29 settembre 2005

WHISKY CON GHIACCIO

- Cos’hai sognato la notte scorsa?-
Ecco. Dopo il segno zodiacale e il colore preferito, la bionda se n’era finalmente uscita con una domanda minimamente non scontata.
Peccato per la risposta che doveva dare.
- Non so. Io non sogno –
I suoi già grandi occhi azzurri divennero d’un tratto ancora più grandi. Le ciglia all’insù sembravano quelle di Minnie.
Ancora tre secondi di fiato sospeso… meno due… meno uno…
- Ma è impossibile!! Tutti sognano!!! –
Jack fissò con sguardo sconsolato il bicchiere posato sul tavolo davanti a lui.
Il suo omonimo “on the rocks” rifletteva i suoi pensieri sulla tristezza del mondo. Il ghiaccio si stava sciogliendo.
Non aveva più voglia di sentire quella storia raccontata dalla sua voce piatta.
Non aveva più voglia di sentire consigli su medici, santoni e rimedi miracolosi.
Non era malato. Era così e basta.
E stava bene così.
- Ho sognato di abbattere l’Empire State Building con una sega elettrica. Buonanotte bella –
Senza aspettare che la bionda riprendesse fiato Jack si alzò dal tavolino e si diresse verso il bancone del bar alla ricerca della consolante compagnia del barman.
Sicuramente si sarebbe stizzita.
Le bionde non posso concepire di essere mollate.
Ma lui perdeva in fretta la pazienza con le belle vaporose con grandi tette e minuscoli pensieri.
Con una lunga sorsata vuotò il bicchiere. Gli piaceva sgranocchiare i ghiaccioli mezzi sciolti. Molta gente rabbrividiva al vederglielo fare. Per via dei denti sensibili, sapete.
Ma lui aveva denti sani. Era tutto sano, sano come un pesce. E non sognava.
- Un altro, Bob –
Era bello andare sempre nello stesso pub.
Perché bastava alzare il bicchiere vuoto perché il barista sapesse già cosa volevi. Sai la figata di poter dire “Il solito, Bob” come nei film?
Un sorriso ghignante si allungò sul lato della sua bocca.
Ed ecco qui un altro Jack, come lui. Un Jack che un’altra donna aveva appena maledetto dall’alto dei sui tacchi.

-Ehi, Jack, sveglia. Stiamo chiudendo –
Una voce che non aveva mai sentito. Però chiamava lui. Lentamente, molto lentamente, la consapevolezza di dov’era tornò in lui, come se la sua anima se ne fosse andata a fare un giro e ora si stesse lentamente infilando di nuovo nei suoi vecchi panni mortali.
La sentì prendere possesso di nuovo delle mani, una delle quali era ancora stretta attorno al bicchiere; dei piedi, formicolanti a causa del prolungato ciondolare dallo sgabello; della faccia, il freddo bancone gli si era appiccicato ad una guancia.
Miodio, come s’era ridotto.
Con un enorme sforzo di volontà, dopo aver contato fino a tre e fatto un altro veloce check-up di tutti gli arti, Jack aprì un occhio e raccolse le forze nel braccio sinistro per sollevarsi.
Riconquistata la posizione eretta, la sua testa lo ringraziò con un’ondata di nausea. Ma era pronto, ormai sapeva come gestirle. Occhi chiusi e pochi, piccoli, respiri, veloci.
Passata.
Tornò ad aprire gli occhi e si trovò a specchiarsi in un paio di bellissimi - unico aggettivo possibile, davvero - bellissimi, occhi verdi. Truccati con cura, matita e mascara, con un taglio leggermente a mandorla, accentuato dall’eye-liner.
- Bellissimi –
- I tuoi sogni? Non ne dubito Jack, però io devo chiudere e Bob mi ammazza se domani mattina ti trova qui, quindi adesso alzati e vai a casa –
Capelli neri, tagliati corti, dritti e lucidi, spettinati, alla moda delle nuove guerriere metropolitane.
Mani sottili, senza gioielli, veloci e precise, a riordinare il bancone, a chiudere la cassa.
Voce un po’ roca, da fumatrice.
- Io non ti conosco –
- Sono qui da poco, tutti mi chiamano Kay, adesso vattene –
- Ma tu sai il mio nome… -
Lei si fermò un attimo, di nuovo quei gioielli verdi puntati su di lui – Ti ho chiamato Jack solo perché stasera te ne sei fumato quasi una bottiglia intera. Davvero ti chiami Jack? –
Lui annuì.
- Benissimo, adesso che ci conosciamo te ne puoi anche andare –
Inutile insistere.
Ripreso ormai completamente il controllo dell’intero corpo Jack si alzò e si diresse con passo pesante verso l’uscita.
Un’ultima occhiata a lei prima di andarsene. Troppo indaffarata a riordinare per preoccuparsi di lui.
Fuori l’aria era elettrica, asciutta e tiepida, il cielo di uno strano color arancio, come prima di un uragano.
Taxi.

