10 aprile 2006

ANTOLOGIA XOMEGAP - RECENSIONI

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BOOKS AND OTHER SORROWS
RECENSIONI E ALTRE BLASFEMIE di FRANCESCA MAZZUCATO

29 marzo 2006

CERCIS SILIQUASTRUM

Il mio nome è Siliquastro.
In realtà avevo anche un nome e un titolo ben più altisonanti, ma ormai sono troppo vecchio per queste sciocchezze.
Vivo su questa arida collina da un’infinità di tempo, tanto da aver visto più albe e tramonti di qualsiasi altro essere vivente qui attorno.
Sono nato da un seme trasportato dal vento, per questo sono solo, su questa collina, lontano dalla mia famiglia e dal mio giardino d’origine.
Ma non crediate che mi dispiaccia di essere solo. Io sto molto bene qui, mi piace questo eremo tutto mio, da cui posso vedere il mondo che cresce e che cambia. E oltretutto non sono affatto solo, anche se non ci sono miei simili vicini a me.
Dalla mia collina infatti, ho il privilegio di poter osservare la città più importante del mondo. La città che tutti volevano conquistare.
L’ho vista crollare e risorgere più e più volte sulla sua collina, qui, di fronte alla mia.
Occupata per secoli da popoli sempre diversi, che l’hanno presa e trasformata di volta in volta a loro immagine e somiglianza.
I sovrani e gli stendardi issati su quelle torri cambiavano con la stessa velocità con cui i fiori mi germogliavano e appassivano sui rami.
Genti bianche e genti nere hanno raccolto frutti dai miei rami e hanno trovato ristoro all’ombra dei miei fiori rosa.
Genti che venivano dall’ovest con i loro eserciti e i loro dèi dai volti umani; popoli provenienti dall’oriente, con le loro ricchezze e i loro sterminati eserciti. E poi il fiero popolo dell’unico Dio e di nuovo le genti dell’Ovest con l’aquila e le loro brame di conquista.
Io continuavo ad osservarli, da quassù: vedevo gli eserciti e i pellegrini, sentivo i pianti e gli inni di lode.
E poi un giorno successe qualcosa. Qualcosa che cambiò la mia vita per sempre. Una di quelle cose fra il prodigio e il maleficio. A cui forse devo anche la mia così stranamente longeva esistenza.
Una notte arrivò quell’uomo.
Arrivò di corsa, con il fiato grosso per lo sforzo prolungato. Veniva dalla città, aveva corso, forse inseguito, dalle mura fino a qui.
La notte era vecchia ormai e le stelle stavano tramontando.
Si fermò ai miei piedi. Aveva abiti nuovi ma impolverati e stropicciati. Aveva la barba profumata d’oli ma il viso dietro ad essa era sconvolto.
Parlava da solo, o forse con me, dapprima un borbottio senza senso, poi le parole divennero più chiare, incatenate l’una all’altra.
- Cosa ho fatto… cosa ho fatto… - stringeva fra le mani un sacchetto apparentemente vuoto e lo torturava con movenze smaniose.
I suoi occhi erano febbrili, continuava a girare intorno a me osservando il cielo e l’orizzonte, come se temesse un agguato da parte di qualcuno, o di qualcosa, che potesse piombargli addosso da ogni dove.
Poi lentamente il silenzio dell’ora che precede l’alba sembrò portare un po’ di pace al suo animo tormentato. Lentamente si sedette a terra, con le ginocchia strette al petto, come un bambino impaurito e pentito. Il sacchetto sempre stretto fra le dita.
- Traditore… verrò chiamato traditore… - la sua voce era flebile, come se non gli appartenesse, come se non appartenesse a quell’omone barbuto.
- Mi hanno convinto, maledetti, con il loro argento. Ne avevo bisogno di questo argento. Mia moglie e i miei figli soffrono la fame, perchè visto che io ero dei suoi la gente li scansa -
- Io dovevo prendere quell’argento. Avrei potuto vestirli e proteggerli e dar loro da mangiare. E’ mio dovere di capo famiglia prendermi cura di loro, ad ogni costo -
- Sarei stato un folle a rifiutarlo per una cosa così semplice. Tanto se non fossi stato io l’avrebbe preso qualcun altro -
Sentii un brivido percorrere la sua schiena appoggiata a me. I suoi occhi si facevano sempre più tristi man mano che il cielo schiariva verso il giorno.
- Lui era davvero quello che diceva di essere. E io l’ho tradito. Io l’ho consegnato alla morte. La vendetta di suo padre ricadrà su di me. Sarò dannato per l’eternità…-
Per molti minuti rimase in silenzio, come se quel pensiero fosse troppo grande per essere contenuto nel suo corpo. Avvolto da un gelo che non c’entrava con l’alba e con il deserto. Continuava a fissare il vuoto, come se in esso vedesse il suo destino.
- Però… però… se lui è quello che diceva di essere… Lui sapeva, lui ha sempre detto che quello sarebbe stato il suo destino, che la sua morte era necessaria perché il suo nome venisse glorificato nella storia, perché tutti si ricordassero di lui e perché suo padre potesse placare la sua rabbia. Lui sapeva, doveva andare così… Quindi io… -
L’uomo di alzò in piedi, di scatto – io sono stato solo uno strumento; lui mi ha usato; lui aveva bisogno che io facessi quello che ho fatto -
Ora agitava i pugni verso il biancore dell’alba, il suo volto contorto dalla rabbia e non più dalla paura - Se io non lo avessi tradito il suo piano sarebbe fallito! –
- Io non potevo farci niente! Era già stato tutto deciso! Faceva tutto parte del piano! -
Questa nuova visione delle cose sembrava aver riacceso la fiamma della suo temperamento. Scagionatosi da solo dalla colpa che fino a pochi istanti fa lo schiacciava come un macigno, ora potevo vedere in controluce le sue spalle possenti, davanti a me, tornare dritte e salde.
Anche la sua voce aveva riacquistato forza e vigore e con essa prese a bestemmiare e a maledire colui che lo aveva condannato, solo per capriccio, ad essere l’agnello che doveva essere sacrificato per un fine più grande.
Il vento dell’alba aveva preso a spirare, lieve e silenzioso, portando via i fumi della notte e tutte le sue ombre.
L’uomo era ancora lì, con me. Dopo aver sfogato la rabbia aveva ripreso a camminare nervosamente avanti e indietro, come se dovesse prendere una decisione importante senza riuscire a venirne a capo.
Potevo vedere tutta la sua improvvisa rabbia e baldanza spegnersi come le stelle nel cielo. Spegnersi e lasciarlo di nuovo pallido e tremante, avvolto da un sudario di sgomento.
- Stupido… -
- Supido e presuntuoso. Come ho potuto? Io potevo scegliere -
Le mani che fino ad un momento prima agitava con rabbia contro al cielo ora gli ricaddero lungo i fianchi, il sacchetto martoriato finì a terra con un lieve fruscio.
- Io ho sempre potuto scegliere. E questa colpa avrebbe potuto ricadere su qualcun altro. Chiunque altro. E invece… le mie mani si sono sporcate del suo sangue. Le mie. Perché io ho scelto di farlo. Io ho scelto di tradirlo per quelle maledette monete d’argento -
- Io potevo scegliere di non farlo. E ora ci sarebbe qualcun altro al mio posto. Qualcun altro sarebbe qui a rodersi l’anima per l’orrore di ciò che ho fatto. Per aver consegnato l’agnello ai suoi carnefici -
Dopo queste parole cadde in ginocchio, le spalle rivolte al sole che aveva cominciato a sorgere, come se si vergognasse davanti al suo fulgore. La fronte china, gli occhi chiusi. Le labbra mosse impercettibilmente da una silenziosa preghiera.
Lo osservai a lungo, immobile nell’aria tersa. Provai pietà per quella creatura disgraziata che non avrebbe mai trovato pace per la sua anima lacerata, per cui sentivo che non ci sarebbe mai stato perdono.
Dopo molto tempo l’uomo si alzò in piedi, lentamente si sciolse la cintura che gli fermava la tunica ai fianchi e poi cominciò ad avvicinarsi a me, osservandomi con occhi lucidi di lacrime ma colmi di un’espressione decisa.
Sentii le sue mani, lo sentii arrampicarsi; il suo peso mi faceva male e faceva scricchiolare le mie vecchie ossa. Poi d’improvviso lo vidi lanciarsi a terra, rimanendo appeso per il collo alla cintura che aveva legato a me.
I suoi occhi si spalancarono nel dolore, il suo volto coperto dalla barba di nuovo si contrasse, ma questa volta nell’ultimo spasmo della morte. La bocca aperta in un soffocato grido di dolore.
Fu penoso per me attendere che il suo corpo ormai senza vita smettesse di dondolare provocandomi continue fitte.
Doloroso pensare che quell’uomo avesse scelto proprio me come strumento per la sua morte.
Io, nato per dare conforto con la mia ombra, per dare gioia con la mia fioritura, per dare colore al deserto e nutrimento ai figli della terra. Io, eremita silenzioso, ospite gentile, generoso ascoltatore. Io, divenuto all’improvviso improbabile strumento di morte.
Avrei voluto spezzare il mio ramo per poterlo salvare, avrei voluto abbassare il mio tronco perché i suoi piedi potessero toccare terra, ma rimasi lì, sofferente e silenzioso e impotente finchè le bestie del deserto non fecero scempio dei suoi resti.
Scoprii mio malgrado la storia di quell’uomo, perché presto il suo nome e il racconto di ciò che aveva fatto passarono di bocca in bocca, di città in città. Fino ai confini del mondo.
E mio malgrado divenni protagonista insieme a lui della sua triste e maledetta vicenda. E la mia vita cambiò, perché da quel giorno il mio nome rimase per sempre legato a quello di quell’uomo.
Perché da quel giorno per tutti, io sono solo L’albero di Giuda.

