19 settembre 2009

Oltre l'Orizzonte


Daniela Ori, Gabriele Sorrentino, Manuela Fiorini - Oltre l'orizzonte - Racconti tra sogno e realtà. Collana "I Salici" - I libri di Narrativa15x21 - pp. 280 - Euro 15,00ISBN 978-88-6037-7739.

Un chimico sulle orme del Conte di Cagliostro, una misteriosa figura di donna che sembra leggere nel cuore delle persone, il segreto di Lucrezia Borgia nascosto da secoli in un affresco, la tenera storia d’amore di Vetilia, scolpita per l’eternità su un’ara funeraria che porta il suo nome. E poi, ancora, un’organizzazione che attende l’avvento di un nuovo Messia, le inquietanti presenze che popolano una baia in Croazia, l’ambigua e affascinante figura di Amaltea, un passaggio segreto nel cuore della Mutina romana, una creatura mitica autrice di orrendi delitti, due ragazzini alle prese con una strana agenzia di viaggi, un passaggio spazio – temporale nel centro storico di Modena, un’inquietante statua di angelo sulla cuspide della cattedrale Geminiana. Dodici racconti per viaggiare. “Oltre l’orizzonte”.

06 agosto 2009

IL DONO (25 settembre 1863)



Un uomo che attraversa la città in inverno per cercare una cura per la moglie malata, il ricordo di un’estate dell’infanzia, un simpatico equivoco, una leggenda legata alle fave, le malinconiche atmosfere di una balera e, ancora, le disavventure di un uomoper portare un dono speciale al suo Duca, un conflitto generazionaleall’epoca del Ventennio Fascista….questo e molto altro in EMILIA, VIA MAESTRA dell’associazione di scrittori modenese “I SEMI NERI” , Damster edizioni 12 euro). Gabriele è presente col racconto “Il DONO” di cui qui di seguito ecco l’incipit:

L’uomo tirò le briglie, per costringere il cavallo a fermarsi un’ultima volta. Il grosso animale da tiro sbuffò e il suo fiato caldo formò piccoli sbuffi candidi, nell’aria fredda del mattino. Una leggera bruma trasudava dalla campagna grassa avvolgendo alberi, campi coltivati, cappelle, in un sudario latteo e indefinito. Da qualche parte, un cavallo scalpicciò sulla strada indurita dal freddo. Modena era pietra che galleggiava sulla nebbia, dominata dalla slanciata mole della torre campanaria e dal Palazzo Ducale, che ne chiudeva nobilmente il profilo, come un elegante drago di pietra addormentatosi in un lungo sonno.

Il cavallo si mosse stancamente sulla strada che conduceva verso Carpi, la stessa che Francesco V e la Brigata Estense avevano percorso l’11 giugno 1959, quando il Duca era andato in esilio.

17 luglio 2009

Il romanzo di Xomegap

Prima di interrompere i nostri post per la pausa estiva vogliamo lasciare i nostri affezionati lettori con una grossa novità. Siamo stati un po’ negligenti con il nostro blog negli ultimi tempi, lo sappiamo: lo abbiamo aggiornato poco e disordinatamente. Anzi a ben pensarci è un bel po’ di tempo che non lo curiamo molto, lo portiamo avanti un po’ alla stracca, quasi fosse sempre sul punto di chiudere i battenti. Non abbiamo mai voluto affrontare seriamente l’argomento ma è ora di farlo: Xomegap non sta morendo, tutt’altro se siamo stati poco presenti sul web è perché da quasi due anni a questa parte stiamo lavorando alla stesura di un vero e proprio romanzo collettivo. Non una raccolta di racconti, magari a tema, come abbiamo fatto con Mutazioni. Né come abbiamo fatto per gli e-book Hopelss dove ci siamo dati un luogo e un canovaccio e poi abbiamo proceduto più o meno in ordine sparso. Ciò che abbiamo tentato questa volta è un progetto estremamente più ambizioso, che comporta un livello di integrazione sconosciuto alle nostre precedenti esperienze. Un vero e proprio romanzo, in cui ciascuno di noi ha curato un personaggio, lo ha cresciuto, gli ha dato forma e spessore (sempre nella funzionalità della trama, naturalmente); in cui abbiamo stabilito una scaletta per i capitoli, discusso per giorni su cosa dovesse contenere ciascuno di essi e poi ci siamo incaricati di scriverli: io questi, tu quelli, tu quegli altri, ciascuno dalla prospettiva del proprio personaggio ma a formare un intero il più possibile omogeneo, in cui lo scrivere di ciascuno si è a poco a poco fuso al servizio delle esigenze del collettivo. E’ stato un esperimento ardito, che in alcuni momenti ci ha visto molto vicini a soccombere, e questo è anche il motivo per cui un po’ scaramanticamente non avevamo ancora voluto mettere nulla di nero su bianco riguardo a questo nostro progetto.
Ma ora il tempo di fare questo passo è giunto, lo stato di avanzamento dei lavori ha superato la velocità di fuga: il grezzo del testo è completo, abbiamo fatto un primo editing tutti insieme e ora io e Sara ci stiamo spietatamente dedicando ad un secondo di carattere principalmente logico. Poi ne seguirà un terzo, soprattutto formale, perché alla fine vogliamo che il nostro libro giri davvero come un orologio, dopodiché saremo pronti. Ad ottobre o novembre, presumibilmente, il testo sarà licenziato e ci metteremo in caccia di un editore.
Ma naturalmente non vi lasceremo fino ad allora senza notizie nostre e di questo nostro straordinario (sperabilmente…) progetto. A poco a poco cominceremo a raccontarvelo, i personaggi, la trama, la cartografia, forse qualche brano: un pezzetto per volta sperando di fare crescere dentro di voi l’attesa di leggerlo!
Per questo primo post sull’argomento, nel quale mi sono perso già fin troppo in chiacchiere, mi limiterò a dirvi le seguenti cose: si tratta di un romanzo fantasy, il primo di una trilogia che porterà il nome di “Finisterra”. Il titolo di questo primo capitolo sarà: “Le sorgenti del Dumrak”.
Detto questo vi lascio: ci risentiamo in settembre!

