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02 dicembre 2009

Il potere del Comando

Il soldato bussò due volte ed entrò.
L’uomo che lo stava aspettando si alzò di scatto poggiando le mani sul tavolo scuro e lo apostrofò con tono urgente “Quali notizie, mio buon amico?”
Il soldato chiuse la porta dietro di sé; l’altro, guardando l’espressione dipinta sul suo volto, lentamente, con un sospiro, tornò a sedersi.
“Mi dispiace, mio lord, ma non porto nessuna buona notizia”
“Siediti e raccontami tutto”
Il soldato si sedette pesantemente sulla sedia libera di fronte al tavolo. Il lord davanti a lui, i capelli più grigi di quanto ricordasse, le rughe più profonde sul suo volto, riempì due calici di vino scuro.
“Gli eserciti dell’ovest stanno definitivamente avanzando guidati dal bastardo di Greytower”
“Quali bandiere con lui?”
“La rosa dei Lancel, il leone dei Nest, voci parlano di un possibile accordo con la flotta delle Isole Bianche”
“Maledizione!”
“Se la flotta delle Isole entrerà nel Golfo del Sole saremo stretti in una morsa senza uscita”
“Lo so, dannazione, lo so!” il lord colpì il tavolo con un pugno che fece tremare i calici.
Il soldato continuò a fissare il suo signore, indeciso se proseguire o meno con le brutte notizie, ma lui lo precedette.
“Finora hanno risposto al nostro appello di fedeltà i Markeer del sud e i Sender delle montagne, ma anche se i loro eserciti si unissero domani stesso al nostro, potrebbe non essere sufficiente… o già troppo tardi… se solo arrivasse una risposta da Vancer…”
A quel punto il soldato non poté più attendere oltre “Mio signore… ho incontrato personalmente il messo di Lord Vancer mentre tornavo in città”.
Il lord alzò su di lui uno sguardo colmo di sospetto “Ha parlato con te senza neppure entrare al castello?”
“E’ fuggito subito dopo aver riferito il messaggio del suo Lord, Signore. Lord Vancer non si unirà a noi nella resistenza contro gli usurpatori”.
Il soldato vide la rabbia salire e poi scomparire dagli occhi del suo re, lasciando in lui solo una pesante e definitiva stanchezza.
“E’ tutto perduto dunque? Qui termina il mio regno, la mia vita, tutto quanto ho costruito?”
Il soldato sentì un moto di compassione nei confronti di quell’uomo che per tutta la vita lui aveva ammirato. Non sopportava di vederlo così, lasciato solo da coloro che lo avevano osannato quando era salito al trono.
“Non tutto è perduto, mio Signore. La vostra famiglia possiede ancora un’arma imbattibile con cui potrete spazzare via i nostri nemici”
Il re inizialmente parve non averlo neppure sentito. Il soldato attese e dopo diversi istanti di silenzio l’uomo di fronte a lui tornò ad alzare il capo e a drizzare la schiena, puntandogli contro uno sguardo di nuovo fiero.
“Una speranza remota, mio buon Vincent, sai meglio di me che non vuole più avere a che fare nulla con noi”
“Ma è pur sempre una speranza, mio Signore. E, se mi permettete, la vostra ultima, Signore”
“Vai a riposare Vincent, hai fatto un buon lavoro, come sempre; spero di poter vivere abbastanza per poter ricompensare la tua fedeltà”
Quando Vincent uscì chiudendosi la porta alle spalle, Jorges Draakenthal, Lord della Pianura e signore di Lyssa si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra. Il vento che entrò nella stanza quando aprì il vetro era gelido e portava l’odore aspro del mare in tempesta. Il fischio che lanciò venne catturato da esso e portato lontano fra le nubi incombenti. Bastarono pochi istanti e dal grigio tumultuoso che copriva il cielo si materializzò una figura che in un paio di battiti d’ali finì per posarsi sul davanzale di pietra.
Il piccolo drago emise un verso stridulo e si appollaiò sul braccio del suo padrone. Jorges gli accarezzò il capo con la mano libera, chiudendo poi la finestra.
Quando tornò a sedersi sul suo scranno il drago si spostò con un balzo sul tavolo dove si accucciò richiudendo le ali e continuando a fissarlo.
“Un’arma imbattibile…”
L’uomo grattò la gola del piccolo animale che socchiuse gli occhi ed emise una sorta di gorgoglìo di piacere.
“Se solo fossi stato io l’erede del Comando…”
Il vecchio lord vuotò il calice di vino in un solo lungo sorso, poi posandolo stancamente sul tavolo, riprese a parlare con il drago.
“Se tu potessi essere grande come i draghi di mia sorella, piccolo mio… ma la legge è legge, e nella nostra famiglia solo il primogenito eredita il Potere del Comando ai grandi draghi, sia esso uomo, donna, re o sacerdote. Agli altri rimane l’Empatia Animale che ci permette di avere amici come te” allungò il dito che la bestiola prese a mordicchiargli “che purtroppo sei un tenero cucciolo incapace di uccidere e distruggere”.
“Jenna se ne andò molti anni fa, quando suo marito venne ucciso durante un torneo. Lei disse che non era stato un incidente e che avremmo dovuto muovere guerra ai Greytower, ma gli dei sanno quanto non eravamo pronti ad affrontare quei ricchi bastardi. Allora come oggi.
Jenna se ne andò, piena di furore, portando con sé Argo e Zelda, gli ultimi grandi draghi che solo a lei dovevano ubbidienza. Figli di quegli stessi draghi che per secoli avevano difeso la nostra famiglia”
“Lei rinunciò alla sua posizione, ai suoi castelli e alla sua vita da nobile per ritirarsi nelle lontane foreste del nord a vivere sola come un’eremita. Noi invece siamo rimasti qui, in questo castello appollaiato alla rocca come un drago, anche se dei draghi ci resta ormai solo il nome, orfani di quel legame che aveva reso celebre la nostra stirpe”
“Non so neppure se Jenna sia ancora viva. Quando fuggì era una giovane guerriera, ma gli anni devono essere trascorsi anche per lei, più duri dei nostri in quei luoghi selvaggi. Se dovesse essere morta i draghi saranno fuggiti alle loro terre natie, oppure saranno morti con lei… e questo significherebbe la fine di ogni nostra speranza. Oltre che la fine della nostra stirpe”
Il piccolo drago emise un verso stizzito
“Hai ragione piccolo mio. Non c’è tempo per questi rimpianti da vecchio pentito. Il nemico è alle porte e l’unico modo per sopravvivere è che i draghi tornino a casa”.
Lord Jorges prese da un cassetto un foglio di carta, una penna e un’ampolla d’inchiostro.

