23 giugno 2006
BOONABURRA
-Guarda cosa mi hai combinato la settimana scorsa- mormorò il più alto dei due e indicando la valle fece ruotare all’indietro il cielo. D’un tratto la valle sotto di loro si riempì, il fiume che l’aveva scavata con così tanta pazienza scomparve arretrando verso l’orizzonte e si ritrovarono a fissare una laguna poco profonda circondata a sud da un’umida foresta pluviale. Enormi rettili erbivori si allontanavano pigramente in direzione del sole. Il ragazzino cominciò a far nascere qualche vulcano qua e là…
- Vuoi stare attento per favore? mi hai fatto delle salamandre di venti metri e delle libellule grandi come un condor! Ho dovuto perdere 70 milioni di anni per sistemare tutto!-
-Torniamo ad oggi –
Il mondo riprese lentamente l’aspetto precedente mentre il cielo ruotava vorticosamente verso Ovest.
-Posso rallentare un po’ il tempo? Mi sta venendo la nausea…-
L’angelo lo scrutò dubbioso e gli passò il comando
le stelle interruppero improvvisamente il loro movimento
-Non così di botto, per la miseria-
-Si Gabriele- sbuffò il Figlio mentre lo Spirito ridacchiava dietro ad un frassino
Un airone sospeso tra due nuvole aspettava stizzito di poter continuare il suo viaggio.
-Ti sei scordato le nuvole, non vedi che si muovono ancora?-
-Uffa-
-Lo vuoi passare l’esame sì o no?-
-Sì, sì…-
L’angelo prese in mano un piccolo libricino da una pietra li vicino e controllando l’elenco cominciò a spuntare i capitoli già controllati.
Capitolo uno Cielo e Terra : la genesi
Il bambino schiocco’ le dita e la sommità della rupe cambiò aspetto:
Al centro la solita fonte miracolosa gorgogliava indifferente all’ombra del salice secolare
appena Creato; L’albero della vita con i suoi frutti di un giallo luminoso frusciava nel vento del mattino quasi cercasse di rivelare i suoi segreti in un angolo del giardino.
Mi pare che ci siamo….. magari il cielo e’ un po’ troppo giallognolo ma vabbè si può correggere con poco , ricordati però che le mele non sono rosa ….
Capitolo due Il tempo e i suoi segreti
-Impara a tenere le velocità giuste e siamo a posto; -
Capitolo tre i Quattro elementi : come muoverli disordinatamente
Il ragazzino agitò le braccia e il paesaggio attorno a loro si animò improvvisamente.
-Ok il vento e’ accettabile , un po’ troppo lineare magari, il fuoco e’ perfetto.
La terra, oh no , CHE HAI COMBINATO? È l’acqua a essere liquida non la terra te lo vuoi mettere in testa? Sulla terra si cammina non sull’acqua……maledizione, andiamo avanti e’ meglio-
Capitolo quattro Basi della vita : il cervello come optional
L’allievo chiuse per un istante gli occhi e il paesaggio si arricchì di particolari.
-Con le piante ci siamo, anche i funghi non sono male, certo però che con gli uomini ti sei divertito un po’ troppo ….- vabbè-
- Capitolo cinque Una teoria evolutiva : il Dodo e altre idiozie.-
-Che palle- Certo che era una bella rottura essere il figlio di Dio…
-Io ai miei tempi ero molto piu’ rispettoso sai? Guarda che ti lascio di nuovo nell’ Entropia questa notte -
-Hai finito il capitolo sui mammiferi? voglio qui un’oca, un castoro e due colombe svelto!-
-Come no? Certo – affermò pieno di sé il ragazzino e prima che potesse aprir bocca urlò
-Boonaburra -
-Bona…che?- lo guardò teso Gabriele
-Boonaburra ….Ornitorinco- sorrise il ragazzino svanendo nell’aria.
Una bestiolina pelosa e umidiccia apparve improvvisamente in mezzo al Creato.
-Ommadonna cos’è questo obbrobrio?-
-Si caro mi hai chiamato?- disse una voce dolcissima proveniente da una figura luminosa che si stava trasfigurando di fronte a lui
-No no scusi Mia Signora stavo parlando col Bambino- rispose coprendo con la veste il piccolo essere gocciolante.
-Ahio!Pure un’ unghione velenoso gli ha messo- sospirò Gabriele mentre raccoglieva l’assurda bestiola -E quel becco a che serve?-
-Ehi ha fatto le uova!- urlò divertito il ragazzino riapparso improvvisamente alle spalle dell’angelo che tremando balbettò -e..e adesso che fa?Allatta i piccoli?-
-Ma quanti cromosomi sessuali gli ha messo? Avevo detto una coppia disgraziato questo ne ha almeno cinque-.
-E adesso come diavolo lo tolgo di mezzo? Io non posso cancellare il Creato.-
-Torna qui discolo e rimetti a posto questa povera bestia..-
-Se lo vede la commissione me lo bocciano di sicuro- riflettè- e poi chi lo sente Suo Padre.-
Non posso spedire una cometa sulla terra ogni volta che devi ripetere i compiti…..
Di diluvio ne hanno già avuto uno e non mi pare carino mandargliene un altro,
poi non e’ neppure la stagione giusta…..-
-Idea! un bel predatore!….-
-Ma chi se lo mangia che e’ tutto pelleossa?- puntualizzò divertito lo Spirito Santo
- Infilalo là in fondo - suggerì Lucifero che richiamato dall’ imprecazione dell’angelo osservava la scena trattenendo le risate a stento
-Dove?-
-Ma lì non vedi - bisbigliò divertito indicando un’enorme isola disabitata dall’altra parte del pianeta
-E questa da dove viene? Mica c’era nelle carte Ufficiali -
-Per forza non l’hanno ancora scoperta! Da qualche parte dovrai pur nasconderlo no?
O vuoi che il Capo lo venga a Sapere?- consigliò maliziosamente l’angelo dalle ali nere
-Speriamo che si estingua prima che qualcuno lo veda..-
-E tu spera che non se ne accorga nessuno, delinquente- urlò Gabriele all’aria, nella direzione in cui il monello era nuovamente sparito.
15 settembre 1793
-Professor Chambers? Puo’ venire qui un’attimo?-
-Che c’e’ dottor Rockwell? - rispose annoiato il giovane universitario girandosi verso di lui.
-Guardi qui!-
-Che e’ questo schifo? -
-La prova evolutiva che stavo cercando credo.-
-E’ mostruoso! sembra un Castoro che abbia ingoiato un’anatra.-
-Appunto, dimostra che la natura si evolve per tentativi, se Dio avesse creato
il mondo così com’è questa creatura non potrebbe esistere…-
Da qualche parte nell’ universo una voce sospirò preoccupata
–E adesso chi lo sente il Vecchio?-
AUTORE - S. PAOLINI
17 giugno 2006
COMUNICARE
Appoggiati al bancone del bar, la pista sembrava qualcosa di lontano ed irreale. La musica era più ovattata, con gran sollievo dei timpani; vi era un'escursione termica di qualche grado. La folla dei danzanti era una massa compatta e senza volto. Un tizio con i capelli di tre colori diversi ci passò accanto guardato con disprezzo. Era un bel locale, ma era vi era troppa gente addobbata in maniera impossibile. Il massimo livello di trasgressione che noi ci concedevamo erano le magliette; sembravamo vestiti per un party al golf club, rispetto alla fauna media di quel posto. Era anche per questo che ci venivamo spesso.
"Visto quella lì?" mi chiese Luca.
"Quale?"
"Quella a quel tavolo, col vestito rosso"
"Si. Carina, a parte il vestito"
"Ci proveresti?"
"Certo, se non fosse abbracciata al fratello gemello di Tyson."
"Sei un pavido."
"Ci tengo ai connotati"
"Facendo così non caverai mai un ragno dal buco."
"Non mi sembra che tu invece navighi nell'oro"
"Quello che mi da più fastidio di te - mi disse con un tono tra l'offeso e il paterno - è che le occasioni tu le hai, solo che le sfuggi"
"Non è assolutamente vero."
"Se solo potessi parlare, ah"
"Dai parla. Ormai hai tirato il sasso, non puoi nascondere la mano"
In quel mentre due volti noti uscirono dall'anonimato della pista e si avvicinarono.
"Cosa ci offrite?" chiese Sara. Era una bella ragazza mora, e quella sera era molto in tiro. Luca le si avvicinò premuroso "Quello che vuoi"
Mi voltai dall'altra parte disgustato - Servo! - pensai, ordinando il secondo (o era il terzo?) bicchiere di tequila.
"Be', tu cosa mi offri? Luca mi ha tradito per Chiara"
Mi voltai verso un ragazza bionda, con una minigonna da incorniciare e due occhi azzurrissimi. "Cosa vorresti, una Coca?"
"Mi prendi in giro, spero"
"Lo faccio per te. L'alcool fa male, ai bambini, Linda"
Lei finse di essersi offesa, ordinò un cocktail e mi diede una gomitata allo stomaco. "A chi hai detto, bambina?"
Le presi le braccia e gliele attorcigliai dietro la schiena. "Adesso come la mettiamo?"
"Finalmente mi hai imprigionata, sono tua, prendimi"
La lasciai andare, pagai quello che aveva ordinato e gli diedi il bicchiere.
"Ti stai divertendo?" - mi chiese.
"Abbastanza"
"Come sei ermetico"
"Non sono ermetico: le discoteche ormai mi hanno stancato"
"Dovresti provare il sadomaso"
"Tu ci sei già passata: dove mi devo rivolgere?"
"Tu dovresti trovarti una ragazza. Stai diventando acido come una vecchia zitella"
"Hai in mente qualcuno in particolare?"
"No. Però ignorando le tue amiche non otterrai molto."
"Io non ignoro nessuno"
"Bugia, è tutta sera che ignori me, ad esempio."
"Sai che non mi piace ballare questa schifezza che voi chiamate musica. Tu sei in pista da quando siamo entrati"
"Non nasconderti dietro un dito: un genere musicale vale l'altro con tutto questo casino"
"Non mi nascondo affatto, non mi sembra di trattarti male"
"Non parliamo più, non usciamo più insieme..."
"Non sei mai stata la mia ragazza"
"Lo so, ma credevo di essere una tua amica, la tua migliore amica. Non ti stai comportando bene, con me"
"Sei scorretta a dire questo"
"Dico solo la verità, sei tu a essere scorretto"
Persi la pazienza. "Non accetto moralismi da una...come te"
"Da una mignotta, volevi dire questo, vero?"
"Ah, vai al diavolo".
Imprecai scurrilmente e mi allontanai.
Lei non mi seguì.
2
Il piccolo bar sulla strada era avvolto nella nebbia. Non avevo trovato un posto migliore, per fare colazione e la cosa mi infastidiva non poco. Era una delle cose che più mi piacevano, nel mio lavoro. Partivi alla mattina presto, passavi gran parte della giornata in auto, potevi fermarti dove e quando volevi. Molti miei colleghi dedicavano solo la mattina o il pomeriggio alle uscite. Io, se il numero di clienti lo consentiva, stavo via l'intera giornata: per il lavoro d'ufficio c'era tempo di sera, in piena tranquillità o verso il fine settimana. Difficilmente rimanevo in ufficio prima di giovedì. Quella mattina, però, avevo troppi giri anche per i miei gusti; pratiche su pratiche in una zona montana in cui trovare la gente era difficile, le strade brutte e le giornate fredde. Non sono un animale da montagna. Mi mette a disagio, forse per il freddo, ma credo che ci sia qualcosa di più profondo. Il mio elemento è il mare: non ho scelto il posto migliore per nascere, insomma, nel cuore delle nebbie padane. Un'ora di macchina è poco in termini temporali, ma è un'eternità dal punto di vista psicologico. Pensavo a questo quando mi rimisi in auto, al fatto che non c'era stato tempo di allungare verso Serra per cercare un bar decente; il tempo stringeva ed ero indietro con la tabella di marcia. Così avevo dovuto lasciare di fretta l'Estense e arrampicarmi verso le strade più sperdute. Mi ero fermato nel primo posto che avevo trovato. Avevo ordinato cornetto e cappuccino e avevo chiesto al barista dell'abitazione del mio cliente. L'uomo con i denti gialli di fumo non lo conosceva, ma mi aveva indicato dov'era la località indicata sulla pratica. Dopo una veloce scorsa alla Gazzetta dello Sport, solo per avere la conferma che la mia squadra del cuore era ancora in crisi nera, ero uscito nella nebbia per ritornare alla macchina. Era, si può dire, l'orgoglio della mia vita. La prima cosa veramente mia che avessi mai avuto. L'avevo presa con i primi soldi guadagnati. Un leasing modello trasfusione di sangue, ma ne era valsa la pena. Il mio lavoro non puoi farlo senza auto e l'auto doveva essere comoda. Mi ero innamorato di quella durante l'altra pazzia fatta con i primi guadagni, il viaggio in California. Tra affittare a Los Angeles quel fuoristrada della Chevrolette e importarne un modello in Italia di strada ne passava, ma alla fine la mia fatica era stata premiata e lui era li, rosso acceso, con i sedili pieni scartoffie e il porta cellulare. Cattivo e lussuoso allo stesso tempo. Se lasciare l'università, studiare due anni per l'esame di inscrizione all'Albo e diventare Perito assicurativo, avesse portato solo cose come quella, allora sarei stata la persona più felice del mondo. Invece non era del tutto vero. Il telefono suonò che ero già salito in macchina. Attaccai il viva voce e risposi.