05 luglio 2009

ASPETTANDO IL CARNEVALE

Odio il fottutissimo carnevale. Lo odio con tutto me stesso. Odio la follia di quei giorni: l’ostentata felicità che porta. Odio quelli che si impegnano a organizzare la sfilata, che mirano alla perfezione. Non sopporto di veder sfilare i carri: brutte rappresentazioni di carta pesta della vita quotidiana. Paradossali feticci nati per esorcizzare il male della quotidianità. Odio i culoni starnazzanti delle ballerine. Odio tutti quei bastardi che si travestono. Quelli sono forse i peggiori. Non appena si coprono il viso perdono ogni inibizione. Esagerano facendo i matti che matti non sono. Se fossero matti saprebbero che è loro la colpa di ciò che avviene in quelle notti. Vedrebbero le ombre allungate sui muri dei vicoli. Sentirebbero i passi rapidi, malfermi, riecheggire in quelle sere di falso gaudio. Se fossero davvero folli, sarebbero savi e allora correrebbero ai ripari. Li stanerebbero mettendoli al rogo. Ma tutti questi uomini mascherati sono normali, e la normalità non ti permette di vedere oltre il tuo naso. Odio i miei amici che mi hanno trascinato all’ultimo carnevale di Viareggio a fare i coglioni per le strade. Odio Francesca, perché l’amo. Perché l’amore è bastardo quanto il carnevale. Perché l’amore mi ha fottuto. Ma la cosa che odio più di tutte è Burlamacco.
“Non sei un viareggino” mi dicevano, tutte le volte che esternavo il mio fastidio per quella maschera. Si fastidio, non odio: non a quel tempo.
Burlamacco ora è il mio incubo. Porto il suo dannato costume tutto il giorno, tutti i giorni. Il mio viso è ancora coperto di cerone bianco. Lo vorrei levare e tornare ad essere me stesso, ma ho troppa paura. Non ho altro cerone con me e per ora è l’unica cosa che mi sta tenendo in vita. Allora resto qui rannicchiato in un angolo. Rimango fermo nella speranza che non si accorgano di me. Stringo la spranga che ho preso nel vicolo. È fredda, ma è l’unica cosa che percepisco reale in questo luogo surreale. Qui è tutto buio, umido. È un luogo vecchio e malsano. Un posto sotto la città risparmiato dalla bonifica. A volte si avvicinano e mi annusano. Respiro piano, come loro, con un sibilo basso che odora di topo morto perché di quelli mi sono sfamato. Non ho partecipato ai loro banchetti.
Non ho toccato neanche un pezzo dei miei amici. Neppure quando me l’hanno gettato ai piedi. Sanno che non sono un Burlamacco come loro. Non ho il loro grosso naso rubizzo e venoso. Nemmeno le labbra rivoltate, alzate agli angoli quasi a scoprire gli zigomi.
Non ho nemmeno i loro occhi, arcuati, dalla pupilla piccola e scura come una capocchia di spillo. Mi osservano di sottecchi con sguardi felicemente torvi, in attesa che mi scopra. Giocano i bastardi. Giocano con la mia psiche. Mi vogliono cambiare…
E’ quasi un anno che sono qua sotto. Un anno dalla notte del fottuto carnevale.
Un anno intero che la mia mente si aggrappa a quella sera nel tentativo di strapparmi alle loro grinfie. La compagnia era tutta riunita. Una congrega di colombine, vampiri e pazzi sanguinolenti guidati da uno stramaledettamente triste Burlamacco. Gliel’avevo detto alla Francy .
“Io il Burlamacco non lo voglio fare. Mi sta sulle palle e non ci posso far niente”.
Poi mi frega come solo le donne sanno fare con quei ciglioni degli uomini. Promesse: sempre le stesse. E poi mi maledico per averle detto di si. In mezzo a quel casino l’ho persa quasi subito.
Poco contava strattonare Alex il vampiro o quella scostumata colombina di Patrizia che gli stava sempre appresso. La Francy se n’era andata e io mi incazzo preoccupato per dove fosse sparita. Spintono facendomi largo: una inutile formica sovrastata da giganti di cartapesta ghignanti. Quando la vedo, l’incazzo sale e la preoccupazione si dirada. Le corro incontro sbracciandomi e gridando.
La sua mano è tesa in avanti, stretta in un’altra mano. Il nanetto che la trascina è un fottuto Burlamacco come me.
Si stanno allontanando, dalla calca, dalla festa. Bastarda penso subito. Io mi metto questo dannato costume, solo per te, e tu fuggi via. Li raggiungo nel vicolo. Afferro la Francy. Lei non si volta, limitandosi a fermarsi. Ma il nano tira come un bue, trascinando entrambi. Decido che quel Burlamacco deforme ha passato il segno. Alloro lo colpisco con un calcio. L’ometto mi guarda e io non posso far altro che indietreggiare. Lo stomaco mi si chiude per l’olezzo che emana. Per quelle toppe scarlatte che ne compongono il costume, che toppe non sono. Il nano si è scarnificato: ampie parti di pelle bianca come il latte sono intervallate da scorticature che mettono a nudo il rosso acceso della carne ulcerata: il suo costume è così vivo da togliere il fiato.
Ho ancora la bocca impastata di vomito quando mi armo. Lui non reagisce, rimane fermo mentre la Frency, gli occhi vuoti, sembra imbambolata. Alzo il tubo di ferro sopra la testa.
Lo sto per calare sul quel cranio di carne, bislungo come il cappello del Burlamacco, quando Alex il vampiro e tutte le altre mascherine della compagnia si presentano alla festa.
“Cazzo Ste” gridano ghignanti “Potevi chiamarci al tuo party privato”
Il Burlamacco arretra mantenendo la presa sulla Frency. Sembra meno sicuro quel nano bastardo. Mi sento un grande. Quando abbatterò la mia asta sulla sua faccia so già che continuerò a colpirlo finché non mi faranno male le mani. Ma, come canta la maledetta fata madrina di cenerentola “i sogni son desideri”, il grido che lancia l’infame bestia uggiolante è molto più rapido di qualsiasi calcio, pugno o sprangata.
Quando vedo altri nanetti, col loro costume di pelle e carne, calare dalle case e spuntare dai vicoli, con la loro membrana nera sulle spalle, capisco che Burlamacco non mi sta sulle palle: lo odio proprio. I nanetti si limitano a disarmarmi gettandomi a terra. Alex e gli altri invece vengono morsi, atterrati e malmenati. Non so che fare. Ho paura. Il sangue, che esce dalle fronti dei mie amici, mi immobilizza. Ancora una volta il mio stomaco cede: solo acqua. I Burlamacchi trascinano senza rispetto quei corpi immobili ancora caldi. Il mio sguardo cade su Patrizia: i capelli stretti da cartonesche dita, le gambe larghe che lasciano intravedere il bianco slip di pizzo.
Quando mi rialzo, qualcuno mi aspetta. Il nano con la Frency mi invita a seguirlo.
Vorrei scappare ma non posso. Devo liberare la compagnia.
Il Burlamacco mi precede fino alle darsene più interne, quelle dei cantieri navali. Qui il carnevale non si sente, forse non è ancora arrivato o qualcosa lo tiene lontano. Lui entra in un magazzino abbandonato. Lo seguo oltre la soglia, giù per le scale, nelle fondamenta e dentro la terra umida della costa. Poi la luce cala e il suono cupo di una celata di ferrò riempie quello spazio immensamente vuoto. Li sotto i suoni che arrivano sono pochi. Si sente qualcosa che sembra il mare. Si sente lo squittio acuto dei topi. Il rumore di un tendine che si strappa o di un osso che si rompe. Le voci dei rapiti, che da bocche mute, gorgheggiano la loro paura.
In fondo questi Burlamacchi non sono incivili. Entrano nella tua mente, invadendola di immagini calde e bei ricordi. Ti cullano mentre inosservati ti privano di tutti gli altri ricordi, dei tuoi sentimenti. Non ti accorgi nemmeno dei loro denti e delle loro dita affilate che lacerano la tua carne.
I loro volti rimbalzano nei miei pensieri e riempiono i miei occhi di immagini irreali, lontane. Con me sembra che sia diverso. Sembra quasi che si divertano a spezzarmi, un poco alla volta, minando la mia già poca sanità. Hanno lasciato che vedessi, costringendomi a guardare. Ho provato disgusto per me. Per i pensieri che mi attraversavano la testa e la saliva sul lato della mia pagliaccesca bocca.
I Burlamacchi, qua sotto, lo sanno fare il loro mestiere. Prima di mangiarti ti uccidono, ma solo prima di mangiarti. Io l’ho visto. Ho visto gli occhi vitrei della Francy.
Non ho mai gridato. Non volevo disturbarli. Devono aver apprezzato questo mio gesto. Sono uno discreto io. Resto nel mio angolo acquattato in attesa del fottuto carnevale. A quella sera dovrebbe ormai mancare poco. Che paradosso: io lo odio il fottuto carnevale e più di tutto odio il Burlamacco, e ora mi tocca aspettare quei giorni di falso gaudio.
Lo so che i Burlamacchi mi vogliono cambiare ma io resisto. Una luce brilla ancora forte in me. Piccola luce contro un mare di ombre. Nella luce ci sono io e finché brilla non me ne andrò. Il dolore che provoco a me stesso è l’atmosfera limpida di quel mondo
La pelle dove mi sono scorticato è rossa. Grossi rombi di carne rossa.
I Burlamacchi sono in attesa. Aspettano il fottutissimo carnevale e io con loro.