La radio si accese diffondendo nell’aria della piccola stanza la voce del giornalista che snocciolava le notizie del mattino. Dalla guerra in oriente alle previsioni del tempo. Solo brutte notizie. Dalla guerra al tempo.
Jack aprì gli occhi e si tirò a sedere sul letto. La testa faceva male. Quel tipo di male che avvolgeva la fronte e le tempie con un anello di purissimo dolore nauseante.
Ma perché diavolo si era ubriacato la sera prima? Che bisogno c’era?
Camicia scarpe caffè. Pronto per l’ufficio.
Occhiali scuri. La luce diffusa nel cielo bianco platino gli feriva gli occhi e peggiorava la sua emicrania.
Stessa strada come ogni mattina: giornale; saluto a Chuck che chiedeva l’elemosina all’angolo; strizzata d’occhio a Linda che si affacciava per salutarlo dalla porta del bar. In pochi minuti di solito riusciva ad arrivare in ufficio.
- Jack Green! –
Davanti a lui si parò una donna anziana, capelli raccolti e occhiali a mezzaluna. La riconobbe subito.
- Professoressa Stone! –
Margareth Meredith Stone. Esimia professoressa di latino e lettere antiche al suo college. Terrore di tutti gli studenti che avevano la sventura di capitare sui banchi del suo terribile corso.
- Non creda di farla franca Sig. Green! Domani l’aspetta l’esame finale! –
L’esame finale? – Ma… ma professoressa, io mi sono già laureato –
La donna gli rivolse uno sguardo minacciosamente brillante da sopra le lenti – No, Sig. Green, lei ha abbandonato il mio corso in quanto incapace di portarlo a termine e io, dopo anni di ricorso, sono finalmente riuscita ad ottenere l’annullamento del suo titolo. Solo superando l’esame di domani potrà renderlo di nuovo valido –
La donna continuò a guardarlo, dal basso, con quello sguardo malignamente trionfante da sopra quelle piccole lenti.
Rimase a fissarlo mentre lui la guardava inebetito.
- Domani mattina alle nove, Sig. Green. Si degni di essere puntuale –
Detto questo la donna se ne andò per la sua strada, lasciandolo lì, solo, ancora senza parole.
La sua laurea… non valida? Ma come, ma perché, ma soprattutto, com’era possibile una cosa del genere?
Si voltò di scatto per chiedere spiegazioni alla vecchia professoressa ma quella era già sparita fra la gente. Doveva sapere dove, cosa, come, doveva chiedere, sapere perché non era mai stato informato di quel ricorso, dell’esame che doveva ancora sostenere, dannazione, il giorno dopo, come diavolo faceva a preparare un esame come quello, dopo cinque anni che non leggeva una parola di latino?
In ufficio. Appena arrivato in ufficio avrebbe chiamato l’università e chiarito quello spiacevole malinteso. Sicuramente la professoressa con gli anni aveva perso un po’ la ragione e questo era di certo il risultato della sua malattia, non potevano permetterle, insomma, i suoi risultati erano stati sempre eccellenti.
Riprese la strada verso l’ufficio, ormai vicino, il suo respiro era affannoso, l’ansia che tornava; maledizione, dopo tutti quegli anni trascorsi a curarla, l’ansia prima degli esami, l’ansia che lo attanagliava quando qualcosa non andava per il verso giusto, era tornata ad affondare gli artigli nel suo stomaco.
Non poteva farsi venire un attacco di panico. Adesso sarebbe andato in ufficio e avrebbe telefonato e tutto si sarebbe chiarito.
Tirò un lungo respiro ed entrò attraverso le grandi porte automatiche del grattacielo.
Non lavorava qui da molto, sapeva che in questa enorme struttura avevano sede diverse imprese, studi legali, uffici, ma fin’ora lui aveva esplorato solo il ventiquattresimo piano. Il suo.
Si affrettò all’ascensore, lo stomaco ancora contratto al pensiero di quel dannato incontro che gli aveva rovinato la giornata.
L’ascensore era vuoto, si infilò fra le porte ricoperte di pannelli di radica e premette il pulsante 24.
I numeri rossi del display che si susseguivano in modo così preciso avevano sempre esercitato uno strano fascino ipnotico su di lui, fin da bambino. Adesso che era adulto non scandiva più a voce alta i numeri alla loro comparsa, ma, mentre saliva, si rese conto che comunque la sua mente continuava a seguirli.
Cinque, sei, sette, otto.
La tensione cominciava piano piano a scemare, ora, lì, dentro quel piccolo spazio accogliente di numeri e specchi e luce ovattata, sentiva crescere dentro di sé la certezza che il problema si sarebbe risolto presto e nel migliore dei modi.
Un sospiro gli sfuggì dalle labbra mentre si appoggiava più comodamente con la schiena al pannello di legno.
Undici. Dodici. Tredici.
I numeri del display stavano per cambiare di nuovo quando un rumore sordo riempì il piccolo abitacolo. Il contraccolpo lo fece finire per terra. Le luci si spensero e rimase accesa solo quella del piccolo neon di sicurezza.
Ma che diavolo?
Un black-out. Ci mancava solo quello.
Fortunatamente non soffriva di claustrofobia, con calma si rialzò in piedi, attese qualche minuto il ritorno della luce e poi, visto che non succedeva nulla, appoggiò l’orecchio alle porte dell’ascensore per sentire se dall’altra parte c’era qualcuno che potesse spiegargli cos’era successo.
Nulla. O la cabina era completamente insonorizzata o là fuori non c’era nessuno.
Insofferente dell’oziosa attesa si mise a trafficare con le porte per tentare di aprirle e, dopo aver rischiato almeno un’ernia e un infarto, finalmente le maledette cedettero.
Era a metà di un piano, ma fortunatamente c’era sufficiente spazio per uscire.
Finalmente di nuovo libero, in piedi, Jack si ritrovò solo, su un piano all’apparenza deserto. La luce pallida del giorno rischiarava il lungo corridoio e le innumerevoli stanze che si aprivano su di esso.
Ma possibile che non ci fosse nessuno?
Che avessero fatto evacuare l’edificio?
Guardò fuori da una finestra: no, davanti all’ingresso del palazzo il traffico di auto e pedoni scorreva normalmente, come lo aveva lasciato solo pochi minuti fa.