AUTORE - SARA

14 marzo 2006

ANTOLOGIA XOMEGAP - RECENSIONI

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05 marzo 2006

LA CANTINA

Ho preso in affitto questo chalet per avere la tranquillità di scrivere un po’. Mi piace perché è in un luogo isolato e addossato al fianco della montagna: ho deciso di gettarmi nella stesura di un romanzo e per il prossimo mese non voglio distrazioni.
Il padrone di casa è stato straordinariamente gentile. Quando sono andato alla sua abitazione (indirizzato dal tabaccaio, sindaco e proprietario dell’unico albergo del paese) mi ha fatto sedere nel suo soggiorno, mi ha dato in mano un bicchiere di whiskey di gran classe e ascoltato a lungo parlare con trasporto del mio progetto. -Secondo me la casa è perfetta per lei - ha detto - in un quarto d’ora di auto si arriva in paese e su quella strada ci saranno si e no dieci case, per cui non rischia distrazioni neanche volendo. Anche troppo silenzio e troppa solitudine però può rendere inquieti. Specialmente, mi scuserà, la gente di città.-
-Non sono il tipo, le assicuro.- Ho risposto con un sorriso sornione.
-Meglio così. Le ho preparato una piantina. Comunque è molto facile arrivarci. C’è una famiglia là, le mostreranno loro la casa: se ne vanno tra una settimana. Può chiamarmi per qualsiasi problema, usi pure il telefono quando ne ha bisogno. E per quanto riguarda il prezzo…-. Il prezzo era ben più che onesto, molto meno caro del mio monolocale in città, non fosse per il lavoro (quello vero, perché io non sono uno scrittore in realtà o almeno non ancora) mi trasferirei qui al volo.

Dunque eccomi qui. Ho ricevuto le chiavi della casa direttamente dai precedenti inquilini. Lui è un tipo corpulento, alquanto silenzioso e dallo sguardo truce. Al primo incontro mi aveva accolto tetramente e alla consegna delle chiavi non mi ha detto nemmeno una parola. -Scusate se sono un po’ in ritardo.- ho abbozzato io, anche se erano solo dieci minuti. In risposta ho ricevuto soltanto un tintinnio di chiavi e il suo silenzio tombale a stento mitigato da un sorriso incerto e nervoso della moglie. Li ho guardati allontanarsi in auto giù per il vialetto: marito, moglie e figlio di dieci anni. C’era anche una ragazza quando sono venuto a vedere la casa la settimana scorsa. Avrà avuto quattordici anni e avevo pensato che fosse la figlia, ma forse mi sbagliavo.
In ogni caso, dopo aver congedato i precedenti affittuari ho portato dentro i miei modesti effetti personali e mi sono dedicato ad un’esplorazione più approfondita della casa. Il pian terreno è praticamente tutto occupato da un ampio salone con un bel camino in stile classico, un divano e un tavolo abbastanza ordinari e un tappeto orrendo. In fondo separato dal salone grazie ad una porta a soffietto (tremenda) c’è un cucinotto con un fornello a gas (-La bombola è quasi piena, per un po’ non si dovrà preoccupare.- era stata una delle poche frasi che mi aveva rivolto il precedente inquilino al primo incontro) e un frigo spazioso e in buone condizioni. Sul fondo del cucinotto un’altra porta dà sulle scale della cantina. La cantina è ampia quasi quanto il salone, anche se non molto ben illuminata. C’è la legna per il camino ed un sacco di attrezzi per il fai da te (persino cazzuola e vasca per fare la malta, pesino una piccola betoniera all’esterno della casa), con i quali potrò dilettarmi per disimpegnare la mente. Al primo piano invece ci sono due camere e il bagno. La camera matrimoniale è arredata con un letto e un armadio decisamente da poco prezzo ma in ottime condizioni, mentre la singola, ha uno di quei letti a castello color arancio tipici degli ostelli della gioventù, un terzo letto pieghevole nell’angolo e una vecchia cassettiera a cui basterebbe una sistemata per diventare abbastanza bello. Il bagno porta i segni di una ristrutturazione recente, le etichette sui sanitari e la necessità di tinteggiare la parte sovrastante le mattonelle dicono chiaramente che è stato affittato prima del completamento dell’opera. Complessivamente, visto la mia solitudine e le mie poche pretese è molto più di quanto non mi serva.
Dopo la visita alla casa mi sono seduto sul divano e ho preso a sorseggiare un bicchierino di porto. Non era mia intenzione mettermi immediatamente al lavoro, in linea di massima pensavo di trascorrere quella prima sera in ozio, davanti al camino con un buon libro. La mancanza della televisione favoriva decisamente le mie riflessioni. Una radio portatile con lettore cd era l’unico elettrodomestico tecnologico fornito dall’abitazione. Ben poche stazioni radio in ogni caso giungevano fino a quel luogo, e non mi ero portato musica da casa. Per cui alla fine sintonizzai lo strumento su una stazione dove un dj alquanto compassato metteva pezzi jazz intervallati da lunghe disquisizioni su personaggi a me sconosciuti, e prometteva entro un paio d’ore l’avvento di un collega che mi avrebbe deliziato con un altro programma di musica anni ‘60.

Ho sentito raspare per la prima volta quando sono sceso in cantina a prendere la legna per il camino, si avvicinava la sera e cominciava a farsi freddo. Lì per lì non ci ho fatto molto caso. Sono tornato di sopra e dopo avere armeggiato per un po’ con il camino mi sono versato altre due dita di porto riprendendo le mie meditazioni con libro in mano. In altre parole leggevo due pagine, ascoltavo qualche nota o uno sproloquio del dj, osservavo la brace e complessivamente svuotavo la mente da tutti i miei pensieri cittadini. Per cena avevo già programmato pasta con le zucchine e un po’ di formaggio. L’idea era di andare l’indomani a fare spesa in paese, comprare pane, frutta e verdura fresche e qualche cosa di tipico. Alle nove, dopo due ore di Elvis Presley e consimili la radio ha interrotto le trasmissioni. “Evidentemente” ho pensato “qui la gente va a letto presto, o forse i dj di questa radio decisamente amatoriale ad una cert’ora preferiscono tornare dalle loro famiglie.” Il gracchiare della banda vuota mi ha lasciato un po’ solo però. Un po’ solo e forse leggermente inquieto. Che avesse dopotutto ragione il padrone di casa a dire che noi cittadini siamo tendenzialmente impressionabili? Ho cercato un'altra stazione, ma a parte una che trasmetteva musica da discoteca (e si sentiva malissimo) non ho trovato nulla, per cui rifiutando di piegarmi al bisogno di sentire qualcuno che blaterava ho spento.
Il crepitio del fuoco non era granché per riempire il silenzio.