AUTORE - SIMONE

09 giugno 2009

FARFA

Farfa una volta era stata parecchio bella.
Aveva di quegli occhi verdi da “pubblicità del mascara”. Quelli grandi e con l’iride cristallina che pareva colorata con un pennarello.
Aveva sempre avuto una fissa pazzesca per le farfalle. C’è un sacco di gente che ce l’ha per i delfini, lei ce l’aveva per le farfalle.
Tutte le pagine dei suoi diari erano invasi da alette colorate e alla fine se l’era pure fatta tatuare una farfallina; sulla pancia: una farfallina rosa e blu.
Solo che poi il suo Belmoro l’aveva mollata e lei aveva cominciato a mangiare un sacco di After Eight, quei cioccolatini con la menta dentro, e aveva continuato a mangiarli finchè la farfallina sulla pancia era diventata una specie di falena grossa con le ali tirate.
Quindi da allora tutti l’avevano sempre chiamata Farfa. Si, insomma, perché “farfallina” non ci stava più per niente.
Farfa faceva la cassiera in un negozio di alimentari. Uno di quei negozietti piccoli con poca roba carissima che ancora resistono in qualche paesino di villeggiatura.
Di quei negozi dove sulla roba c’è ancora attaccato il prezzo con l’adesivo fosforescente, quel pezzetto di nastrino stampato che si mette con quella specie di assurda pistola, la prezzatrice.
Niente codici a barre, niente penna ottica, Farfa metteva i prezzi nel registratore di cassa uno ad uno ed era quasi impossibile che sbagliasse.
Perché era parecchio tempo che stava incastrata lì, stretta su quello sgabello dietro al registratore di cassa, che quando cercava di uscire doveva sempre fare le grandi manovre.
Si, perché in tutto quel tempo non è che Farfa avesse smesso di mangiare i suoi cioccolatini con la menta.
Anche se dalla storia del Belmoro erano passati degli anni.
E’ che alla fine la faccenda di poter smettere di mettersi in ghingheri tutte le mattine le era piaciuta, a Farfa. Quando tutti i suoi vestiti carini e alla moda avevano smesso di entrarle si era comprata due camicioni e aveva finalmente scoperto cosa voleva dire “star comodi”, e poi dopo i cioccolatini aveva scoperto che c’era un sacco di altra roba parecchio buona da mangiare. E quindi non era più tornata ad essere mingherlina come prima.
Farfa era come un grande girasole in mezzo ad un campo di papaveri.
Lei era alta, grande, luminosa e forte, rideva spessissimo e lo faceva con una risata profonda e calda come l’estate. Attorno a lei tutte le sue amiche sembravano dei papaverini gracili.
Tutti la guardavano quando era in giro. E lei guardava il sole.
Farfa leggeva moltissimo; nel cassetto sotto alla cassa teneva sempre un libro di quelli con la copertina morbida che si possono anche arrotolare e puoi infilarli dappertutto. Casa sua ne era piena. Leggeva di tutto. Avventura, poesia, letteratura classica. Tutto quello che aveva una copertina di cartoncino morbido e che la cartolibreria del paese riuscisse a procurarsi.
In tutti quegli anni doveva aver accumulato un tesoro di conoscenze da far invidia ai laureati. Però non è che lei se ne andasse in giro a vantarsene di conoscere un sacco di cose che magari gli altri non sapevano.
Ma ogni tanto la sua cultura emergeva. Come le cose che il mare restituisce dopo le tempeste, quando tutto torna calmo e il cielo è di nuovo sereno.
A volte, quando si parlava di qualcosa, Farfa si lasciava sfuggire una parola, o una spiegazione, o una descrizione che facevano capire subito che lei era una che aveva letto tanto.
Ma non credo lo facesse apposta. E’ che la cultura è un tesoro talmente brillante che non si può tenere nascosto del tutto il suo riflesso.
Non se n’era mai andata dal paese. Dopo la scuola aveva trovato da lavorare alla bottega e si era seduta lì; diceva che non le andava di allontanarsi dal posto dove era nata, di allontanarsi dal mare, dal molo, dagli scogli e dai gabbiani.
Il mare la faceva sentire viva e poi non sarebbe sopravvissuta dieci minuti in mezzo alla nebbia delle grandi città.
E poi diceva che non c’era bisogno di andarsene per vedere il mondo, perché tanto il mondo bastava aspettarlo che sarebbe passato di lì.
E in effetti di lì passava un sacco di gente.
Soprattutto d’estate, come è normale, con tutti i turisti che scappavano dall’afa per buttarsi nel loro mare fresco. Lei quelli che tornavano ogni anno li conosceva tutti per nome.
Perché a Farfa piaceva guardare dentro agli occhi e alle vite della gente. Lei li leggeva come faceva con i suoi libri. E credo che li trovasse tutti ugualmente appassionanti.
D’estate la sua risata usciva dalla porta della bottega attraverso la cortina di perline azzurre. Ed era talmente contagiosa che chi non la conosceva entrava incuriosito nel negozio per poter essere investito e colorato un po’ da quella cascata di luce.
Ma il mondo non smetteva di passare di lì neppure durante le altre stagioni.
D’inverno passavano soprattutto le persone anziane, che venivano qui perché il clima era più mite. A Farfa piaceva far loro tante domande sulla loro storia e sulla loro lunga vita. Chi ha vissuto di più ha una storia più lunga da raccontare, e poi a lei piaceva la luce che si accendeva nei loro occhi quando sentivano che qualcuno era interessato ai loro racconti.
Come se a casa loro non ci fosse nessuno che li ascoltasse mai.
E poi c’erano gli artisti. Quelli che arrivavano quando i turisti se n’erano andati via, apposta per potersi godere il mare, e il sole e i tramonti e i gabbiani e per poter cogliere l’ispirazione dimenticata dai vacanzieri.
Farfa era affascinata dagli artisti. La si vedeva spesso la sera parlare sul molo con qualche pittore o qualche poeta. Credo che con qualcuno abbia scambiato anche più di qualche parola. Perché anche loro erano affascinati da lei; dal girasole in mezzo al campo di papaveri.
Un giorno arrivò in paese uno di questi artisti. Uno che non si era mai visto.
Era un tizio di quelli alti alti secchi secchi, con dei capelli biondi un po’ lunghi che gli cadevano intorno alla faccia come delle spighe bagnate.
Di quelli che quando camminano sembra sempre che abbiano le gambe troppo lunghe per gestirle bene.
Farfa lo incontrò una sera di ottobre. Lui era seduto sulla panchina che c’è in fondo al molo grande e fissava il mare. Lei come al solito faceva la sua passeggiata solitaria.
Arrivata in fondo al molo anche lei si mise a guardare fisso davanti a sé e rimasero così, sconosciuti e vicini per un sacco di tempo.
Il sole sparì dietro all’orizzonte e nessuno dei due riuscì a vedere il leggendario raggio verde.
A pensarci bene fu molto strana come scena, perché Farfa di solito parlava con tutti ed era sempre lei a presentarsi per prima. Ma con il tizio biondo no. Con lui rimase in silenzio per tutto il tempo.
La sera dopo si ritrovarono di nuovo. Guardarono di nuovo il tramonto in silenzio e poi finalmente Farfa si schiarì la voce e disse qualcosa. Però la disse con voce quasi sussurrata. E anche questo fu molto strano.
Dopo mi spiegò che aveva capito subito che a lui piaceva il silenzio. E che era quello il motivo per quelle due serate strane. E che c’erano modi diversi per avvicinare le persone e con gli amanti del silenzio occorreva avvicinarsi senza parlare se si voleva che loro uscissero dal loro guscio.
Andarono avanti parecchi giorni con i loro incontri silenziosi sul molo.
A poco a poco si scoprì che il biondo era straniero, che era uno scrittore di una certa fama e che pareva vivesse in un faro su di una minuscola isola al largo delle coste di Bretagna.
Forse fu per quello che Farfa sentì un’immediata attrazione per lui. Uno scrittore ha gli occhi molto più pieni di storie di qualsiasi altra persona.
E poi c’era il fatto che vivesse in un faro circondato dal mare. A Farfa era apparsa subito come un’idea assolutamente meravigliosa.
La sera prima di ripartire per la sua terra lui e Farfa si salutarono a lungo sul molo. Si tennero per mano e guardarono il tramonto finchè non venne buio.
Anche se quasi nessuno ci fece caso Farfa da allora cambiò impercettibilmente.
I suoi libri arrotolati e la sua risata che si infrangeva fra le perline azzurre davanti alla porta del negozio rimasero sempre gli stessi, così come il suo guardare il sole e le persone negli occhi.
La differenza si vedeva se guardavi i suoi di occhi. Quelli verdi come l’acqua.
Ora quando guardavano il mare non si limitavano ad assorbirne la vita e la luce. Adesso i suoi occhi guardavano lontano.
Per la prima volta nella sua vita Farfa guardava verso posti diversi dal suo paese e forse nel fondo del suo grande cuore sognava di poterli vedere non solo attraverso gli occhi della mente e attraverso le parole scritte sui libri.
Passò un anno di prezzi battuti sul registratore di cassa, di volti conosciuti che tornavano, di volti nuovi che arrivavano, di risate calde e di papaveri rossi.
Poi tornò ottobre. E con lui tornò lo scrittore con i capelli di spighe.
E negli occhi di Farfa si accese una luce ancora più bella della sua solita.
Io lo sapevo quello che sarebbe successo. Sapevo che sarebbe andata via con lui a vivere su quel faro in mezzo al mare di Francia.
Tutto il paese e anche tutti i turisti si affollarono sul molo il giorno che Farfa lasciò casa. Sapevamo tutti che il sole da quel giorno avrebbe brillato un po’ meno per noi. Però eravamo felici perché lei, per mano al suo scrittore dallo sguardo buono, era assolutamente raggiante.
Ci disse che avevano in programma di girare intorno al mondo. E che avrebbe visto tutti quei paesi e quelle cose di cui aveva solo letto. E che ci avrebbe portato un sacco di regali. Era talmente entusiasta che la sua voce si sentiva in tutto il porto.
Ci sarebbe mancata tanto quella voce potente.
Farfa mantenne tutte le sue promesse. Tornava al paese almeno una volta l’anno per salutare tutti e strizzarci in uno dei suoi abbracci. Ogni volta portava regali presi in luoghi lontanissimi e foto bellissime che tutti noi incorniciavamo e appendevamo in casa o nei negozi, orgogliosi di averle ricevute in dono.
Anche lei, convinta dal suo Amorebiondo, cominciò a scrivere libri e la cartolibreria ne mandava sempre a comprare degli scatoloni pieni, perché in paese tutti ne volevano avere una copia da leggere.
Scrisse un libro anche su di noi. Sul paese in cui era nata e cresciuta. C’eravamo tutti in quel libro. C’era ogni gabbiano e ogni scoglio e i vecchi si commuovevano a leggere quelle parole belle scritte da Farfa.
A leggere quelle pagine c’era davvero da essere orgogliosi di essere nati proprio lì.
Nel paese dove volano le farfalle.