"Si?"
"Ciao Guido, sono io"
"Ciao" risposi poco convinto. La ricezione era pessima in montagna, e io ero completamente scollegato da tutto quello che poteva centrare con la persona che mi aveva chiamato.
"So che non vuoi essere chiamato quando lavori, ma è importante"
"Luca." l'avevo riconosciuto "Dimmi, è successo qualcosa?"
"Si tratta di Linda."
"Si è imboscata con qualcun'altro. Mi piacciono le novità piccanti ma..."
"E' in coma"
Il cappuccino rivelò di non essere stato gradito molto dallo stomaco e mi tornò quasi tutto in gola. "Cosa?"
"Ha...dente..ina....te....ale"
"Non ti sento. Non c'è campo" urlai. "pronto"
Il display segnalò <
Bestemmiai. Feci il numero di casa di Luca ma non riuscivo a prendere la linea, tentai più volte vari numeri di altri amici, ma non avevo tacche. Spensi, sperando che mi lasciassero un messaggio in segreteria. Partì patinando nella nebbia imprecando contro la pubblicità che dimenticava sempre di dire che il telefonino non prendeva in certe zone e in cui tutti, regolarmente, riuscivano a parlarsi. Accelerai verso la località indicatami, lì avrei trovato il buon vecchio telefono fisso, del resto non potevo mollare il mio cliente. La rabbia per la telefonata fallita, quasi mi impediva di pensare a cosa il mio amico mi avesse detto di Linda. Avevo sicuramente sentito male. Sorpassai un'utilitaria suonando all'indirizzo del conducente. "Muoviti, non ho tutta la mattina" Trovai quasi subito il posto, due anni di questo lavoro e non ti perdi nemmeno in Siberia. Dopo qualche domanda alle vecchie intente a stendere nei cortili delle case isolate, con la nebbia più diradata, trovai l'abitazione. Dovevo vedere la sua berlina che era stata colpita da un trattore. Facevo le domande all'uomo, un bancario giovane e con una bella moglie, molto preoccupato di scaricare la colpa sul contadino del trattore, guardavo l'auto con una vistosa bozza sulla portiera, mi facevo un'idea della dinamica del sinistro e del danno al mezzo. Il luogo dell'incidente, vicino a Pavullo, l'avevo già visto, e così il trattore. Giunsi anch'io alla conclusione del liquidatore e dell'altro perito: il bancario non aveva dato la precedenza; al massimo al trattore si sarebbe potuta dare una parte della colpa, ma il mio cliente aveva torto. Di solito mi piaceva questa componete poliziesca del mio lavoro, penetrare nelle menti degli altri e carpirne gli scheletri dall'armadio. Stavolta però la mia mente urlava e intorno a me era un terremoto di emozioni incontrollabili. "Ho capito - dissi con un filo di voce - ora può portare l'auto dal carrozziere, le foto le ho fatte, per il risarcimento dovrà parlare con l'assicurazione, io mi limito a dare un parere tecnico, no, non ho ancora capito se lei ha torto o ragione - mascherando la stizza per la sua insistenza chiesi con melliflua gentilezza se mi faceva fare una telefonata importantissima. Lui acconsentì con altrettanta affettata cortesia. Chiamai Claudio al cellulare e, dopo tante bestemmie, pregai che mi rispondesse.
"Pronto?" Claudio stava parlando da un luogo affollato.
"Sono Guido.".
"O Santa mater. E' un ora che cerco di parlarti"
"Sono in montagna non c'è campo"
"Vieni subito al Policlinico. Linda è stata investita da un'auto mentre andava in biblioteca; era in bicicletta. Ora è in rianimazione."
"Cos'ha?"
"Sto finendo la batteria, ho fatto quaranta telefonate, vieni di corsa ti aspettiamo."
"Sarò lì tra non meno di un'ora"
"Corri, con quella specie di camion che ti ritrovi per macchina"
Claudio non era mai stato un mostro di gentilezza al telefono, ma il suo tono secco mi preoccupò. Congedai il mio cliente, accesi il fuoristrada e corsi verso Modena. Appena tornai in una zona in cui il telefono prendeva, chiamai il mio collega e lo avvertì, poi chiamai in ufficio e la moglie del mio collega, che ci faceva da segretaria, si incaricò di avvertire i clienti che tutti gli appuntamenti per quel lunedì e per il giorno successivo erano disdetti.
Sull'Estense c'era il solito traffico e già questa fu una fortuna. Feci alcuni sorpassi azzardati, spinsi il mio bestione rosso fin' anche a 180 e arrivai a Modena ancora anestetizzato dalla tremenda corsa. Il senso di scoramento era stato accantonato dall'adrenalina. Tutto mi ricadde addosso quando entrai nell’ampio slargo che introduce al Policlinico. Ci misi quasi venti minuti a parcheggiare e stavo quasi abbandonando la macchina in mezzo alla strada, sempre imprecando fantasiosamente, quando trovai un posto in cui mi infilai storto e con le ruote sul marciapiede; avevo un fuoristrada, potevo permettermelo. Spensi il telefono per evitare che qualche cliente mi chiamasse e corsi all'ingresso principale. L'avevano tirato tutto a nuovo, sembrava la hall di un qualche albergo, vi era un cartello con il logo di una mano verde e la scritta "Azienda Ospedaliera-Policlinico di Modena". Tutta questa apparenza da banca, celava le sofferenze dei clienti di questa "Azienda", dietro una specie di patina ovattata. "Sepolcro imbiancato" mi venne in mente in una inaspettata reminiscenza biblica.
3
La Rianimazione era proprio al piano terra e li c'erano tutti i miei amici. Eravamo un gruppo numeroso che, come spesso accade era diviso in sottogruppi in perenne scontro-incontro tra loro. Ma lì, in quel lunedì novembrino la paura e il dolore aveva unito tutti. Le ragazze piangevano come aquile e anche i maschi erano perfettamente calati nella parte: ricacciai tutto indietro per l'ennesima volta e ostentai dura determinazione. Andai a salutare i genitori della ragazza che abbracciarono anche me, come avevano fatto con tutti gli altri.
"Non ci fanno entrare. Siamo in troppi" mi disse Luca.
"Non ci vogliono dire ancora nulla" continuò Licia.
"Cos'è successo?" chiesi.
"Era in via Emilia, in bici. Un'auto non l'ha vista e l'ha urtata. Ha battuto la testa contro il marciapiede e non si è più risvegliata. Chiara era con lei, Antonio l'ha portata al bar, era in preda a una crisi di nervi."
"Cos'hanno detto che ha?"
"L'hanno operata per asportare un ematoma. Poi non so più nulla"
"Aspetta. Ho un'idea". Uscii in strada e telefonai. Avevo un medico del Policlinico cui avevo fatto una perizia. Era stato uno dei miei migliori <
"Una tua amica?"
"Si."
"Hai detto che ha 23 anni?"
"Si."
"Faccio un paio di telefonate e ti richiamo"
"Grazie."
"Figurati."
Rimasi attaccato alla colonna e pregai. Era una cosa che facevo di rado, ed ero decisamente arrugginito. L'attesa mi aveva fatto di nuovo esplodere un coro di urla nella mente. Passò un'ambulanza, poi una signora che spingeva il marito, vecchissimo, in carrozzina. Il telefono squillò, controllai il numero del chiamante e risposi.
"Ha buone notizie?"
"Dipende. L'intervento è andato bene, ma è in coma. E' grave, potrebbe risvegliarsi ma potrebbe anche non farcela."
Fu un colpo di spranga alla fronte. Per la prima volta realizzai la gravità del problema, un problema che non poteva essere risolto con un telefono, un Pc o una bella macchina rossa.
"Gr..azie"
"Se hai ancora bisogno telefonami, auguri."
Mi sedetti per terra e urlai a squarcia gola tra gli sguardi diverti e un po' sorpresi dei passanti, finché non mi raggiunse Luca.
"Era il tuo cliente medico?"
"Già"
"Cosa ha detto?"
"E' grave"
"Questo lo avevamo capito anche noi"
"Potrebbe non farcela"
"Ah"
"Hai una paglia?"
"Tu non fumi"
"Non ti ho chiesto se io fumo, ti ho chiesto una sigaretta"
Luca non rispose e mi diede una Ms. Era cattiva al punto giusto, non ricordo bene ma credo di essermela divorata in pochi minuti.
Restammo lì tutta la mattina. Non ricordo se mangiai. Chiara, che era una ragazzetta bassa e assolutamente non attraente che in condizioni normali mi stava decisamente antipatica, mi faceva una pena incredibile. Si sentiva logicamente in colpa e raccontava la dinamica dell'incidente a ogni persona le rivolgesse la parola. Claudio a un tratto perse la pazienza, bestemmiò sotto gli sguardi attoniti dei clienti e dei dipendenti dell'Azienda Ospedaliera, e se ne andò senza salutare nessuno. Fu ritrovato, mi riferirono poi, nel tardo pomeriggio a bere vino in enoteca. Non confessò mai che conto aveva pagato. Piano piano la gente tornava a casa; restarono solo i più colpiti dalla tragedia, o quelli più desiderosi di farsi notare. Eravamo una di quelle compagnie che si trovava alla perfezione quando c'era da mangiare, bere o far baracca. Quando bisognava entrare nel profondo dell'amicizia, qualcosa andava sempre storto. Anche in quella occasione si evitò il problema e ognuno finì per affrontarlo per conto proprio o con qualche amico più intimo. Quel fatto comunque ci aveva segnati, non eravamo più immortali.
Alla fine, verso le sette di sera, eravamo rimasti solo io e Luca. Ci aggiravamo per la Hall dell'Albergo Policlinico come fantasmi, più per inerzia che per un motivo reale, solo per non dovere tornare a casa.
"Cazzo" - esclamai a un tratto ad alta voce. Un dottore col camice svolazzante mi fulminò con lo sguardo, prima di entrare nel bar.
"Che c'è?"
"Non ho avvertito casa"
Riaccesi il telefono. Mi accorsi di avere vari messaggi di testo e in segreteria. Li ignorai e chiamai casa. Mio nonno rispose. "Ti ho chiamato sei volte. Tua madre è preoccupatissima"
"Scusa ma non volevo essere disturbato"
"Lo so. Abbiamo chiamato il tuo collega. Ci sono novità?"
"No. Qui non ti dicono nulla."
"Vieni per cena."
"Direi di si, se ritardo te lo dico"
4
Luca mi chiese un passaggio, era venuto con Antonio. Lo accompagnai. Avevo una multa sul parabrezza dell'auto; non avevo nemmeno più voglia di bestemmiare. Non conversammo molto durante il viaggio. A un tratto mi uscì un'affermazione quasi inconscia. "Non credevo di poterci stare tanto male"
"Scusa?"
"Si. Non credevo che un incidente così...brutto stronzo" - un auto non mi diede la precedenza e la evitai per un pelo
"Perché non credevi di starci male? E' una tua amica, no?"
"Si. Ma sai. Non è che avessi tutti questi rapporti. Credo di non avere nemmeno il suo numero di telefono. In certe occasioni mi faceva anche rabbia"
"Perché?"