Sento quel raspare di nuovo dopo cena, quando scendo di nuovo in cantina per prendere altra legna. “Topi” penso, ed infatti gettando l’occhio su uno scaffale localizzo un imballo pieno di trappole. “Vediamo se sono davvero così ghiotti di formaggio”, mi dico e torno di sopra per spezzettarne un po’ dalla mia riserva personale.
E’ mentre le distribuisco le trappole sotto le scaffalature che le noto. Due protuberanze cilindriche leggermente ricurve che escono dal muro per quattro o cinque centimetri. Torno al piano superiore e prendo la torcia. Mi sdraio a terra per dirigere meglio il fascio di luce sotto lo scaffale. Sembrano… dita. Lattee alla luce della torcia, troppo spesse, senza unghie, sporche. Eppure sembrano proprio dita. Dita deformi e martoriate.
Mi rimetto in piedi ed inspiro profondamente per dominare un fiotto di paura.
“La figlia.” è il primo pensiero che, sfuggito al controllo della razionalità, comincia a rimbalzare tra le mie meningi. “La figlia del precedente affittuario, quella che avevo visto la prima volta ma non oggi in macchina con gli altri.”
Di nuovo inspiro profondamente, “Due ore di solitudine e già te la fai sotto.” mi dico. “Che cosa dovrebbe essere successo secondo te? Il padre ha ucciso la figlia, (chi lo dice poi che quella ragazza che hai visto l’altra volta doveva essere la figlia?) l’ha murata in una casa in affitto e si è dimenticato fuori le dita?”
E’ mentre mi ripeto che queste cose da pazzoidi succedono soltanto una volta su un milione (o anche meno) che noto la sagoma della porta murata dietro la scaffalatura.
“La polizia! Ora chiamo la polizia!” Il pensiero come una palla impazzita si fa largo dentro di me, prima che possa razionalizzare.
E poi ecco di nuovo quel rumore raspante e anche… qualcos’altro. Una specie di mugolio forse, ma più acuto. O forse uno sfiato d’aria che prima non avevo notato. I miei sensi si sono acuiti al massimo, ogni minimo rumore mi pare gigantesco. “Calma.” Mi dico. Meccanicamente mi chino di nuovo a guardare sotto lo scaffale, devo essere certo di qualche avevo visto se volevo chiamare… un rumore alle mie spalle mi costringe a girarmi di scatto.
Topi. Sono due e dal tavolo di lavoro mi guardano con curiosità. Parliamoci chiaro, il rumore alle mie spalle era stato un piccolo rumore. Il rumore che potrebbe fare un topo, o magari, due topi. Il problema è che il mio discernimento è già leggermente offuscato.
Inspiro, espiro. Inspiro, espiro. E’ l’unico modo che conosca per cercare fermare l’attacco di panico i cui tamburi sento annunciarsi da lontano.
Ok, ce l’ho fatta, sono tutte stronzate e io sono soltanto il frutto marcio della civiltà tecnologica che se non si fa rimbambire a dovere dei suoi elettrodomestici diventa silenziofobico. Tutto qui. Qualcuno ha murato una porta? Affari suoi. Ci sono di certo centinaia di ottime motivazioni per farlo, anche se al momento non me ne viene in mente nemmeno una, ad ogni modo se hai qualcosa da nascondere non lasci in giro cazzuola, malta e betoniera.
Però la cosa mi rode. Per cui anche se è una cosa demenziale, adesso tolgo la scaffalatura che no è inchiodata al muro e do un’occhiata meglio. Non se ne accorgerà mai nessuno e basteranno cinque minuti.
Tolgo utensili, cassette degli attrezzi, un crick, due latte di olio, una piccola damigiana da aceto. Lo scaffale è vuoto, passo la mano sul muro e mi rimane bianca. Provo a bussare, è cartongesso. “Una parete posticcia, messa lì in fretta e furia, alla bell’e meglio” dice la solita vocetta paranoide dentro di me. Busso fuori dal riquadro della porta. Muro, c’era un altro vano qui, senza dubbio. Non che a me la cosa interessi, s’intende. Tiro verso di me lo scaffale, i piedi stridono lasciando solchi sul pavimento della cantina. Di nuovo avverto quella specie di mugolio, sembra cresciuto di intensità… o è soltanto una mia impressione e non c’è anche qualcos’altro in lontananza… un automobile forse? Un’automobile che si è fermata? (“E’ il padre” il pensiero mi si insinua di nuovo nella mente “Il padre che sta’ tornando. Sa di non avere finito il lavoro a dovere.”) Quanto è distante da qui? La valle rimanda strani echi.
E’ la mia fantasia, si, soltanto la mia fantasia.
Mi chino sulle… su quelle cose… sembrano davvero… mah, eppure sono così deformi… bianche come ali di pollo e annerite qua e là di murcia. Anche a vederle da vicino sembrano dita e allo stesso tempo hanno qualcosa di profondamente innaturale. La cosa certa è comunque che spuntano da dentro il muro. Non oso toccarle, prendo un martello da una cassetta degli attrezzi e provo a far muovere quelle cose. Si flettono in avanti come dita, ma anche indietro… troppo. Ma potrebbero esser i legamenti che si sono rilassati alla morte. O no?
No. Non a quanto i risulti almeno. Sembrano… ecco cosa! Sembrano di lattice. Le dita di una mano di un manichino in lattice. Non so che cosa ci facciano qui, ma è comunque meno assurdo che pensare che siano dita vere. Comunque sono troppo grosse e tozze per essere le dita di una ragazzina. A meno ché le sue mani non fossero deformi. Cerco di sforzarmi di ricordare di averle viste, ma più mi sforzo più mi autoconvinco che non solo non le ho viste, ma che addirittura lei cercava di nasconderle. Naturalmente sono tutte stronzate. Ho visto la ragazza soltanto un istante, è passata davanti a me nell’ingresso con le mani in tasca e poi una volta uscita si è messa a correre dietro al figlio dell’inquilino. Forse è una specie di scherzo. Non che abbia il minimo senso, ma in mancanza di cavalli (leggi: “soluzioni con un senso”) faremo correre gli asini.
“Troppa solitudine più rendere inquieti.” Di nuovo mi tornano in mente le parole del padrone di casa. Alla fin fine sono più cittadino di quanto non voglia ammettere, questa è la verità. Il mio impiego in banca la dice lunga. Non sono nemmeno più il ragazzino che dormiva in sacco a pelo nei boschi con i boy scout. “Per fortuna non ho chiamato la polizia, che figura di merda ci avrei fatto… adesso torno su e mi bevo in goccio di porto e tutto passa.” Mi dico.
Volto la schiena alla parete e muovo due passi. I due topi sono ancora sul tavolo a fissarmi, ignorando bellamente il formaggio sulle trappole. Cerco di scacciarli con un noncurante gesto della mano, loro si scostano di qualche centimetro ma non sembrano affatto impressionati, a quanto pare sono ben più coraggiosi di me.
Eppure non mi sento tranquillo. Non credo che stanotte potrò dormire se non mi chiarisco questa cosa. Potrei telefonare al padrone di casa: “Scusi non è che per caso ha murato un manichino di lattice nella cantina?”. Domanda da ricovero coatto. Alla fin fine quelle non è nemmeno detto che quelle siano dita.
Di nuovo quel rumore, l’ho sentito meglio questa volta. Una specie di lamento acuto, uno sfiato, sembra il rumore di un kazoo. “O di una persona con a bocca piena di stracci.” si inserisce nella mia mente a tradimento. No assolutamente no, non si assomiglia nemmeno lontanamente ad un rumore del genere. “Dietro un muro, magari.” Stronzate. Come sarebbe potuta accadere una cosa del genere? Anche nella dinamica di un potenziale omicidio che qui non ha mai avuto luogo.
Devo saperne di più, non c’è verso. Almeno sapere se quella è veramente una mano.
Mi chino sulle “cose” appoggiandovi la torcia vicino, il fascio diretto su di esse. Con il martello incido la parete (domani intonaco tutto di nuovo e chi s’è visto s’è visto: sono capace l’ho fatto altre volte) introno alle “cose” laddove ci dovrebbero essere le altre dita e il palmo: se quella fosse veramente la mano che non è, nemmeno di lattice. Semplicemente non è una mano.
La parete è friabile come cartapesta, sono travolto da un senso di ribrezzo quando sfioro le “cose” con il dorso della mano. In un minuto il muro si buca come se fosse fatto di niente… e quello è… o santo cielo… continuo ad aprirmi un varco negando a me stesso la verità… un altro dito deforme quasi irriconoscibile, e un altro… il pollice. Ormai l’ho completamente liberata. E’ una mano, di lattice s’intende, ma è una mano.
Un altro rumore… questa volta dal piano superiore (“Il padre. Ha parcheggiato lontano” si insinua di nuovo nella mia mente a tradimento) Sembra l’anta dello scuro di una finestra che sbatte? Il vento, soltanto il vento.
Sento qualcosa che lambisce l’orlo dei miei pantaloni: “Un topo.” Penso. Guardo in basso… o mio dio! La mano è venuta avanti, ora parte del polso sporge fuori… “Appoggiato alla parete, il manichino è appoggiato alla parete, è venuto avanti perché l’ho liberato.” Penso. Ma come è possibile? Dinamicamente è impossibile. Per avere una mano in quale posizione deve essere sdraiato e se è sdraiato non può essere appoggiato e poi… e poi non ho mai visto un lattice così simile alla… alla… carne.
Ed ecco nuovamente il rumore del kazoo, è più distinto ora… proviene… o mio dio proviene davvero da oltre la parete! Inspiro profondamente, vorrei chiudere gli occhi, ma il terrore mi attanaglia.
Un cigolio dal piano superiore… sembra la porta a vetri (“E’ il padre. Sa di non aver finito per bene il lavoro.”). Con un piede provo a muovere la mano di lattice…
O mio dio! MIO DIO!
Mi ha preso la caviglia, è viva! La figlia è ancora viva!
Il volume del lamento si è triplicato di colpo, è lì oltre la parete ad un passo da me, lacerante acutissimo… come ha potuto ridurre le sue mani in quello stato! Che accidente le ha fatto, le ha messe nell’acido?
Cerco di arretrare di un passo, cado all’indietro perché la mano mi serra la caviglia in una morsa d’acciaio.
La porta a vetri sbatte! E’ qui.
-Lasciami… ti libero, ora ti libero, subito… lascia che mi rimetta in piedi!- ma lei non mi lascia quel suono strangolato e da bocca turata da un chilo di stracci (dal cemento) sale ancora. Per rimettermi in piedi devo puntellarmi con le mani.
-Ti tiro fuori! Ti tiro fuori subito, fatti indietro.- Dico, ma lei non molla, forse non ci riesce… quella speranza rinata in lei dopo essere stata (quanto tempo un giorno? Due? Cinque?) murata viva è troppo forte per farle rinunciare a quel contatto fisico. C’è una piccozza il bella vista su uno scaffale poco lontano, ma non riesco a raggiungerla. Ho solo il martello a portata di mano, per cui comincio a tirare dei colpi forsennati. Il martello passa il muro come fosse carta. Colpisco, tiro, strappo, un pulviscolo leggero si alza nella stanza diminuendo ulteriormente la visibilità.
Due minuti e ho aperto il una fessura nel muro fino all’altezza del mio torso. Strappo, allargo, cerco di non pensare a quello che mi troverò davanti. Se quella è la sua mano, non riesco a immaginare in che condizioni sia il resto del suo corpo. L’urgenza il terrore dilaniano ogni più piccola particella del mio essere. Non vedo praticamente nulla a parte i margini del buco, riesco a mettere le mani dietro alla finta parete, ne strappo via i pezzi uno dopo l’altro il lamento ormai è assordante, disumano.
Passi!
C’è qualcuno al piano superiore!
-Lasciami! Ti prego lasciami la caviglia.- Sibilo. Devo prendere la piccozza per difendermi! Subito! Ma lei non lascia. Meccanicamente allargo ancora il buco mente mi guardo le spalle. Scenderà. Da un istante all’altro. Eppure è tornato il silenzio.
Ora la tiro fuori, poi prenderò la piccozza.
Mi volto, un fascio di luce la colpisce.

