ... .- .-.. ...- --- “Ancora una volta nessuno ti ha cercato vero Astolfo?”
“ Non sono stato io ad ammazzarlo.”
...... ..- -.-. .-.. --. “Questa tua affermazione è opinabile vecchio mio. Tu sei il mandante. Quindi la sua morte ricade su di te”
“Non me ne dispiaccio se lo meritava”
...... “La meritava? Non è stato lui ad uccidere tuo figlio.”
“Si invece. Quello stramaledetto ragazzo era alla guida. Nell’incidente lui si è salvato mentre Marco no. Per cosa poi? Un cane. Un dannatissimo cane che attraversava la strada: mai scartare.
Michele invece ha sterzato e sono finiti nel canale e Marco è morto. Morto a trent’anni: una vita sprecata.”
..- -.-. --- .-.. .--. . ...- --- .-.. . “E tu Astolfo? Non sei forse colpevole più di lui?”
“Non ho ucciso Marco! Amavo mio figlio più della vita!” gridò attraverso i battiti di luce della sua torcia.
-.. .... - .- .-.. - .-. .. “No. Ma hai ucciso Serafino e Isabella e infine Michele. Tre vite sprecate.”
Il freddo all’esterno non era nulla paragonato al freddo che Astolfo aveva dentro. Il viso era solcato dalle lacrime che si contorcevano attraverso la pelle rugosa. Marco era il suo riscatto. In suo figlio aveva visto il bene che era nel suo cuore e attraverso di lui avrebbe fatto ammenda dei suoi errori. Poi il destino glielo aveva portato via. E lui era ricaduto nella disperazione.
...... ..- -.. --- ...- . .-. . -.. - .... “Sei un uomo egoista Astolfo. La tua è stata una vita vissuta con l’inganno. Rubata alla morte stessa. Il dolore che hai provato non era per la morte di tuo figlio, ma per te stesso. Volevi ucciderti per liberarti da un peso: ma infondo sei un codardo. Lo sei sempre stato.”
“Non ci sono riuscito. Volevo, ma non ce l’ho fatta. La mia mente, il mio istinto di sopravvivenza ha preso ancora una volta il sopravvento, aggrappandosi a qualsiasi cosa pur di salvarsi. Quel ricordo della mia infanzia, dell’infanzia di mio figlio era così innocente e puro. Perfetto a nascondere i miei peccati.”
.-.. ..- -.-. . -. .- ... -.-. --- -. -.. . --- ... -.-. ..- .-. .. - --- -... “Astolfo sai che oltre la luce più abbagliante si nasconde sempre un’impenetrabile oscurità. Addio vecchio mio”
Astolfo iniziò a tremare, fino a scivolare a terra con la schiena appoggiata alla balaustra. Le mani erano strette intorno alla torcia. La luce dell’isola di Cerboli si era fatta sempre più minacciosa e avvolgente. Attraverso la sua pelle sentiva il chiarore penetrarlo. Aveva gli occhi pieni di luce, sempre più intensa e bruciante. Finché tutto non si fece buio.

Lo ritrovarono la mattina seguente. Il corpo senza vita. Gli arti irrigiditi per il freddo. Gli occhi spalancati in uno sguardo vuoto e acquoso. La torcia ancora accesa, puntata contro il viso di Astolfo, rilasciava ritmici flash.
…---… (sos: save our souls)


AUTORE - SIMONE

05 luglio 2009

ASPETTANDO IL CARNEVALE

Odio il fottutissimo carnevale. Lo odio con tutto me stesso. Odio la follia di quei giorni: l’ostentata felicità che porta. Odio quelli che si impegnano a organizzare la sfilata, che mirano alla perfezione. Non sopporto di veder sfilare i carri: brutte rappresentazioni di carta pesta della vita quotidiana. Paradossali feticci nati per esorcizzare il male della quotidianità. Odio i culoni starnazzanti delle ballerine. Odio tutti quei bastardi che si travestono. Quelli sono forse i peggiori. Non appena si coprono il viso perdono ogni inibizione. Esagerano facendo i matti che matti non sono. Se fossero matti saprebbero che è loro la colpa di ciò che avviene in quelle notti. Vedrebbero le ombre allungate sui muri dei vicoli. Sentirebbero i passi rapidi, malfermi, riecheggire in quelle sere di falso gaudio. Se fossero davvero folli, sarebbero savi e allora correrebbero ai ripari. Li stanerebbero mettendoli al rogo. Ma tutti questi uomini mascherati sono normali, e la normalità non ti permette di vedere oltre il tuo naso. Odio i miei amici che mi hanno trascinato all’ultimo carnevale di Viareggio a fare i coglioni per le strade. Odio Francesca, perché l’amo. Perché l’amore è bastardo quanto il carnevale. Perché l’amore mi ha fottuto. Ma la cosa che odio più di tutte è Burlamacco.
“Non sei un viareggino” mi dicevano, tutte le volte che esternavo il mio fastidio per quella maschera. Si fastidio, non odio: non a quel tempo.
Burlamacco ora è il mio incubo. Porto il suo dannato costume tutto il giorno, tutti i giorni. Il mio viso è ancora coperto di cerone bianco. Lo vorrei levare e tornare ad essere me stesso, ma ho troppa paura. Non ho altro cerone con me e per ora è l’unica cosa che mi sta tenendo in vita. Allora resto qui rannicchiato in un angolo. Rimango fermo nella speranza che non si accorgano di me. Stringo la spranga che ho preso nel vicolo. È fredda, ma è l’unica cosa che percepisco reale in questo luogo surreale. Qui è tutto buio, umido. È un luogo vecchio e malsano. Un posto sotto la città risparmiato dalla bonifica. A volte si avvicinano e mi annusano. Respiro piano, come loro, con un sibilo basso che odora di topo morto perché di quelli mi sono sfamato. Non ho partecipato ai loro banchetti.
Non ho toccato neanche un pezzo dei miei amici. Neppure quando me l’hanno gettato ai piedi. Sanno che non sono un Burlamacco come loro. Non ho il loro grosso naso rubizzo e venoso. Nemmeno le labbra rivoltate, alzate agli angoli quasi a scoprire gli zigomi.
Non ho nemmeno i loro occhi, arcuati, dalla pupilla piccola e scura come una capocchia di spillo. Mi osservano di sottecchi con sguardi felicemente torvi, in attesa che mi scopra. Giocano i bastardi. Giocano con la mia psiche. Mi vogliono cambiare…
E’ quasi un anno che sono qua sotto. Un anno dalla notte del fottuto carnevale.
Un anno intero che la mia mente si aggrappa a quella sera nel tentativo di strapparmi alle loro grinfie. La compagnia era tutta riunita. Una congrega di colombine, vampiri e pazzi sanguinolenti guidati da uno stramaledettamente triste Burlamacco. Gliel’avevo detto alla Francy .
“Io il Burlamacco non lo voglio fare. Mi sta sulle palle e non ci posso far niente”.
Poi mi frega come solo le donne sanno fare con quei ciglioni degli uomini. Promesse: sempre le stesse. E poi mi maledico per averle detto di si. In mezzo a quel casino l’ho persa quasi subito.
Poco contava strattonare Alex il vampiro o quella scostumata colombina di Patrizia che gli stava sempre appresso. La Francy se n’era andata e io mi incazzo preoccupato per dove fosse sparita. Spintono facendomi largo: una inutile formica sovrastata da giganti di cartapesta ghignanti. Quando la vedo, l’incazzo sale e la preoccupazione si dirada. Le corro incontro sbracciandomi e gridando.
La sua mano è tesa in avanti, stretta in un’altra mano. Il nanetto che la trascina è un fottuto Burlamacco come me.
Si stanno allontanando, dalla calca, dalla festa. Bastarda penso subito. Io mi metto questo dannato costume, solo per te, e tu fuggi via. Li raggiungo nel vicolo. Afferro la Francy. Lei non si volta, limitandosi a fermarsi. Ma il nano tira come un bue, trascinando entrambi. Decido che quel Burlamacco deforme ha passato il segno. Alloro lo colpisco con un calcio. L’ometto mi guarda e io non posso far altro che indietreggiare. Lo stomaco mi si chiude per l’olezzo che emana. Per quelle toppe scarlatte che ne compongono il costume, che toppe non sono. Il nano si è scarnificato: ampie parti di pelle bianca come il latte sono intervallate da scorticature che mettono a nudo il rosso acceso della carne ulcerata: il suo costume è così vivo da togliere il fiato.
Ho ancora la bocca impastata di vomito quando mi armo. Lui non reagisce, rimane fermo mentre la Frency, gli occhi vuoti, sembra imbambolata. Alzo il tubo di ferro sopra la testa.
Lo sto per calare sul quel cranio di carne, bislungo come il cappello del Burlamacco, quando Alex il vampiro e tutte le altre mascherine della compagnia si presentano alla festa.
“Cazzo Ste” gridano ghignanti “Potevi chiamarci al tuo party privato”
Il Burlamacco arretra mantenendo la presa sulla Frency. Sembra meno sicuro quel nano bastardo. Mi sento un grande. Quando abbatterò la mia asta sulla sua faccia so già che continuerò a colpirlo finché non mi faranno male le mani. Ma, come canta la maledetta fata madrina di cenerentola “i sogni son desideri”, il grido che lancia l’infame bestia uggiolante è molto più rapido di qualsiasi calcio, pugno o sprangata.
Quando vedo altri nanetti, col loro costume di pelle e carne, calare dalle case e spuntare dai vicoli, con la loro membrana nera sulle spalle, capisco che Burlamacco non mi sta sulle palle: lo odio proprio. I nanetti si limitano a disarmarmi gettandomi a terra. Alex e gli altri invece vengono morsi, atterrati e malmenati. Non so che fare. Ho paura. Il sangue, che esce dalle fronti dei mie amici, mi immobilizza. Ancora una volta il mio stomaco cede: solo acqua. I Burlamacchi trascinano senza rispetto quei corpi immobili ancora caldi. Il mio sguardo cade su Patrizia: i capelli stretti da cartonesche dita, le gambe larghe che lasciano intravedere il bianco slip di pizzo.
Quando mi rialzo, qualcuno mi aspetta. Il nano con la Frency mi invita a seguirlo.
Vorrei scappare ma non posso. Devo liberare la compagnia.
Il Burlamacco mi precede fino alle darsene più interne, quelle dei cantieri navali. Qui il carnevale non si sente, forse non è ancora arrivato o qualcosa lo tiene lontano. Lui entra in un magazzino abbandonato. Lo seguo oltre la soglia, giù per le scale, nelle fondamenta e dentro la terra umida della costa. Poi la luce cala e il suono cupo di una celata di ferrò riempie quello spazio immensamente vuoto. Li sotto i suoni che arrivano sono pochi. Si sente qualcosa che sembra il mare. Si sente lo squittio acuto dei topi. Il rumore di un tendine che si strappa o di un osso che si rompe. Le voci dei rapiti, che da bocche mute, gorgheggiano la loro paura.
In fondo questi Burlamacchi non sono incivili. Entrano nella tua mente, invadendola di immagini calde e bei ricordi. Ti cullano mentre inosservati ti privano di tutti gli altri ricordi, dei tuoi sentimenti. Non ti accorgi nemmeno dei loro denti e delle loro dita affilate che lacerano la tua carne.
I loro volti rimbalzano nei miei pensieri e riempiono i miei occhi di immagini irreali, lontane. Con me sembra che sia diverso. Sembra quasi che si divertano a spezzarmi, un poco alla volta, minando la mia già poca sanità. Hanno lasciato che vedessi, costringendomi a guardare. Ho provato disgusto per me. Per i pensieri che mi attraversavano la testa e la saliva sul lato della mia pagliaccesca bocca.
I Burlamacchi, qua sotto, lo sanno fare il loro mestiere. Prima di mangiarti ti uccidono, ma solo prima di mangiarti. Io l’ho visto. Ho visto gli occhi vitrei della Francy.
Non ho mai gridato. Non volevo disturbarli. Devono aver apprezzato questo mio gesto. Sono uno discreto io. Resto nel mio angolo acquattato in attesa del fottuto carnevale. A quella sera dovrebbe ormai mancare poco. Che paradosso: io lo odio il fottuto carnevale e più di tutto odio il Burlamacco, e ora mi tocca aspettare quei giorni di falso gaudio.
Lo so che i Burlamacchi mi vogliono cambiare ma io resisto. Una luce brilla ancora forte in me. Piccola luce contro un mare di ombre. Nella luce ci sono io e finché brilla non me ne andrò. Il dolore che provoco a me stesso è l’atmosfera limpida di quel mondo
La pelle dove mi sono scorticato è rossa. Grossi rombi di carne rossa.
I Burlamacchi sono in attesa. Aspettano il fottutissimo carnevale e io con loro.