"Niente in particolare. Una questione di atteggiamento. "
"Tu sei ben strano, qualche volta. Lei ha sempre avuto un debole per te"
"Non dire cazzate: lo ha avuto per me, come per te, e per tutti"
"Sei tu che dici cazzate. Prova a pensarci"
"Siamo arrivati" tagliai corto.
"Domattina?"
"Non lavoro, ci vediamo lì alle 9,00"
"Ok"
5
Ripartii a razzo con stampate in mente le ultime parole di Luca
"Sei tu che dici cazzate. Prova a pensarci"
Mostrarono un tarlo che aveva iniziato a scavare già dalla mattina e che ora si era fatto più insistente.
C'era un ombra; un qualcosa in me che era nascosto ma si faceva sentire, lontano. Mi era sembrata subito una reazione spropositata. Decisi di fare un giro in macchina e pensarci un po' su. Come ho già detto, la nostra era la classica compagnia molto numerosa che si trovava alla perfezione a cena o in discoteca, ma che in realtà era molto disunita. C'erano tanti gruppetti di gente che si vedeva e si sentiva con regolarità anche fuori dalle serate di gruppo, che poi convogliavano tutti in quel mare magnum. Finiva così che avevi rapporti stretti solo con un terzo dei membri della comitiva; gli altri erano poco più che anonimi. Spesso non ne conoscevi l'indirizzo, e ci scambiavi appena qualche parola, di solito da ubriaco, in qualche discoteca. Linda apparteneva ad una categoria intermedia, ma era stata da tempo declassata a perfetta sconosciuta per motivi che sembravano risibili, visti alla luce di ciò che le era successo.
Non ricordo quanta strada feci, con la radio al massimo. Fuori si era messo a piovere con violenza; la visibilità era ridottissima. Presi una buca modello oceano indiano e per poco non persi il controllo della macchina. Non pensavo a nulla, in realtà; mi limitavo a riordinare lentamente il mosaico di emozioni nella mia mente. Avevo conosciuto Linda la primavera precedente. Era stato uno degli ultimi acquisti del gruppo. Era una ragazza abbastanza carina, che oltretutto ci sapeva fare; si era attirata subito addosso, come tante mosche, tutti gli scapoli che orbitavano intorno alla nostra compagnia. Aveva mostrato di gradire tutte quelle attenzioni, e raramente aveva deluso qualcuno, senza, però concludere mai in maniera seria. Era toccato anche a me finire nella sua orbita, ma proprio perché non ero il solo, la cosa mi aveva lasciato abbastanza indifferente. Mi piaceva parlare con lei perché avevamo molti interessi in comune; in particolare il suo più grande pregio era la passione per la letteratura ed il cinema horror. Trovare una ragazza che venerasse Lovecraft e che avesse l'intera collezione di film di Dario Argento non era cosa di tutti i giorni. "I romanzi rosa: che palle" mi aveva confidato. Ricordavo la prima volta che l'avevo riaccompagnata a casa, pioveva anche quella volta. Eravamo stati in un disco pub vicino Reggio, così di tempo per parlare ne avevamo avuto parecchio.
"Sai perché mi piacciono molto i film dell'orrore?"
"No."
"Vedere tutti quei mostri, quelle entità malvagie... bè mi aiuta a non avere paura del buio, della morte, del male. Sembra come se quelle cose vengano imprigionate nella Tv o nella pagina...così non mi possono fare del male. Mi capisci?"
"Più, o meno"
"A te perchè piacciono?"
"Non lo so. Mi affascina il soprannaturale, ma nello stesso tempo non riesco a crederci veramente. Non so: ho uno strano rapporto con le storie che leggo. Di primo acchito, le divoro, poi mi passano sopra, come se nulla fosse."
"Secondo me non è vero."
"Cosa?"
"Tu fai la persona fredda e disincantata; ma secondo me sei molto più profondo e sensibile di quanto vuoi far vedere all'esterno."
"Non mi piace essere psicanalizzato"
"Non è psicanalisi. E' una constatazione scientifica. Non ti può piacere una storia fantastica, se non hai fantasia."
"E allora?"
"Non puoi avere fantasia e allo stesso tempo non avere sentimenti"
Che dialogo strano era stato. Nessuno mi aveva mai detto una cosa del genere, nemmeno mia madre. Un concetto così profondo in parole così semplici, per lo più espresso da una ragazza che tutto sembrava fuori che profonda; la stessa ragazza che, alcuni mesi dopo, avrei visto, ubriaca come mai ero stato io, abbaiare a quattro zampe, dopo una sagra del lambrusco. La gente, spesso, aveva il potere di sorprenderti: era forse una delle cose più piacevoli del rapporto con gli altri. Rimasi inebetito, riuscendo a rispondere solo con una stupida battuta: "Avresti dovuto fare psicologia, non lettere"
La sera successiva era venuta nel mio ufficio e mi aveva regalato una raccolta di racconti di E.A. Poe. Come al solito stavo lottando con decine di pratiche arretrate. L'avevo fatta entrare di mala voglia, credendo che fosse venuta per un motivo futile. Invece aveva estratto dalla borsetta un pacchetto. Sfoggiava un sorriso da giù di testa, era in tiro come se avesse dovuto andare ad un night (e non era da escludere che ci sarebbe andata).
"Gr..azie" ero riuscito a balbettare, aprendo come un bambino avido il pacchetto. Era una raccolta bella e per lo più in edizione di lusso.
"Di nulla. Volevo suggellare la nostra amicizia letteraria. Potremmo mettere su un circolo culturale, che ne dici?"
"In questo momento non ho tempo nemmeno per allacciarmi le scarpe alla mattina; però l'idea sarebbe interessante"
"Come sei disfattista. Per l'arte bisogna sempre trovare il tempo; potremmo stare ore ed ore a leggerci reciprocamente versi dell'orrore o a vedere film terribili, durante notti di luna piena. Come puoi non avere tempo per questo?" Aveva sorriso.
Io l'avevo squadrata fingendo serietà, poi ero scoppiato a ridere di gusto, come raramente mi capitava. L'avevo abbracciata e le avevo dato un bacio sulla guancia. Poi, non so come, a un certo punto ci eravamo baciati sul serio; una cosa molto veloce, che dal mio punto di vista non era stata significativa, o almeno non mi era sembrata tale: del resto lei tendeva a baciare tutti.
Il caso aveva voluto che il suo compleanno fosse venuto poco dopo e mi era sembrato carino mandarle, autonomamente, un mazzo di fiori, per ricambiare il libro. Temevo non le sarebbe piaciuto, ma non avevo avuto il tempo per andare a cercare un romanzo decente, o una videocassetta. Il lavoro aveva i suoi difetti, a volte non riuscivo nemmeno a trovare il tempo per andare a fare la spesa. Fortuna che, in pratica, vivevo ancora con i miei. Ricordo che mi chiamò sul cellulare verso le sette di sera. Ero in ufficio e, come al solito, stavo lavorando al computer e rispondendo al telefono contemporaneamente. Fui piuttosto brusco, di conseguenza. "Ciao Linda, scusami ma ho un cliente sull'altra linea, e una montagna di pratiche. Magari ci vediamo domani sera, se vieni in discoteca"
Lei c'era rimasta un po' male, ma aveva risposto celando l'imbarazzo "Mi sono piaciuti tanto, i fiori. Grazie. Vedi che sei un romanticone."
"Ah, figurati. Dovevo ricambiare il tuo libro, sei tu la romanticona."
"Non ti azzardare a darmi della romanticona"
"Non puoi nasconderti - l'avevo canzonata - ti ho smascherata: la grande donna fatale in realtà è una seguace di Susanna Tamaro. Povero Poe, si rivolterà nella tomba"
Lei aveva simulato una crisi di pianto isterico, poi aveva riso e mi aveva salutato. La sera successiva avevamo ballato insieme tutta la sera, tra le occhiate malevole dei nostri amici. La cosa era molto insolita: io odiavo ballare, ma non mi era pesato, in quella occasione. Non ricordo, se c'eravamo baciati di nuovo, ma non eravamo certo andati oltre.
6
Tornai a casa che era più di mezzanotte ma non presi sonno fino alla quattro. Avevo un appartamentino sullo stesso pianerottolo di quello dei miei. Ero indipendente ma nello stesso tempo, in sostanza, ancora nella casa paterna; questo mi permetteva una grande libertà, senza grosse preoccupazioni; quella sera mi permise di ubriacarmi bellamente senza problemi. Quando finalmente mi addormentai mi ero scolato un'intera bottiglia di whisky e avevo finito le birre. Non mi riesce mai di rigettare, quando sono ubriaco e questo spesso è un guaio. Quella notte, infatti, dormii malissimo, svegliandomi più volte con la bocca impastata e la testa in subbuglio. Immagini di auto che spappolavano pedoni, mi ronzavano in testa misti a ricordi di feste, bagni in piscina e risate tra amici. Ogni tanto qualche immagine più intima di lei che mi parlava con dolcezza, si insinuava subdolamente come a dire con vocetta cattiva che lei era qualcosa più di una conoscente. Alle otto di mattina mia madre aveva bussato e, non ottenendo risposta era entrata con le sue chiavi. Vedendo com'ero conciato non aveva proferito verbo, limitandosi a lasciarmi la colazione sul comodino.
Quando finalmente riuscii ad alzarmi per fare una doccia erano le 9,30. Incontrai mio padre sul pianerottolo, mentre scendevo le scale barcollando, con le palpebre che pesavano quintali.
"Cos'hai?"
"Niente. Non ho quasi dormito"
"Già poverina, quella tua amica, così giovane"
"Già"
Il tragitto da casa al Policlinico lo feci come in un sogno, faticando perfino a distinguere il semaforo rosso da quello verde. Parcheggiai sul marciapiede, poi bestemmiai accorgendomi di aver lasciato il telefono a casa. Non potevo perdere tempo ad andarlo a prendere. Arrivai in sala d'aspetto. C'era solo Sara. Non facevano entrare nessuno, nemmeno i genitori, così gli altri erano passati e se n'erano andati. Sara era la migliore amica di Linda ed era voluta rimanere. Quando mi vide sorrise e la cosa stonò col suo aspetto luttuoso. "Ciao." le dissi. Era un'altra di quelle che non mi stava simpatica. Era una bella ragazza, ma mi sembrava decisamente suonata. La guardai con tenerezza, non doveva aver dormito molto. La tenerezza si mutò in fastidio, quando mi apostrofò "Come diavolo ti sei vestito?"
"Cosa?"
"Ma si. Hai un calzino nero e uno marrone."
Guardai in basso e non potei trattenere un sorriso: era vero. Mi vergognai subito pensando al perché ero lì; anche Sara, però, abbozzò un sorriso. Prendemmo un caffè insieme e poi ci mettemmo a passeggiare nervosamente nell'atrio dell'ospedale. Avevo chiamato il medico mio cliente che era, fortunatamente, in reparto. Era sceso e mi aveva presentato un suo amico che lavorava in rianimazione. Ci aveva promesso che entro un'ora ce l'avrebbe fatta vedere. Prima non era possibile, questione di procedura.
"Hai dormito stanotte?" - le chiesi, sedendomi su una delle poltroncine sistemate nella rientranza davanti all'ingresso della rianimazione.
"No. Ho avuto gli incubi"
"Chiara come sta?"
"Sembra un disco rotto. Penso che abbia raccontato dell'incidente anche al suo pappagallino"
"Tutti sono scossi in un modo o nell'altro, ci vorrà un po' a riprendere la vita normale...sai passavamo tutti molto tempo insieme..."
"Ti vuole molto bene"
Fu un pugno nello stomaco. La cosa più brutta, paradossalmente, fu sentirne parlare al presente. Mi fece capire che io l'avevo data già per spacciata, bell'amico del cazzo che ero. Mi sentivo un verme. Iniziai ad odiarmi. Invece di credere che ce l'avrebbe fatta, io mi ero limitato, passivamente, a piangerla e a disperarmi. Era una mia caratteristica, tendevo a piangere sul latte versato; ad accorgermi dopo dei miei errori, senza mai tentare di porvi rimedio; mi trinceravo sempre dietro un "ormai è tardi". In un certo senso mi ero comportato così anche stavolta, pentendomi di come mi ero comportato con lei, ma pensando ormai di non poterci far nulla. Invece, qualcosa da fare c'era. Doveva esserci. Quando mi ripresi, Sara stava alzandosi - "Vado in bagno. Se ci fanno entrare aspettami, ho paura" - le sue parole mi ronzavano in testa come una mosca impazzita.