Di colpo il mio cuore smette di battere, la realtà si sfilaccia, un senso si estraniamento si impossessa di me. Non può essere. E’ impossibile.
Mentre il pulviscolo di posa quello che appare dinanzi ai miei occhi è un’informe montagna di carne senza la benché minima fattezza umana, alta quasi quanto me. Bianchiccia piena di cicatrici rosacee, una delle quali la taglia in due dalla cima fino alla base.
Nulla di ciò che un essere umano può fare è in grado di ridurre un altro essere umano in quello stato. Quello che ho davanti semplicemente non ha nulla di umano. Due delle cicatrici rosacee poste asimmetricamente ai lati di quella centrale si lacerano mostrando due occhi scuri grandi come un pugno. Hanno un’espressione intelligente, quasi dolce. Paralizzato, mi accorgo di avere lasciato cadere il martello. In un momento di follia di chiedo se debbo ancora cercare di salvare quella cosa oppure fuggire. Guardo in basso, la “mano” che ancora mi serra la caviglia fuoriesce come un’escrescenza piantata nella massa di carne. E’ l’unica protuberanza del suo corpo orrendo, se si eccettua una specie di grottesca trombetta con sordina piantata su quella che si potrebbe definire la sua nuca. Era da lì che veniva quel lamento strangolato, che ora risuona basso e lento come un respiro tranquillo.
Dei passi risuonano senza fretta sulla scalinata di legno. Una figura si delinea nell’oscurità, troppo magra per essere il precedente inquilino.
Quando entra nel cono di luce mi accorgo che è il proprietario, ha uno sguardo indecifrabile, impassibile quel che è certo è che non sembra stupito: -Il vero problema di voi gente di città è che oltre ad essere dei cagasotto, siete anche maledettamente curiosi.- Dice fissandomi intensamente negli occhi, non sembra avere intenzioni ostili.
-Che cosa…- inizio a dire mentre mi volto di nuovo verso l’ammasso di carne. Quella cicatrice rossastra che la taglia dalla cima alla base si sta lacerando, taglia il mostro in due come…
Una bocca.
Una bocca gigantesca.
Una dozzina di lingue tentacolari fuoriescono all’unisono attorcigliandosi attorno al mio corpo.
Ed iniziano a trascinarmi dentro.

AUTORE - MAX

15 febbraio 2006

ANTOLOGIA XOMEGAP - RECENSIONI

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07 febbraio 2006

04 febbraio 2006

ANTOLOGIA XOMEGAP - RECENSIONI

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01 febbraio 2006

E . L . O .

Parte 1: un Angelo e un Problema

Il cielo era coperto sopra la testa di Gianus, ma lui non poteva accorgersene, era intento a guardare attentamente la strada; un passo dopo l’altro, avanzava tra i rifiuti abbandonati ai margini della via che porta all’uscita dalla città vecchia. Non passavano veicoli di nessun tipo in quel quartiere, le strade erano impraticabili e affollate di mendicanti, artisti di strada, guerrieri cittadini e venditori di merce trafugata dai piani alti. A Gianus non interessava niente di tutto questo ed il suo passo affrettato faceva intendere il suo disagio nell’attraversare quella lunga strada..
Ad un tratto comparve davanti ai suoi occhi la zona Industriale della città, si voltò indietro un paio di volte cercando eventuali pedinatori, e poi procedette convinto verso una strada illuminata da insegne perfettamente funzionanti, continuò il suo cammino fino ad una porta a vetri scorrevole che si aprì automaticamente al suo passaggio; l’insegna recava la scritta “ELO. Pubblicità Interattiva”.

*****

Il telefono continuava a suonare, o meglio, continuava ad illuminarsi perché Marta aveva disattivato quell’odioso trillo che di solito si faceva sentire proprio nel mezzo di una scena Imperdibile! della Soap da lei più amata. La ragazza stava seduta su una comoda sedia da ufficio, sul bancone davanti a lei erano posati una tazza, oramai a metà, di caffelatte e un posacenere ricolmo di mozziconi; i suoi occhi erano fissi sulla televisione tatticamente piazzata dietro al bancone. Ad un tratto una voce maschile interruppe la sua trance televisiva: “hem.. scusi.. è permesso?..”
Marta si voltò di scatto, inquadrando subito il ragazzo che stava sulla porta, un tipo di uomo che a lei non piaceva: troppo alto, pelle troppo abbronzata, barba e capelli troppo lunghi… le venne il dubbio che fosse li ad aspettare da un bel po’ di tempo.

*****

“Aahh! Sesta!.. è troppo, mi fai male..” A quel richiamo, la ragazza che stava seduta in plancia, si affrettò a ruotare un pomello verso sinistra, e poi alzò nuovamente la testa verso la sua amica: “Come va ora?”.
Davanti alla plancia era posto un cilindro di vetro cavo, alto circa tre metri e abbastanza grande da poter contenere una persona, parzialmente ricoperto di placche di ferro da ognuna delle quali uscivano numerosi tubi gommofibrosi.
All’interno della capsula di vetro, stava eretta una ragazza completamente nuda, chiunque avesse potuto vederla in quel momento la avrebbe scambiata sicuramente per un angelo; aveva la pelle chiara, liscia, distribuita su un fisico statuario, dolci lineamenti rendevano il suo viso inimmaginabile per chi non lo aveva mai visto e indimenticabile per chi lo conosceva; fronte alta, capello biondo e grandi occhi verdi che imitavano il bagliore degli smeraldi non nascondendo però, al loro interno, una coscienza ben più preziosa.
La ragazza in plancia si rivolse ancora alla sua amica: “…non hai risposto.. Elo.. va meglio?” ma aveva già notato l’espressione rilassata che E.l.o. aveva assunto e non c’era più bisogno di risposta.
In quel momento una luce arancione fece notare la sua presenza e un altoparlante cominciò un dialogo con voce femminile: “Sesta!?.. ci sei?” Interrompendo il suo lavoro in plancia, Sesta, si avvicinò al microfono: “Abbiamo quasi finito, Marta, dimmi pure…” L’altoparlante riprese: “c’è un cliente qui.. uno vero intendo..”
Sesta mutò la sua espressione, facendosi seria si rivolse a E.l.o. “un po’ di tempo lo abbiamo.. vestiti, finiamo più tardi”, poi di nuovo al microfono “arriviamo”.


*****

E’ sicuramente la più bella ragazza del pianeta.. pensò Gianus appena vide entrare E.l.o. assieme a Sesta; non avesse avuto un serio problema da risolvere, la sua attenzione sarebbe stata sicuramente tutta rivolta a quella visione.
“Parli pure” disse Sesta, appena finite le presentazioni.
Dopo un attimo di silenzio Gianus prese coraggio: “un argomento non facile da trattare.. di questi tempi, non vorrei mi prendeste per pazzo ecco..” si prese qualche altro attimo di silenzio, “cominciamo da capo: io abito nella zona della città vecchia dove si trova anche la vecchia cattedrale, sapete?, quella costruita nel ventesimo secolo. Ecco, sembra che da quel posto escano.. strane presenze capite.. insomma, sono morte tre persone.. negli ultimi due giorni”.
Le ragazze si guardano negli occhi, Marta batte alcuni tasti sul computer e poi comincia ad osservare; dopo qualche minuto di attesa arrivò un responso: “trovata! La cattedrale nella città vecchia.. è una zona calda!!”. Sesta, a questo punto si rivolse di nuovo a Gianus: “e.. come avete intenzione di pagare?”. Il volto del ragazzo, a quella domanda si fece un po’ cupo, ma la risposta arrivò pronta: “non vi preoccupate, so già quant’è la vostra parcella e vi assicuro che posso permettermela”.
Le ragazze si guardarono reciprocamente un'altra volta.. “aspetti qui” disse Sesta chiudendo la porta del privato dietro di loro “torniamo subito”.

*****

Parte 2: La Cattedrale e L’Arcobaleno

Le pareti annerite erano alte almeno venticinque metri, e dai numerosi varchi nel tetto filtravano fasci di luce lunari, cumuli di macerie, illuminati dal bagliore sembravano quasi messi li appositamente per far da appoggio ai molti corvi ammassati sotto la luce. Piante rampicanti avevano preso possesso, ormai, di quasi tutte le colonne e diramavano i filamenti erbacei anche in depressioni e buche sul pavimento. Ci vollero parecchi minuti per ispezionare il piano d’entrata. Fuori, un vento gelido e piuttosto impetuoso si abbatteva sulla cattedrale, attraversandola, e producendo cosi dei sinistri sibili.
“..oh! ..non ci sta!” disse con voce stizzita Marta; stava trafficando con un fucile, di una fattura molto inusuale, pensò Gianus, sicuramente fatto progettare e realizzare con enorme spesa, ed anche la manutenzione non poteva essere economica. Questo spiegava la spesa di assunzione delle ragazze, prezzo che Gianus, anche unito a tutti gli abitanti del quartiere della cattedrale, non poteva pagare; ma fortunatamente si erano fidate.. della sicurezza dimostrata. I pensieri di Gianus si smorzano con un acuto suono.. “ci siamo” proferì Sesta, guardando lo schermino radar agganciato a lato del suo fucile, “cosi presto!” rispose Marta, tentando ancora più freneticamente di infilare un pezzo nella sua arma. Gianus, non sapendo cosa aspettarsi, rimase immobile, gettò lo sguardo su E.l.o., la ragazza era in piedi ad un metro da lui, l’unica delle tre disarmata, tuttavia sembrava calma, in attesa, scrutava con attenzione la zona buia della cattedrale. La situazione rimase tesa per qualche attimo..
“ha..finalmente!” Marta, soddisfatta per l’aggancio riuscito, interruppe il silenzio. “ma.. cosa aspettiamo?” si attentò a chiedere Gianus.