AUTORE - SIMONE

29 novembre 2006

FABLE

Nuvole gonfie minacciano pioggia. Il sole scompare dietro la collinettà. I suo ultimi raggi vividi come il fuoco, bruciano i contorni scuri dell’albero, ormai secco per il sopraggiungere dell’inverno, che si staglia come un uomo in preghiera sullo sfondo.
Vedendo la scena mi sembra di essere dentro a una cartolina. Io la bimba che guarda dalla finestra un tramonto lontano sotto lo sguardo attento di un uomo che stringe la bianca cornice del cartoncino che a breve invierà a qualche amico.
Questa atmosfera presagiva l’arrivo di una di quelle notti piene di spiriti e fate. Notti di vento quando i bambini si addormentano piangendo. In quelle serate buie il papa mi raccontava la favola che mi piace tanto. Quella del piccolo servo di Oberon che scappa da Arcadia e che per anni si rifugia nel mondo degli uomini. Non vi nasconderò di averlo visto quel Puk. Era un bambino seduto su un muretto che osservava gli uomini dall’alto. Aveva un ghigno malefico nascosto da un rincuorante sorriso. Mi avvicinai a lui. Gli parlai e lui rispose. Il suo profumo di fiori nascondeva l’olezzo del sangue. Piccole gocce di pioggia rossa cadevano dall’orlo del suo cappotto. Pioveva sempra quando si mostrava ai miei occhi. Giocavamo insieme per ore. Mi raccontava storie di scherzi che aveva fatto durante la sua vita. Non si credeva quanti ne avesse fatti e dire che avrà avuto si e no dieci anni. Eppure quell’olezzo non lo abbandonava mai così come il profumo. Non capivo. In quei giorni però capire non era importante. Ero ammaliata dai suoi occhi dalle sue parole. Ma tutto in lui nascondeva qualcosa. Lo sapevo ma non me ne curavo.
Gli raccontai anche la storia che mi piaceva tanto. Lui ascoltò prima pensieroso poi sorridente. Un baleno attraversò i suoi occhi stretti. Ma è vero tutto questo? Si mia dolce bambina è vero. Oberon ci ha provato a riportarmi a casa ma Puk è più astuto.
Un giorno dalla mia camera lo vidi seduto fra le falangi dell’arbero distese verso il cielo. Muoveva la sua mano come a chiamarmi. Voleva che andassi da lui. La nonna era in casa. La salutai dicendole che andavo a giocare nei pressi dell’albero. Mi baciò e si raccomandò come sempre. La baciai forte; allora non sapevo bene il perché di quel gesto così intenso.
Puk mi guardava come faceva sempre con tutti gli uomini; dall’alto verso il basso.
Scese agile dall’albero. Quel giorno era bello e raggiante. Nessun olezzo, nessuna oscurità, nessun liquido scarlatto. Anche la pioggia era sparita. Mi tese la mano.
Insieme ci incamminammo lungo il sentiero. Lui mi parlava. Mi raccontava altre storie. Io ero felice. Le preoccupazioni mi avevano abbandonato insieme alle domande. Persino l’entrare nel fitto bosco non mi inquietava. Le verdi chiome si chiudevano su di noi.
I rami ci salutavano. Il verde lasciò il posto al marrone poi arancione giallo e infine l’oro. I colori si susseguirono in un calidoscopio di mutazioni. Poi li vidi erano li. Piccoli come topi, volteggiavano sulle noste teste. Grossi come tori, si inchinavano al nostro passaggio. Aure arcobaleno li avvolgevano. La radura si aprì. Cinque erano le fate che si fecero avanti. Cinque fate con cinque bambini. Puk non era più un pargolo di dieci anni. O almeno non più il rubicondo essere che mi era apparso fino ad allora. Ora era proprio come papà me lo discriveva e tutto era tornato. Olezzo, oscurità, sangue. Il grosso uomo cervo era seduto all’interno di un’antica quercia incavata. Le gambe incrociate; fece cenno di avvicinarsi. Li vidi tutti cambiare quei bambini. Ognuno prese l’aspetto della fata che lo aveva accompagnato. Ognuno di essi prese il posto del suo reciproco.
La fata tra i mortali e il mortale fra le fate.
Equo cambio perché non vi sia disequilibrio. Questa era la legge, sosteneva Oberon.
Eppure Puk non cambiò. Rimanemmo li fermi in quel luogo sacro dell’ARCADIA, intrappolati tra il mondo delle fate e quello degli uomini. Del mio mondo mi rimane un unico dolce ricordo. In quel ricordo mi avvolgo trasformandolo in barriera. Non sono ancora cambiata come gli altri compagni giunti fin qui. Mantengo tutti i miei tratti umani. Niente occhi di foglia, niente voce sottile e capelli di selva. Ma eccoli che ritentano le loro magie. Mi concentro. Sono nel mio salotto. Ecco ONE. Guardo BIM BUM BAM, è pomeriggio e mia nonna mi prepara la nutella. Mi prende in braccio per vedere insieme a me lovey sara, anna dai capelli rossi e tutti i cartoni che davano alla televisione e loro, così, non hanno alcun potere su di me.

AUTORE - SIMONE

22 novembre 2006

S_______A

Arghhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
Whaughhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
Ehuuuuuuulllllllllll….
HUFF…HUFF.
Finalmente bastardo sei morto. Ho sudato sette camice per finirti. Non mi sono rimaste nemmeno le forze per rialzarmi. Il mio corpo ti sovrasta vincitore di questa lotta. Quest’odio nei miei confronti ti ha portato li. Sono giorni che mi perseguiti. Mi segui.
Ho tentato mille espedienti per sfuggirti… tutti inutili. Pensa che mi sono rivolto anche a Dave. Lui si è messo sulle tue tracce ma tu, fottuto, sei riuscito a sfuggirgli. Neanche i veleni sono serviti. Sei un duro tu. Mi chiedo se tu venga veramente da quel luogo.
Mi ritrovo a pensare che invece tu sia un alieno. Un maledetto parassita. Questo sforzo nel rialzarmi mi ripagherà della visione della tua fine. Dio mio quanto sei brutto. Il tuo corpo a pelo dell’acqua è ormai tutto raggrinzito. Sento già l’odore della morte che esali. È quasi insopportabile. Non azzardarti a fissarmi. Il vincitore sono io, punto e basta.
Mi chiedo solo come tu abbia fatto. Sei fottutamente grosso eppure non ti ho mai notato. Che cacchio sei un Ninja?! Mi ricordo di aver percepito la tua presenza ben cinque giorni fa. Fose tu te lo ricordi meglio di me quel giorno. Ero al ristorante. Quel piccolo bistrot sulla sesta. Quello con le lunghe vetrate e i tavolini con le panche. Il posto è bello. Ha un che di malfamato ma al contempo è molto chic. Ero con Annabella. Annabella, il nome da una giusta dichiarazione del suo aspetto. Bella da impazzire con quei suoi grandi occhi verdi. Sembra il personaggio di un manga. Dai quelle formose cerbiatte che ocheggiano con il protagonista ammaliando lui e tutti quegli Hotaku attaccati allo schermo che non si perdono una sola puntata del serial. Ecco Annabella è così. Penso che tu non l’abbia vista… o forse si… In ogni caso mi stavo immergendo in una tazza di cioccolato fumante mentre, la torta di panna mi foderava la bocca. Lei mi osservava sorridendo. Aveva davanti a se una tisana purificante al finocchio; al finocchio. Perché non al timo o alle rose? Non è che voleva dirmi qualcosa con quella sua scelta? In ogni caso abbiamo parlato dei suoi studi, fa la psicologa. Mi ha raccontato cose da urlo sapessi.
Ci potremmo veramente divertire insieme io e lei. Non trovi che sarei un bel caso?
Che c’è non sorridi? Certo che tu saresti un caso molto più interesanti se potessi parlare di te stesso. Mi immagino la tua vita. Costretto in quattro pareti fino alla maturità. Bistrattattato da tutti, anche da chi, infondo non ti conosce. Offeso e additato come la peggiore delle piaghe. Come so tutto questo? Lo vedo e questo ti basti. Sei morto e le spiegazioni non ti serviranno a nulla. Non perderò tempo a riflettere sulle tue motivazioni. Non ci sono motivazioni infondo. È tutta colpa della tua natura. Sei uno scarto della società e per questo sarai sempre trattato di merda. Ma non distraiamoci.
Il vero protagonista. Il vincitore di questo scontro, Io se non lo avessi ancora capito, non si può far oscurare da te. Quindi continuiamo. Voglio che tu sappia che mai mi avresti potuto sorprendere. Al bistrot infatti ti avevo sentito. Mi sono guardato attorno varie volte. Cercando e non trovando. Ma i miei sensi sono acuti. Hai presente il senso di ragno di Peter Parker? Ecco così. Ti percepii subito. Fu così sconvolgente quella sensazione che mi dovetti nascondere. Annabella rimase di stucco quando corsi in bagno. Bella figura che feci e tutto perché tu eri li. Tremavo come una foglia. Ricordo la sensazione di freddo come quando la morte ti si avvicina. Mi dovetti rannicchiare contro il muro e pregare. Pregai che non mi trovassi. Adesso che sei morto non mi sfotti più come prima.
So che mentri mi guardavi mi sfottevi. Annabella dovette mandare uno a cercami. Bella figura. Ti odio. Poi spiegami… che cosa ti ho fatto? Perché ti sei accanito contro di me?
Questa è la cosa che non capisco.
La notte seguente al Bistrot fu la peggiore della mia vita. Era più di un giorno che ti percepivo. Mi osservavi in ogni mia azione. Mi attaccavi ma io resistevo alla tua guerra psicologica. Quali saranno i tuoi poteri? Mi piacerebbe proprio saperlo. Hai la possibilità di piegare la gente al tuo volere questo lo so bene. La costringi a correre scappare lontana. La puoi far soffrire. Così almeno hai fatto con me. Penso che per causa tua non riuscirò mai più a leggere Kafka. Il dolore che provai quella notte fu immenso. La testa pulsava mentre ogni nervo era percorso da fitte profonde. Che tu sia maledetto. Sono contento di vederti esanime. Alla fine ho vinto io nonostante i tuoi poteri. Dannazione non riesco mai a portare avanti il mio discorso. Devi smetterla di distrarmi anche da morto… ma sarai veramente morto?! Si Si sei morto non vi sono dubbi. Kafka ecco.
Premetto che quell’autore per il mio palato è estremamente ostico. Forse è colpa di quella prof di italiano delle superiori… un momento… che sia una tua parente? Può essere, aveva il tuo medesimo comportamento. Mi aveva portato addirittura ad odiare ciò che invece amavo. Insomma Kafka, la metamorfosi, già, come dicevo, è una luttura angosciante e tetra se ci metti una luce soffusa, il ciclico rumore basso e ovattato della ventola del pc e un dolore ritmico e martellante penso che tu abbia ricostruito esattamente lo stesso ambiente della mutazione di Gregor Samsa. Questi sono quei libri che è meglio evitare se hai mangiato pesante e se un fottutissimo essere cerca di attentare alla tua vita utilizzando i metodi più abbietti. Capisco che il tuo fisico non ti avrebbe mai portato a uno scontro frontale. Ma anche il tuo intelletto sul lungo termine non ti ha agevolato. Spossato per la notte insonne in cui mancò poco che mi sentissi veramente uno scarafaggio gigante, presi la mia decisione. Ti avrei costretto a uscire allo scoperto. Ho capito subito le tue abitudini. Ti ho studiato. Attacchi nei momenti di maggior debolezza psicologica. Nei momenti di maggior stress e nella notte. Inoltre sembra che rompermi le balle mentre mangio sia la cosa che più preferivi fare. E così dormivo e mangiavo lo stress veniva da se.
Mi siedo a tavola. Brodo caldo, pane, insalata, dolce e caffè. Ancora uno volta ti sento prepotente, insinuarti coi tuoi poteri, in me. Ti ho fatto crescere ed espanderti. Più la tua invasività sarebbe stata grande più ti sarebbe stato difficle sfuggirmi. E tu, bastardo, ci sei caduto in pieno. Questa volta non sono scappato come al Bistrot. Ti sono venuto incontro. Ti ho affrontato e sconfitto. La lotta è stata dura ma alla fine ne sono uscito vincitore.
Butto su di te questo bianco sudario. Non voglia che si dica in giro che non ho rispetto per i miei nemici. Non ho intenzione di pregare per te mi sembrerebbe una blasfemia dato che, in fin dei conti, come ti ho già detto non sei altro che un rifiuto di questa socièta malata, ricca e vorace.
Bussano. Qualcuno, al di la della porta mi inveisce contro. Addio bastardo. Spingo il bottone dello sciaquone. Il gorgo d’acqua inghiotte il tuo corpo.
Ecco FRANCI ho finito!