Fissai inebetito la porta antipanico della rianimazione, verde e pesante con piccoli vetri spessi ed impenetrabili. Dall'altra parte, immaginavo, c'era un lettino in cui dormiva una persona con cui avevo scherzato appena due giorni prima. L'avevo vista l'ultima volta sabato sera. Eravamo andati in discoteca, ma non avevamo avuto un dialogo molto incoraggiante. Per la verità lei era stata molto carina ma io l'avevo respinta in malo modo, non ricordavo nemmeno perché; mi capitava, a volte, che certe persone mi dessero fastidio senza un motivo. Era una parte del mio carattere con cui convivevo ma che non riuscivo a capire. Questo pensiero mi fece imprecare tra i denti. Il nostro embrione di amicizia profonda, era abortito dopo l'estate, durando, in definitiva pochi mesi, dopo i quali, per me, lei era tornata nella massa delle ragazze che orbitavano intorno alla nostra comitiva. Ero fatto così: se tagliavo una persona, la tagliavo definitivamente, senza appello. Durante le vacanze, io ero andato in California, lei a Mikonos con parte del gruppo. Lì si era messa con almeno tre ragazzi, diversi, per razza e credo religioso. La cosa mi aveva infastidito. "Bella troia, mi ero detto, fa tanto la dolce e la psicologa, poi la da via a tutti"
Avevo quindi iniziato a prendere le distanze da lei, gestendo i nostri rapporti con distacco. Linda invece, era sempre molto dolce ed affettuosa. Questo se possibile mi mandava ulteriormente in bestia. Non poteva imboscarsi a ogni festa con uno diverso, e poi fingere che non fosse successo nulla. La gente falsa non mi piaceva, lei non mi piaceva più. Quando iniziava a parlarmi, regolarmente io troncavo il discorso liquidandolo con qualche battuta per poi mettermi a parlare con qualcun altro. Linda però non si era mai scoraggiata e tornava sempre alla carica. Così era successo anche l'ultima sera che ci eravamo visti. In quella occasione la mia reazione era stata spropositata a ciò che lei mi aveva detto; le avevo bestemmiato in faccia e mi ero perso tra il popolo della discoteca. L'avevo poi osservata da lontano in un modo che, a pensarci bene, forse era un po' morboso. Lei era lì che fingeva di divertirsi ma con nubi nerissime sulla faccia e, mi ero gongolato, forse qualche lacrima trattenuta a stento. Non mi faceva assolutamente pena, anzi, mi piaceva vedere i danni che avevo provocato. Così avrebbe imparato la lezione. Ora, mentre passeggiavo in quel corridoio angusto, che assomigliava molto all'ultimo tratto di strada che percorre un condannato a morte dalla sua cella al patibolo, breve ma lunghissimo allo stesso tempo, questo atteggiamento mi sembrava privo di senso. L'avevo giudicata e giustiziata senza appello, con una ferocia inaudita. Era insensato essere gelosi di Linda. Si poteva essere gelosi di una ragazza che ti piaceva, non di una amica; le implicazioni sommerse di quel ragionamento mi spaventarono tanto che mi misi a pensare ad altro. Non riuscivo, però, a distogliere la mente da quell'elementare sillogismo.
1. Io sono geloso, quindi le voglio bene
2. Lei mi vuol (voleva?) bene (ormai me lo dicono tutti)
3. Avremmo dovuto metterci insieme.
Dov'era il problema. Peccato che io le avessi chiuso la porta in faccia, senza accorgermi di averlo fatto e credendo addirittura di aver subito un torto da lei che adesso stava in un letto d'ospedale dal quale, forse, non si sarebbe alzata mai più.
7
Sara tornò, distogliendomi dai miei pensieri. "Allora?"
"Ancora nulla. Aspetta" Uscì il medico che avevamo conosciuto e ci venne a chiamare. "Potete venire. Ma solo per pochi minuti."
"Grazie"
Al di là della porta verde, entrammo in quel regno che sta al confine tra la vita e la morte. Vi erano tante finestrelle coperte da tendine ai lati del corridoio. Una di queste tendine fu aperta mostrandoci la nostra amica. Sembrava dormisse, con la cuffia in testa e il camice verde. Aveva un che di fanciullesco, a un primo sguardo. Ad osservarla meglio, però, aveva termo coperte per stabilizzare la temperatura corporea, era intubata e intorno aveva decine di macchinari. Aveva un livido sulla fronte. "Ha bisogno della respirazione assistita. Il cuore, invece, batte autonomamente. Non dovrei raccontarvi queste cose, c'è la legge sulla privacy, quindi non dite nulla, o mi metterete nei guai"
"Si salverà?"
"In questo momento nessuno può dirlo. Non è in immediato pericolo di vita. L'ematoma è stato rimosso. Il coma è reversibile. Però i danni cerebrali potrebbero essere seri. Bisogna vedere se sono permanenti. Potrebbe uscire dal coma o non uscirne mai. Potrebbe uscirne bene oppure male."
"Cosa vuol dire?"
"Potrebbe avere danni permanenti"
"Potrebbe rimanere invalida?"
"E' una possibilità da non escludere".
Ringraziammo e uscimmo, Sara aveva le lacrime agli occhi. "Non ce la fa. Sento che non ce la fa." urlava, sembrava una tarantolata. La presi di peso portandola all'aria fredda e pungente del tardo autunno. Le presi la faccia tra le mani e la scossi.
"Smettila."
"Non ce la faccio"
"Così non la puoi aiutare. Ora ti porto a casa."
"Voglio restare."
"Non ci vorrai finire tu in rianimazione. Spero."
Mi abbracciò e pianse. Mi stava ancora fondamentalmente antipatica, ma la strinsi forte, finché non smise. Quando arrivammo alla macchina c'era un'altra multa. Coniai qualche imprecazione colorita, poi la riposi con l'altra. Feci il viaggio a velocità ridotta, perso nei miei pensieri. Anche Sara taceva, forse però più per timidezza che per reale voglia di silenzio. Avevo la fama di essere una persona collerica. Una volta avevo perso le staffe mentre avevo in macchina proprio Sara e Linda; avevo lanciato il telefono contro il cruscotto e imprecando avevo sorpassato, in sgommata, l'utilitaria oggetto della mia ira.
"Non fare così, dai" si era azzardata Sara.
"Non ti impicciare, se no ti scarico qui" le avevo risposto accelerando. Era rimasta allibita e forse il ricordo di quella risposta la frenava in questa occasione. Sara era una ragazza che parlava moltissimo, e questo era uno dei motivi per cui non godeva delle mie simpatie.
La lasciai davanti a casa e poi mi recai in ufficio. Il mio socio mi interrogò sull'incidente e sulle condizioni di Linda. Poi mi comunicò quello che era successo durante la giornata lavorativa. Mi feci portare il cellulare da mio padre e decisi di ammazzare un po' il tempo in ufficio. Tra una pratica (e un bicchiere) e l'altra misi a posto un po' di arretrati e pianificai la giornata seguente. Dovevo recuperare le uscite perse dal giorno prima, presi nuovi appuntamenti. Mi addormentai ad un'ora imprecisata della notte. Fui svegliato alle otto dall'arrivo del mio socio e di sua moglie. Passai da casa, mi feci una doccia e partii.
8
Avevo deciso di coprire la zona della bassa, dato che non mi sentivo in grado guidare in montagna. Presi con me tre batterie cariche per il telefono e una scheda telefonica in caso non avessi avuto campo. C'era una fitta nebbia, quando lasciai la città. Mi ero accordato con Luca perché mi informasse di eventuali novità. Un po' per la stanchezza, un po' per la nebbia e il traffico, all'ora di pranzo ero indietro con l'agenda degli appuntamenti e già due clienti mi avevano telefonato scocciati. Avevo spiegato loro, quello che era successo e loro si erano mostrati comprensivi. "Vuole che rimandiamo?"
"No, se avete tempo vengo nel primo pomeriggio"
Alle tre avevo finito il giro. Stavo per ritornare verso Modena, quando vidi una cosa che mi fece esplodere di nuovo, nel cervello, il grido di dolore di milioni di vocine malefiche.
Un funerale. Il carro si muoveva carico di corone, seguito da auto di grossa cilindrata tenute a freno con mestizia dai conducenti.
Persi quasi il controllo della macchina, rischiando un imbarazzante tamponamento contro una delle auto del corteo. Ripresi il controllo del mezzo, ma non del mio cervello. Il cuore mi batteva tanto forte che sembrava voler evadere dal petto. Realizzai ciò che sarebbe potuto succedere. Vidi un fuoristrada rosso seguire a passo d'uomo un carro funebre addobbato di fiori. Sul carro c'era una bara bianca. Poi mi vidi al cimitero, davanti a una lapide scura, il terreno coperto di brina. La foto di una bella ragazza bionda, vestita da festa, mi ammiccava dalla tomba sorridendo. Vi era una frase di H.P. Lovecraft incisa sul marmo con lettere di sangue.
"Non è morto ciò che dorme in eterno
e in strani eoni anche la morte può attendere".
La foto mi parlò con voce impastata e mi ripeté le parole che avevo sentito in auto ritornando da quel pub di Reggio, una notte che quel giorno sembrava lontana millenni.
"Vedere tutti quei mostri, quelle entità malvage... bè mi aiuta a non avere paura del buio, della morte, del male. Sembra come se quelle cose vengano imprigionate nella Tv o nella pagina...così non mi possono fare del male. Mi capisci?"
Quando mi ripresi da quel momento di trance mi accorsi che ero fermo in mezzo alla strada. fortunatamente non c'era traffico. Avevo avuto probabilmente un colpo di sonno. Quello che avevo sognato mi correva all'impazzata per il cervello. Parcheggiai alla meno peggio, massaggiandomi le tempie. Dovevo fare qualcosa. Un sentimento di rifiuto della realtà mi stava montando dentro, provocandomi quasi un dolore fisico. Mi sentivo in colpa. Non per quello che era successo (ero a chilometri di distanza), ma per come mi ero comportato; per come ero stato meschino. Avevo calpestato la nostra amicizia senza motivo, era stato come uccidere un essere indifeso. Non sapevo perché e questo era ridicolo ma tragico insieme. Dovevo fare qualcosa. In mio ego, ora aveva paura. Se le fosse successo qualcosa, se davvero non avessi più potuto riparare, bé mi vidi nell'atto di puntarmi una pistola alla testa e premere il grilletto. Gongolai nell'immaginarmi il sangue e la materia cerebrale che schizzava sulla parete. Era la punizione giusta per quello che avevo fatto. Nell'antichità i grandi uomini preferivano il suicidio a una vita macchiata dal disonore: che vita sarebbe stata la mia, con quel peso sulla coscienza?
Mentre giravo gli occhi all'impazzata, vidi la chiesa da cui era appena partito il funerale. Sembrava guadarmi con quel suo grosso e unico occhio centrale, decorato da immagini sacre.
Feci una cosa che non facevo da anni. Spensi il telefono e lo lasciai in auto. Inserii l'antifurto ed entrai. La chiesa era silenziosa; vi era un senso di pace che non avevo provato da anni, nonostante gli addobbi funebri ricordassero il rito che vi si era appena consumato. Le immagini dei santi e dei martiri avevano una solarità e una serenità che quasi invidiavo.
L'odore d'incenso era ancora forte. Mi sedetti ad un bancone. Per parecchi minuti non pensai a nulla e non feci nulla, salvo fissare il crocefisso che sembrava penetrarmi con i suoi occhi sofferenti. Poi iniziai a parlare con Dio.