AUTORE - SARA

01 giugno 2009

LIBERTA'

Sono davanti alla porta. Devo solo abbassare la maniglia e uscire. La libertà è a portata di mano.

Da quando avevamo traslocato in quel quartiere eravamo tutti più felici: la casa nuova era grande e spaziosa e i vicini, tranquilli, silenziosi e cordiali.
Quello che mi stava più simpatico era il signor Brandol, soprannominato Martin Pescatore perché passava tutto il tempo libero attaccato alla sua canna da pesca al lago Sherman, a circa un’ora di macchina da noi.
Pescava sempre un sacco di pesci e ne regalava a tutti. Un giorno ci aveva portato una borsina di plastica con dentro tre o quattro di quelle che poi mio padre aveva riconosciuto come tinche.
“Oggi è stata un’ottima giornata al lago. Non facevo in tempo a buttare giù l’amo che qualcosa abboccava” aveva sentenziato Brandol, consegnando parte del pescato a mio padre.
“Grazie mille. Sei sempre gentilissimo con me. La prossima settimana ti invitiamo a cena da noi. Tieniti libero, ok?” aveva proposto mio padre di rimando.
A me il pesce non piaceva, ne odiavo l’odore e tutte quelle lische che mi si piantavano nei denti. Quando mia madre mi obbligava a mangiarlo “perché fa bene” lo passavo di nascosto sotto il tavolo a Buck, il nostro Fox Terrier che, invece, mostrava di apprezzarlo parecchio.
Quando quello stesso pomeriggio avevo aperto il frigo per prendermi un succo di frutta, qualcosa all’interno si era mosso. Avevo lanciato un urlo e avevo fatto un balzo all’indietro.
Possibile che quei pesci siano ancora vivi?
Mi ero avvicinata con cautela e avevo allungato la mano per toccarli. Un colpo di coda.
Accidenti! Uno dei pesci stava ancora lottando per non morire. La sua tenacia mi impressionò e, poiché amavo molto gli animali, lo presi e lo misi subito nella vasca da bagno che avevo riempito di acqua.
Dopo qualche minuto di stordimento, la tinca aveva iniziato a nuotare lentamente.
Ero al colmo della felicità. Mia madre non era dello stesso avviso: ”Togli immediatamente quell’essere dalla vasca da bagno, Ruth!”
“Ma mamma è ancora viva!”
“Bé fai come vuoi, ma trovale un’altra sistemazione. E subito!” aveva protestato mia madre.
Così le trovai una nuova dimora: un grosso catino parcheggiato nel capanno degli attrezzi che usavamo per lavare Buck.
Curai e sfamai Polly (così la chiamai) per due mesi. Ormai mi ero affezionata a lei. E anche lei si era abituata a me e alla mia presenza.
Le prime volte quando la prendevo in mano per cambiarle l’acqua si agitava, sbatteva la coda e cercava di divincolarsi. Ma già dopo una settimana, conosceva il mio tocco e si lasciava prendere docilmente.
Nella casa di fianco alla nostra abitavano i signori Cutter, due vecchietti entrambi in pensione. Ma mentre lui si alzava tutte le mattine prestissimo per fare footing, lei rimaneva a letto almeno fino alle undici. Sembravano i due opposti: lui si teneva impegnato tutto il giorno in attività che lo tenevano in movimento, lei era sempre sdraiata in giardino a leggere libri o a prendere il sole.
Anche noi avevano un bel giardino. C’erano tanti fiori e piante.
Buddy, che abitava nella casa di fianco a quella dei Cutter, veniva tutte le settimane a falciare l’erba, curare i fiori e livellare la siepe. Faceva il giardiniere di mestiere e, così diceva sempre papà, era davvero molto bravo e meticoloso. Si occupava anche di sistemare le buche che puntualmente Buck scavava per nascondere i suoi adorati ossi.
Buddy ormai era uno di casa, per cui non mi preoccupai per nulla quando mi propose di salire in casa sua per darmi un regalo.
Avevo nove anni.
Appena varcai la soglia di casa mi tappò la bocca. Mi disse che non dovevo strillare, che non mi voleva fare del male, che voleva solo occuparsi di me.
Poi il buio. Quando mi risvegliai ero in un letto, in una stanza senza finestre e con la luce fioca di una lampadina appesa al soffitto.
Avevo una catena alla caviglia.