AUTORE - SIMONE

03 ottobre 2006

FUTURO IMPERFETTO

Joe sapeva che quella non sarebbe stata una buona giornata. Lo aveva capito non appena il suo piede si era appoggiato sulla stuoia di pelo che teneva affianco al letto e la sua intuizione fu confermata nell’attimo in cui, varcata la soglia della cucina, posò i suoi occhi su Trome.
Il paffuto ragazzetto dai biondi capelli ricci tagliati a caschetto era intento a leggere il giornale.
“Che hai combinato questa volta?” domandò Trome facendo riecheggiare nella stanza il rumore della carta di giornale accartocciata dalla frenetica stretta delle sue mani.
Joe voleva scappare ma ormai era troppo tardi. Le azzurre pupille del giovane lo fissavano con intransigenza. Il volto rosso dalla rabbia.
“Io?! Niente di male suppongo.”
“Niente di male dici?! Forse allora sarà meglio che tu legga il giornale” sentenziò Trome spingendo il quotidiano verso il suo interlocutore.
“Esattamente pagina dieci e la prima pagina locale”
Il TalCual era un giornale nazionale indipendente del Venezuela. Come Joe sapeva Trome adorava i giornali indipendenti sostenendo fossero maggiormente in linea con la sua essenza.
L’articolo principale della pagina dieci parlava di un grosso disguido all’aeroporto italiano di Linate. A causa di un guasto al sistema di controllo tutti i voli internazionali in partenza erano stati sospesi mentre quelli in arrivo erano stati dirottati presso l’aeroporto internazionale di Ciampino. Dalle prime notizie il guasto avvenuto intorno alle diciassette sembrerebbe esser stato causato da un virus informatico introdotto nel sistema da una postazione interna allo stesso aeroporto.
Un sorriso di soddisfazione percorse il volto di Joe.
“Questo pirata informatico è stato veramente bravo.” affermò Joe sfogliando il giornale in cerca della pagina locale.
“Leggi pure anche l’altro articolo” disse con aria di sfida Trome alzando un sopracciglio nel tentativo di guardare ancor più di sbieco l’alto e robusto giovane.
“Vediamo: Caracas. Guardia giurata in preda a follia amorosa spara al suo rivale.
Ieri notte in un appartamento sulla riviera di Caracas F.C. 40 anni broker finanziario italiano è stato ferito da un colpo di pistola esploso da J.M. 25 anni di professione guardia giurata. Sembrerebbe che J.M. fosse venuto a conoscenza che la donna con cui conviveva avesse da tempo una relazione con il businessman italiano. Sentendo lo sparo i vicini hanno chiamato la polizia che, intervenuta sul luogo dell’incidente, ha trovato F.C. riverso a terra. Subito è stata chiamata l’ambulanza che ha ricoverato l’uomo nel reparto di chirurgia. Le condizioni di F.C. non sono state ancora rese note ma fonti non ufficiali affermano che l’uomo stia ancora combattendo una strenua lotta contro la morte.”
Silenzio. Una goccia di sudore si fa strada lungo la tempia di Joe.
“Ero convinto che sarebbe morto. Scusami Trome.”
“Allora vedi che non capisci un tubo!” sbraitò il ragazzetto
“Per fortuna che è ancora vivo! Pensa il casino che sarebbe successo se fosse morto!”
Joe rimase stupito da quella affermazione.
“Ma non mi hai detto tu di occuparmi della questione?!”
Trome si lasciò scivolare, impotente, dalla sedia.
“Non ho ancora capito se sei davvero imbecille o se semplicemente hai un buco nero nel cervello. Io ti avevo detto di fare tutt’altra cosa. Hai ancora il post-hitt che ti ho dato l’altra sera?”
Joe si frugò nelle tasche e oltre a tirarne fuori scontrini, centesimi, chiavi e carte argentate di chewingum estrasse anche una pallina di carta gialla. Ripristinandone la forma meglio che poté Joe la mostrò a Trome.
“Bravo almeno abbiamo la prova della tua deficienza. Leggi ora per favore”
“Allora…” iniziò Joe schiarendosi la voce nel tentativo di nascondere l’emozione.
In quel momento si sentì come se fosse ritornato sui banchi di scuola, quando la maestra ti chiama per l’interrogazione e tu sai di non sapere assolutamente nulla di ciò che ti chiederà.
“Prima vai in Italia assicurati che siano in aereoporto poi vai a Caracas
IMPORTANTISSIMO ore 17 italia bloccare aeroporto Caracas”
“Bene. Adesso rileggilo con la punteggiatura.”
“Prima vai in Italia: assicurati che siano in aereoporto. Poi vai a Caracas.
IMPORTANTISSIMO: Ore 17 italia; bloccare aeroporto Caracas”
Joe, perplesso, non riusciva proprio a capire che differenza ci fosse da quello letto in precedenza.
“Te lo ripeterò con parole semplici in modo che tu possa capire finalmente ciò che hai letto.
Dovevi assicurati che i due fossero all’aereoporto dopo di che saresti dovuto andare a Caracas.
Una volta a Caracas avresti dovuto introdurre il virus nel sistema dell’aereoporto alle diciassette orario Italiano. Questo avrebbe fatto si che il nostro amico broker fosse già in volo. Che la nostra amata coppia arrivasse a Caracas con un paio di ore di ritardo ma comunque nei tempi stabiliti e che la buona guardia giurata uccidesse, carica d’ira per l’attesa, le persone sbagliate!”
Joe bianco come uno straccio deglutì rumorosamente.
“Ora mi ritrovo a dover fare gli straordinari e sai quanto odio doverli fare.”
“Scusami Trome non pensavo di…”
“Questo è il punto Joe: non pensi. Mi chiedo come mai fra tutti quelli che hanno fatto richiesta di venire a lavorare per me abbiano mandato proprio te. Certo che sono dei gran burloni quelli dei piani alti. Giuro che alla prossima riunione mi farò sentire” affermò Trome prima di prendere una lunga sorsata di latte dal suo bicchiere.
“Come risolvo la cosa adesso?” domandò Joe mortificato.
“Risolvere la cosa tu? Sei impazzito!” esclamò il giovane mettendo in mostra due spessi baffi di latte
“ Ci penserò io a sistemare tutto. Tu occupati di scrivere gli incarichi sul libro mastro e cambia il modo in cui quei tre periranno. Metti…incidente aereo.”
“Ma non erano due”
“In verità sono tre. Lei è incinta e quello spirito che porta in grembo non deve vedere luce per un altro secolo.”
Trome lasciò la cucina e quando uscì di casa il suo corpo non era più quello di un bambino rubicondo ma quello di un giovane dai lunghi capelli che stringeva forte nella mano la lunga asta della falce mietitrice di vite.

AUTORE - SIMONE

16 maggio 2006

FIOCCO BIANCO

Attraverso la Discoteca con passo deciso. Tutti mi guardano. Mi ammirano come se fossi la Psiche del Canova. È cosi che appaio ai loro occhi. Fredda e candida come marmo. Equilibrata e armoniosa nelle mie forme; nei mie movimenti. Fiocco bianco mi chiamano, anche se le mie labbra da geisha sono rosse come il fuoco e i miei capelli neri come la notte. Scendo le scale che portano al sotterraneo. Il rumore, dei mie lunghi tacchi di metallo rilucenti, rimbomba nel vuoto del corridoio. Sollevo la mano comandando alla spessa porta di aprirsi. Vedo schiudersi il mio regno. Un mondo di desiderio e piacere avvolto nella più tetra oscurità. Percepisco l’odore della passione e della paura che riempie il cuore delle mie bambole. Le vedo legate alle lisce pareti di pietra. Osservo i loro corpi. Questa notte ho voglia di una modella particolare. Mi sento estremamente creativa. Percepisco le loro menti. Mi desiderano. Ognuna di loro implora la mia attenzione.
Vogliono darsi a me. La mia scelta è fatta.
Annabelle sarà l’immacolata tela su cui sfogherò la mia arte in questa giovane notte.
Schiocco le dita. Uno spot posto sulla ragazza si accende e una fioca luce fa il suo ingresso in quel mondo di tenebra. Mi compiaccio con me stessa per la scelta. Lunghe gambe racchiuse in alti stivali di lattice, glutei sodi, vita sottile, schiena larga. Esamino la sua pelle. Perfettamente liscia. I polsi e le caviglie sono avvolte da bracciali di cuoio, bloccati al muro da sottili e corte catene. Partendo dalla parete faccio scivolare le mani lungo le sue braccia passando per le spalle e proseguendo fino ai fianchi. Le accarezzo il ventre. Con il braccio sinistro la stringo sentendo i suoi seni sodi. La mano destra risale fino al collo. Le spingo la testa all’indietro. Non mi può vedere, i suoi occhi sono coperti dalla seta. Le mie labbra si chiudono sul suo lobo che solletico con la lingua. La sento fremere. Odoro l’aria piena della fragranza del suo piacere. Il mio sangue si scalda. La bacio, assaporando le sue labbra carnose. Sento l’ispirazione invadermi. Penso ai miei servi ed essi appaiono. Curvi abomini di un’epoca antica. Errori di una giovinezza ormai passata. Ordino loro di possedere la ragazza. Si chinano a terra sapendo di non avere il diritto di rimanere eretti. Uno dei due afferra i polpacci della giovane appena sotto le ginocchia e, sollevando la testa, la penetra con un grosso membro nero fissato sulla bocca. Annabelle inizia a gemere leggermente seguendo il lento ritmo del servo. Non mi resta che iniziare il mio atto di crudo piacere. Snudo gli artigli. Lunghi e perfetti rasoi che si estendono dalla mie dita. Affondo i pollici nella pura carne della giovane quel tanto che basta per inciderla. Li ruoto allargando la ferita. Partendo dal foro seguo parallelamente la line della colonna vertebrale.
Annabelle si inarca mentre le sue grida tentano di farsi strada attraverso le spesse pareti della stanza. Il sangue inizia a colare copioso accumulandosi nelle fossette alla base della schiena per poi scendere, in delicate cascatelle lungo le cosce. Continuo a tracciare linee che si curvano e uniscono prendendo forma. Osservo il mio pensiero venire alla vita su quella morbida superficie. Spesso mi chiedo, vedendo con che facilità le mie dita disegnano indipendentemente l’una dall’altra, cosa potrebbe fare un pittore con pennelli al posto delle dita. Quanto potrebbe essere fluida, intensa e istintiva la sua arte?!
Ancora. si Ancora! Grida la mente di Annabelle.
Potendo sentire i suoi pensieri che si fanno strada attraverso uno strato di dolore, non posso far altro che cedere al piacere. Abbasso il mio volto su di lei lasciando che la lingua entri in contatto con la sua essenza ancora calda. Sento finalmente il mio corpo scaldarsi e prendere colore.
Uno stato di frenesia invade il mio essere. Rimango in balia degli istinti.
Incido ancora più in profondità le sue carni mentre rifinisco la mia opera.
Raggiungiamo l’estasi insieme.
La benda di seta è impregnata delle sue lacrime. Fisso quel reliquiario d’una umanità a me negata.
Le do il mio sangue. Le ferite scompaiono come per incanto e con esse anche il mio capolavoro;
sfogo di una delle tante notti di questa mia eterna solitudine.

AUTORE SIMONE

19 agosto 2005

GILGAMESH

Ogni parte del suo essere era colma di terrore.
Il cuore palpitava impazzito. I suoi occhi indagatori si muovevano in modo frenetico cercando, nel buio opprimente che lo avvolgeva, qualcosa di famigliare su cui poter far convergere la propria insicurezza ed esorcizzare quella tremenda visione.
Luce; aveva bisogno di luce.
La desiderava e questo bastò a far si che nel centro della stanza si concentrasse un piccolo globo luminoso che, sprigionando una pura ma intensa luce, eliminò ogni traccia di oscurità.
Gilgamesh non comprendeva. Tutto appariva alla sua mente molto confuso.
L’incubo della sua infanzia era tornato a tormentare le sue notti.
Perché proprio ora?
Che fosse connesso agli strani avvenimenti su cui era stato chiamato a indagare?
Far supposizioni era inutile. La soluzione si sarebbe presentata solo riesaminando, in modo analitico, le informazioni ricavate fino a quel momento.