"So che probabilmente non ti ricordi di me - ero quasi indeciso se rivolgermi a Lui con il "tu" o con il "voi" - non merito tanto. Non so se esisti davvero, ma se ci sei forse sei l'unico che può aiutarmi. Non è per me, sai, so di non meritare il tuo soccorso. E' per una mia amica. Lei non merita di morire a 23 anni perché un cretino andava ai 90 in via Emilia Centro. Anche lei non è certo uno stinco di santo, anzi; però credo meriti un'altra possibilità. Lo so: sto chiedendoTi di darle quello che non le ho dato io, la possibilità di riscattarsi. Ma, vedi, se lei muore io non ce la faccio. Il pensiero di non poterle dire che mi dispiace di averla trattata così e che le voglio bene e che...alla fine sembra che Ti stia chiedendo un favore per me...ma vedi se lei muore io mi uccido. Non prenderla come una minaccia ma, ah cazzo, non riesco a spiegarmi"
Stavo per bestemmiare per l'impotenza. Lui non mi rispondeva perché io non riuscivo a spiegargli il problema: ero un vero analfabeta religioso. Poi vidi un prete e letteralmente lo inseguii.
"Padre mi aiuti: sono alla disperazione"
"Siamo qui per questo. Seguimi al confessionale: staremo più tranquilli"
AUTORE - GABRIELE
ANTOLOGIA XOMEGAP - RECENSIONE
13 giugno 2006
ANTOLOGIA XOMEGAP - RECENSIONE
RUBRICA SPETTACOLO
PRESENTAZIONI XOMEGAP - REGGIO EMILIA
16 maggio 2006
FIOCCO BIANCO
Vogliono darsi a me. La mia scelta è fatta.
Annabelle sarà l’immacolata tela su cui sfogherò la mia arte in questa giovane notte.
Schiocco le dita. Uno spot posto sulla ragazza si accende e una fioca luce fa il suo ingresso in quel mondo di tenebra. Mi compiaccio con me stessa per la scelta. Lunghe gambe racchiuse in alti stivali di lattice, glutei sodi, vita sottile, schiena larga. Esamino la sua pelle. Perfettamente liscia. I polsi e le caviglie sono avvolte da bracciali di cuoio, bloccati al muro da sottili e corte catene. Partendo dalla parete faccio scivolare le mani lungo le sue braccia passando per le spalle e proseguendo fino ai fianchi. Le accarezzo il ventre. Con il braccio sinistro la stringo sentendo i suoi seni sodi. La mano destra risale fino al collo. Le spingo la testa all’indietro. Non mi può vedere, i suoi occhi sono coperti dalla seta. Le mie labbra si chiudono sul suo lobo che solletico con la lingua. La sento fremere. Odoro l’aria piena della fragranza del suo piacere. Il mio sangue si scalda. La bacio, assaporando le sue labbra carnose. Sento l’ispirazione invadermi. Penso ai miei servi ed essi appaiono. Curvi abomini di un’epoca antica. Errori di una giovinezza ormai passata. Ordino loro di possedere la ragazza. Si chinano a terra sapendo di non avere il diritto di rimanere eretti. Uno dei due afferra i polpacci della giovane appena sotto le ginocchia e, sollevando la testa, la penetra con un grosso membro nero fissato sulla bocca. Annabelle inizia a gemere leggermente seguendo il lento ritmo del servo. Non mi resta che iniziare il mio atto di crudo piacere. Snudo gli artigli. Lunghi e perfetti rasoi che si estendono dalla mie dita. Affondo i pollici nella pura carne della giovane quel tanto che basta per inciderla. Li ruoto allargando la ferita. Partendo dal foro seguo parallelamente la line della colonna vertebrale.
Annabelle si inarca mentre le sue grida tentano di farsi strada attraverso le spesse pareti della stanza. Il sangue inizia a colare copioso accumulandosi nelle fossette alla base della schiena per poi scendere, in delicate cascatelle lungo le cosce. Continuo a tracciare linee che si curvano e uniscono prendendo forma. Osservo il mio pensiero venire alla vita su quella morbida superficie. Spesso mi chiedo, vedendo con che facilità le mie dita disegnano indipendentemente l’una dall’altra, cosa potrebbe fare un pittore con pennelli al posto delle dita. Quanto potrebbe essere fluida, intensa e istintiva la sua arte?!
Ancora. si Ancora! Grida la mente di Annabelle.
Potendo sentire i suoi pensieri che si fanno strada attraverso uno strato di dolore, non posso far altro che cedere al piacere. Abbasso il mio volto su di lei lasciando che la lingua entri in contatto con la sua essenza ancora calda. Sento finalmente il mio corpo scaldarsi e prendere colore.
Uno stato di frenesia invade il mio essere. Rimango in balia degli istinti.
Incido ancora più in profondità le sue carni mentre rifinisco la mia opera.
Raggiungiamo l’estasi insieme.
La benda di seta è impregnata delle sue lacrime. Fisso quel reliquiario d’una umanità a me negata.
Le do il mio sangue. Le ferite scompaiono come per incanto e con esse anche il mio capolavoro;
sfogo di una delle tante notti di questa mia eterna solitudine.
AUTORE SIMONE
XOMEGAP - SCRITTURE METROPOLITANE
Il Team di XOMEGAP è stato invitato nell'ambito del nuovo ciclo di incontri di Scritture Metropolitane.
13 maggio 2006
INIZIATIVA - FATTORIA DEL PARCO
SCELTA
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“Padre?”“Si Artemisia?”“Sta per succedere di nuovo....”il vecchio alzò lo sguardo verso la giovane dai lunghi capelli neri, stancamente le disse “Sai cosa devi fare vero?”“Si Padre, nostro portatore di luce” rispose la giovane e chinando il capo si allontanò.
Nel piccolo paese dell'appennino l'estate proseguiva lenta tra i ronzii delle cicale quando Andrea tornando a casa notò un piccolo negozio ,appena dietro alla chiesa,lungo il viottolo che fiancheggiava il muro del cimitero un'insegna dondolante con folletti e gnomi indicava “Artemisia, Arte & Magia” , due stanzette dietro a una piccola vetrina quasi ricoperta dall'edera della vicina aiuola , a fianco di un vecchio portone di legno di quercia chiuso.Nel pomeriggio doveva incontrarsi con Cristina,una ragazzina più piccola di lui di un anno, e visto che non sapeva bene come interessarla le aveva parlato della sua piccola scoperta e s'erano incamminati verso il retro della Chiesa .Sbirciando attraverso l'edera viaggiarono con la fantasia tra i vecchi libri ingialliti sullo scaffale dietro al bancone delle erbe o gli gnomi arcigni nascosti tra i tanti vasetti di terracotta dalle etichette multicolori che affollavano le mensole a fianco della porta. Una robusta catena fissata alla parete sinistra tratteneva un candeliere circolare incrostato dalla cera delle candele sempre accese. Decine di bottiglie e alambicchi ammonticchiati impedivano di vedere cosa sorvegliasse lo strano drago rosso dipinto sulla parete in fondo alla stanza.La luce delle candele creava mille riflessi ed ombre che stuzzicavano la fantasia e la speranza di vedere qualcosa di insolito.Poi verso sera,improvvisamente il portone si apri' e un'esile ragazza dai lunghi capelli neri apparve silenziosa di fianco a loro.“Ciao piccoli” “come vi chiamate?”il profumo degli aranci in fiore comincio' a riempire il viottolo....La ragazzina per niente intimorita le rispose ”Ciao, io mi chiamo Cristina” “e tu?”“Puoi chiamarmi Artemisia”“Che strano nome....”“Me lo dicono spesso” rispose sorridendo la ragazza. “Volete entrare?”Cristina si avvicino' al portone e guardandolo seria “io entro! vieni anche tu, vero?”Un po' intimorito Andrea guardò la strana ragazza e rassicurato dai suoi occhi seguii Cristina.Mentre osservavano gli oggetti sul bancone ricolmo di ciondoli,cristalli e tessuti i loro occhi si fissarono su di una mappa variopinta al centro del tavolo.“Quella è la mappa dell’Elysio, l'origine del mondo” spiegò la loro ospite.“Di solito però le terre sono circondate dal mare....perchè qui ci sono delle stelle?”“Ogni stella e' un passaggio per quel mondo”“Ma perchè hanno gli stessi nomi delle stelle del cielo allora?” chiese dubbioso Andrea“L’Elysio circonda l'universo intero e la sua luce che filtra fin quaggiù attraverso le stelle ” rispose seria.I due ragazzini la guardarono sospettosi e continuarono la loro visita.“Volete conoscere gli Angeli che da lassù guidano il vostro cammino?”“Perche' no?” risero divertiti i due ragazzi..“Seguitemi” disse indicando la porta ad arco che separava il negozio dal piccolo salottino nel retro. La luce del pomeriggio inoltrato brillava al di là dell'edera, solo le candele sparse un po' ovunque illuminavano di luce danzante il piccolo negozio.“Tu Cristina prendi il mazzo di carte dietro la scatola dei cristalli di quarzo”“Scusa che carte sono queste? Non sono tarocchi, li conosco bene”“Sono le carte dell’Elysio infatti, ma funzionano più o meno allo stesso modo”“Tu libera il tavolo rotondo nell'altra stanza”.Il piccolo tavolino era ricoperto da un telo di lino bianco decorato con un pentacolo rosso brillante.“Ogni carta rossa rappresenta un angelo guardiano e le carte blu le forze assolute” affermò poi
formando una strana spirale con le carte Artemisia intonò una specie di formula in qualche lingua a loro sconosciuta poi prese le loro mani e congiungendole alle sue“Il mio destino e' il vostro , il vostro destino e' il mio, scoprite ora una carte svelti”scoprirono una carta a testa
Maryliss “il sigillo” e Cerbero “il guardiano”
...........sono loro, Il Cancello cerca le sue chiavi........pensò tristemente .........
Mentre sollevava la sua carta Andrea, urtò il tavolo e una carta dal dorso blu con due cuori legati fra loro cadde sul tappeto.“E quella?” chiese curiosa Cristinasorridendo ad Andrea le rispose “Niente di importante e' la carta dei legami d'amore” appoggiando la carta sulle altre.“Ora che conosciamo le vostre carte guida posso insegnarvi leggere il loro significato....ci vediamo domani se volete.” e alzandosi li accompagnò verso la porta.“ Mi sono scordato le chiavi di casa di là” disse di scatto Andrea“Torna pure a prenderle...ti aspetto”lo rassicuròRientrato nel salottino prese la carta dei legami dal mazzo e sperando che gli portasse fortuna la nascose in tasca; mentre usciva sentì la voce di Artemisia sussurrare “Prova e andrà tutto bene...”“Che ti ha detto?” gli chiese curiosa la ragazzina.“Niente di importante” rispose arrossendo “ci vediamo domani”
Quel pomeriggio davanti alla bottega Andrea un po' intimorito dallo sguardo di Cristina cercava un modo per iniziare il discorso....“Andrea cosa c'è? Artemisia ci aspetta lo sai”“ecco io....insomma” le prese tremando le mani....poi facendosi forza “Mi piaci Cry”“Anche tu stupido......mi chiedevo quanto ci avresti messo a dirmelo...”E lasciandogli le mani lo abbracciò forte stampandogli un bacio sulle labbra....poi prendendolo per il braccio lo trascinò dentro la bottega.“Ciao Artemisia, tutto bene oggi?” gioiosa Cristina, seguita da Andrea ancora imbambolato dal bacio di prima...“Certo ragazzi, volete scoprire di nuovo le carte o avete voglia di curiosare nella biblioteca oggi?” Rispose dolcemente lei“Anche i libri antichi ?”“Si certo , sceglietene uno e poi mettetevi di là, mentre preparo il thè.La giornata passò veloce, tra le risate e la polvere dei vecchi manoscritti, parve loro di essere appena entrati quando la campana serale rintoccò lontana. Prendendo la mano di Andrea, Cristina scattò in piedi “ e' tardi dobbiamo andare.... dai sbrigati....”Li guardò correre fuori dal viottolo sperando ancora di aver sbagliato.Un lampo di luce illuminò per un attimo la stanza, e sentì la vecchia credenza scricchiolare sul pavimento.... stava proprio cedendo.
Il pomeriggio seguente, I due amici seduti sul divano stavano osservando la mappa del magico mondo di cui avevano letto segnando i luoghi di cui parlavano le leggende.Era incredibile quante storie e personaggi fossero descritti nei libri della biblioteca.“Sarebbe bello vederli vero?”“Già pensa che cosa fantastica trovarsi davanti al Drago della cascata”“Io vorrei passeggiare nei giardini incantati dell'Eden, pensa che piante e fiori stupendi vedremmo”“E le grotte segrete al di sotto della foresta di Cristallo, chissà quali tesori potremmo trovare...”Un lampo di luce squarciò la luce soffusa delle candele facendoli sobbalzare
“Che succede?”