Sono a pochi centimetri dal mondo esterno, dalla libertà. E’ passato molto tempo dal giorno in cui sono entrata così ingenuamente in casa di Buddy, ma non saprei dire con precisione quanto. Mesi. Anni, credo.

Le prime volte che Buddy si avvicinava a me cercando di abbracciarmi, io urlavo, piangevo e cercavo di scappare da lui.
Lo pregavo di lasciarmi libera e di farmi tornare dalla mia famiglia.
Lo odiavo, mi aveva rinchiuso in quel tugurio come fossi un animale, un oggetto.
Poi poco alla volta mi ero abituata alla sua presenza, alla sua voce, alle sue mani.
Poco alla volta gli avevo ceduto quella parte di me che prima scalciata, scalpitava.
Ero diventata sua, un suo giocattolo: gli appartenevo.
Diceva che solo lui mi voleva bene e che tutti gli altri, dopo il primo momento di dolore, si erano dimenticati di me. Lui non avrebbe mai potuto abbandonarmi. Lui mi amava.
Dopo le prime volte non mi aveva neanche più picchiata.
Mi portava vestiti nuovi, man mano che quelli vecchi non mi andavano più bene. E cibo. E libri di favole da leggere. Bambole e peluche. E noccioline americane. Io amavo le noccioline americane.
Così, poco alla volta, avevo finito per essere un tutt’uno con lui. Il mio carceriere e allo stesso tempo la mia unica fonte di calore umano.
Quel giorno, Buddy, prima di uscire da casa aveva chiuso male il lucchetto della mia catena. Mi era scivolata via dalla caviglia ed era caduta dal letto facendo un tonfo sordo.
Ero rimasta impietrita, poi ero salita lentamente da quel seminterrato che era ormai la mia sola immagine di vita e a piedi nudi, incredula e spaventata, mi ero trovata nel soggiorno.

Devo solo allungare la mano per aprire la porta ma un cocktail di sentimenti impetuosi e contrastanti mi blocca il respiro. Mi affloscio a terra come un palloncino sgonfio.
Devo solo aprire quella dannata porta e dire al mondo che sono viva, che sono sempre stata qui. Così vicina e così lontana, allo stesso tempo. Ma non ci riesco. Le mani mi tremano, tutto il mio corpo trema.
Mi viene in mente quando avevo riportato Polly al lago Sherman. L’avevo presa in mano e l’avevo rimessa nel suo ambiente naturale. Lei però non si era mossa. Non si allontanava. Allora avevo pestato i piedi dentro l’acqua, con forza. Quel movimento l’aveva convinta a nuotare e andare verso il fondo del lago, dove l’acqua era profonda.
Ma io non ho lo stesso coraggio di Polly. O forse è perché nessuno qui muove l’acqua intorno a me. Tutto in questa casa è immobile. Solo silenzio. Quel silenzio che ormai mi è diventato così familiare.
Scelgo la paura minore.
Ritorno sui miei passi e mi chiudo con forza la catena intorno alla caviglia.
Forse Buddy mi porterà le noccioline, più tardi.

AUTORE - Rossella Penserini

12 maggio 2009

ASINI

Io.
I-o.
Ih-oh.
Il mio maestro, che si chiamava Aldo, ci ripeteva continuamente che sono gli asini a fare sempre ‘Ih-oh ih-oh’.
C’erano alcuni miei compagni di classe che quando il maestro Aldo faceva una domanda alzavano la mano, e se dopo cinque secondi non gli veniva data la parola cominciavano a dire “Io! Io!”.
Ce n’erano altri che quando ci mettevamo in fila per due volevano stare davanti, e se ci si piazzava qualcun altro cominciavano spingere e dire ‘Io!Io!’.
Lo stesso accadeva quando andavamo a fare ginnastica per chi tirava la fila del riscaldamento o doveva salire per primo sulle pertiche. Oppure quando il maestro si doveva assentare per qualche minuto e chiamava qualcuno alla lavagna a scrivere la lista dei cattivi.
Questa passione per fare la spia poi, non l’ho proprio mai capita. Le rare volte che il maestro sceglieva me (che tra l’altro mi guardavo bene dall’alzare la mano) mi vergognavo come un ladro e non scrivevo mai nessuno. Dopo due minuti la situazione era già degenerata irreversibilmente e arrivava il bidello a fare da carabiniere.
Per la verità anch’io avevo la mia parte di colpe.
Ogni tanto quando uscivamo in cortile nell’intervallo il maestro Aldo, che era un grande appassionato e di calcio e allenava anche la scuadra di pulcini della parrocchia, ci consentiva di giocare a pallone. Normalmente faceva lui le squadre e faceva anche l’arbitro, forse alla ricerca di qualche talento da portare a giocare nella sua squadra. “Chi vuole giocare in attacco?” chiedeva una volta fatte le squadre. E lì ero sempre il primo a dire “Io!Io!”. Non potevo resistere al richiamo di giocare centravanti, il mio idolo era Altobelli che giocava nella mi squadra del cuore: l’Inter. Tutte le volte che mi arrivava il pallone mi mettevo a scartare tutti (ero sommamente innamorato del pallone) e intanto facevo pure la telecronaca: chiamandomi rigorosamente Altobelli.
Ad ogni modo, in tutte quelle circostanze in cui qualcuno attaccava con quella manfrina di “Io-io” il maestro si imbufaliva e diceva: “Sono gli asini che dicono sempre. ‘Ih-io ih-io!’”.
Solitamente questo ci faceva smettere: ma la volta dopo si ricominciava, insomma lì per lì il suo sbottare ci arginava, ma proprio non imparavamo la lezione.