Al suo arrivo in compagnia di Eladrin, una giovane menestrello, tutto sembrava svolgersi nella più assoluta normalità. Alcuni abitanti del feudo, caricati dei loro attrezzi da lavoro e di qualche provvista, si recavano nei campi per rimanervi fino a poco prima del tramonto. Le botteghe, che si ergevano intorno alla Chiesa, erano nel pieno delle loro attività produttive. Le donne, intente a parlottare fra di loro, procedevano serene verso la zona dei laboratori, nella quale agli uomini era vietato l’accesso.
Nei volti della gente però si intravedeva qualcosa di anomalo; una paura che incombeva sulle loro piccole menti e alla quale non riuscivano a dare una spiegazione plausibile. Anomalia questa rafforzata dal fatto che, per il feudo, si aggiravano parecchi monaci, tutti indaffarati nella cerca di chissà quale nemico.
Giunti dal borgomastro, un uomo ormai non più nel fiore degli anni ma dallo spirito ancora molto forte, i due vennero accolti con tutti gli onori dovuti a degli ospiti del loro retaggio. L’uomo assegnò loro due piccole stanze all’interno della sua abitazione e li invitò alla sua mensa per il pasto serale. Fu proprio in quell’occasione che Gilgamesh e la sua compagna vennero a conoscenza del motivo per cui erano stati mandati a indagare in quel villaggio sperduto fra i monti.
Ma procediamo per gradi.
Visto che i due avevano a disposizione tutto il pomeriggio decisero di mettersi subito al lavoro raccogliendo alcune indiscrezione dagli abitanti. Gilgamesh parlò con gli artigiani mentre Eladrin interrogò le donne nella zona dei laboratori. Quando, prima della cena, si scambiarono le informazioni ottenute si accorsero che molte di esse erano simili. Nel complesso si potevano riassumere tutti gli eventi, avvenuti fino a quel momento, attraverso un paio di fatti piuttosto macabri; il concepimento di esseri umanoidi deformi e una serie di morti inspiegabili e particolarmente violente.
Ma fu la cena, come avevo già anticipato, ad essere veramente rivelatoria.
Tutti i commensali erano seduti ad una grande tavola rettangolare di quercia.
Ai due capi della tavola sedevano Gilgamesh e il padrone di casa mentre ai lati invece, dove erano state predisposte due sedie per parte, stavano le tre giovani figlie del nostro ospite e la delicata Eladrin che, come d’abitudine, non si presentava mai ad un banchetto senza essere accompagnata dalla sua fedele e adorata lira.
La tavola, riccamente imbandita, era stata preparata con scrupolosa attenzione. Grandi vassoi di peltro mettevano in bella mostra svariati tipi di cacciagione cucinata nei modi più disparati. L’odore delle spezie e del pane caldo riempiva l’aria.
I bicchieri erano già stati riempiti con un forte vino dal dolce profumo e dall’intenso color carminio. Semplici candelabri di ferro battuto illuminavano la modesta sala.
Le danzanti fiamme delle candele davano a quel luogo un aspetto misterioso che si andò ad accentura durante la serata.
La cena procedette in piena serenità, tra un bicchiere di vino e un cosciotto di cinghiale alle erbe, fino a quando Gilgamesh non decise che era venuto il momento di chiarire ciò che aveva scoperto quel pomeriggio. Non appena il mago entrò in argomento, le facce degli ospiti, che fino a poco prima erano felici e sorridenti, si oscurarono improvvisamente. Subito non capì il perché di un tale e repentino cambiamento; poi tutto si chiarì nel momento in cui una delle tre figlie del borgomastro, con un pianto represso, si alzò da tavola e correndo si rifugiò nella sua stanze da letto.
A detta del padre, poche sere prima, la giovane era stata violentata da un essere che la ragazza aveva descritto come un eterea creatura di natura tutt’altro che umana.
Mentre raccontava queste cose l’uomo si segnava continuamente come se temesse che le sue parole potessero richiamare qualcosa di antico.
La ragazza fece ritorno a casa con le vesti lacere, e subito il padre pensò che fosse stata vittima di qualche contadino che, in preda ai vapori del vino, avesse perso la ragione. Invece la serva, che per prima si prese cura della ragazza, gli riferì che i seni e i fianchi della fanciulla portavano evidenti segni di graffi, molto simili a quelli lasciati dagli orsi sulla corteccia degli alberi per segnare il loro territorio. Perdipiù, sempre secondo la serva, nella parte interna delle gambe, in prossimità del pube, vi erano delle lesioni che potevano essere state fatte solo col fuoco.

Il ricordo di quelle parole strappò Gilgamesh alle sue riflessioni.
Il mago sentì l’ansia imposessarsi del suo animo.
Solo ora riusciva a intuire un qualche collegamento fra il suo sogno e gli eventi che avevano come protagonista la figlia del feudatario. L’essere di cui nessuno aveva mai visto l’aspetto era lo stesso che lo perseguitava fin da ragazzo.
Lo stesso che, secondo il suo mentore, lo aveva aggredito quella notte di vent’anni prima. Il ricordo era ancora vivido nella sua mente. Era riuscito a sottrarsi a quell’essere per pura fortuna rifugiandosi in un anfratto situato alle spalle di una piccola cascata.
In quell’occasione aveva riportato una lieve ferita alla spalla che, a causa della sua natura magica, era refrattaria a qualsiasi tipo di incantesimo curativo.
“La ferita! Ecco la prova!”
Con un rapido gesto della mano sinistra, in uno stato di agitazione crescente, Gilgamesh si sollevò la manica dalla maglia mettendo a nudo la spalla. Ciò che vide lo fece riflettere e nel contempo confermò le sue ipotesi. Dalla cicatrice, rimarginata perfettamente ormai da tempo, fuoriusciva un leggero rivolo di sangue che prese a strisciare, come un piccolo serpentello, lungo il braccio scoperto.
La sua mente si concentrò sulla ferita e questa smise immediatamente di sanguinare.
“Tu sei il più adatto a questo compito” gli avevano detto gli anziani della confraternita quando gli affidaro l’incarico.
Evidentemente erano già a conoscenza di ciò che stava avvenendo in quel luogo e di come lui vi fosse legato.
Gilgamesh però non si spiegava il perché lo avessero tenuto all’oscuro di tutto.
Che avessero voluto metterlo alla prova facendogli affrontare le sue paure?
Si arrovellò un po’ su questa cosa cercando di darsi una motivazione plausibile, ma poi accantonò il pensiero decidendo che al suo ritorno avrebbe chiesto chiarimenti.
Ora l’importante era riposare. Lo attendeva un’intensa giornata di ricerche e doveva essere nel pieno delle proprie facoltà mentali se voleva sbrogliare, al più presto, la matassa che legava assieme tutti quei delitti.

*******

Il sole, caldo, risvegliava la terra ancora addormentata sotto una coltre di rugiada.
La leggera brezza mattutina che filtrava dalle imposte semi aperte, svegliò dolcemente Gilgamesh che, in poco tempo, si preparò ed uscì dalla stanza. Aprì la porta della camera e dietro vi trovò Eladrin, in procinto di bussare. La ragazza col il viso arrossato e le lacrime agli occhi gli fece segno di seguirlo invitandolo ad affrettarsi.
All’esterno molti degli abitanti del feudo si erano ammassati intorno alla casa del maniscalco, dalla quale provenivano grida di disperazione. L’abitazione, piuttosto grande rispetto alle altre, era formata da una parte di pietra dove viveva l’artigiano con la moglie e da un’altra, in legno, adibita a stalla e fucina.
All’interno di quest’ultima Gilgamesh intravide il borgomastro che, con una mano alla bocca, gesticolava nella sua direzione.
Facendosi largo tra la folla, senza dare il tempo ai suoi occhi di cogliere tutti i particolari della scena, il Mago si portò all’ingresso della stalla.
Non appena oltrepassò la soglia il suo olfatto fu colpito violentemente da un intenso odore di escrementi misto a sangue e poco ci mancò che il suo stomaco lo abbandonasse.
Appeso ad un trave della stalla, come un semplice quarto di bue, vi era la parte inferiore di un uomo. Il busto era stato posto sotto di essa. Come in una grottesca messa in scena teatrale la testa era orientata in modo tale da poter osservare il proprio bacino dilaniato e le interiora pendere ormai prive di vita.
Ripresosi dallo turbamento iniziale, Gilgamesh incominciò a osservare la scena.
Il suo occhio vigile notò subito che, mimetizzate con la paglia e la polvere presenti nella stanza, vi erano tracce di sangue che portavano in fondo alla stanza verso una porta di legno.
Con circospezione si avvicinò e l’aprì lentamente.
I segni all’interno della casa erano più nitidi e non sembravano casuali ma, ben delineate, quasi come se qualcuno avesse voluto indicare una strada da seguire ai soccorritori.
Avanzando Gilgamesh si ritrovò al cospetto di un altro efferato delitto.
Questa volta si trattava di una donna; la moglie del maniscalco.
La trovò stesa sul suo letto, completamente nuda.
Il suo corpo, al contrario del marito, non presentava segni di lacerazioni.
Ad un primo sguardo sembrava esser morta nel sonno.
Eppure, quella scena di apparente normalità, era resa grottesca da un particolare alquanto inquietante.
Sul corpo della vittima vi era una lunga ustione che partiva da sotto il mento e si snodava lungo tutto il corpo fino alla zona pubica.
Sembrava che una grossa lumaca, strisciandole sul ventre, l’avesse ustionata.
Solo dopo aver esaminato la donna, Gilgamesh, si accorse che sulla parete alla sua sinistra vi era una scritta.
La lingua usata era il latino, e l’iscrizione diceva :_ Una volta mi fuggisti. Per te ora non vi è più scampo. Tu pensi di essere il cacciatore ma non ti sei ancora reso conto di essere la preda.
La scritta riuscì solo ad irritarlo. Si sentiva ferito nell’orgoglio e questo riempiva il suo animo di rabbia.
“Il primo! Devo sapere chi è stato il primo a morire!” questo uscì dalla bocca di Gilgamesh non appena abbandonata la casa del maniscalco, in preda all'ira, vide il capovillaggio nell’aia che coordinava un gruppo di contadini intenti a deporre ciò che rimaneva delle spoglie dell’artigiano in un carretto.
L’imposizione cosi secca e decisa spiazzò per un attimo l’amministratore.
Il mago, nei suoi abiti di cuoio nero, non gli era mai apparso così imponente e rigoroso come in quel momento.
Quegli occhi scuri, inflessibili, che lo fissavano carichi di cieco odio spaventarono il pover uomo che frappose subito alcuni metri tra se e il suo interlocutore.
“Ebbene! Sto aspettando!”
“Subito mio Lord, glielo mostrerò immediatamente” così dicendo il borgomastro, ancora intimorito, accompagnò Gilgamesh ad una piccola casa in legno isolata da tutte le altre.
“Questa era la casa del vecchio Ibacus. L’ultimo prete della vecchia fede che ancora si poteva trovare nella zona circostante”.
Senza neanche ascoltare l’ultima affermazione dell’uomo, Gilgamesh si fece largo nella polverosa abitazione.
All’interno l’odore di muffa era piuttosto forte. Sul pavimento si potevano ancora notare le macchie di sangue lasciate dall’omicidio che vi si era perpetrato.
Portatosi nel centro della stanza il mago si concentrò iniziando a salmodiare una strana litania. Le energie magiche risposero prontamente andando a ripescare nel flusso temporale le immagini delle vicende accadute in quel luogo, per poi sovrapporle alla realtà del momento. In questo modo Gilgamesh poté osservare il vecchio prima che la creatura lo uccidesse e scoprire che in quella casa non tutto era come sembrava. Uscito dalla stato di concentrazione necessario per plasmare l’incantesimo si avviò verso una vecchia madia. Con l’aiuto del suo accompagnatore, rimasto per tutto il tempo immobile sulla soglia della casa, spostò il mobile dalla sua posizione originale. La credenza, con grande stupore del borgomastro, nascondeva un’apertura nel pavimento che, mediante una scala di legno, portava in un antro usato dal vecchio per compiere i rituali più complessi dell’antica religione. Gilgamesh scese la scaletta, dopo aver acceso alcune candele, esaminò quel luogo. Tutto era come doveva essere in un laboratorio magico. Vi erano libri, alambicchi, vasi di terracotta contenenti mandragora e belladonna.
Il suo interesse, però, fu subito calamitato dai due anelli disegnati sul ruvido pavimento di pietra. Il primo copriva quasi l’intera superficie della stanza e riportava nella sua corona i simboli, nei tipici linguaggi rituali, di Azazel, Aluquah, Utukku, Shedu e Se’irim. Nel secondo, più piccolo, interno e tangente il primo, erano riportate le parole Mamitu kashshapu Ibacus: sortilegio dello stregone Ibacus. Posizionate sul cerchio interno dell’anello più grande vi erano cinque candele rosse.
Osservando più attentamente, Gilgamesh si rese conto che, tracciando delle linee che univano fra loro le diverse candele si veniva a disegnare un pentacolo, al centro del quale si poteva notare una zona carbonizzata come se vi fosse stato acceso un falò in grado di sprigionare un calore così intenso da poter fondere l’acciaio.
La sua congrega e molte altre avevano proibito ai propri affiliati di erigere simili cerchi. Lo scopo di questi rituali era quello di evocare spiriti e demoni dalle dimensioni attigue alla nostra per poi vincolarli ai voleri del mistico. Come tutti sapevano, questi erano riti estremamente complessi e per compierli occorreva la presenza di un gran numero di maghi. Tutto doveva essere preparato alla perfezione. Il vecchio doveva aver commesso qualche errore nella procedura perdendo così il controllo sulla creatura. Mentre era intento a fare congetture, il suo sguardo vigile cadde all’interno del piccolo anello. Appoggiato su d’un leggio d’osso, vi era un libro rivestito da una robusta pelle marrone. I piatti erano rinforzati negli angoli, tramite inchiodatura, con quattro placche di metallo a forma di mezza luna.
A metà del lato lungo si poteva notare un delicato fermaglio mentre nella parte superiore, fissato ad un anello, partiva una grossa catena che assicurava il libro al leggio.
A quella vista Gilgamesh si sentì pervadere da una grande euforia.
Aveva riconosciuto subito la tipica rilegatura a catena adottata solo negli ultimi tempi dai monasteri e dalle congreghe. Quel tipo di rilegatura, progettata per evitare la sottrazione del volume dai “santuari”, stava ad indicare che l’opera era molto importante e di grande valore. Deciso a portare via con sé il manoscritto, supponendo che al suo interno potesse trovarsi il modo per arrestare quell’essere, il mago improvvisò un incanto che gli permise di staccare la catena dal leggio senza rovinare in alcun modo il lavoro dei maestri legatori.
I due uscirono dalla casa quando ormai il sole aveva oltrepassato lo zenit e si diressero alla magione del feudatario dove avrebbero riposato mente e membra.
Per tutto il pomeriggio Gilgamesh non fece altro che perlustrare il feudo, in cerca di qualche indizio o informazione che lo potesse condurre alla creatura.