Artemisia, con gli occhi lucidi, li guardo' e disse “Uno dei portali sta per aprirsi....Volete visitare L’Elysio?”“Ma esiste veramente?” chiesero insieme“Solo se lo volete”“Mostraci come entrare allora”Artemisia mosse la credenza verso l'angolo son un solo gesto della mano, rivelando un grande affresco, quattro angeli dalle ali nere puntavano le alabarde verso un grande portone dorato sospeso nel cielo notturno; immersi in un cielo ricolmo di stelle scostavano i loro visi dai raggi di luce intensa che filtravano dalle fessure tra le assi, quasi la porta stesse per cedere sotto la spinta di una tremenda esplosione di luce.“Andrea per favore prendi la pergamena sul tavolo”“Questa?”“Sì esatto, ora mettiti davanti alla parete e recita quello che c'è scritto”Dubbioso Andrea recito' quegli strani versi, e guardando Artemisia chiese“E ora?”“un' attimo di pazienza” lo zittì sperando per una frazione di secondo che non funzionasse....L'affresco ondeggiò come un stagno colpito da una pietra e istantaneamente si trovarono increduli sospesi nel cielo notturno circondati da stelle.Il grande portale era davanti a loro“Che sta succedendo?”“Siamo davanti ai cancelli non vedi?”sussurrò Cristina stringendogli la manoUna voce che non poteva uscire dalla labbra umane cominciò a recitare:
“Padre dell’Elysio io ti chiamo,non credo in questo mondonon vedo che polveredona loro la LuceApri i loro occhiDona loro la Veritàfalla risuonare in meIo portero' la luceApri i cancelli”
Il vecchio portone esplose e una cascata di luce si riversò su di loro mentre un frastuono terrificante e melodioso allo stesso tempo inondo' l'ariaAttratto dallo spettacolo grandioso Andrea e non si accorse di Artemisia che voltate le spalle alla luce sussurrava “Non voglio, non e' giusto .....no non voglio che succeda di nuovo ”Il frastuono aumentò di intensità accecando la sua mente......poteva solo sentire Cristina che urlava “Guardate la luce e' incredibile”Al che gli occhi di Artemisia si indurirono e come per trattenere un dolore piu' grande di lei sospirò “Perdonatemi ......perdonatemi ve ne prego” e sollevando un' antica alabarda nascosta chissà dove fino ad allora, la puntò verso di loro e colpendo Cristina urlò:
Dalla polvere,con la polverenella polvereLa nebbia eterna richiuda il cancelloLa loro anima proteggagli occhi dei mortaliil sangue di lei sarà il sigillo..”
“Ora ho capito perchè siamo qui maledetta” sussurrò debolmente Cristina osservando la sagoma di pura luce che si avvicinava all'apertura volteggiando “ ma non userai anche lui” e con un' ultimo guizzo d'energia spinse Andrea lontano dal portale.
“l'incomprensione di lui sarà schermoche si richiudano le portedell’Elysio”
Una croce di luce si sovrappose alla sagoma di Cristina poi un rumore assordante esplose dall'apertura annebbiando i sensi. Il suo corpo cadde ormai inanimato mentre il piccolo salotto riappariva attorno a loro..Nell'affresco il portone ben saldo sovrastava solitario il cielo stellato.“Dobbiamo salvare Cristina...che diavolo hai .....fatto Arte....mi ..sia ” urlo' Andrea disperato mentre perdeva i sensi.
..Che il sogno cancelli cio ' che il cuore non puo' accettarela polvere scenda su di tee il Velo ti conceda l'ingannoAddio AndreaDomani non ricorderai piu' nulla...
Artemisia svanì alla vista come polvere trasportata dal ventoE fu solo buio
La polvere ricopre nuovamente il cielo
Andrea aprì gli occhi di scatto, la luce del mattino filtrava attraverso la finestra socchiusa, un po' intontito scese per la colazione..... il bacio di Cristina l'aveva sorpreso, da mesi aspettava quel momento e adesso......L'eccitazione non lo faceva stare fermo. Non vedeva l'ora arrivasse il pomeriggio per rivederla.....che sogno orribile pero' .....Un foglietto di sua madre appiccicato al frigorifero recitava 'ricordati il pane mi raccomando'Mentre tornava dal fornaio con il sacchetto del pane, un signore in divisa gli si avvicinò e gentilmente chiese “Sei Andrea Casili vero?”“Si signore”“Cristina Montessori è una tua amica vero?”“Si certo”“Ieri eri con lei?”“Si.... ma cosa...” “fino a quando?” insistette l'uomo mentre sua nonna si avvicinava“fino alla campana serale piu o meno...”“e poi?”Arrossendo per la vergogna farfugliò “poi l'ho salutata e sono corso a casa perchè era tardi..” Il ricordo del bacio inaspettato e lo strano sogno che avevo fatto quella notte lo confondevano.......“puoi dirmi dove l'hai salutata?”“Era..va..mo proprio qui dietro” dissi indicando i viottoli dietro la chiesa.“Mi ci puoi portare?”chiese con calma l'uomo in divisa“Do..Dovrei riportare a casa il pane...” proprio non voleva ritrovarsi davanti ad Artemisia dopo l'incubo notturno.....“Ci penso io con la mamma non preoccuparti” cercò di tranquillizzarlo la nonna che fino al quel momento aveva assistito silenziosa alle domande del brigadiere.“va bene” imboccò il viottolo dietro la chiesa mentre il caldo estivo giocava con la luce creando illusori riflessi sulle pietre, confondendo ancor di piu' i suoi pensieri. Una sensazione plumbea non l'aveva più lasciato dopo colazione, l'incubo notturno continuava a ronzargli in testa, sperava sinceramente che Artemisia quel pomeriggio non fosse alla bottega.Perchè al brigadiere importasse tanto dove fossero lui e Cristina la sera prima proprio non riusciva a spiegarselo.L'insegna scrostata della bottega era scomparsa, il vecchio portone bloccato con vecchie assi era ricoperto da vecchie catene d'edera rinsecchite. Al suo fianco l'edera e le campanule arrampicatesi fin quasi al tetto erano state strappate da poco, lasciando uno squarcio di circa mezzo metro dove doveva esserci la vetrina. La corrente gelida proveniente dallo squarcio mimetizzò per un'attimo agli occhi degli adulti i brividi di terrore che correvano giù per la sua schiena,dove diavolo era finita la bottega, che stava succedendo?“E' qui?”“Andrea?!? Ti ho chiesto se e' qui il posto!” ripetè severa la signora Casili.“S..Sì,.....Credo di s씓Che vuol dire 'Credo'? Sei sicuro o no?”“E' che...non so come dire...” ormai tremava vistosamente “ ieri era diverso...”Il Brigadiere lo guardò un po' stizzito e infilò la testa nell'apertura giusto per dare un'occhiata.... quando i suoi occhi si abituarono alla penombra strozzo in gola un “Ommiodio” poi ordinò “Signora per favore porti subito il ragazzino a casa” e staccando la radio dalla cintura chiamò la centrale“sono il Brigadiere Roversi, di CastelGuelfo, mandatemi subito una unità della scientifica e un'ambulanza. Veloci.” riuscì a sentire Andrea mentre sua nonna lo trascinava via.“Nonna che succede?”“Zitto e seguimi” rispose brusca la nonna tirandolo verso la chiesa....Andrea scattò verso il muro scrostato del cimitero, liberandosi dalla stretta della signora Casili, e corse verso lo squarcio nell'edera; Doveva sapere cosa c'era là dentroSgusciò a fianco del brigadiere e si buttò dentro l'apertura.Un raggio di sole colpiva una treccia di capelli biondi nell'angolo più lontano.; appena gli occhi si abituarono all'oscurità vidi il viso di Cristina con gli occhi chiusi appoggiato dolcemente ad uno dei cuscini colorati che decoravano il divano nella saletta dove Artemisia aveva offerto loro il thè. Raggomitolata in un angolo,sembrava galleggiare su di un tappeto di rose rosse, non stava dormendo..... solo questo riusciva a pensare..... non stava dormendo...Il resto della stanza completamente disadorno era ricoperto di calcinacci,assi di legno tarlate e barattoli di vernice vuoti.... come se nessuno fosse entrato lì da decenni.Sentì due braccia trascinarlo fuori dall'apertura, sollevandolo di peso....mentre la sua mente ripeteva ..... non sta dormendo.....non sta dormendo.....Quella sera con lo sguardo fisso sul tramonto cercava di ricordare gli ultimi attimi con Cristina,ma come se un velo fosse sceso sulla sua mente i suoi ricordi non superavano l'attimo del bacio.... La Carta dei cuori intrecciati rubata dal mazzo il primo giorno, gli diceva silenziosa che non era pazzo....... ma lo sarebbe diventato presto.
Artemisia apparve silenziosa davanti al camino.... Incrociando le gambe si lasciò cadere stancamente sul morbido tappeto intrecciato che ricopriva la sala delle udienze, cercando di trovare un po' di conforto nel calore che proveniva dal debole fuoco che annaspava tra le braci.“Che hai bambina mia?”“Ho fatto ciò che dovevo,Maestro” sospirò mentre le lacrime le rigavano il volto“Capisco.....”“non c'era altro modo?”“Lo sai bene, solo il l'antico rito puo' mantenere chiusi i cancelli.”“Ma questo.....” Singhiozzò Artemisia“li condanna uno alla Sua vista e l'altro alla pazzia lo so!”Tuonò Lucifero“credi che io non muoia ogni volta che uno degli miei figli perde la libertà e viene condannato passare l'eternità in Sua presenza?...Ancora tremo dopo diecimila anni : Il Suo Pensiero che non ti abbandona mai, osserva e comanda ogni tuo movimento...la comprensione del TUTTO, mai un' attimo di pace....il peso infinito della Verità... quella maledetta luce......”“In cosa siamo diversi da Lui allora? In cosa?” urlò fra le lacrime“Noi non abbiamo scelta”e trattenendo rabbiosamente le lacrime uscì dalla stanza .
07 maggio 2006
IL VECCHIO DELLA MONTAGNA
“Dove siamo? Ho paura!”. Alberto guardava il fratello maggiore con occhi pieni di speranza: solo Stefano poteva aiutarlo.
Tutt’intorno a loro la neve cadeva abbondante, rendendo il paesaggio alieno. Un vento gelido soffiava nella valle, sferzando due ragazzi che, inzuppati, cercavano un tenue riparo in una rientranza della parete rocciosa. La vallata risuonava dell’ululato dei lupi, la cui eco sembrava far rabbrividire le radici stesse dei monti.
Né Stefano né Alberto avevano idea di come fossero finiti lì. Sei ore prima stavano tranquillamente guidando le loro pecore all’ovile, poi la nevicata improvvisa e le terribili folate di vento avevano disperso il gregge e i cani. I due ragazzi avevano perso l’orientamento e si erano messi a vagare per i boschi scheletriti dal freddo. Ora era notte fonda e una coltre bianca, alta almeno mezzo metro, ricopriva tutto ciò che riuscivano a vedere.
Nel delirio della paura si erano spinti molto più a nord delle piste che abitualmente percorrevano, quando alcune ore prima un branco di lupi era sembrato farsi vicinissimo.
In quella strana sporgenza erano abbastanza riparati; Stefano, però, sapeva che il freddo presto li avrebbe sopraffatti: dovevano trovare un rifugio. Era buio pesto e ogni crepaccio poteva essere fatale.
“Guarda la su! – gli disse il fratello urlando per sopraffare il rumore del vento – una luce!”
“Hai ragione. C’è una grotta!”
Un centinaio di metri più su c’era un’apertura, raggiungibile con uno stretto sentiero scavato nella roccia. Emanava una luminescenza bluastra che ne illuminava l’entrata, dandole un aspetto spettrale.
“Dovremmo riuscire ad arrivarci”
“Non ne sono sicuro, ho paura”.
“Facciamo così. Te la senti di restare qui al riparo intanto che io vado a vedere cosa c’è nella grotta? Non vorrei trovare un orso o qualche altro animale”.