Forse era solo questo piano ad essere deserto, magari in attesa di essere ristrutturato, o affittato.
Cominciò a salire le scale, ma ben presto si rese conto che c’era qualcosa che non tornava. Il quattordicesimo piano e il quindicesimo erano deserti e continuando a salire nessun rumore giungeva alle sue orecchie.
Jack si fermò persino a pensare che non fosse per caso domenica. No, era sicuro che fosse lunedì.
Cominciò a salire le scale più in fretta, saltando i gradini due a due, con un peso sempre più ingombrante che piano piano saliva ad invadergli il petto e lo stomaco.
Tranquillo Jack, tranquillo.
Ma era inutile cercare di rilassarsi. Tutti i piani erano deserti.
Arrivato al ventiquattresimo non poteva più continuare a mentire a se stesso. C’era decisamente qualcosa che non andava.
Anche gli uffici della sua redazione erano deserti.
D’istinto cercò la sua scrivania e prese il telefono in mano, ma la linea era assente e la cornetta tornò tristemente al suo posto.
Basta. Me ne torno a casa. Questo stupido scherzo mi ha già stancato.
Domani i capi mi dovranno delle belle spiegazioni.
Jack stava per riavviarsi verso le scale quando colse un movimento. Fugace, solo con la coda dell’occhio, alla svolta del corridoio – C’è qualcuno? –
Corse fino alla svolta e di là lo vide di nuovo, appena prima che svoltasse in un altro corridoio, un’ombra – Ehi! –
La sua voce aveva un suono strano in quegli ambienti vuoti e insonorizzati, come se quelle sottili pareti di cartongesso fossero capaci di risucchiarla e di farla sparire.
Il silenzio arrivava troppo presto.
Jack si rimise a correre, vide l’ombra infilarsi giù dalle scale e poi correre attraverso corridoi, svoltare in uffici, risalire le scale.
Ma per quanto si sforzasse non riusciva a raggiungerla. A vederla, a farsi sentire da lei.
Alla fine, con i polmoni che gli bruciavano, pieni di quell’aria finta dal sapore di plastica e dall’odore dei mobili di formica, decise di arrendersi.
Al diavolo.
Cercò di nuovo le scale e prese a scendere. Lentamente, poggiandosi al corrimano. Stanco e sudato per la corsa.
Dopo due rampe di scale lo sentì. Sentì un fruscio alle sue spalle e sentì uno sguardo puntato alla base della nuca.
Al diavolo.
Continuò a scendere lentamente le scale, regolarizzando il respiro, scalino dopo scalino.
Ma l’ombra era ancora lì. E ora non la sentiva solo dietro di sé. Sembrava che quella cosa si fosse moltiplicata. E che lo stesse accerchiando.
Jack non riuscì a trattenere un brivido freddo.
Maledetto.
Si voltò di scatto e un grido di frustrazione gli eruppe dalla gola – Vieni fuori! –
Nulla. Nessuno. Niente.
Jack riprese a scendere le scale, ma ora il suo passo era più veloce. Le ombre tornarono a muoversi e ad inseguirlo. Lui cominciò a correre, improvvisamente trasformato da cacciatore a preda, incapace di ragionare, incapace ormai di fermarsi a riflettere.
La sentiva, l’ombra di nuovo tornata unica, quella cosa senza nome dietro di lui, che lo inseguiva e gli dava la caccia.
Le scale sotto ai suoi piedi sembravano non finire mai, Jack ormai saltava da un gradino all’altro senza vedere più nulla, non sapeva a che piano era, non sapeva quanto mancava all’uscita, apriva porte e scendeva scale e basta, con il cervello pieno solo di orrore e vuoto.
All’improvviso si accorse che la luce era diminuita, un’occhiata fugace alle pareti per accorgersi che non c’erano più finestre, era finito nel seminterrato, ma non poteva voltarsi per tornare indietro, perché quella cosa era là, là dietro.
I garages! Nel seminterrato c’erano i parcheggi coperti e anche da lì poteva uscire. Ancora di corsa, ancora aggrappato al corrimano di ferro, un’ultima porta tagliafuoco, pesante e blindata, ma non sarebbe riuscita a fermare quella cosa, Jack lo sapeva.
Nel parcheggio la luce del giorno non arrivava, le luci di emergenza erano fiochi neon dall’inquietante sfumatura verde, ma Jack non poteva fermarsi.
Inciampò più volte, ma le sue gambe si rifiutavano di fermarsi. Il cuore batteva talmente forte da fargli male, il respiro talmente affannoso da essere strozzato, ma il demone panico aveva preso definitivamente possesso del suo essere e lo avrebbe fatto correre fino alla morte.
Finalmente, ormai con la vista annebbiata, Jack scorse una luce e prese a seguirla disperatamente per riuscire ad uscire da quell’incubo color pece.
Finalmente le sue orecchie riuscirono a cogliere il rumore proveniente dalla strada, e questo significava movimento, e quindi vita, salvezza.
Con un ultimo scatto Jack divorò gli ultimi metri che lo separavano dall’uscita e si lanciò gridando come un pazzo fuori dal parcheggio, sfinito, stravolto, in mezzo alle persone che camminavano sul largo marciapiede e che si scostavano da lui impaurite e disgustate.
Jack crollò a sedere per terra. Incapace di muovere un solo altro passo, in mezzo alla folla, finalmente al sicuro in mezzo a quella massa grigia e altera e indifferente ma viva e così maledettamente umana.
Nessuna ombra uscì dal parcheggio dietro di lui. L’aveva seminata. Il suo inconscio sapeva che non l’avrebbe seguito in mezzo alla gente. Era salvo.
Rimase così, seduto a terra, con un sorriso forzato da ebete stampato in faccia per moltissimo tempo. Ma lui non se ne poteva rendere conto. Il suo corpo stava cercando di riprendersi dallo sforzo, Jack sentiva le orecchie chiuse e ronzanti, la vista era ancora in parte annebbiata e il cervello si rifiutava di comporre anche un solo semplice pensiero.
Riusciva solo a rimanere lì. Fermo.
Poi lentamente la lucidità tornò, i suoi sensi tornarono ad inviare segnali comprensibili al cervello e Jack si alzò in piedi.
Lanciò uno sguardo all’ingresso impassibile e normale del grattacielo da cui era appena fuggito e decise che non vi avrebbe rimesso piede. Non quel giorno.
Si accorse di avere fame.
Da Bob avrebbe trovato il cibo e la tranquillità di cui aveva un disperato bisogno.
Taxi.