Verso sera la sua mente era cosi piena di dubbi, pensieri, concetti frammentari che credette di impazzire. Pur tentando, non riuscì a smettere di pensare a quella macabra storia in cui si era trovato coinvolto.
Cenò, come la sera precedente, in compagnia dei suoi ospiti. Ma al contrario della sera passata nessuno parlava e quindi il pasto prosegui nel più totale silenzio e imbarazzo. Quando la cena finì, tutti gli abitanti del villaggio erano ormai nei loro lettti da parecchio tempo. Tutto era avvolto dal buio di una notte senza luna.
Immerso in un innaturale silenzio. Ricordando che la creatura era apparsa sempre nelle ore notturne, Gilgamesh decise di perlustrare la zona interna alle mura in compagnia di Eladrin, la cui paura era stata messa a tacere dalla voglia di conoscenza.
Quando i due, sconsolati dall’infruttuosità delle ricerche, tornarono alla casa il giorno era ormai vicino.
Lasciata Eladrin nel corridoio che portava nella zona in cui dormivano le figlie del padrone di casa, Gilgamesh, stanco per la pesante giornata, andò nella sua stanza. Non appena fu dentro accese alcune candele e, dopo essersi tolto il suo lungo manto nero dall’interno bianco e averlo sistemato su di una sedia al fianco del letto, si sdraiò.
Il silenzio permeava ogni angolo della stanza e neppure dall’esterno si percepiva alcun tipo di rumore.
D’improvviso però qualcosa mutò. Si poteva sentire una distorsione delle energie magiche insite nella realtà, come se qualcuno stesse distorcendo lo spazio creando una specie di passaggio dimensionale. Senza neanche dargli il tempo per focalizzare i propri pensieri, la creatura gli fu addosso.
Era enorme. Un’ombra, senza occhi ne naso con un’unica apertura, all’altezza della bocca dalla quale penzolava una lunga lingua bavosa.
“Ora il tuo guscio è mio giovane mago. Annienterò il tuo spirito e userò il tuo corpo per muovermi liberamente nel tuo mondo”.
Il demone impose le sue lunghe mani sulla testa di Gilgamesh che percepì immediatamente una enorme pressione mentale.
La pressione aumentava. Sentiva il suo spirito che piano piano scivolava via mentre quello della creatura prendeva il suo posto. La sua mente era in continua espansione nel vano tentativo di imporsi su quella dell’essere. I suoi pensieri vorticavano nella ricerca di un modo per liberarsi da quella presa mentale. Di colpo come se fosse stato illuminato da una suprema conoscenza capì ciò che doveva fare.
Eliminò ogni resistenza mentale e focalizzò tutto il suo io e tutte le sue energie in un unico, complesso, pensiero.
La creatura si trovò per un attimo spiazzata dalla mancanza di resistenza che fino ad allora l’aveva tenuta in scacco. Ormai era un tutt’uno col corpo del mago, riusciva già a percepire gli odori le sensazioni tattili e le emozioni. Quanto erano intense le emozioni di quel mago in quel momento. Odio, paura, angoscia. Tutto si mischiava in un caleidoscopio di percezioni completamente nuove per quell’essere. Era vivo. Mortale. Si sentiva euforico, anche se non ne comprendeva il significato.
Aveva vinto e nulla lo avrebbe più fermato dal raggiungere il suo scopo.
“Finalmente sei mio!” gridò.
Ma l’essere s’ingannava.
Appena prima che lo spirito della creatura entrasse nel corpo di Gilgamesh questi lasciò scorrere in un unico incanto le energie trattenute. L’essere si ritrovò avvolto da una potente magia che iniziò ad allontanarlo dall’incantatore. Solo allora comprese che ciò che aveva percepito non era altro che una semplice illusione, un inganno perpetrato alla sua mente dalla grande forza di volontà del mistico.
Ma ormai era troppo tardi. L’incantesimo stava disperdendo l’energia che manteneva unite fra loro le particelle di materia reale che formavano il suo corpo.
“Maledetto! Mi hai ingannato!”
“Ritornerò con un corpo di carne e allora vedremo chi di noi sarà il più forte!”
Uno scoppio di luce e poi il silenzio.
Nella stanza tutto era tornato alla normalità. L’unico segno visibile, a testimonianza di ciò che era avvenuto, era una bruciatura sul pavimento nel punto in cui il demone era sparito. Gilgamesh, ancora scosso dallo scontro, non riusciva a capacitarsi di come avesse potuto resistere ad un essere così forte. Sapeva che lo avrebbe rincontrato un giorno, e che in quel giorno il libro ritrovato nel laboratorio di Ibacus sarebbe stato la sua unica salvezza.
Lui non era mai arretrato innanzi ad un nemico e anche questa volta avrebbe aspettato la sua comparsa, armato della più sottile conoscenza.

AUTORI - SIMONE

SANGUE DI CRISTO

Sono passate tre notti dall’ultima volta che ho dormito. Tutte le volte che mi sdraio il suo volto pervade la mia mente. Quegli occhi dorati; profondi e antichi. La bocca sottile che mai ha incontrato la maldicenza. La sua pelle bruciata dal sole. Colpa di quel dannato Caifa.
Lui e il suo maledetto territorialismo. Sotto l’impero questo non dovrebbe succedere.
Noi da buoni dominatori abbiamo concesso a tutti di poter praticare il proprio credo.
Ma sembra che questo non basti.
La luce del mattino si fa già strada nella stanza. Glauco entra trafelato. La polvere, alzata dai suoi calzari, unendosi a un raggio di sole crea nell’aria una piccola cascata.
“Pilato chiede di te Gaio. Penso che sia per il Nazzareno.”
Sospiro. Non riesco a trovare la forza per alzarmi. Perché devo andarci io. Non me la sento di riverede quell’uomo. Quel volto. Eppure devo. Come pretoriano ho degli obblighi verso il mio signore. Indosso la nera e lucida corazza di cuoio. E’ ancora come quando l’ho ricevuta. Tutti i giorni me ne prendo cura lucidandola e oliandola in modo da tenerne il cuoio morbido e pulito. Fisso il bianco mantello alle spalline. Il gladio pende dalla mia cintura. L’elmo stretto in mano.
So che non dovrei ma ho bisogno di sentire l’aria calda del deserto toccarmi i capelli.
Le strade sono già colme di vita. I mercanti stanno allestendo i loro banchi. I bambini giocano, mentre le madri lavano i panni. Alcuni mi corrono intorno. Allungo una mano per accarezzare i loro crespi capelli. Anche i malviventi sono già attivi. Due loschi figuri mi guardano di sottecchi . Stanno sicuramente tramando qualcosa. Ma ora non ho tempo di approfondire.
A pochi passi dalla casa di Pilato indosso il mio elmo dal folto cimiero dorato.
Faccio appena in tempo ad attraversare la soglia che un lungo bastone tenta di colpirmi allo sterno. Scarto di lato afferrando il legno. Facendo perno sulle gambe ruoto su me stesso trascinandomi dietro il mio aggressore che, preso alla sprovvista, rotola a terra. Una battito di mani.
“Sei sempre il migliore mio caro Longino” afferma Pilato mentre Glauco, completamente impolverato, mi osserva incredulo.
“Sali Longino. Ho degli affari da affidarti”
Mi incammino verso l’interno della casa non prima però di aver deriso il mio goffo assalitore.
Pilato, seduto sul suo seggio intento a sorseggiare una coppa di vino, mi fa cenno di accomodarmi. Rimango in piedi al suo cospetto.
“Longino ti voglio affidare un importante compito. Voglio che tu sia l’ombra del Nazzareno.”
Sento il sangue defluire via dal mio volto.
“Oggi si compirà il suo destino. Dobbiamo assolutamente impedire che qualcuno lo uccida prima del tempo. Conosci Caifa. Se si facesse prendere dal panico potrebbe ingaggiare un sicario e porre fine alla vita del falegname. Questo non deve accadere. Abbiamo bisogno di dare un esempio; un esempio religioso, politico e diplomatico.”
Le sue parole mi paralizzano. Come una malattia letale si insinuano nel mio io.
Vorrei rifiutare. Urlargli in faccia che non voglio stare vicino a quell’uomo. Che non mi interessa la religione, la politica, la diplomazia. Eppure non ci riesco. Annuisco dando la mia completa disponibilità. Pilato mi congeda. Esco dalla casa. L’aria non mi consola più. I bambini mi stanno alla larga. Lo farei anch’io se mi vedessi in faccia. Prima di dare inizio a questa assurda rappresentazione passo al campo per prendere la mia lancia. Mi servirà sicuramente.