*****

Era ormai calata la sera, Zinco entrò nell’ufficio con un sorriso veramente inusuale per lui, un sorriso che mutò presto in stupore quando si accorse che era solo.. “ma.. dove sono tutti!” riflettè ad alta voce. Rimase con la mano alzata e il sorriso inebetito per qualche secondo, si diresse verso il frigo e, dopo aver estratto una birra, camminò fino alla stanza dei macchinari. 4 ore al prossimo trattamento, pensò, interpretando i simboli sullo schermo in plancia, non dovrebbero essere via. Zinco si diresse ora verso l’armeria, restò pensoso per qualche secondo, quando vide che i fucili speciali erano spariti. A questo punto si decise a tirare fuori il cellulare e chiamare.. “ovviamente è irraggiungibile” pensò nuovamente ad alta voce, dopo aver udito la voce registrata, si diresse verso il pc.

*****

Sembravano persone normali, mutilate, scarnificate, decadenti, ma comunque persone, non mostri. Avanzavano verso Gianus con uno sguardo intriso di sofferenza ed ira ed erano in due! Il ragazzo rimase impietrito dal terrore, impotente di fronte alle mani che si avvicinavano al suo corpo. “stai tranquillo!” la voce di Marta arrivò all’orecchio di Gianus, “non possono toccarti!”. Sentendo quell’affermazione, Gianus, si rese conto del terrore psicologico di cui era vittima, fermò il suo corpo e cominciò a capire.. gli spettri continuavano a compenetrare il suo corpo creando un forte senso di malessere.. ma niente di più. Dopo poco, Sesta e Marta avevano provveduto a liberare la zona dagli spettri.
“Cazzo! Sono già a metà..” disse Sesta guardando il display del fucile, “..non ho neanche una cazzo di batteria di scorta”. Gianus, ancora incredulo continuava a controllarsi in ogni parte del corpo per assicurarsi la sanità.. “ma siamo sicuri che non fanno nulla..?” chiese con aria stupita. “possono toccarti solo i più potenti di loro” rispose Marta, abbandonandosi, soddisfatta del lavoro svolto, ai piaceri di una sigaretta; ma Gianus ormai era stato rapito da un sorriso, E.l.o., divertita dal continuo tastarsi del ragazzo, aveva assunto un’espressione svagata, proprio quello che ci voleva, pensò Gianus, un miraggio che sfida l’aurora, la quiete dopo la tempesta.. l’Arcobaleno dopo l’acquazzone.

*****

La Sacerdotessa di Raruk-Nalas era stata allevata fin da piccola, istruita sulla medicina, sull’astrologia, sulle arti marziali e sulla magia. Aveva avuto una vita triste, lei credeva, passata sempre rinchiusa, in una biblioteca o in un tempio, alla continua ricerca della conoscenza, e quasi mai vicino agli affetti. Per lei, passare alla condizione di spettro non era stato drammatico come per tutti gli altri. Lei aveva conservato molta lucidità e acquistato saggezza e freddezza, per questo motivo le era stato affidato il compito di custodire e proteggere La Matrice.
L’immenso stanzone sotterraneo era cosparso di colonne, disposte su file allineate; nell’angolo opposto alla porta d’entrata il pavimento era crollato, rivelando un burrone che terminava su un fiume sotterraneo ed il soffitto era cedevole in quel punto, a causa della mancanza delle colonne. Un solo lembo di terra sembrava ancora percorribile, una sorta di stretto ponticello che terminava contro la parete.
La Sacerdotessa stava seduta sul ponticello, con la schiena contro la parete, nonostante il rumore dell’acqua che veniva da sotto di lei, si accorse subito del gruppo di umani che entrava nei sotterranei della Cattedrale; non ebbe emozioni particolari, non si stupì né fu intimorita, osservò le quattro figure fermarsi alla porta d’entrata, gesticolare un po’, poi avvicinarsi al pericoloso ponticello.

*****

“Perché va solo lei?” urlò Gianus, cercando di sovrastare il frastuono del fiume. Dopo aver camminato avanti e indietro per delle specie di catacombe, il gruppo era giunto nello stanzone centrale. E.l.o. camminava sul ponticello di piastrelle, non sembrava particolarmente preoccupata della situazione, e lo stesso ponticello non sembrava dare segni di cedimento. Sesta continuava a guardare l’orologio, aveva già detto un paio di volte “fra poco andiamo..” Marta e Gianus guardavano E.l.o. dal pavimento sicuro, camminare verso la figura femminile seduta alla fine del ponticello. “Lei può confondersi con loro..”. Finalmente giunse da Marta, la risposta che Gianus aspettava; quando ormai E.l.o. era arrivata alla fine del ponte.

*****

Cavoli però! La Cattedrale è lontana a buco! Pensò Zinco mentre entrava nella città vecchia.., farmela tutta a piedi.., in quel momento portò la sua attenzione su un ragazzo in scooter che avanzava verso di lui, e che gli fece venire un’idea. Zinco si fermò sicuro al centro della strada, pronto a saltare da qualsiasi parte avesse scelto lo sfortunato pilota. Lo scooter avanzò invece, rallentando, per poi fermarsi a qualche passo da Zinco; quando l’uomo che guidava abbassò la luce, Zinco si trovò puntato da una pistola sei colpi a tamburo. “dammi il portafogli, visto che ti senti tanto peso..”
“..cazzo..” Replico seccato Zinco, portando lentamente una mano alla tasca destra.
Dopo aver estratto il portafogli, Zinco, lo porse all’uomo in scooter con fare rassegnato. “tiramelo” fu la risposta dello scippatore…
Con un impeto d’ira Zinco gettò il “proiettile occasionale” contro il nemico, colpendolo in faccia; questo gli diede il tempo necessario per sferrare un calcio alla pistola in mano all’uomo, di scaraventarlo giù dal suo mezzo ed infine di riprendere al volo la pistola calciata in aria.
Con la pistola in mano e un nuovo mezzo di trasporto, Zinco guardò l’uomo disteso davanti a lui facendogli un segno con la mano: “grazie”.
“Vaffanculo”, rispose l’uomo, “troverai presto qualcuno che ti fotte e potrei essere proprio io!”. Zinco si voltò di nuovo verso la sua vittima, puntandogli la pistola contro, un sorrisetto comparve sulle sue labbra: “dammi anche lo zaino, visto che ti senti tanto peso”. L’uomo a terra si sfilò lo zaino e lo porse a Zinco borbottando e facendo strane smorfie.

*****

“Chi sei?” pronunciò ad alta voce la Sacerdotessa di Raruk-Nalas, osservando E.l.o.
“Mi chiamo Elo” rispose, “sono qui per avere informazioni..”
La sacerdotessa-spettro cominciò a pronunziare frasi che sembravano sconnesse, e dopo qualche secondo di cantilena, riprese il dialogo: “la tua forza vitale è quasi inesistente.. che cosa sei?”. Anche E.l.o. si prese qualche secondo per pensare. “sono come te..” rispose, “..in parte.. ma ho poco tempo per parlare di me..”
La Sacerdotessa si avvicinò di scatto e prese la mano di E.l.o., stringendola forte; appena si accorse della resistenza incontrata, allentò la presa, e si posò davanti a E.l.o. con aria soddisfatta. “cosa desideri sapere?”.
Ed E.l.o., “dimmi della matrici, so che in questa cattedrale, ne è nascosta una”.
“senti davvero la sua presenza così forte.. devi essere uno spirito molto anziano..” dicendo questo la Sacerdotessa prese a volteggiare intorno a E.l.o., girandole intorno senza toccare il terreno e senza cadere nel baratro.
E.l.o. prese un atteggiamento più duro: “non ho tempo da perdere ne pazienza, dimmi dove si trova la matrice, e da cosa deve essere protetta”.
Da quelle parole lo spettro sembrò intimorito: “ho messo la matrice al centro del rosone centrale, si confonde perfettamente, e per quello che riguarda la protezione, IO ho il compito di proteggerla”.
“Potresti non essere all’altezza..” replicò E.l.o.
“Ho vissuto e sono morta per adempiere a questo compito!!” disse, ora alterata, la Sacerdotessa, “e comunque, la matrice non è facile da scalfire.. solamente il fuoco può!”.
E.l.o. assunse un’espressione di soddisfazione che fu subito notata dallo spettro; fermatosi ora di nuovo sul ponte, tra E.l.o. e il gruppo di uomini, continuò: “perché giri con degli umani”. E.l.o. riprese un espressione decisa: “sono miei servi.. mi servono per interagire..”

*****

“Non mi piace.. non mi piace per niente..” esclamò Gianus, guardando sul ponticello. Lo spettro si era messo di nuovo a volteggiare sul ponte, agitando però le braccia verso di loro. “stai calmo” ammonì Sesta. Poi lo spettro si voltò e si avventò su E.l.o. che stava già indietreggiando verso la parete.
Gianus cominciò a correre sul ponticello, che al suo passaggio, perdeva polvere e calcinacci; Sesta e Marta guardavano la scena dal bordo, tentando di prendere di mira la Sacerdotessa, e sparando qualche colpo senza centrare il bersaglio.
Gianus, arrivò sulla scena della lotta proprio mentre la Sacerdotessa-spettro teneva E.l.o. per la gola; con uno sforzo le braccia dello spettro spinsero E.l.o. giù dal ponte; Gianus allora si gettò a terra sul ponte, ai piedi dello spettro e non curandosi di lui, allungò una mano fino a quella della ragazza cadente, e prendendola.. grande fu il suo stupore nel capire che in realtà non aveva toccato nulla; aveva sentito solo una piccola scossa; rimase steso sul ponte, a guardare la Sacerdotessa fluttuare fino ad entrare sparendo nel soffitto.