Una mattina il maestro Aldo venne in classe con un altro suo amico maestro di nome Renzo.
Si era proprio scocciato di noi e dei nostri ‘io-io’, ci disse, per cui quel giorno sarebbe stato il suo amico a farci lezione al posto suo.
Dopo di ché girò sui tacchi e se ne andò a fare una passeggiata. Potrà sembrarvi strano ma erano altri tempi, e i maestri avevano altri metodi educativi. Ci disse anche di stare attenti perché Renzo (così si chiamava il supplente) non era tollerante come lui su certe cose.
In effetti noi subito prendemmo la cosa sottogamba. Alla prima ora il maestro Renzo cominciò facendoci le solite domande tipo “Quanti decamentri stanno in un ettometro?”, ed era sempre la solita cantilena di “Io-io”. Lui si limitava a dire, con molta calma: “Che cosa vi dice sempre il vostro maestro? Chi è che dice sempre ‘io-io’?”.
La prima volta che successe Pietro ricominciò immediatamente a dire “Io!Io!” perché pensava che anche a quella domanda servisse dare una risposta. Era sicuramente il più irrecuperabile di tutti.
Comunque sia, la solita gragnuola di ‘Io-io’ venne a galla quando ci mettemmo in fila per l’intervallo.
Il maestro Renzo era sempre calmo. L’unica cosa strana era che tutte le volte che qualcuno si metteva a dire ‘Io-io’ lui gli chiedeva il nome e poi scriveva su un taccuino. Quando la cosa cominciò a ripetersi troppo spesso cominciai a sentire una gran puzza di bruciato. Anche il suo sguardo a poco a poco comincio a diventare sempre più obliquo, quasi da furetto.
Alla terza e alla quarta ora del mattino c’era ginnastica e ad un certo punto il maestro Renzo ci propose di fare una partita di pallone. Questa era veramente una novità, una partita di pallone nella palestra, con delle vere porte da calcetto ed un terreno che per una volta non sembrava avere appena subito un processo di aratura.
Il maestro Renzo fece più o meno come faceva Aldo nell’intervallo: prese un fischietto fece le squadre e poi chiese di alzare la mano a chi volesse giocare in attacco. Con circospezione alzai la mano insieme ad altri quattro o cinque. C’erano quattro attaccanti da scegliere, un centravanti ed un'ala per squadra. Lentamente il maestro Renzo scelse le due ali e uno dei due centravanti. Era rimasto un unico posto da centravanti per me e un altro volontario. L’altro si sbracciava e diceva senza ritegno: “Io!io!”. Io ero zitto. Avevo un gigantesco “Io!IOOOOOOO!” che mi cresceva dentro, e mi pareva di percepire la foto di Altobelli sulla figurina che tenevo nell’astuccio guardarmi severo. Dovevo avere quel posto, dovevo segnare! Per il mio idolo! Per risollevare il campionato dell’Inter!
Il maestro Renzo aspettava e mi guardava. Iniziai a sudare ma sentivo sempre più puzza di bruciato. Con uno sforzo sovrumano abbassai la mano ritirando la mia candidatura e, perfidamente, il nostro suppplente assegnò il MIO posto a Davide.
Nel primo pomeriggio valutai che avesse chiesto il nome praticamente a tutti i miei compagni tranne me, che, per non saper né leggere né scrivere specialmente dopo l’episodio della partitella, me ne stavo sempre in disparte.
Ad un certo punto il maestro Renzo mi interpellò direttamente: “Vediamo un po’… tu laggiù che te ne stai sempre zitto… hai voglia di rispondere a qualche domanda?”
“Beh, non è che ne abbia poi una così gran voglia…” borbottai.
“Parliamo un po’ di pronomi personali” mi bruciò sul tempo lui “Qual è la prima persona?”
Altrochè puzza di bruciato, quello era un tranello bello e buono! Con tutto il candore di questo mondo risposi: “Noi.”
Il maestro Renzo mi guardò storto e poi tornò a chiedermi: “Va bene, seconda domanda: facciamo finta che tu abbia un fratello. Chi è il fratello di tuo fratello?”
E io fiutando l’inghippo: “Andrea.”
“Come? E chi è Andrea?”
“Il mio terzo fratello.”
“Non dire bugie, so perfettamente che non hai nessun fratello che si chiama Andrea.”
“Beh, se è per quello fratelli non ne ho per nulla…”
Il supplente inclinò così tanto la testa che per un attimo temetti che gli cadesse di lato, ma non mi chiese altro. Guardò invece l’orologio e disse: “Bene ragazzi. Direi che è per l’ultima ora al posto della lezione faremo una bella gita fuori porta.”
E così dicendo ci portò a fare una passeggiata sulla collina dietro alla scuola.
Tutti erano estasiati, uscire piuttosto che fare lezione era una cosa eccezionale. Io però continuavo ad essere perplesso. Quando fummo a duecento metri dalla scuola ci fece fermare nelle vicinanze di un carretto e disse: “Bene ragazzi ora ci divideremo in due gruppi. Tu! – indicò me – Qui alla mia sinistra!”
Io mi avvicinai riluttante e lo affiancai, lui si volse verso di me e disse: “Ora voglio che tu rimanga immobile come una statua.”
D’improvviso mosse le braccia verso l’alto disse qualcosa tipo ‘Agrabuz!’ e… ZOT!
Tutti i miei compagni divennero all’improvviso asini.
Per la sorpresa si misero a ragliare a più non posso: “Ih-oh Ih-oh”. Si guardavano a vicenda e cercarono di correre via, ma il maestro Renzo fece uscire da chissà dove una frusta e la schioccò nell’aria paralizzando tutti, dopo di ché volse verso di me il suo sguardo penetrante per vedere se per caso non stavo meditando di darmela a gambe.
Io però, pietrificato dall’orrore, ero più fermo di un gatto di maiolica. Sotto i suoi occhi perforanti sentii una gocciolina scendermi giù dalla tempia e mi chiesi se già non stessi osando troppo.
“Benebenebene.” Disse il malvagio Renzo strofinandosi le mani “Adesso: c’è un carretto da tirare fin su per la collina. Chi si offre volontario?”
Neanche a dirlo tutti zitti: “Ma come?- li canzonò il malvagio maestro -Nessuno dice più ‘Io’, adesso? E si che sarebbe ben facile!”
In effetti la voglia di chiacchierare era passata un po’ a tutti.
Lui passeggiò per un po’ in qua e in là e poi si rivolse a me: “Augusto, scegli tu.”
Evitai di fargli notare che mi chiamo Matteo, e rimasi zitto e immobile. Dopotutto me lo aveva detto lui. A quel punto mi si avvicinò e mi chiese con voce suadente: “Su Augusto, dimmi chi è che ti sta più antipatico che gli facciamo tirare il carretto.”
E io zitto.
“Dai, a me lo puoi dire, no?” si avvicinò ancora al mio orecchio sbatacchiando le palpebre, la sua voce era un sussurro mellifluo, avevo la strana sensazione che anche le sue ciglia si stessero allungando. Il sudore mi scendeva copioso dalle tempie, e anche le ascelle cominciavano ad emanare. Se fossi stato una teiera quello sarebbe stato il momento in cui mi sarei messo a fischiare.
Fu in quel momento che arrivò Aldo, il nostro maestro vero e proprio.
“Bene, vedo che sei riuscito a tirare fuori il lato migliore di tutti loro.” Disse con sarcasmo indicando i miei compagni tramutati in asini. “E Augusto? Come mai non è ciuco pure lui?” adesso pure lui cominciava a chiamarmi Augusto? Era chiaramente una provocazione.
“Matteo” lo corresse Renzo, di colpo sembrava cambiato “mi sembra diverso dagli altri. Lui non si sente sempre il centro del mondo.”
“Beh, tanto meglio, vorrà dire che hai risparmiato una buona magia” fece il maestro Aldo con noncuranza e così dicendo si spostò in mezzo al gruppo di asini: “Vediamo a che punto è la lezione: ho qui un bel pacchetto di caramenlle, qualcuno ne vuole?”
I miei compagni in forma d’asino rimasero perfettamente muti.
“Beh, forse adesso che siete asinelli trovate più appetitosa questa carota.”
Tutti zitti.
“E questa collezione completa di Extra Omarelli Smontabili che odorano di tredici frutti diversi?”.
Tutti muti. Incredibile, nella mia classe c’erano almeno quattro bambini che avrebbero volentieri barattato 6 mesi di merendine con quella collezione.
“Bene. Mi sembra che siate abbastanza guariti, direi che potete mettervi in fila per essere ritrasformati in bambini. A chi non importa di essere l’ultimo darò questo autografo originale di Altobelli.”
“IO!IO!” gridai di riflesso capendo in ritardo che il maestro Aldo non voleva affatto far tornare i miei compagni bambini ma quella era tutta una complicata trappola ordita contro di me, e infatti…
“Agrabùz!”
Renzo inciuchì pure me.