Il sole è alto e l’esecuzione è solo all’inizio. Quel gran bastardo di Caio se la sta proprio godendo. Prima la frusta, poi il nerbo. Ora tiene in mano il flagello. Ogni colpo strappa un po’ di vita al Nazzareno. Il volto di Caio è segnato dall’odio e dal piacere. Stanotte godrà molto meno.
Ho intenzione di spaccarmi le mani contro il suo brutto muso. Sempre che le sue ossa siano così forti da rompere i cestus con cui me le ricoprirò. Ecco la croce. Sono sicuro che l’ha offerta Caifa. Mentre gliela caricano sulle spalle il sangue forma una piccola pozza ai suoi piedi. Guardo le persone intorno. Non uno sguardo di disprezzo. Non una voce si leva. Non un insulto scuote la pace di quel momento. Nessuno si azzarda a muoversi. Sembra che il tempo si sia fermato. Per la strada che porta al Golgota tutto procede tranquillamente. Solo un uomo e una donna si avvicinano cercando di alleviare le sofferenze del falegname. Io non mi oppongo al loro intervento. Lancio solo uno sguardo truce ai pochi che provano a protestare.
Sul Golgota ci si sente più vicino al cielo. Spesso quando sono quassù mi sento più sereno.
Infondo è un buon posto in cui morire. A me non dispiacerebbe.
Le croci sono già alte quando il sole inizia la sua discesa. Lo hanno messo fra quei due maledetti. Disma e Gesta. Li ho sorpresi io stesso, durante una ronda, che se ne approfittavano di una donna dopo avergli rubato fino all’ultimo denaro. Era da tempo che li cercavamo. Fisso i loro volti.
L’ira mi sale dentro. Sarei dovuto arrivare prima. Migliaia di volte prima. Ora sarà la croce a togliermi il piacere di prendere le loro vite. Mi soffermo sul Nazzareno. Perché; mi domando. Lui non è come queste bestie. Eppure fra i tre è quello che ha maggiormente sofferto. Mi siedo su una pietra poco lontano. Non perdo mai di vista la scena. Ascolto e non ascolto quello che accade.
Devo solo vigilare sui malintenzionati. Non voglio rimanere coinvolto. Non voglio che quegli occhi si posino nuovamente su di me. Non voglio più sentire la sua voce.
La terra trema.
Cado.
Disma grida.
“Lui Vive! Lui vive! Dio è con Lui! Vive! Vive!”
Le sue grida mi scombussolano. Devo farlo smettere. Deve smettere di urlare. Il Nazzareno è morto. Niente lo riporterà. E’ morto e basta. Corro sotto le croci. Il ladrone grida ancora. Con l’asta della lancia lo colpisco così forte da spezzargli il fiato.
“Ti ho detto che è morto!” ruoto l’arma e affondo la punta nel costato del falegname.
Acqua.
Sangue.
Cola sulla lama. Mi colpisce il viso. Mi tocca le labbra. Vedo creare la vita. Comprendo per un attimo ciò che le stelle celano. Divento una cosa sola col creato. Dio mi sfiora.
Non piangere figlio mio. Nessuno ti condannerà per ciò che hai fatto. Va ora. Credi e vivi.
Un mondo nuovo mi si apre davanti agli occhi. Ora lo vedo il Cristo. Non è morto. Vive. Si Vive.
Disma grida. Gli esecutori gli hanno fracassato le ginocchia. Ora vogliono quelle di Cristo.
Mi frappongo fra loro e la croce. Ne afferro uno per la veste.
Andatevene! Gli grido, con l’anima, in volto.
Lo spingo via facendolo cadere. Se ne vanno.
Pianto di donna. Pianto di madre. Il mio pianto. Tutte le lacrime del mondo sono per lui.
Lascio il mio elmo sul Golgota insieme al mantello.
Mi incammino verso la mia terra. So che fra cinque anni Glauco verrà a prendere la mia testa.
Per allora io avrò già creato qualcosa capace di ricordare il mio Messia.
AUTORE - SIMONE

L'ASSASSINO

Antoine l’ha portato direttamente da me. Non avrei mai pensato che fosse così famoso nella malavita parigina. Pensare che, poco più di un paio di anni fa, era così poco introdotto che ha persin dovuto vendere la sua vecchia madre, adottiva si intenda bene, per potersi pagare una bottiglia di rum delle colonie.
Eppure questa volta è riuscito a farci avere un contratto di lavoro coi fiocchi. Chiaro che senza di me si sarebbe sognato un cliente del genere. Ormai a Parigi anch’io ho la mia buona fama. La Lama mi chiamano. Al secolo Robert de Pontflorie. Non c’è un assassino migliore di me in tutta Francia. Per questo il signor Ministro si è appellato a noi. Per lavori così delicati e personali non è consigliabile avvalersi di sgherri del governo. Noi assassini al soldo siamo più efficienti. Puliti, se volete. Se accettiamo un lavoro il nostro codice d’onore ci impone di portarlo a termine qualunque sia il rischio. Questa volta poi il cliente è veramente esigente. Non ha voluto rivelarmi subito il bersaglio. Mi ha detto che tra uomini d’onore sarebbe bastata la parola e l’anticipo sul lavoro per concludere l’accordo. Uomo saggio Monsieur Jacque, non per niente è ciò che è. L’anticipo è veramente sostanzioso. Solitamente una cifra del genere la vedo solo dopo aver concluso un paio di lavori. Se penso che una borsa uguale mi aspetta alla consegna delle prove dell’avvenuta esecuzione mi sento felice come un bambino. Finalmente potrò ritirarmi, vivere la mia vita senza rischi o almeno mi piace pensarlo. Nella mattinata di domani un servo mi farà avere la lettera col nome della persona da uccidere e col souvenir da riportare come prova allo stimato nobiluomo. Sono proprio curioso di sapere chi è il folle che ha pestato i piedi a un uomo così potente. Ma ora basta pensare al lavoro. Devo prepararmi in fretta. La mia amata mi attende.
Sibilla. La immagino e mi si accende la passione. Quegli occhi che mi guardano, mi scrutano dentro imprigionandomi l’anima.
È ormai trascorso un mese dal nostro primo incontro. Ricordo perfettamente quel giorno.

Io ero appoggiato al muro del fornaio, una bassa costruzione a pochi passi dal boudoir di Madame Lilé.
Ero in attesa che la mia vittima uscisse proprio da quel bordello. Ma invece dell’uomo uscì la mia adorata Sibilla avvolta in un nero scialle che la copriva completamente. Mi passò accanto, prima di entrare dal fornaio, e i nostri sguardi si incrociarono quel tanto che bastò per farci innamorare. Ero talmente preso dalla sua figura, dal suo fragrante e dolce profumo che stavo per dimenticarmi del motivo per cui ero lì. Non sia mai che rovini la mia reputazione per una donna; mi dissi senza crederci più di tanto. Fortunatamente l’uomo usci dal bordello proprio nell’attimo in cui mi ripresi. Subito però mi resi conto che il mio stato d’animo non mi avrebbe permesso di affrontare il lavoro con la giusta freddezza. C’era qualcosa che mi rodeva dentro. Dovevo assolutamente parlarle prima di andarmene. È così, combattuto, mi infilai di corsa dentro alla bottega del panettiere. Agguantai Sibilla per le spalle senza mai perder di vista l’uomo. Lei mi guardò con occhi sbarrati senza dir nulla.
“Ci rivedremo stasera” le sussurrai in un orecchio. I miei occhi erano sempre sull’uomo che stava voltando l’angolo. Un attimo ancora e lo avrei perso. Le sfiorai il collo con le labbra prima di prostrarmi in un profondo inchino e scappare di corsa dietro la mia vittima.
Ricordo ancora la sensazione. Forse l’uccisione più sentita della mia carriera. Quando il coltello recise la giugulare, entrando alla base del collo, mi parve di rivedermi appoggiare le labbra sulla candida pelle di Sibilla. Assaporai il calore del suo corpo così come assaporai il caldo sangue dell’uomo che mi macchiò il viso. L’ultima immagine nella mia mente era una Sibilla inerme. L’ultima immagine di quell’omicidio fu un corpo esanime.
Alla sera mantenni la promessa. Convinto che il sacco dei denari pieno mi avrebbe aperto le porte del boudoir mi presentai a Madame Lilé. Mi sbagliavo. La megera non voleva che avessi niente a che fare con Sibilla. Arrivò ad offrirmi il suo intero harem, gratis, purché mi dimenticassi di lei. Non accettai e me ne uscii indispettito sapendo però che la mia adorata e selvaggia regina aveva assistito a tutta la scena.
Rimasi alcune ore appoggiato alla stessa parete, galeotta, della mattina cercando di abbracciare con lo sguardo l’intero fabbricato del bordello nella speranza di avere un suo segnale.
Niente.
Eppure sapevo che anche lei mi amava. Mi desiderava quanto io desideravo lei.
Ormai scoraggiato e pronto ad andarmene rimasi, piacevolmente sorpreso, quando vidi uscire da un vicoletto la mia dolce Sibilla. Appena fu vicina la strinsi forte. Ci baciammo senza dire una parola. Da quella sera condividemmo il mio letto per un mese; amandoci e vivendo quelle poche ore insieme nel massimo della serenità.

Come sempre accade mi sono perso nei miei ricordi. Corro al solito posto nella speranza di ridurre il ritardo. Se lei non c’è ancora aspetterò, in piedi, appoggiato al muro del fornaio che la mia bella arrivi.
Eccola.
“Ma cos’ha il mio amore?!” le chiedo leggendo la tristezza nei suoi occhi.
“Qualcuno ci ha visti. Madame è adirata con me. Ho paura Robert. Ho paura che mi facciano del male. Ho paura di perderti” le lacrime riempiono i suoi occhi.
“Non ti preoccupare mia cara nessuno ti farà del male finché Robert de Pontflorie sarà al tuo fianco. Ora torna alla Maison. Stasera è meglio che ti riposi. Ti amo.”
Lei mi lascia per tornare da Madame Lilé. Me ne vado a malincuore. Vago per Parigi tutta la notte con la sua immagine a tenermi compagnia. Torno a casa che il sole è già spuntato.
Sul mio giaciglio chiusa con un inequivocabile sigillo in ceralacca nera c’è la lettera col mio incarico. L’apro, incuriosito, e leggo il nome.
Cado in ginocchio. Dalla disperazione sfrego il volto sulla ruvida pergamena. Mi afferro i capelli rantolando. Urlo. In un impeto d’ira metto a soqquadro ogni angolo del mio tugurio. Sibilla c’è scritto con un inchiostro nero come la morte. Sibilla è la destinata ad incontrare la mia lama. Sibilla. Sibilla.
Lacrime amare mi riempiono gli occhi. Si staccano dalle mie guance sottoforma di grosse gocce che si schiantano, silenziosamente, sulla mola inumidendola. Non avrei potuto immaginare miglior modo per santificare la lama che mi porterà via il cuore e l’amore.
Antoine fa ritorno da una notte di bagordi. Non si accorge di nulla. Solleva il sacchetto delle monete e facendolo tintinnare, con un riso rantolante mi dice che, per la seconda volta, il nano ha avuto il piacere d’incontrar sua madre.

AUTORE - SIMONE

VIAGGIO IMPROBABILE

23/07/2005 Ore 10:00 Partenza
Il camper finalmente è pronto. Dopo che la signora che ce l’ha nolleggiato ci ha spiegato tutte le varie combinazioni sul come impostare il frigo, preparare il bagno e accendere il gas ci siamo messi in marcia verso casa mia dove abbiamo caricato le libagioni. Per una settimana da vagabondi abbiamo comprato sette chili di pasta, cinque barattoli di sughi e una quintalata di patatine. Noi si che sappiamo nutrirci in modo sano. Avendo poi paura che in Francia, perché è li che siamo diretti, non ci vendano la birra abbiamo deciso di portarci dietro una piccola scorta di quel dorato nettare. Giusto giusto quei quindici litri, in barilotti da cinque, appena sufficienti per passare allegri i primi giorni di viaggio.
Subito si decide chi guida. Io mi occupo dell’itinerario. Apro la cartina e consulto il vademecum della Francia. Vista la voglia di mare che pervade la compagnia propongo come prima tappa Cannes. Il navigatore è impostato per guidarci fino al confine. Il viaggio ha finalmente inizio!
Abbiamo intenzione di visitare Avignone, Bezier per poi continuare verso le nostre vere mete. Carcassone e Rennes le Chateau
Dopo i primi chilometri ci rendiamo già conto che il camper ha un’impostazione di guida differente a quella a cui siamo abituati. Prendiamo le curve con attenzione e ogni sorpasso ci lascia un po’ sofferenti. Guardandoci negli occhi ci diciamo che non c’è fretta e che a forza di guidare ci abitueremo, in breve tempo, a questo tipo di guida.
Intanto il paesaggio, fuori, scorre veloce. Muta. Lasciamo pianure, attraversiamo montagne e vegetazione rigogliosa per poi imbatterci nuovamente in ampie distese erbose. Passiamo l’Emilia Romagna, attraversiamo la Toscana e poi la Liguria. A una sessantina di chilometri dal confine ripenso agli avvertimenti degli amici:
“State attenti. A causa degli attentati in corso stanno fancendo un sacco di controlli.”
“Sicuramente rimarrete in colonna alla frontiera con tutti i controlli che stanno facendo in questi giorni.”
Così per star nel sicuro, dato che fra loro ci sono dei noti uccelli del malaugurio, abbiamo deciso di lasciare il fumo a casa. Subito non ne eravamo molto convinti ma poi mi sono imposto. Non volevo rischiare tutto per qualcosa di cui posso fare benissimo a meno.
La frontiera è a poche centinai di metri. Non si vedono forze dell’ordine. Ne nostre, ne francesi. Le notizie erano totalmente false. Neanche i casellanti ci guardano in faccia. Bei controlli. Il Matte impreca perché ha dovuto stare in fila quattro ore per fare la carta d’identità valida per l’espatrio. Tutto solo perché temeva che al fronte lo rimandassero in Italia.
Noi non possiamo fare altro che ridere continuando a sfotterlo per una trentina di chilometri.