Al bancone non c’era Bob, ma di nuovo lei, Kay, la ragazza dai bellissimi occhi verdi.
- Come mai qui a quest’ora? Non ce l’hai un lavoro? –
Era brusca come la sera prima, evidentemente non gli stava proprio simpatico.
- Ho avuto una brutta mattinata, mi porteresti un hamburger e una coca? –
In pochi minuti Kay lo servì. Mentre gli appoggiava il piatto e il bicchiere davanti al naso gli rivolse un’occhiata e commentò con voce leggermente addolcita – Dev’essere stata brutta sul serio… hai una faccia… -
Jack cominciò a mangiare e contemporaneamente prese a raccontarle tutto, da quando si era alzato quella mattina fino alla fuga dal grattacielo.
Lei lo ascoltava fissandolo negli occhi.
Jack le parlò dell’incontro con la professoressa, dell’ansia, dell’ascensore, dell’ombra e mentre parlava vedeva tutte quelle immagini e quelle sensazioni scorrergli di nuovo davanti, mentre la sua memoria si sforzava di non perdere neppure un particolare e di inseguire ogni sfumatura.
Alla fine del racconto e del pranzo si sentiva stranamente e incredibilmente bene.
Gli sfuggì un lungo sospiro di sollievo.
- Allora? –
Kay lo fissava ancora, appoggiata al lavandino del bar, a braccia conserte.
- Allora cosa? –
- Com’è stato? –
Jack era confuso – Com’è stato? Terribile, angosciante, assurdo… -
- E ora? –
- Ora? Dopo che te l’ho raccontato intendi? Beh… è stato, liberatorio… -
- Tu lo sai che se continuerai ad ignorarli loro torneranno vero? –
Jack rimase interdetto, di nuovo quel brivido freddo gli attraversò la schiena – Loro…? –
Kay si fece avanti, verso di lui, appoggiando le mani al bancone, fissandolo negli occhi – Si, loro. Noi. Non puoi continuare ad ignorarci. Meritiamo un posto nella tua memoria, meritiamo di essere raccontati, espressi in parole. Ce lo devi –
- Ma di che diavolo…? –
- I tuoi sogni Jack! Non è vero che tu non sogni! Tu semplicemente non vuoi sognare, non ti interessa, ci cancelli nell’esatto istante in cui ti svegli e lo fai per pigrizia! –
- Ma… -
- Niente ma Jack, questo è un ultimatum, se continuerai ad ignorarci noi invaderemo la tua realtà. A te la scelta –