Alberto rabbrividì al pensiero di separarsi da Stefano.
“Ti prego, non lasciarmi, andiamo insieme”.
“Va bene”.
Il sentiero che portava alla caverna, in realtà, era una sorta di stretta scalinata scavata nella roccia. Sembrava fatta dagli uomini non dalla natura. Era incassato nella montagna, riparato da pareti di pietra, quindi la salita fu abbastanza agevole, mentre la luce cerulea si faceva sempre più forte mentre si avvicinavano.
Dopo aver aggirato lo sperone di roccia, il sentiero si faceva più dolce e invitante. I due ragazzi si addentrarono nell’anfratto sino a ripararsi completamente dalle terribili folate di vento.
La luminescenza sembrava emanare direttamente dalle pareti. Quella che avevano creduto una semplice grotta, in realtà, era una sorta di santuario: le pareti erano ricoperte di strani simboli che raffiguravano scene di caccia in cui bipedi dalla testa di cervo e dai piedi caprini combattevano con animali dalla strana forma. Vi erano delle statuette di legno appoggiate su una sorta di altare di pietra: raffiguravano esseri dal volto contratto in un ghigno ferino. Dal primo ambiente dove si erano fermati partiva un piccolo cunicolo buio. Tutt’intorno c’erano pietre disposte in maniera apparentemente casuale.
Si sedettero in mezzo all’antro, abbracciandosi per riscaldarsi. L’interno della grotta era stranamente immune dal rumore del vento che ci entrava come una specie di cantilena che cullò i due ragazzi sino a farli addormentare.
Il primo a svegliarsi fu Alberto. Fuori era ancora notte ma non nevicava più e il cielo sembrava di nuovo stellato. Stefano tremava accanto a lui. Toccandogli la fronte Alberto si accorse che era bollente: aveva la febbre. Si era tolto tutti i vestiti e aveva coperto il fratello con l’unica mantella rimasta abbastanza asciutta e per questo si era preso un malanno.
“Signore, fai non sia polmonite!”
Il ragazzino uscì dalla grotta per cercare qualcosa con cui accendere il fuoco. Ora che la tormenta era passata e la visibilità era aumentata, poteva osservare meglio il luogo dove si trovavano. Un costone di roccia era spaccato proprio nel mezzo a creare l’apertura di una grotta da cui si dominava una vallata imbiancata di neve. Il gelo era ancora pungente ma l’assenza di vento aveva migliorato le cose. Non c’era speranza, per lui, di trovare la strada di notte per andare a chiamare aiuto. D’altra parte anche accendere un fuoco era improponibile: tutto il legno che c’era era zuppo.
Rovistò tra le pietre ammassate nella caverna e trovò un fascio di legna asciutto.
La speranza tornò a crescere in lui: se c’era della legna, forse quel rifugio era meno sperduto di quanto avesse temuto. Forse l’indomani qualcuno sarebbe salito a vedere com’era la situazione e li avrebbe trovati. Intanto doveva accendere il fuoco, era stata una delle prime cose che Stefano gli aveva insegnato. Fortunatamente l’esca era rimasta abbastanza asciutta e, dopo alcuni tentativi, una timida fiamma crepitò vicino a loro. Il calore fece sussultare Stefano che acquistò un colorito migliore.
Alberto prese allora la neve e bagnò la fronte del fratello, per abbassare la temperatura. Dall’imboccatura del cunicolo, che sembrava la bocca di roccia della montagna, uscì un rumore simile ad un lamento. Alberto sussultò mentre Stefano emise un gemito strozzato.
“Dove siamo finiti?”. Si chiese. Le montagne, lo sapeva, erano piene di luoghi strani ma non aveva idea di cosa fosse quello strano posto e cominciò ad aver paura.
Adesso che il vento si era fermato poteva sentire uno strano fruscio provenire dal cunicolo: sembrava che la montagna respirasse, o meglio che alitasse su di lui un fiato freddo. Si avvicinò a Stefano e lo strinse a sé, avvicinandosi ancora di più al fuoco.
Stefano delirava. Diceva frasi sconnesse sul Demonio. Diceva di vedere schiere di dannati entrare dall’imboccatura della caverna e infilarsi nel cunicolo.
“Mandalo via!” – urlò a un certo punto – “Digli di non fissarmi! Ho paura!”
“Non c’è nessuno qui. Ci siamo solo noi. Dormi, domattina proveremo a scendere a valle”.
“Non siamo soli – sibilò Stefano – mi guarda e mi dice che è qui per noi”.
Alberto pregò. Chiese al Signore di proteggerlo da quella grotta così strana e di aiutare Stefano a riprendersi.
“Non può sentirti”.
“Chi non può sentirci, Stefano?”.
“Non è stato lui a parlare, sono stato io”. Alberto scattò in piedi brandendo un pezzo di legno come una mazza. Si era reso conto che il fratello non aveva parlato.
La grotta era deserta.
“Sei mio ospite, non devi avere paura: per me l’ospitalità è sacra”.
“Dove sei? Non ti vedo?”.
“Vuoi che mi mostri a te?”
“Si”.
Al centro della caverna apparve un vecchio dall’aria stanca, vestito con una tunica e un cappuccio e con una folta barba bianca ad incorniciare un viso coperto da centinaia di rughe. “Eccomi qui, vengo per aiutarti”.
“Chi sei?”
“Diciamo che abito qui da tempo immemorabile; c’erano ancora i Romani, o forse gli Etruschi. In altri giorni, ormai perduti, mi hanno anche adorato come divinità ma ora Lui vuole essere l’unico protagonista e per noi ci sono solo le briciole: qualche leggenda popolare, qualche scongiuro e alcuni che ci adorano scambiandoci per qualcun altro.
“Sei Satana?”
Il vecchio rise di gusto. “Ma fammi il piacere. Credi che il Principe delle tenebre si scomoderebbe a vivere in questo luogo angusto? No, dammi retta: anche lui è una prima donna come l’altro”.
“Allora chi saresti?”
“Diciamo una sorta di dio in pensione, anche se non è proprio una definizione giusta. Sono soprattutto qualcuno che era qui prima degli uomini e che può aiutare tuo fratello”.
“Davvero?”
“Certo. Stefano ha bisogno di cure o morirà. Gli servono un decotto di erbe medicinali e del cibo. Starà subito meglio, vedrai. Domattina, alla luce del sole, vi indicherò la strada per tornare a valle”.
“Cosa vuoi in cambio? – Alberto si fece di colpo sospettoso.
“Come sei diffidente. Non voglio nulla. Devi solo giurarmi sulla cosa che hai più cara al mondo che, quando avrò iniziato a curare tuo fratello, non cambierai idea. Le erbe che devo dargli hanno un pessimo sapore e per un po’ il delirio aumenterà. Poi, però, starà bene”.
“Sei sicuro che gli faranno bene”.
“Garantito – il vecchio sorrise mostrando denti piuttosto strani – quando hai deciso chiamami, io ti aspetterò”. Detto questo scomparve e Alberto restò solo con Stefano che farneticava e si contorceva mentre il fuoco si stava spegnendo. Provò a ravvivarlo ma la legna era finita. Andò fuori e la notte era ancora lunga e terribile.
Non aveva scelta. In fondo non aveva nulla da perdere. “Vecchio!” – chiamò “Accetto”.
L’anziano riapparve assieme a un piatto dove fumava un succulento agnellino e un bicchiere pieno di brodo bollente. Sempre con quello strano sorriso si avvicinò a Stefano e gli sollevò la testa accarezzandogli il volto pallido.
“Bevi – disse con dolcezza ma tradendo una certa fermezza – ti farà bene”.
Stefano si ritrasse gridando.
“No! Alberto, aiutami ti prego! La mia anima brucia”.
Alberto guardò quello strano essere che ricambiò con un’occhiata interlocutoria. “Proseguo? Quando avrò iniziato non potrò più fermarmi, altrimenti lui rischierà la vita”.
“Cosa vuoi dire?”. Alberto era disperato. Voleva piangere ma non poteva: doveva salvare Stefano.
“Voglio dire che sto facendo un incantesimo potentissimo che, se interrotto, potrebbe essere pericoloso”.
“Un incantesimo! Ma la stregoneria è male…”
“La stregoneria può salvarlo, finora il tuo Dio non ha fatto molto per lui…”. C’era un po’ di rancore nella voce del vecchio.
Scomparve di nuovo.
“No! Torna!”.
La figura con la tunica riapparve.
“Fai ciò che devi”.
L’uomo fece bere l’intruglio al ragazzo delirante. Stefano oppose resistenza, inarcò il busto all’indietro e si dimenò mentre il liquido caldo gli scendeva in gola. Il vecchio pronunciò alcune parole in una lingua morta.
Quando Stefano ebbe bevuto, gli fece addentare anche l’agnellino arrosto. Ancora una volta il ragazzo tentò di non ingoiare ma il vecchio riuscì a fargli inghiottire alcuni bocconi.
Alberto e il vecchio vegliarono Stefano tutta notte. Il loro salvatore gli accarezzava la fronte pronunciando parole incomprensibili e bagnandolo, di tanto in tanto, con il decotto.
Quando Alberto si svegliò era già mattina. Aveva smesso di nevicare e un bel sole splendeva nel cielo. Il vecchio era scomparso e Stefano dormiva placidamente: aveva la fronte fresca e non tremava più per la febbre.
“Vecchio!” – Chiamò Alberto – “Dove sei?”.
“Sono qui. Vedo che tuo fratello sta meglio. Sarebbe più prudente, forse, che voi steste qui un altro giorno ma penso che vorrete tornare a casa. I vostri genitori saranno preoccupati. Ho fatto arrivare qui alcuni pastori, vi troveranno tra qualche minuto e vi aiuteranno a tornare a casa. Ti indicherò la strada”.
“Come posso sdebitarmi?”.
“Non ce n’è bisogno, stai tranquillo. Ricordati solo di non dire di avermi visto: se tutti sapessero che so guarire dalle malattie la pace del mio eremo verrebbe turbata”.
Giunsero due pastori. Raccontarono di essersi persi seguendo una lupa che aveva ucciso alcune loro pecore.
Stefano era ancora debole e semicoscente, così i due uomini se lo caricarono a turno sulle spalle e li accompagnarono a casa.
“Questa volta scoprirò dove va”. Pensò Alberto squadrando il fratello che si allontanava dal pascolo.
Dopo la loro avventura tra i monti, Stefano, sebbene impercettibilmente, era cambiato. Passava molto più tempo da solo, spesso si assentava dal pascolo e qualche volta durante la messa lo aveva scoperto mentre si trastullava.
Alberto si mosse non appena l’altro scomparve dietro uno spuntone di roccia. Seguì Stefano da lontano, osservandolo mentre si inerpicava lentamente, come in trance, su un sentiero scosceso, pressappoco nella direzione in cui si erano persi quasi un mese prima.
Stefano non si accorse del fratello che lo seguiva. Come le altre volte si stava muovendo in uno stato di sonnambulismo. Dopo una mezz'ora di salita, si arrestò innanzi alla solita roccia piana, piena di incrostazioni. L’aquila aveva già appoggiato la sua preda sul masso. Non sapeva chi mandasse l’uccello né tanto meno chi fosse la preda. Era nudo e fragile, non poteva avere più una settimana di vita.
Alberto si fermò al riparo di un albero e osservò la radura dove suo fratello stava osservando famelico un neonato abbandonato lì da un grosso rapace.
“Stefano! – chiamò – portiamolo al villaggio e copriamolo, altrimenti morirà”.
Tutto accade in un attimo: Stefano prese in braccio il neonato e lo scagliò con violenza sulla pietra fracassandogli il fragile cranio.
Le deboli ossa, rompendosi, emisero un rumore di stecchi spezzati. Il ragazzo infilò la bocca nella spaccatura e si nutrì delle cervella del piccolo.
Alberto soffocò un conato di vomito. La gola gli si chiuse così strettamente che non riuscì nemmeno a gridare.
Era di nuovo nella grotta col vecchio. Stefano tremava in preda alla febbre e al delirio.
Nella grotta, questa volta, non erano soli.
Una processione di esseri traslucidi attraversava la caverna entrando nel cunicolo posto in fondo all’apertura di roccia. Emettevano lamenti sommessi, come condannati diretti al patibolo.