23/07/2005 Ore 16:00 Arrivo a Cannes
Ecco Cannes! Non ne potevamo più di guidare ma soprattutto di pagare. Giuro che non mi lamenterò mai più delle autrostrade Italiane. Mi ricordo un anno fa quando per andare da Modena a Bologna si pagava un euro e poi nel giro di un mesetto un euro e dieci centesimi. Mi incazzai. Ma come mi aumentate la tassa autostradale e per di più ci metto il doppio del tempo a causa dei lavori! Siete dei Maledetti!
Ora se avessi il signor AUTOSTRADA qui davanti lo bacerei. L’autostrada Francese è un vero e proprio salasso. Ogni cinque chilometri un casello. Ogni cinque chilometri un euro e cinquanta. Ma vi rendete conto! Come se per andare all’ipermercato dovessi pagare il pedaggio. Il brutto è che le strade alternative, sulla costa, non sono comode per di più in camper. Morale della favola confine - Cannes trenta euro.
Parcheggiamo il mostro a quattro ruote nel parcheggio della stazione. Non è il massimo della comodità ma, dopo aver passato venti minuti a farlo uscire da una tortuosa stradina, stretta e in pendenza, decidiamo che è la scelta migliore. Siamo carichi come delle molle. La vacanza è appena iniziata.
Ci incamminiamo verso il centro. Vogliamo vedere il mare. Il suo movimento, il suo sciabordio, sarà sicuramente un toccasana dopo settecento chilometri alla guida.
Respiriamo la vita della riviera francese. Se di vita possiamo parlare. Sembra più che altro di essere in un’ospizio. I giovani si contano sulla punta delle dita. Nessun locale con del movimento. Anche i bar sulla spiaggia, che tentano di animare la serata, sono semi vuoti.
La musica suona nella speranza di attirare qualche turista ma anche questo serve a poco.
Tutti sembrano molto più attratti dai lussuosi negozi e dagli alberghi a cinque stelle che troneggiano sulla Croisette, il famoso boulevard reso esotico da miriadi di palme che, durante il festival del cinema, vede passare le celebrità Holliwoodiane.
Sul lungomare sembra di camminare in una foresta fatta da baracchine del gelato che espongono l’insegna “tipico gelato artigianale Italiano” solo perché fatto con macchine prodotte in Italia.
In un attimo di sconforto mi rivedo dieci anni fa a Riccione. Negozi, moda e passerelle lungo la via più rinomata del paese. Mi viene la nausea.
A metà della passeggiata il lungomare si allarga in uno spiazzo per permettere ai turisti di godersi il mare e riposarsi su una panchina. Lì alcuni pattinatori sfoggiano la loro bravura facendo lo slaloom tra piccoli bicchieri di plastica colorati. C’è chi affronta la prova con cautela altri, invece, con molta scioltezza, girando le spalle agli ostacoli. Resto sopreso quando vedo un ragazzo lanciarsi nell’impresa dopo aver preso una lunga rincorsa. Mai visto uno così veloce. Le gambe sembravano essere di gomma dal tanto il movimento era fluido e deciso. Spettacolare anche la frenata; una lunga rotazione fatta a pochi centimetri dagli ignari passati.
Rimanemmo lì fermi per parecchi minuti, incantati e sorpresi da quelle evoluzioni, finchè i nostri stomaci non ci obbligarono a cercare un posto in cui mangiare.
I ristoranti, lungo le strade interne, se non offrivano cibo cinese offrivano pessimo cibo italiano a cifre improponibili. Valutiamo le offerte e la situazione.
Alla fine decidiamo di puntare su un pub che avevamo visto poco lontano dal parcheggio.
I gestori ci accolgono cortesemente. Dopo il primo approccio con la cameriera, che non capisce una parola di francese, ci accorgiamo, con piacere, di essere capitati in una vera birreria inglese gestita da inglesi. Perfetta direi!
Comunque, per precisare, la scelta non è stata fatta a caso. Ciò che in effetti ci ha attirato è stata la sua strepitosa offerta promozionale. Dieci birre quindici euro!

24/07/2005 Ore 01:30 Buona notte
Le birre ci hanno dato il colpo di grazia. Abbiamo avuto la forza solo per: fare due passi digestivi, salutare due belle bionde straniere affacciate al balcone del loro appartamento, proporci per uno scambio culturale e linguistico; poi il sonno ci ha raggiunti. Barcollavamo per le vie interne di Cannes nella speranza che il camper ci venisse a raccogliere. Purtroppo è tutt’altro che supercar quel girovago regno di odori nauseanti. Dico così perché tra frigo e bagno non saprei quale sprigiona il lezzo peggiore. Non voglio neanche supporre cosa, i campeggiatori precedenti, ci abbiano tenuto dentro a quel frigo. Il bagno purtroppo emana l’odore dell’acido, blu petrolio, che serve per corrodere gli amari prodotti dei nostri corpi. In ogni caso la decisione è presa. Domani, al primo market sulla strada, si investe in un buon deodorante per ambienti.
Passa un quarto d’ora da quella sofferta decisione e finalmente raggiungiamo il camper.
Di comune accordo, nonostante la stanchezza, decidiamo di spostarci un altro po’ lungo la costa anche perché non conviene dormire così per la strada. Dopo una decina di chilometri e i soliti tre euro di pedaggio ci fermiamo in un’area attrezzata per la sosta notturna. Sembra di essere da un concessionario. Scegliamo una piazzola comoda e non troppo vicina agli altri camperisti.
Spegniamo il mezzo e ci sediamo sui divanetti attorno al tavolo da pranzo. Lì con le carte in mano espongo il tragitto da fare domani. Rimaniamo per alcuni minuti in contemplazione della mappa nel vano tentativo di trovare un percorso altenativo all’autostrada.
Intanto il Matte si fa su una sigaretta mentre io e Mala ci mangiamo una di quelle brioche industriali al cioccolato che fanno concorrenza alla chimica del water.
Riposta la cartina senza aver preso alcuna decisione definitiva sulla strada, scendiamo tutti a fumare. L’aria è fresca e la notte appena iniziata. Facciamo girare la sigaretta. Tiriamo per poi rimanere ad osservare il cielo che viene coperto dal nostro fumo e poi torna sereno.
La stanchezza ha la meglio su di noi. A turno rientriamo e ci adagiamo sui nostri letti. Stasera il letto matrimoniale tocca a Mala. Come al solito è stato il più fortunato col dado. Domani sera è il mio turno. Per stanotte mi accontento di uno dei due loculi rimasti. Prima di addormentarci chiudiamo ermeticamente tutto il camper. Oscuratori alle finestre, porta bloccata, sportelli chiusi e le tendine che dividono la cabina dal resto del camper tirate.
Le ultime due cazzate sono ancora nell’aria quando i nostri occhi si chiudono.

24/07/2005 Ore 02:30 Risveglio
Apro gli occhi. Una luce mi infastidisce. Una sensazione strana aleggia nell’aria. Mi sento veramente rincoglionito. Percepisco alcuni movimenti sopra di me. Matte mi chiede se sono sveglio. Strano che anche lui lo sia. Mi guardo intorno. C’è qualcosa di diverso.
“Ma non avevamo chiuso la tendina?”
“Si” rispondo io. Mi alzo e con circospezione mi avvicino alla cabina. Guardo dentro.
Sportelli chiusi, autoradio ancora inserita, sedili in ordine. Tutto normale se non fosse che il mio zaino è ai piedi del sedile del passeggero.
“ Che ci fa qui il mio Zaino?!”
Guardo Matte e contemporaneamente realizziamo. Ci hanno derubati.
Svegliamo Mala. Lui non si è accorto di niente.
“Mala svegliati. Sono entrati nel camper!”
“Cosa?” la voce ancora assonnata
“State scherzando?”
“Secondo te?!”
Poi l’occhio gli cade sul sedile dov’era il mio zaino.
Tutta la sua roba è sparita. Cellulare e quattrocento euro volatilizzati nell’aria.
“No! Cazzo No!” Si infila le scarpe e scende dal camper. Noi dietro.
Giriamo fra le varie piazzole. Non troviamo niente. Il ladro si è dato.
Sconsolati ritorniamo al camper. Rimaniamo per un po’ assorti nei nostri pensieri in attesa di recuperare la piena lucidità delle nostre menti.
Ci domandiamo come abbia fatto, poi notiamo la serratura dello sportello del passeggero leggermente forzata. Sul vetro, in contro luce, si può ancora vedere l’impronta della mano del malvivente. Un leggero senso d’inquietudine si impossessa di noi.
“Come abbiamo fatto a non sentirlo?” chiediamo l’uno all’altro increduli.
“Deve aver fatto scattare la serratura poi, accorgendosi che non c’è stato movimento all’interno ha aperto la portiera. Sentite?” dico loro simulando l’operazione.
“Niente” mi rispondono in coro
“Dalla cabina avrà semplicemente aperto le tende e allungato la mano sul divanetto afferrando zaino e marsupio. Non ha messo neanche un piede in cabina. Cazzo!”
“Ragazzi a pensarci siamo stati anche fortunati che ha preso solo i soldi. Pensate se fosse stato un maniaco. A quest’ora potremmo non essere qui a congetturare sulle sue azioni” bisbiglia il Matte mentre noi sbianchiamo.
Risaliamo sul camper e, all’unanimità, andiamo in cerca del primo autogrill aperto.
Abbiamo bisogno di un caffé e di un posto meno inquietante in cui riflettere.
L’unico caffé che troviamo, al punto di ristoro, è quello delle macchinette. La cosa ci intristisce. Non che il caffé dell’autogrill in italia sia ottimo, però almeno è un dannattissimo espresso da bar e non una nera brodaglia liofilizzata. Rinunciamo al caffé ricercando il nostro surrogato di felicità nella spessa cioccolata di un Magnum.
Come tre cerebrolesi ci sediamo nell’area giochi a pochi passi dal nostro camper. Lo osserviamo in silenzio come se fosse l’ultimo baluardo nemico da conquistare.
“Allora che si fa? Cerchiamo di ragionare lucidamente. Torniamo in Italia o proseguiamo in questa avventura?”
Nessuno mi risponde. Il Matte sta pensando mentre Mala è perso nella sua sigaretta.
Lascio decadere per un attimo la cosa. Cerco di sdrammatizzare con Alcune battute volgari che creano altrettante storielle grotteste. Il sorriso ritorna a segnarci il viso e un nuovo entusiasmo ci nasce dentro. La stanchezza, dispersa dall’adrenalina del momento, si fa nuovamente sentire.
Sollecito i ragazzi a una scelta. Tornare o proseguire.
Il Matte ribatte con una frase che non lascia intendere alcuna tipo di scelta.
“Dopo quello che è successo stasera, chi di voi dormirebbe tranquillo?”
I nostri sguardi si incrociano e, dopo aver appurato l’impossibilità di fare turni di guardia, la decisione si prende da se. Torniamo in Italia.