Dopo una mezz’ora il maestro Renzo, che dopotutto non era poi così cattivo, disse: “Zubargà!” e tornammo tutti normali. Anche quella del carretto si rivelò una minaccia a vuoto: nessuno dovette tirarlo su per la collina, ci fecero soltanto marciare per un po’ in qua e in là, in fila per due, per tre e per sette. Alla fin fine essere asini non era nemmeno tanto male: se sei un ciuco a nessuno viene in mente di chiederti che relazione c’è tra peso lordo, peso netto e tara.
Ad ogni buon conto fui ben felice di tornare nei miei panni.
Il giorno successivo tornò normalmente a farci lezione il maestro Aldo. Non disse una parola su quanto era accaduto il giorno precedente. Inoltre, siccome i bambini dimenticano in fretta e a volte confondono anche un po’ la realtà e il sogno, la nostra vita riprese a scorrere con normalità come se nulla mosse mai accaduto.
Ma da quel momento in poi, potete credermi, di “Io-io” se ne sentirono ben pochi.

AUTORE - Massimiliano Prandini

24 aprile 2009

OPEN BOOK - Secondo Step - CONCORSO

E' passato circa un mese dalla chiusura del progetto OPEN BOOK ma in realtà, come ricorderete, il progetto non si è concluso. Infatti i curatori durante le presentazioni hanno dato nuova linfa al progetto proponendo a chiunque fosse interessato la ristesura delle trame dei tre racconti che formano l'E-BOOK.  In poche e semplici parole:

1) scaricate e leggete l'Ebook di OPEN BOOK
2) scegliete frai tre filoni che preferite: NOIR - FANTASY - NARRATIVA NON DI GENERE
3) leggetevi il racconto
4) rielaborate la storia mantenendo trama e personaggi creando così un nuovo racconto 
5) una volta che avrete completato il lavoro mandatelo alla redazione che ha seguito l'editing del genere da voi scelto:  
NOIR:  bookmodena.noir@gmail.com - BLOG: http://bookmodenanoir.blogspot.com/
FANTASY : bookmodena.fantasy@gmail.com - BLOG http://bookmodenafantasy.blogspot.com/
NARRATIVA NON DI GENERE: bookmodena.narrativa@gmail.com - BLOG http://bookmodenanarrativa.blogspot.com/


Le rielaborazioni scelte dalla redazione varrò impaginate e distribuite sotto forma di E-Book 
Ricordate di inviare insieme allo scritto sempre la liberatoria che troverete sui vari BLOG

SCADENZA DEL CONCORSO: 30 GIUGNO 2009

Buon divertimento a tutti! ;-)



19 aprile 2009

XOMEGAP SPLITTATO

Questa volta il gruppo si divide in due bellissime presentazioni che si terranno il giorno 22 APRILE

 1) A Reggio Emilia, presso il CIRCOLO DI LETTURA del Paguro Caffè, via Monzermone 3/A, verrà presentata l'antologia MUTAZIONI edita da LAB - Perrone editore, primo incontro di questo nuovo progetto nato per dare la possibilità ai lettori di discutere di libri direttamente con gli autori. 
L'ingresso è gratuito e l'incontro inizierà alle 20:00


 2) A Modena, presso il locale FUSORARI, p.le Torti angolo via Selmi, verrà presentata all'interno del progetto CHILOMETROZERO,  l'antologia RACCONTI FRIZZANTI edita da Damster editore. 
Per l'occasione l'Azienda Agricola Opera 02 offre in abbinamento al piatto la DEGUSTAZIONE dei suoi LAMBRUSCHI GRASPAROSSA.
L'incontro inizierà alle 21:30 per la cena dalle 20:30 - FUSORARI


02 aprile 2009

RACCONTI FRIZZANTI a EAT PARADE


Questa domenica alle ore 13:30 sintonizzatevi tutti su Raidue perché all’interno della rubrica Eat Parade (che suppongo parlerà del Vinitaly) verrà citata l’antologia Racconti Frizzanti a cui hanno partecipato due di noi Xomegappini.
Già vedo le porte della celebrità che si spalancano…

12 marzo 2009

OPEN BOOK - Versione PDF























Ecco, per voi,  la versione PDF di Open Book
Gli altri formati in cui l'e-book è disponibile li potete trovare sul sito di 

09 marzo 2009

OPEN BOOK: Download

L'e-book con i tre romanzi ottenuti dal progetto Open Book è disponibile per il download gratuito sul sito di Zona Holden (Servizio Biblioteche di Modena).

Ringraziamo tutti quelli che hanno partecipato e che ci hanno seguito fin ora. Il progetto continuerà ancora per alcuni mesi in forma di rielaborazione dei testi prodotti. A breve posteremo le regole per poter partecipare ;-)

Grazie anche a chi è venuto a BOOK 2009 alla primissima presentazione pubblica dell'E-Book.
Lo spazio non è stato molto ma recupereremo, intervenendo personalmente venerdì 13 marzo 2009 presso la Biblioteca Comunale del centro commerciale la Rotonda dove saremo ospiti della manifestazione "Scritture Metropolitane

Vi aspettiamo con un sacco di domande ;-)

P.S. per chi preferisce presto verrà rilasciato l'E-Book anche in formato PDF

05 marzo 2009

BOOK MODENA - presentazione OPEN BOOK

Il progetto OPEN BOOK ha concluso il suo primo step. Siamo riusciti in un mese di lavoro, con scadenze ferree e con l'aiuto di diversi autori un e-book contenente ben quattro racconti lunghi creati attraverso un lavoro collettivo. Ogni autore ha dato il suo contributo aggiungendo un capitolo alla storia finche la trama non si è delineata completamente. Lo staff, xomegap e KULT underground, sisono occupati di amalgamare il tutto, editando e integrando, così da ottenere una buona miscela narrativa.

Il progetto verra presentato presso la Sala PAsolini del FORO BOARIO sabato 07 marzo 2009 durante la manifestazione BOOK, fiera del libro di Modena

Vi aspettiamo per poter condividere insieme a voi questa nuova esperienza ;-)

23 febbraio 2009

OPEN BOOK: ULTIMI CAPITOLI E NON SOLO

Siamo ormai giunti alla fase finale. Ancora una settimana e qualche giorno per concludere le tre trame che per un mese abbiamo intessuto. Come ormai da tradizione vi riporto gli stati avanzamento delle varie sessioni:

Giallo/Noir : 
Mancano due capitoli alla conclusione e la stroria sta procedendo su due binari separati.
In uno (di Manuela Fiorini) - che prosegue il capitolo IV (a) di Barbara Gennaccari - la storia prende una svolta soprannaturale e, anche se la tipologia di questo romanzo è giallo/noir, siamo curiosi di vedere se qualcuno saprà giocare degnamente con questi nuovi elementi. E in un'altra (di Fabio Trenti) - che prosegue il capitolo IV (b) di Claudio Fresi - abbiamo l'incontro con l'assassino di Anne e Thomas, scoprendo non solo che è il padre di Robert, ma anche molti dei retroscena della vicenda.