Stefano li vedeva e sembrava volerli scacciare con gesti goffi ed impacciati.
Ora li scorgeva anche Alberto.
Il vecchio aveva in mano un calice fumante, pieno di una sostanza cremisi.
(Sangue)
Nel piatto, dove c’era stato un agnello arrosto, ora era adagiato un neonato paffuto….
L’anziano montanaro, prima solo vagamente inquietante, aveva labbra viola e occhi privi di pupilla, immersi in un oceano di rughe. La barba lanosa mascherava appena le fauci spropositate da felino….
“No!!!!!”.
“Finalmente hai capito, stolto” - Lo rimproverò una voce interiore che non aveva mai udito – hai venduto l’anima di tuo fratello a qualcosa di più antico e infido di Belzebù in persona”
“Avevo paura”. Si giustificò lui.
“Sei un vile e così non l’hai protetto” - Lo incalzò la voce - Stefano ha provato a resistere ma quell’essere lo ha preso, perché tu non aveva saputo difenderlo”.
“Perdonami”.
“Chiedi perdono a quell’innocente”. Fu il rimbrotto ultimativo della vocina.
Stefano, cantando nella stessa lingua che aveva usato il vecchio per il suo maleficio, usò il corpicino sanguinante per tracciare strani disegni sulla pietra.
Alberto, solo con la sua colpa, abbandonato anche dalla fastidiosa vocina, non resistette.
C’era un burrone, poco lontano e lui vi si buttò, cercando sollievo nella morte, pur sapendo che la sua anima era destinata alla dannazione.
Da qualche parte, nei più profondi meandri della valle, in luoghi così vecchi da aver conosciuto i culti pagani dei primi uomini della pietra, si udì la risata catarrosa di un essere vecchio quanto le stesse polverose radici della montagna in cui viveva.
AUTORE - GABRIELE
02 maggio 2006
ANTOLOGIA XOMEGAP - RECENSIONI
26 aprile 2006
PRESENTAZIONE XOMEGAP - MODENA
Il Salotto Culturale di Simonetta Aggazzotti presenta:
Venerdì 28 aprile ore 20.45 presentazione del libro
"XoMeGap 18 racconti di sogni e d'ombra"
Viale Martiri della Libertà, 38
INGRESSO LIBERO
15 aprile 2006
DREAM TOWN
“Dream Tours vi offre un soggiorno da sogno di quindici giorni in una calda isola del Pacifico. Palme, cocktails, belle donne e sole… il tutto su una sabbia color oro. Dream Town, la città dei sogni vi ospiterà con animatori qualificati, corsi di sub, sci nautico e qualsiasi cosa abbiate mai sognato: non vorrete mai più andare via! Tutto questo a soli 1000 €. SOLO CON NOI: DIFFIDATE DELLE IMITAZIONI.”
Da Honolulu ci volevano due ore in aliscafo sino a quel piccolo atollo nel pacifico. Paolo e Luca avevano rimorchiato appena arrivati, lui da quel punto di vista era la pecora nera del gruppo, con quel corpo grande e goffo.
Il bungalow era rigorosamente a forma di capanna di paglia ma era spazioso e climatizzato: si era voluto creare un effetto folcloristico, ma il risultato era decisamente chic. Non che la cosa interessasse ai turisti che nonostante un bel po’ di fusi orari sulle spalle si erano lanciati subito verso la spiaggia dorata e l’acqua cristallina.
Decine di ragazze abbronzate e vestite meno del necessario, fusti con inflazione di addominali, enormi noci di cocco offerte come drink da cameriere polinesiane vestite soltanto di gonnellino: la riva era una sorta di eden ricostituito.
Poi era scesa la sera, il falò di benvenuto era stato acceso sulla spiaggia e tutto era cominciato. Il fuoco ardeva squarciando la notte.
Intorno decine di persone ballavano e cantavano, bevevano e si baciavano. Era praticamente impossibile non trovarsi abbracciato a qualcuno dell’altro sesso: se qualcuno restava in disparte le ragazze abbronzate e dagli occhi leggermente a mandorla dello staff, erano ben felici di intrattenere l’ospite; e non si limitavano solo alla conversazione... Paolo conversò per un tempo indefinito con Karen, una australiana con origini maori. Tutti avevano il bicchiere sempre pieno di qualche intruglio alcolico, e bevevano con avidità crescente.
Luca presto perse il conto delle ragazze che lo portarono dietro una duna, appena conscio di quanto questa fosse affollata. Gianni non bevve l’intruglio. Riusciva a versarlo con una certa perizia nei bicchieri dei vicini era un’abilità che aveva sviluppato nel tempo, tentando di mascherare il fatto di essere pressoché astemio. Si concesse però parecchi balli, finché una ragazza di colore, alta quasi quanto lui, ma con un fisico decisamente migliore lo avvicinò. Anche lei era abbastanza sobria, e come lui amava passeggiare sulla spiaggia al chiaro della luna e delle stelle. Si chiamava Asmara, ed era del Maine; fortunatamente Gianni parlava un discreto inglese. Avevano camminato sulla riva per un tempo indefinito, prima che lei si fermasse e si facesse seria.
“E’ ora di tornare: tra poco dovremo agire”.
“Non ti capisco”.
“Capirai. Prendi questo – disse porgendogli uno strano coltellaccio intarsiato – e fai come me: andrà tutto bene”. Mentre si avvicinavano iniziarono a sentire urla sempre più terrorizzate che provenivano dall’anfiteatro dove era stato acceso il fuoco.
“Cosa succede?”
“La mattanza – rispose lei asciutta – noi la fermeremo. Conficca il coltello dietro la loro nuca, in mezzo alle vertebre. Ma attento: se ti bloccano non ti potrai più liberare. Seguimi, svelto.”
Il luogo della festa era una babele di urla e gente che fuggiva. Gianni era macellaio; per qualche tempo aveva lavorato in un mattatoio pubblico; la somiglianza era tremendamente precisa anche se stavolta le prede erano gli uomini.
Turisti e inservienti fuggivano da ogni parte, inseguiti da esseri mezzo uomo e mezzo bestia, con fauci impossibili e occhi di fuoco. Queste creature infernali non emettevano suoni. Bloccavano le loro vittime a terra e ne divoravano il volto. Asmara ne abbatté due che si erano mossi per affrontarli.
“Raduniamo tutti gli umani e facciamoli rifugiare in acqua: loro la temono”.
Gianni se la cavava col coltellaccio. Dopo il primo colpo riuscì a controllare i conati di vomito che il puzzo di carogna delle creature gli provocava. Uccise un mostro che stava per sbranare uno spaurito giapponese, cui urlò di andare in mare; non riuscì a impedire a un secondo cane infernale (così li aveva battezzati) di uccidere una ragazza europea, ma lo abbatté prima che potesse fare altri danni. Asmara era indiavolata, tagliava quella creature con furia e precisione. Lui era decisamente più imbranato, ma insieme ne eliminarono una quindicina.
Nonostante tutto erano riusciti a salvare poche decine di persone e centinaia di quegli esseri mangiavano indisturbati mentre loro combattevano.
“Sono in troppi!”.
“Abbi fede – disse Asmara – dobbiamo farci strada verso il centro dell’anfiteatro, dove sono più fitti…”
“Ma sei impazzita? Ci sbraneranno”.
“Può darsi ma lì, sotto il falò abita la regina e se noi la uccidiamo, loro si lasceranno morire.”
Asmara estrasse dalla cintura alcune bottiglie piene di liquido. Le lanciò nel mucchio e, come colpiti da una pioggia di acido corrosivo, i cani infernali si misero a correre e urlare, come impazziti.
“Acqua di mare, sono creature del fuoco e del deserto”. Lui e Asmara corsero verso il fuoco.
Una voragine si era aperta sotto il falò, dentro di essa si vedeva il corpo lattiginoso e viscido di una specie di immane serpente. L’attacco giunse da destra. Un cane infernale si scagliò su Asmara con violenza, mordendole un fianco, un fiotto di sangue le imbrattò i calzoni. Perse la presa sul coltello, che cadde al suo fianco;
Gianni fu sull’essere e lo colpì infilando la lama fino all’impugnatura. Sentì un lancinante dolore alla caviglia, mentre la bocca del grosso verme gliela addentava, trascinandolo verso la buca.
L’alito caldo e nauseabondo del mostro lo investi in pieno, facendolo rigettare. Asmara si buttò sulla regina e conficcò il suo coltello in uno dei due acquosi occhi del rettile, che mollò la presa.
“Aiutami – gli disse impugnando un grosso machete – tienila occupata mentre io la infilzo con questo”.
Gianni si lanciò con tutto il suo peso sulla regina. L’essere aveva una forza eccezionale e lo scaraventò nella pira.
La distrazione fu comunque fatale al serpente, perché Asmara le piantò il machete in mezzo agli occhi con uno schiocco sordo di ossa che si spezzavano. Il serpente emise un sibilo che era l’apoteosi di tutte le imprecazioni e cadde nella sua buca con un tonfo molle.
Gianni si divincolò dal fuoco e si lanciò in mare, per spegnere il fuoco che gli aveva avvolto i vestiti. Urlò mentre le sue bruciature, al contatto con l’acqua salata, gli mandavano dolorose invettive.
Asmara corse da lui e lo abbracciò. “Grazie del tuo aiuto, senza di te non ce l’avrei fatta”.
I cani infernali correvano a morire in mare, mentre una trentina di sopravvissuti era tutto ciò che restava di Dream Town.
Nelle prime luci di una splendida alba tropicale, Gianni cercò convulsamente Luca e Paolo.
I suoi due amici non c’erano.
Riluttante si mise ad esaminare i cadaveri orrendamente mutilati. Riconobbe Paolo dai vestiti che aveva addosso: il suo volto era stato strappato come una maschera di carne.
“Se sapevi tutto, perché non li hai avvertiti prima? perché hai scelto me per aiutarti”. Gridò ad Asmara che si teneva in disparte come se temesse il suo giudizio.
“In tutto il mondo, ogni giorno, creature come loro, e altre molto più potenti si nutrono. Noi lottiamo contro di loro, ma essi hanno molti appoggi. C’è gente che procura il cibo in cambio di potere e denaro. Nessuno mi avrebbe creduta e loro mi avrebbero uccisa subito. Così li ho potuti cogliere di sorpresa.
“C’è qualcuno che aiuta questi cosi?!”.
“La gente è avida e questi esseri sono così antichi da avere molte ricchezze”.
“E’ terribile”.
“Mi dispiace averti coinvolto, ma ho cercato una persona forte e che non avesse bevuto quell’intruglio che vi avevano dato per stordirvi…”.
“Sono salvo perché sono astemio…”. Commentò amaramente lui, con la gola chiusa da un nodo enorme.
“E’ vero - gli rispose lei dolcemente - ora però sai troppe cose: dovrai venire con me”.
“Non è proprio una cosa così brutta…”.
"Non scherzare: dovrai lasciare tutto e sparire. Muoviamoci, dobbiamo andar via da quest’isola.”
AUTORE - GABRIELE
11 aprile 2006
XOMEGAP - SCRITTURE METROPOLITANE
Il Team di XOMEGAP è stato invitato nell'ambito del nuovo ciclo di incontri di Scritture Metropolitane.
Ecco di seguito gli incontri del mese di Maggio.
Comune di Modena Biblioteca Rotonda in collaborazione con Kult Virtual Press
SCRITTURE METROPOLITANE
nuovi supporti e nuovi modi di scrivere il presente e il futuro
content sharing
tre appuntamenti alla Biblioteca Rotonda
per tre progetti ‘aperti’ di creazione collettiva
venerdì 12 maggio 2006, ore 18
strip e ballon, il linguaggio dei fumetti
con Franco Spiritelli, giornalista e
Self Comics
venerdì 19 maggio, ore 18
blog, blog, blog, scrittura in rete e dalla Rete
con XoMeGaP e
Emiliano Cribari, vincitore della sezione Poesia (categoria oltre 25 anni) del concorso Mostra la lingua Holden! (2006)
venerdì 26 maggio, ore 18
a 4, 8, 16 mani: scrittura collettiva
con Kai Zen e
David Rivai, vincitore della sezione Prosa (categoria oltre 25 anni)
del concorso Mostra la lingua Holden! (2006)