*****

“..Non esiste..” Spiegò Marta con espressione compassionevole, “..non è reale, l’abbiamo creata noi.. lei è Empowered Lady Ologram”. Sentendo quelle parole Gianus sembrava incredulo.. “non è nient’altro che un cip..” continuò Sesta, “..con cellule biologiche al suo interno, un apparato che crea un’immagine olografica che sembra del tutto reale..”
“ma.. gli spettri!” continuò Gianus, “gli spettri la toccano”
Sesta replicò subito: “Gli spettri possono interagire con qualsiasi forma di energia, difatti, loro non possono toccare noi, ne i nostri fucili, ma noi riusciamo a colpirli”.
Gianus rimare pensieroso per pochi istanti: “è solo un cip.. che riproduce modelli di comportamento molto naturali, però, e forse anche.. emozioni..” fece notare, “devo andare a cercarla”.
Davanti allo stupore delle due ragazze, Gianus si gettò nel fiume sotterraneo.

..quella ragazza così speciale.. come l’Arcobaleno sprigionava bellezza.., come l’Arcobaleno non poteva essere toccata.., come l’Arcobaleno nascondeva sicuramente un tesoro al suo interno..

*****

Parte 3: Soli

L’acqua era fredda, Gianus non nuotava da molti anni, e si trovò molto impacciato, nel raggiungere la riva; notò che E.l.o. era in piedi sul bordo, non era caduta in acqua, cosa che risultava una bella fortuna vista la sua presunta condizione; ma Gianus ricordava bene di aver sfiorato più volte i suoi vestiti, e le sue scarpe facevano rumore al cammino, ..non poteva essere una proiezione..
Con uno sforzo, si sollevò dall’acqua e si mise in piedi sul bordo, si avvicinò alla ragazza che lo guardava incredula.
“perché mi hai seguito?”disse lei
Gianus rispose con voce indecisa: “pensavo.. che avresti potuto avere..”
“Bisogno?” lo interruppe lei. “cosa stai dicendo!?!, sei tu che hai assunto noi, non saresti neanche dovuto entrare.. e ora..” la voce si fece più seccata “mi tocca anche portarti fuori da qui..”. Gianus rimase senza parole, a guardare sconsolato E.l.o., che riprese subito la parola: “..abbiamo un problema, hai notato che non ti posso toccare?”

*****

Zinco entrò nella cattedrale con una torcia elettrica che non faceva molta luce, aveva visto la macchina della ditta parcheggiata fuori, ed era sicuro di non dover aspettare molto prima che succedesse qualcosa.
E difatti fu così, Marta e Sesta uscirono con passo sostenuto da un arco di pietra, parlando e gesticolando contemporaneamente come in frenesia.
“hei HEIII!!” urlò Zinco, alzando le braccia e volgendo i palmi verso di loro.
Le ragazze si fermarono di scatto, impaurite dal comparire del socio.
“..ah, Zinco.. non ti avevamo visto”dice Marta, ma Sesta riprende subito: “c’è un cliente, e si è buttato nel fiume con l’Elo.. non sappiamo un cazzo! E il tempo stringe, Vieni con noi..”
Zinco rimase nuovamente con l’espressione inebetita per alcuni attimi, cercando di fare “mente locale”, poi si accorse che le ragazze erano già lontane e cominciò a correre.

*****

“quello che ti hanno raccontato è tutto vero” disse E.l.o. con tono freddo.
“ma.. i vestiti?” replicò lui.
“la massa energetica che mi compone, è molto densa, in definitiva il mio corpo è come fatto d’aria.. hai presente quando metti la mano fuori dal finestrino in corsa? Senti la resistenza del vento ma non puoi prenderlo..” Continuò chinandosi sul vestito “i miei abiti e le scarpe, sono fatti appositamente per me, non esiste in nessun’altra parte del mondo una stoffa così leggera..” di nuovo il suo sorriso riempì l’atmosfera, mentre continuava a raccontare divertita “..fanno scegliere a me i modelli sai?.. sono un po birichina!.. me ne faccio fare talmente tanti..”
E.l.o. continuava il suo viaggio di moda quando ad un tratto alzò il viso, ed i suoi occhi incontrarono quelli di Gianus, ora in piedi davanti a lei. Con espressione seria il ragazzo aveva allungato la mano fin quasi alla sua guancia. Gianus le accarezzò il viso, con la delicatezza con cui si accarezza la cosa più fragile che esiste, con l’attenzione con cui si accarezza la cosa più preziosa che esiste. Riuscì a sentirne i lineamenti e chiuse gli occhi.

*****

Con le cuffie in testa, e un cannone in mano, Zinco ballava tra gli spettri che si accanivano su di lui in gran numero, evitandoli quasi tutti.
“Hei! Quello ti può toccare!!” Urlò Marta dal portone.
Sesta le rispose con voce calma, mentre continuava a sparare: “Lascia perdere ha le cuffie”.
Marta riprese anche lei a sparare commentando a voce bassa “..idiota.. ti farai ammazzare..”
Zinco si voltò di scatto trovandosi davanti ad uno spettro alto quasi due metri, con una smorfia, fece intendere a se stesso che aveva capito la situazione in cui si trovava, poi si allontanò con un passo indietro ed una capriola.
Le ragazze continuarono a fucilare quel bestione, mentre Zinco si faceva rincorrere, evitandolo ogni volta con facilità; ci vollero molti colpi prima che il suo corpo sfumasse in nebbia.

*****

“cosa provi?”.
Gianus riaprì gli occhi sentendo quella domanda, e vide gli occhi di E.l.o., occhi così profondi che aveva visto in pochi esseri umani, ricolmi di tristezza, avrebbero pianto se avessero potuto.. Gianus realizzò in quel momento, la ragazza che aveva di fronte non poteva avvertire il suo tocco, ne il suo calore. Tolse la mano dalla guancia rimanendo in silenzio.
E.l.o. ebbe un fermito, per un attimo le onde olografiche del suo corpo lasciarono intravedere degli errori..
“Che succede” chiese Gianus, accortosi della cosa.
E.l.o. si rese conto di un altro peso da sopportare: “Devo tornare nel Rigeneratore.. mi serve per sopravvivere..” poi riprese la sua forza d’animo. “Dobbiamo trovare una via per il piano di sopra”, detto questo, si incamminò sul bordo del fiume; Gianus la seguì.
Dopo molti minuti di cammino, trovarono una galleria, con delle scale che salivano, molto larghe, ricavate dal terreno; la imboccarono.

*****

“Quella maledetta sgualdrina!” Pensò indispettita la Sacerdotessa, guardando la sfera di cristallo impolverata che stava davanti a lei; “che razza di spettro è?.. mi ha giocato!” non potendo toccare la sfera, cercava di acuire lo sguardo per penetrare la polvere, “ maledetta! Ti verrò presto a fare visita.

*****

La Matrice è un oggetto magico, di forma solitamente circolare oppure ovale, appiattita. È fatto di materiale trasparente, che ricorda il vetro al tatto, ma non può essere scalfito con nessun mezzo fisico. Qualsiasi persona, trovi la morte nelle vicinanze di una matrice, diventa uno spettro. Lo spettro più forte diventa custode della Matrice, e solo lui conosce l’unico punto debole della Matrice. Il punto debole di ogni Matrice è differente e anche distruggendola, gli spettri rimangono e bisogna comunque andare a cercarli uno per uno. Noi generalmente cerchiamo i “punti caldi” tramite un satellite, poi andiamo sul posto, prendiamo contatto con il custode e poi distruggiamo la Matrice, o la requisiamo se non sappiamo come distruggerla.
“ e sai cosa!? .. siamo arrivati”. concluse il discorso E.l.o.
I due erano giunti ad una grotta circolare, molto spaziosa, completamente vuota; Gianus direzionò la sua torcia elettrica scandagliando ogni pertugio, fino a notare una botola di ferro sul soffitto, ad almeno sei metri da loro. “sai volare?” Chiese sarcasticamente.
“No, e tu credi in qualche divinità?”. Rispose lei.
“In realtà credo che ci sia qualcosa.. ..forse fra pochi minuti ci aiuterà..”
E.l.o. fece una risata. “sei.. particolare, ti confesso che se fossi umana..”
Gianus: “..cosa?”
E.l.o. continuava a sorridere guardandolo.
Del trambusto che proveniva dal piano di sopra attirò la loro attenzione.
Videro uscire la Sacerdotessa-Spettro dal soffitto, con un ghigno sadico, e gli occhi saturi d’ira, si avventò su E.l.o. affondando le sue dita appuntite nel suo petto.
Gianus osservava impotente, il volto di E.l.o. ora sofferente.. gli spettri potevano farle male! Un rumore metallico attirò la sua attenzione, dalla botola sul soffitto scese rapidamente un fascio di luce bianco intenso, che investì in pieno le combattenti, accecando Gianus.