Se scegliete il proseguimento della Fiorini sappiate che (ammesso che la parte soprannaturale lo sia effettivamente) Matteo dovrà trovare e sconfiggere Robert - o chi si fa passare per lui - prima che questo porti a termine la sua ricerca. Se invece scegliete il proseguimento di Trenti dovrete intanto riuscire a fare rimanere in vita Matteo, Robert e Miriam, ora che si trovano faccia a faccia con Gheorge e quest'ultimo è armato e poco ben disposto nei loro confronti.
Per agevolare chi di voi si vuole cimentare con questa traccia, sappiate che cliccando qui potrete scaricare tutto il materiale zippato della storia fino a questo momento.
Ultima cosa: se qualcuno di voi vuole proporre qualche revisione stilistica (o segnalare refusi) in quanto già pubblicato si senta libero di farlo, sempre utilizzando il mail ufficiale di questa sezione.

FANTASY : 
Siamo stati fortunati. Anche questa volta sono giunti due capitoli che, con un po’ di editing abbiamo potuto pubblicare in sequenza come capitolo 6 e 7. Abbiamo scelto questa soluzione perché la storia andava portata verso la sua conclusione. Il Capitolo di Francesca (postato come Capitolo 6) faceva incontrare Endenielle e i draghi e spiegava alcune interessanti particolarità del rapporto tra Sapienti e progenie di Whyrm. Il Capitolo di Daniela (postato come Capitolo 7) era un perfetto raccordo tra tutti i filoni narrativi della storia che ci permetterà di giungere alla conclusione. Il prossimo capitolo, infatti, l’ottavo, deve essere l’ultimo. In questo capitolo tutto dovrà risolversi, salvo l’eventuale epilogo che scriveremo come redazione se fosse necessario. Come le autrici noteranno, abbiamo editato in maniera “invasiva” il loro capitoli. È stato necessario procedere in questo modo proprio per dare l’ultima sterzata alla storia che può così imboccare la strettoia finale. Ringrazio Francesca, Daniela e tutti coloro che hanno partecipato per la collaborazione. Ora l’ultimo capitolo, l’ottavo.

NARRATIVA : 
Il capitolo IV, ultimo pubblicato, è il penultimo capitolo della nostra storia. Un capitolo preparatorio, in cui vediamo rientrare in scena Enrica e scopriamo (o almeno possiamo ragionevolmente supporre) che era lei la figura vista da Stefano mentre si allontanava dalla chiesa. A questo punto mi sembra piuttosto ovvio pensare che Enrica andrà con Stefano all'appuntamento con Guglielmo al vecchio cimitero di campagna, ed è qui che si gioca la soluzione di ogni nostro mistero. Ma sarà una buona scelta? O forse è proprio Enrica che ha architettato tutto? Ricordate nel capitolo uno che il suo comportamento pareva assai strano? Certo la cosa potrebbe sempre essere frutto dell'immaginazione sovreccitata di Stefano. Ma a parte questo: chi ha scritto il testo che ha dato inizio alla nostra storia, e perché? Che cosa sa Guglielmo? Mi sembra fin troppo ovvio che sia qualcosa che riguarda il passato di Stefano, quel passato in cui hanno perso la vita sua moglie e sua figlia. O forse invece non c'entra proprio nulla?
Come al solito tocca a voi dircelo, nonché cucire insieme tutte le parti del mistero.
Siccome ci rendiamo conto che per scrivere quest'ultimo capitolo potrebbe essere necessario un po' più di lavoro abbiamo deciso di spostare il limite massimo delle battute a 12.000 (ossia 5.000 in più del solito).


17 febbraio 2009

OPEN BOOK: IL PUNTO DI NON RITORNO ;-)

Il progetto OPEN BOOK è ormai al punto di non ritorno e la fine delle storie sempre più vicino.
Vi ricordo che i racconti verranno pubblicati sotto forma di E-Book e presentati alla fiera del libro di MODENA che si terrà a Marzo
Di seguito un breve sunto delle opere diviso nelle tre categorie, con relative scadenze:

Giallo/Noir : Pronti per il CAPITOLO V ?
Vi state appassionando alle vicende di Matteo e Robert? Iniziate ad avere una idea su come questa storia possa arrivare alla fine? Ormai è stata superata la metà e molte delle tracce proposte nel prologo sono state utilizzate. Sappiamo perché Anne è stata assassinata, sappiamo chi è Matteo, sappiamo probabilmente cosa vuole l'assassino. I due capitoli IV che abbiamo selezionato propongono due sviluppi differenti ma recuperano entrambi la misteriosa ragazza del pub con cui Robert si intrattiene la sera prima dell'inizio della storia, e parlano pure di Lola, il cane della defunta signora Redmought. Sarete voi, proponendoci un seguito, a decidere quale delle due opzioni suggerite da Barbara Gennaccari o da Claudio Fresi vi ispirano di più. 
Ricordate solo che dobbiamo davvero iniziare a tirare le fila di tutto. C'è spazio probabilmente per un capitolo d'azione (che sia poi il V o il VI non importa) ma che ci sono ancora alcuni punti da gestire, e che vanno "usati" probabilmente prima del capitolo finale.
Ah, sempre per agevolare chi di voi si vuole cimentare con questa traccia, sappiate che cliccando qui potrete scaricare tutto il materiale zippato della storia fino a questo momento.
Ultima cosa: se qualcuno di voi vuole proporre qualche revisione stilistica (o segnalare refusi) in quanto già pubblicato si senta libero di farlo, sempre utilizzando il mail ufficiale di questa sezione.

FANTASY : Pronti per il CAPITOLO VI ?
Grazie a tutti coloro che si sono cimentati nella scrittura di questi cinque capitoli.
Restano ancora due capitoli da scrivere per cui è il momento di imprimere alla storia una certa accelerazione. Katya e il principe Ghared stanno partendo alla ricerca del possente Arghanteron, l'unico in grado di sconfiggere le Streghe degli Sterminatori di Draghi. Ci riusciranno? Che fine hanno Kurgran e i figli di Katya? Come mai il grande Whyrm ha raggiunto i fuggiaschi dalla sua terra incantata oltre il Deserto Ignoto e l'Oceano Rosso?

NARRATIVA : Pronti per il CAPITOLO IV ?
Bene eccoci di nuovo. Innanzitutto grazie a tutti coloro che si sono cimentati nella scrittura di questo terzo capitolo, siete stati molti e questo ci rende assai fieri del lavoro che stiamo facendo.
Detto questo, restano ancora due capitoli da scrivere per cui è il momento di imprimere alla storia una certa accelerazione.
Stiamo cominciando a farci un'idea di cosa si nasconda nel passato di Stefano, ma molto è ancora da chiarire. Inoltre non abbiamo scoperto chi è la figura che il nostro professore intravede alla fine del capitolo due. In compenso Stefano è atteso per un appuntamento dal maestro Guglielmo per l'indomani. E che cos'è quell'odore di bruciato che sale dal piano inferiore? Qualcuno sta cercando di fare la pelle al nostro protagonista o è semplicemente la sua cena rimasta sul fuoco troppo a lungo?
Ditecelo voi! 
Tenete ben presente che quello che state per scrivere è il penultimo capitolo e quindi vi sollecito, nel limite del possibile, a cercare di fornire un "assist" a chi dovrà scrivere l'ultimo.
Buon lavoro!