Una voce.
Una voce che chiamava il suo nome.
Gli occhi verdi di Kay.
- Jack! Sveglia! Devo chiudere! –
La voce di Bob. La sua mano ancora chiusa attorno al bicchiere, i piedi ciondolanti e formicolanti, la guancia appiccicata al bancone.
Aprire gli occhi, ricacciare la nausea.
- Dov’è? –
- Chi? La bionda? Quella se n’è andata lasciandoti il conto da pagare. Che le hai detto per farla arrabbiare così? –
- No… no, dov’è la barista, Kay… -
Bob gli si avvicinò scuotendo la testa – Non c’è nessuna barista qui oltre a me, lo sai che non posso permettermi un aiuto. Te la sarai sognata, vattene a casa Jack, è tardi –
A casa. Si. A dormire.
A casa.
A sognare.

AUTORE - SARA

6 commenti:

Eliselle ha detto...

grazie
GRAZIE

brava
BRAVA
BRAVISSIMA

i miei complimenti

unico appunto: garages non serve della s in italiano viene tolta anche se sono molti

Sara ha detto...

wow che entusiasmo!
grazie a te cara :D
c'è un motivo in particolare per quei bei ringraziamenti :D?

Eliselle ha detto...

Grazie perché leggere racconti belli come questo è sempre un piacere!

Gabriele ha detto...

Stupendo.
Brava!

Max ha detto...

Bello. Mi è piaciuta la struttura a scatole cinesi, e l'idea della vendetta dell'immaginario onirico. La morale della storia è: mai sbronzarsi di domenica sera, specialmente se lavori al ventiquattresimo piano, giusto?

Simone ha detto...

Bello davvero!
Una bella interpretazione del classico soggetto onirico.
Brava Sara! ;-)