*****

Era già qualche minuto che Zinco trafficava con quella botola sul pavimento, aveva guardato anche nello zaino rubato, per trovare eventuali oggetti che lo aiutassero, ma aveva trovato solo bombolette spray per graffiti. Ad un certo punto si pronunciò: “Ho quasi fatto”, le ragazze stavano in attesa, fumando già la quinta sigaretta, erano così esasperate e stanche che si trovarono completamente impreparate di fronte a quello che videro. La Sacerdotessa di Raruk-Nalas uscì dal muro guardandole con aria minacciosa e superiore, si voltò verso Zinco, che si stava già allontanando dalla botola. Diresse sulla botola e la trapassò.
“E’ un custode! Ci servono le lenti per i fasci di luce”, ordinò Sesta, cercando freneticamente nello zaino. “e tu apri subito quella Cazzo di botola!.. la facciamo fuori quant’è vero Dio!”

*****

Di nuovo nell’androne principale della Cattedrale, stanchi, ma con passo sostenuto, i cinque amici procedevano verso l’uscita.. gruppi di spettri li seguivano e anticipavano mostrandosi fugacemente.
Sesta fermò il passo: “aspettate, dobbiamo recuperare la Matrice, e distruggerla subito, altrimenti un nuovo custode verrà fatto”.
“è nel rosone” spiegò E.l.o. alzando lo sguardo.
Un Sasso andò a finire contro il rosone di vetro colorato della navata centrale dell’edificio, producendo un foro pressoché tondo.
“Non potremmo accontentarci di averlo.. e lavorarcelo con calma” disse Gianus, ammirando l’esito del suo lancio.
Un altro sasso forò il rosone.“Se ce lo portiamo con noi intatto ..” disse Zinco “tutti questi spettri lo seguiranno fino in città, creando panico, morti e.. altri spettri”
Dopo aver tirato, Marta ricontrolla il display del fucile. “dovremmo farli fuori tutti, ma.. le armi sono troppo scariche”
Un altro buco sul rosone. “Come Cazzo si distrugge Elo?”
“Con il fuoco”.
Un rumore assordante esplose per tutta la navata centrale: cadendo per otto metri, il rosone di vetro si infranse sul pavimento, producendo molti proiettili vitrei che si sparsero per tutto il pavimento.
Sesta, guardando la scena di luccichii sul pavimento riflettè a voce alta: “e dove Cazzo lo troviamo il fuoco..”

*****

Zinco e Gianus, cercavano tra i frammenti più grossi dei vetri, E.l.o. stava seduta sul terreno, immobile, pensierosa, cercando di mantenersi più energia possibile per assicurarsi il rientro a casa. In piedi, ai fianchi dei tre, Marta e Sesta sparavano, avare di colpi, per tener lontani spettri che si avvicinavano attirati dal rumore del rosone distrutto.
“E’ questo?” Gianus alzò al cielo l’oggetto che aveva trovato: un tondo di vetro che sembrava ritagliato anziché rotto.
Gli spiriti continuavano ad avvicinarsi, creando un girotondo spettrale che si muoveva attorno al gruppo stringendo il cerchio sempre di più; Uno di loro, di statura molto più alta degli altri, uscì dal vortice precedendo gli altri e avvicinandosi al gruppo.
“cerchiamo di scappare, non possiamo distruggerlo” propose Marta, sparando un colpo sul gigante.
“Altamente infiammabile” lesse Zinco sulla bomboletta spray che aveva preso dallo zaino; Gianus gettò allora la Matrice ai suoi piedi e si diresse convinto contro lo spettro alto che ora era pericolosamente vicino.
“Ma che fa!! ..pazzo!” le ragazze aprirono una pioggia di colpi sul gigante bloccato da Gianus.
Zinco, estratto l’accendino, e provveduto ad alzare l’erogazione, fece saltare anche il ferretto, per aver più fiamma.. per non bruciarsi. Incrociò allora il getto dello spray con la fiamma, producendo un getto di fuoco sulla Matrice. Dopo una manciata di secondi la Matrice esplose, accecando e assordando tutti.

*****

“..Marta..”
“… Marta …”
La voce bassa di E.l.o. risuonava nelle sue orecchie già da un po’.
“..mmh.. che cazzo vuoi Elo.. io non sono Marta”. Sesta aprì gli occhi, e si rese conto subito di tutto. Era svenuta, e anche tutti gli altri, si mise a sedere e li chiamò uno per uno, Gianus non si alzò, il suo corpo era immerso in una pozza di sangue, privo di ogni movimento. Sesta allora si voltò verso E.l.o. e la vide sdraiata, il suo corpo stava già cominciando a compenetrare il terreno, i vestiti erano anch’essi appiattiti a terra, senza più nulla che li riempisse. La ragazza sembrava sofferente, affaticata, il suo corpo olografico non emulava neanche più il respiro. Sesta, Marta e Zinco si sedettero attorno a lei.
“non ti preoccupare Elo, tornerai come nuova”.
La ragazza si sforzò: “..non mi sono.. mai.. spenta prima di oggi.. che.. che.. succederà?”
Marta aveva gli occhi lucidi, e Zinco lo sguardo basso.
Continuò Elo: “..perderò la memoria..” li guardò tutti. “mi.. dimenticherò di voi..”

“…non voglio spegnermi…”


*****

Fuori c’era un bel sole , dalla finestra illuminava tutta la stanza ed esaltò subito la lucentezza degli occhi di Elo; ancora con sguardo assonnato, la ragazza si voltò verso la finestra, strusciando tra le candide, leggere lenzuola, e abbracciando il cuscino. Non mi sembra vero, pensò, Si sentivano i cinguettii degli uccellini dalla finestra aperta, rimase ad ascoltare per un po’, poi si mise di scatto a sedere sul letto e allungò la mano fino al comodino, per prendere in mano il bicchiere. Non aveva sete, la sua esigenza era di sapere se poteva toccare il bicchiere…
Non fece in tempo a toccarlo, la porta si aprì di scatto attirando l’attenzione su di se.
Elo ebbe un attimo di esitazione.. “Gianus?”
Gianus si avvicinò al letto, sorridendo. “ciao.. come stai?”
Elo si sdraiò e si contorse nel letto con atteggiamento ammiccante, osservando Gianus sedersi sul letto, lui le portò di nuovo la mano sulla guancia e la accarezzò.
Il suo tocco era fisico, Elo sentiva le sue dita, il tocco delicato che dalla guancia arrivava fin dietro l’orecchio, e scendeva sul collo, per poi risalire dal mento e fermarsi sulle labbra. La carezza si trasformò in abbraccio. Ed Elo produsse un effetto per la quale non era stata mai programmata. Lacrime olografiche.

AUTORE - GABRIELE MONTAGNANI

30 gennaio 2006

AnToLoGiA - XoMeGaP

XoMeGaP – 18 racconti di sogni e d’ombra

Edizioni "Il Foglio" - Collana Istant Book
ISBN 88 - 7606 - 103 - 7

XoMeGaP è un progetto letterario e non solo: è soprattutto un gruppo di amici, uniti dalla passione per la scrittura. Nasce in rete come sito e come blog, come luogo di confronto e di scambio di libere opinioni, aperto agli scrittori emergenti e ai lettori alla ricerca di novità. XoMeGaP diventa ora un’antologia che raccoglie diciotto brani di sei giovani autori emiliani. Diciotto racconti di sogni e d’ombra, dal thriller al noir, dal fantasy al cyber-punk. Sei diversi stili, sei diversi modi di raccontare. Sei voci nuove che non hanno timore di lasciarsi ascoltare: Simone Covili, Eliselle, Massimiliano Prandini, Gabriele Sorrentino, Marcello Ventilati e Sara Bosi



LA POTETE TROVARE :
Oppure nelle librerie affiliate Edizioni "IL Foglio"