24/07/2005 Ore 04:30 Ritorno in patria
Sono alla guida ormai da una mezz’ora. La strada è vuota. Le luci sfumano di arancione i colori della notte leggermente schiariti dall’avvicinarsi dell’alba.
La musica che esce dall’autoradio mi tiene sveglio. Ho scelto qualcosa di cantabile evitando tutti quei brani dalla melodia ciclica. Devo assolutamente sfuggire alla morsa della monotonia e quindi al sonno. Già l’autostrada non è il massimo in fatto di varietà. In questo caso i caselli tornano comodi. Sono gli assoli di tromba in una piatta e noiosa armonia.
Penso di reggere tranquillamente fino al confine. Mala mi siede affianco perso nei suoi pensieri. Molto probabilmente, ancora incredulo, si chiede il perché gli sia capitata una cosa così paradossale. Il Matte, che prima era seduto sul divanetto del misfatto, ora è steso in uno dei loculi. Il sonno ha avuto il sopravvento. Infondo è meglio che qualcuno si riposi.
Visto che nessuno parla mi metto a tenere il tempo della musica picchiettando con le dita sul voltante. Il buio permea l’interno del camper che sembra avvolto da una patina di onirica irrealtà. Una luce colpisce lo specchietto laterale attirando la mia attenzione. Una rover verde lanciata a tutta velocità si avvicina pericolosamente. Sbanda leggermente lasciando la sua traiettoria originale. Più le distanze si accorciano più l’auto si avvicina al fianco del camper. Vengo preso per un attimo dal panico. Ci manca solo che ci tocchi e siamo a posto. Suono il clacson e gli grido di stare attento. Come se mi avesse sentito, l’auto riprende la sua traiettoria rettilinea rimanendo comunque piuttosto vicino al camper.
“Guarda te sto coglione” dico indicando il mezzo. La macchina ci sorpassa riprendendo a sbandare. Alzo lo sguardo sullo specchietto retrovisore puntato proprio sui due loculi. Subito non capisco bene. Forse ho visto male mi dico. Metto a fuoco meglio la situazione dopo aver sbattuto un paio di volte le palpebre. Un’ombra alta e nera sembra essere chinata sul letto in cui il Matte è assopito. Mi sembra di notare un convulso scalciare. Sento salirmi in gola la paura. Ma chi è?
Continuo a guardare la scena impietrito. L’ombra si solleva dal suo ultimo pasto. Due occhi tondi e gialli si puntano sullo specchietto. Grido. Mala sobbalza sul sedile. La sua testa cade a terra.
Da dove viene quell’essere? Chi è? Realizzo nel mio ultimo secondo di lucidità che è sempre stato con noi. Che il furto è stato solo un diversivo. Che ormai non ho via di scampo. Sto già morendo. Qualcosa di freddo e duro come ossa mi ha perforato la base del cranio. Percepisco i fori umidi, e tondi dai quali il sangue cola; caldo e denso. Il camper rallenta. Si ferma al bordo della strada e noi con lui. Per sempre.

24/07/2005 Ore 07:00 Qualcuno passa la frontiera
“Qualcosa da dichiarare?” chiede il gendarme allo zingaro dal largo cappello alla guida del camper.
“Signor gendarme con me porto solo i miei pochi averi e un po’ di carne per i miei magri pasti” risponde lo zingaro sfoggiando un largo sorriso che mostra denti gialli e pezzi di cibo incastrati fra gli incisivi.
Il gendarme da un’occhiata veloce all’interno stando parecchio lontano. Il lezzo che esce da quel mezzo è alquanto oltraggioso per il suo olfatto.
“Puo’ andare ora” ordina il gendarme.
Lo zingaro riparte. Coi suoi occhi gialli fissa per un attimo l’agente attraverso lo specchietto.
Il militare, con un gesto 00stizzoso, si sta pulendo gli stivali nell’erba alta cresciuta sul ciglio della strada.
Qualcosa di denso li ha macchiati. Lo zingaro sorride. Tutte le mamme lo insegnano alle loro bambine. Le macchie più difficili da pulire sono quelle di sangue.

AUTORE - SIMONE

01 agosto 2005

BOTTONI

Nero; fitto e denso come il catrame. Ne sono avvolto. Giro su me stesso per cercare un punto di riferimento; per capire dove sono. Allungo le braccia nella speranza di toccare qualcosa di solido e reale. Sento i miei occhi sforzarsi. Le pupille dilatate allo spasmo nella vana speranza di carpire una particella di luce. Nulla. Fortunatamente i polpastrelli incontrano la levigata e gelida superficie di una parete. Decido di muovermi continuando a toccare il muro. Conto i passi per non perdere la ragione. In quel luogo non c’è alcun rumore. Una lieve sensazione di sgomento inizia a salirmi dal centro dello stomaco. La mia mente si sofferma per un millesimo di secondo sulla nullità in cui mi trovo. Tanto basta per farmi sentire come un vegetale. Sordo, muto e completamente cieco. Il panico si nutre di quest’ultimo sentire e mi assale. Corro; senza fermarmi. Senza voltarmi. Temo di essere prigioniero in uno spazio senza fine.
Ma ecco una luce. Piccola, flebile. Un cono che parte, sottile, dall’alto e si allarga sul pavimento.
In esso vedo speranza e vita. Mi tranquillizzo non appena il suo chiarore mi tocca. Fermo immobile, con gli occhi chiusi, respiro la luce. Cerco di farla mia perché non so quanto durerà in questo luogo di tenebra. Trascorrono alcuni minuti prima che mi accorga di quell’oggetto sul pavimento. Un orsetto di peluche; gli occhi dei bottoni, la bocca uno spesso filo nero che gli disegna un sorrisetto sardonico. Lo afferro per osservarlo più da vicino. La mia vista si fa strana.
Non vedo più l’orsetto anche se lo sento ancora stretto fra le mani.
Mi sembra di guardare attraverso quattro forellini. Sarà la stanchezza o l’effetto del buio. Lascio cadere il pupazzo che tocca terra senza fare rumore. Mi sfrego gli occhi per cercare di riacquistare una visione normale delle cose. Orrore. Qualcosa di inquietante ricopre la mia cavità orbitale. Prima di lasciarmi andare al panico cerco di capire cosa sia. Lisce e fredde superfici circolari con quattro fori al centro. Bottoni. Due grossi bottoni sono cuciti al mio volto. Urlo ma nessun rumore esce dalle mie labbra. Muovo la lingua cercando di farla uscire dalla bocca. Niente da fare. Uno spesso filo di lana a doppio incrocio salda insieme le mie labbra come a chiudere i lembi di una profonda ferita. Percepisco un movimento ai miei piedi. Muovo la testa per riuscire a vedere completamente la scena. Il peluche è ritto in piedi. Mi beffeggia indicandomi, con le sue tonde mani, per poi scappare nelle ombre. Anche la luce sparisce. Di nuovo solo nell’oscurità. Disperato mi getto a terra. Rotolo su me stesso, scalcio e grido senza emettere un suono. Aiuto! Qualcuno mi aiuti! Penso. Poi dalle ombre emergono altre ombre dalla forma umanoide. Cerco la parete per rannicchiarmici contro. Riesco a vederle nitidamente. I miei occhi hanno ripreso il loro posto. I tre esseri mi si avvicinano. Afferrano le mie estremità e mi trascinano lungo l’infinito corridoio. Il cuore mi batte talmente forte da farmi girare la testa. Perdo completamente i sensi.
Quando mi risveglio sono seduto su una robusta sedia di legno. Davanti a me tre scatole. Le osservo. Sono apparentemente identiche. Cartone grezzo, tenuto insieme da scotch da pacchi.
Le due ombre, in piedi al fianco delle scatole mi osservano anche se i loro volti non sono altro che ovali neri privi di lineamenti. Il loro corpo, nerboruto e tonico, non è altro che una piega di quel mondo. Esseri in bassorilievo creati dallo stesso buio che li nutre.
“Scegli la tua scatola. Scegli la tua morte.”
Il suono di queste parole mi raggiunge da lontano. Subito cerco di non sentirle. In breve si fanno più forti; penetranti. Scuoto la testa nella speranza di tenermele lontane. Inutile. Faccio scorrere il mio sguardo sulle scatole, su quegli esseri; poi nuovamente sulle scatole. Destra, sinistra, centro. Non voglio scegliere. No, non voglio e non sceglierò. Più cerco di convincermi di questo più il suono aumenta d’intensità. Immagini come un flusso continuo attraversano la mia mente. Sangue, torture, dolore ed eternità si susseguono in raccapriccianti scene di morte. In un attimo capisco che devo assolutamente fare una scelta. Devo evitare quell’inferno nel quale potrei essere proiettato.
Desidero farla finita. Desidero il riposo eterno ed essere strappato finalmente dalle loro grinfie malvagie.
Destra, sinistra, centro. Destra, sinistra, centro. Destra, sinistra, centro. DESTRA!
Tutto si quieta. Immagini, suoni, dolori si annullano all’istante. Rimane il vuoto, io, le tre scatole e i tre esseri.
Quello più arretrato fa un passo avanti. Lo spazio alle sue spalle viene estruso dal suo movimento.
Le sue dita di ombra si assestano sul coperchio della scatola di destra. Lo solleva; lentamente.
Rimango bloccato dal terrore quando dalla scatola esce, con un balzo, l’orsetto di peluche. Occhi di bottoni lucidi e neri, bocca sottile di lana, luccicante coltello stretto nel palmo. Mi si avventa alla gola. Urlo.
Mi risveglio nel mio letto stringendo forte Alfred, il pupazzo col quale sono cresciuto. Senza rendermene conto lo lancio ai piedi del letto. Fredde gocce di sudore imperlano il mio volto. Il cuore batte forte mentre il fiato mi viene quasi a mancare. Mi guardo attorno. Tutto normale. La mia solita camera da letto. Ritrovo i poster alle pareti, le foto con gli amici, il mio pc. Tutto come sempre. Sospiro; era solo un incubo. mi alzo dal letto. Devo bere. Ho una sete tremenda. Entro in cucina. Sullo sportello del frigo sono appesi una ventina di fogliettini gialli a memento dei mie compiti. Sconsolato prendo la bottiglia dell’acqua alla quale mi attacco senza indugio. Il liquido freddo scende velocemente. Sento l’arsura sparire e un gran fresco pervadermi. Finito di bere lascio la bottiglia sul tavolo notando, al contempo, di essermi sbrodolato in qualche modo la maglietta. Me ne disinteresso subito. Ormai la stanchezza mi ha abbandonato e poi, sinceramente, vorrei evitare d’immergermi nuovamente in quell’incubo. Mi getto sul divano della sala.
Afferro il telecomando della Tv e comincio a fare un po’ di zapping.
Uno; schermo nero.
Due; schermo nero.
Tre; documentario su Torquemada e i metodi di tortura da esso applicati.
Quattro; schermo nero.
Cinque; schermo nero.
Sei: Reportage sulla Guerra del Golfo. Un Susseguirsi di mutilati, bambini sofferenti e terrore.
Spengo. Tutte quelle immagini mi hanno fatto venire la nausea. Molto meglio rilassarsi sul divano.
Metto le mani dietro la nuca e lascio vagare liberamente lo sguardo per tutta la stanza cercando, in questo modo, di trovare un po’ di pace interiore.
La viva luce verde della segreteria telefonica, che segnala la presenza di un messaggio, attira la mia attenzione. Allungando una mano premo play. Dall’altoparlante una voce gracchiante mi fa accapponare la pelle.
“Scegli la tua scatola. Scegli la tua morte.”
Mi allontano dalla segreteria strisciando sul divano. Il messaggio continua a ripetersi senza darmi tregua. Afferro il cavo che da corrente a quel macchinario infernale; ho intenzione di spegnerlo e poi buttarlo via. Strattono il cavo finché la spina non si stacca dalla presa. In un attimo mi ritrovo il filo in mano ma, nonostante la corrente non scorra più attraverso i circuiti della segreteria, il messaggio continua a tormentarmi. Con uno scatto scendo dal divano deciso a lasciare quella casa almeno per ora. Andrò da Michela. Da lei mi sento al sicuro. Afferro la maniglia d’ingresso mentre nell’altra mano stringo il mazzo con le chiavi dell’appartamento. Mio malgrado ciò che mi si presenta al di là della soglia non mi permette di far altro che bloccarmi. Il buio è tutto intorno. Al di fuori di quella porta non esiste alcun mondo, c’è solo quella immensa oscurità dalla quale ero scappato. Un movimento attira la mia attenzione. Aguzzo la vista. L’orsetto dai lucidi bottoni si sta avvicinando. Stringe ancora il lungo coltello col quale mi ha decapitato. Vedo il mio sangue colare dalla lama. Vedo il mio sangue bagnarmi la maglietta. L’orsetto sorride compiaciuto del suo operato.
Percepisco ancora tutto.
La mia testa, appoggiata su questa mensola di carne osserva, dai sottili fori dei bottoni cuciti sulle mie orbite, gli sfortunati che, come me, sono approdati in questa realtà e, con piacevole divertimento, assisto alla scelta che gli permetterà di condividere il mio stesso destino.

AUTORE - SIMONE