09 gennaio 2006

LA CAMERA INTERMEDIA

Un bagliore accecante. Un poderoso senso di vertigine.
E lui fu a terra, senza fiato. Inspirò a fondo, i polmoni in fiamme. Era come se l’aria in quel luogo fosse troppo rarefatta. In quel luogo? Dove si trovava? Correva in una città di ghiaccio… e poi d’un tratto… no… stava sognando di correre in una città di ghiaccio… e poi un lampo, una vibrazione e ora…
-Ti aspettavo.- disse una voce di donna.
-Aspet… tavi… me?- chiese in un rantolo.
-Aspettavo chiunque si fermasse qui. Però immaginavo che saresti stato tu.-
-Dove… sono?-
-Sei nella camera intermedia.- rispose.
-Nella camera…- iniziò.
-Intermedia.- concluse la donna.
Si alzò a fatica e si guardò intorno muovendo alcuni passi nel buio, il suo respiro si stava rapidamente adattando. Era in una stanza talmente grande che non ne vedeva la pareti. E spoglia, ad eccezione di uno strano marchingegno di vetro e metallo che si trovava nel suo centro. Buia tranne che per i raggi di luce che saettavano all’interno di quest’ultimo. La maggior parte azzurri, alcuni rossi.
Stava per fare altre domande quando fu folgorato da una presa di coscienza improvvisa.
-Sono già stato qui.- affermò.
-Sei passato di qui moltissime volte.-
-In sogno…-
-Nel sonno.- lo corresse lei. –I sogni sono molto più oltre. Oltre il sestante.-
-Eppure ho sognato questo posto… poco prima di svegliarmi.-
-E subito dopo esserti addormentato. Anche se non si può dire che tu l’abbia esattamente ‘sognato’.-
Si concesse un momento di riflessione. Nel suo sogno c’era quella stanza buia e una donna aliena e stupenda che gli sorrideva dolce al di là di un vetro. L’aveva sognato moltissime volte, forse centinaia di volte.
-Chi sei?- chiese.
-Doilea.- rispose lei semplicemente e si fece avanti, girando attorno al marchingegno dietro cui era rimasta fino ad allora nascosta. Dalla sua pelle levigata come porcellana promanava una luce violacea. Era lei, la donna del suo sogno. Non riusciva a capire se il suo corpo fosse nudo o fasciato da una veste semi-trasparente, drappi di luce si muovevano intorno alla sua bellezza sconcertante. A quella visione sentì il fiato mancargli di nuovo.
-Avvicinati Sefalar.-
-Io non mi chiamo Sefalar.-
-In questo luogo, si.-
Lei gli tese la mano e lui la prese cercando di stringerla, ma questa si plasmò tra le sue dita. Il suo corpo fu percorso da un brivido di elettricità. Doilea fece una smorfia di dolore: -Sii lieve. Sei ancora troppo… denso.- disse, ma lui ebbe la netta impressione che volesse dire ‘vivo’.
-Ed è… sbagliato?-
-No, è un bene, durerà molto più a lungo.-
Doilea lo condusse pochi passi più lontano, dove si trovava una specie di letto a forma di fiore da cui promanava una tenuissima luminosità. Più oltre nel buio, e tutto introno, c’erano altre cose dalle forme bizzarre. Alcune si muovevano leggermente, altre pulsavano fioche, ma nessuna di loro aveva un aspetto spaventoso, da tutte emanava uno strano senso di quiete. Anche se c’era una piccola nota dissonante. Era una quiete particolare. Più che un senso di pace sembrava come di… stasi. Sefalar si soffermò un istante ad osservare: -Presto questo luogo e non ti sembrerà più così buio.- disse Doilea e con un gesto armonioso lo fece sdraiare: -Lasciati andare.- aggiunse, mentre già la porcellana del suo copro si dissolveva su di lui.
In un istante fu travolto dall’estasi.

Doilea e Sefalar si tenevano per mano, ora senza più farsi del male. Era come se le loro due nature si fossero riequilibrate dopo quelle interminabili ore di passione.
-Che cos’è questo posto?- chiese di nuovo Sefalar.
-E’ la camera intermedia.-
-Si ma… che cosa significa?-
Doilea condusse Sefalar dinanzi al marchingegno che stava al centro della stanza. –Questo è il sestante. Indica alle anime la direzione da prendere. Vedi quei lampi? Quando l’anima lascia il corpo per entrare nel mondo dell’oblio passa attraverso questa stanza. E’ per questo che si chiama camera intermedia.-
-Perché sono di due colori?-
-Quelle azzurre sono anime di persone addormentate.-
-E quelle rosse?-
-Di persone morte. Il sestante le suddivide, indicando loro la strada verso un oblio temporaneo nel mondo dei sogni, oppure verso un oblio definitivo. Vedi, le anime blu vanno in entrambi i sensi, mentre quelle rosse soltanto verso il basso.-
-E oltre? Che cosa c’è dopo?-
Lo sguardo di Doilea si fece tetro: -Il viaggio di un’anima blu, l’hai fatto tu stesso migliaia di volte. Mentre quello di un anima rossa… lo scopriremo soltanto percorrendolo.-
-Nemmeno tu lo hai mai fatto?-
-Non mi è permesso. Io sono il guardiano della camera intermedia.-
-E lo sarai per sempre?-
Doilea guardò verso il basso, non rispose.
Un’anima blu si fermò nel corpo del sestante, guizzò per un momento intorno e poi riprese il suo percorso verso il mondo della veglia: -Guarda… - disse Sefalar sorridendo – deve essere da lì che ti ho visto in sogno.-
-Nel sonno. –lo corresse lei -E da qui io ho visto te. Tante volte ti sei fermato lì a guardarmi, questo luogo ti incuriosiva, ti affascinava, anche se poi, svegliandoti dimenticavi. Per questo mi aspettavo che saresti stato tu a fermarti e…- concluse in un sussurro -lo speravo.-
-Ma come è potuto succedere?-
-Perché hai con tutte le tue forze desiderato fermarti e questo ti ha fatto rallentare a sufficienza. Il sestante non è fatto per contenere le anime per più di un brevissimo istante. Quanto al motivo per cui lo hai fatto soltanto tu lo puoi sapere.-
Uno squarcio di memoria si aprì nella mente di Sefalar: -E’ stato per poterti incontrare.-
Doilea chiuse gli occhi: -Il tuo desiderio è stato esaudito, ma ad un prezzo che non credo saresti stato disposto a pagare.-
-Che intendi dire?-
-Mi hai chiesto se sarò per sempre il guardiano di questo luogo. La risposta è no. Lo sarò soltanto finché dal mondo di sopra non verrà un altro guardiano.- Sefalar si volse verso di lei e vide che il suo volto si era fatto duro e che la sua aura aveva perso la sfumatura violacea, ora era completamente rossa. Atterrito Sefalar osservò la propria mano, quella con cui stringeva Doilea, la sua pelle era divenuta porcellana violacea. – Ora la mia attesa è finita. Le nostre ore d’amore sono state la prima parte del tuo compenso e l’ultima del mio. Ha consumato le nostre energie abbastanza perché ora io sia pronta ad andare e tu a restare.-
Sefalar ritrasse terrorizzato la mano con cui la stringeva e preso dal panico gridò:
-COSA?-
-Mi dispiace.- disse Doilea con durezza.
-CHE COSA STAI CERCANDO DI DIRMI?- aggiunse cercando di articolare meglio i suoi pensieri, la paura dava alla sua voce una nota stridula. Ma la domanda era superflua, aveva realizzato immediatamente il significato delle parole di lei.
-Mi dispiace.- ripetè ella.
-Tu… speravi che mi fermassi! Speravi che mi sarei lasciato circuire per scaricare su di me il tuo fardello!- gridò Sefalar.
Lacrime perlacee scesero sul volto di Doilea: -Mi dispiace.- disse ancora una volta.
-Io non lo accetto… non resterò!-
-Non ti è concesso scegliere, finché la tua aura sarà viola non potrai procedere oltre, né tornare indietro. E finché non giungerà qualcuno con cui consumare la tua energia non potrai procedere… oltre.-
-Verso la morte.- affermò Sefalar e di colpo tutta la stizza che provava si quietò –Tu mi hai ingannato ed… ucciso.-
-Si.- rispose lei semplicemente -E’ egoista, lo so ma ogni volta che ti sei soffermato nel sestante, ho sperato che tu ti fermassi. Ed ogni volta che hai ripreso il cammino mi sono mi sono odiata per il fatto di averlo sperato. Avrebbe potuto essere un’altra anima a fermarsi ma… le anime azzurre, Sefalar, non sono tutte uguali, e col tempo imparerai a distinguerle anche nel brevissimo istante in cui passano all’interno del sestante. L’amore che abbiamo fatto noi oggi è qualcosa di molto diverso da quello che abbiamo fatto io ed il precedente guardiano quando sono giunta qui. Nel mio intimo, io desideravo che fossi tu.-
Sefalar guardò il sestante innanzi a sé, qualcosa dentro di lui stava cambiando, sentiva di venire pervaso da una strana quiete –Desideravi uccidermi.-
-Desideravo amarti.-
-Nonostante questo significasse uccidermi.-
-Sefalar… che cosa ricordi della tua vita?-
-Nulla.-
-E quanto è durato il nostro amore, un’ora o una vita?-
-Io… non saprei.-
-E quindi? Qual è il significato del senso di perdita che provi?-
-Credo che dovrei rispondere nessuno. Ma non è così. Ricordo di essere stato vivo e so di non esserlo più. Prima avrei voluto dirti che ti amavo, ma ora…-
-Io invece non ho riserve nel dirlo.- disse Doilea e con un movimento rapido come il pensiero gli prese di nuovo la mano. –Questo luogo non è brutto come ora può sembrarti. Io non desideravo andarmene finché non ho desiderato te.-
-Non ti credo.-
-E io non posso far si che tu mi creda. Ma… pensa a questo. Io ho paura di andare oltre. Non so cosa mi aspetta, né se qualcosa realmente mi aspetta. Questa è pur sempre una sorta di vita sebbene statica e cristallizza. Non è detto che quello che oltre questo luogo ci sia ancora concesso di essere individui, o anche soltanto di essere. Non è detto che quello che c’è oltre non sia un luogo di perpetuo dolore o rimpianto. Anche per me accoglierti qui non è stato semplice.-
-E allora perché? Se tu non vuoi andare ed io non voglio restare?-
-Perché era tempo che fosse. E perché tu eri l’anima giusta. Sefalar ascolta bene le mie parole, se potrai mai perdonarmi, se il viaggio che ora sto per compiere non è la fine di tutto, e se nel luogo dove sto andando esiste ancora la possibilità di scegliere, quando sarà il tuo momento di procedere oltre, vienimi a cercare.-
Egli distolse lo sguardo e lasciandolo vagare nel buio, in quel non-luogo che sarebbe divenuto a sua casa, cercò di mettere a fuoco alcune delle cose che lo abitavano.
-Sefalar… mi prometti almeno che ci penserai?- chiese Doilea timidamente.
-Si.- rispose Sefalar -Ci penserò.-
-Il tempo non ti mancherà.-
Doilea lasciò la mano di Sefalar e toccò la superficie del sestante, un milionesimo di milionesimo di secondo e il suo corpo fu risucchiato in un lampo di luce rossa. Oltre la camera intermedia, giù, nei più profondi recessi dell’oblio.

AUTORE - MAX