Mia cara sorella,
ti chiedo di leggere queste poche righe prima di gettare la lettera nel baratro più profondo del nord.
Se riceverai questa mia missiva significa che sei ancora viva e di questo sinceramente mi rallegro, perché da troppi anni manchi al cuore di quel fratello che nonostante tutto ti ha amato molto.
Non è mia intenzione nascondere la vera natura di questa lettera dietro ad un’apparenza bugiarda.
Greytower sta muovendo verso Lyssa. Al suo seguito i vessilli di molti traditori del trono, compreso quello delle Isole Bianche.
Pochi giorni ci separano ormai dallo scontro che decreterà la nostra caduta e la fine del nostro regno.
Le forze pur consistenti del nostro esercito e di quelli dei nostri alleati non basteranno per difendere la città e i confini, senza draghi non abbiamo reali speranze di poter sopravvivere.
Per questo ti chiedo di spezzare il ghiaccio del tuo isolamento e di mettere da parte l’odio che provi per noi.
Il regno ha bisogno di te, la famiglia ha bisogno dei tuoi draghi, come primogenita dei Draakenthal hai dei precisi doveri nei nostri confronti e con questo messaggio ti invito a rispettarli.
Nonostante siano trascorsi molti anni io so che la tua sete di vendetta non ha mai trovato pace. Ora ti è offerta la possibilità di lavare nel sangue dei Greytower l’onta che ti fu arrecata quel giorno al torneo.
Con la speranza di rivederti presto, tuo fratello Jorges Draakenthal, Signore di Lyssa.

Quando l’inchiostro fu asciutto e le parole ormai impresse a memoria nella sua mente, Jorges arrotolò fra le mani il messaggio e lo inserì in una capsula di acciaio. Poi invitò il piccolo drago ad avvicinarsi e assicurò la capsula alla sua zampa.
“Ora vai, piccolo mio, trovala e riportala qui. Lei e i suoi draghi”
Il piccolo drago si lanciò con forza giù dal davanzale e le sue ali lo portarono presto lontano dalla torre.


La speranza era ormai scemata. Jorges Draakenthal fissava con occhi sbarrati i nemici che dal porto si riversavano attraverso le brecce aperte nelle mura dai lanci delle catapulte.
I nemici erano troppi e troppo forti e loro ormai erano indeboliti dalla fame, dalla sete e dalla mancanza di sonno.
“Mio Signore, voi perdete sangue”
Il re rivolse un amaro sorriso al soldato che era accorso al suo fianco “Tutto questo sangue non mi servirà sottoterra Vincent, posso anche versarlo sulle rovine del mio castello”
“I Greytower hanno sfondato la porta ovest, tra poco saranno qui, permettetemi di aiutarvi a fuggire”
“Fuggire? Fuggire dove? Fuggire per cosa Vincent? Sono vecchio e non ho avuto figli, non c’è nulla al mondo che sia mio tranne queste pietre. Se è così che hanno deciso gli dei è qui che mi troverà Greytower, qui che voglio morire”
Il soldato annuì “Allora io resterò con voi, mio Signore”
I due erano pronti, con le spade in pugno, per affrontare i nemici che presto si sarebbero riversati come insetti sulla cima della torre del re.
Ma per un lungo istante nessuno uscì dalla stretta scala.
Jorges lanciò con la coda dell’occhio una fugace occhiata al cortile in basso e vide che tutti avevano smesso di combattere “Cosa diavolo…?” il re si voltò verso la direzione verso cui erano puntati tutti gli sguardi.
“Vincent!”
Il soldato volse gli occhi al cielo, a nord “Mio signore quelli sono…”
“I draghi Vincent! E sono tre! Jenna ha risposto al mio appello!”
I tre draghi neri sfrecciarono sul castello come comete infuocate seminando panico e distruzione fra le fila dei nemici e fra le loro macchine da assedio.
Uno di essi, con precisi getti di fiamme, distrusse in pochi minuti le navi che avevano invaso il porto, gli altri due presero a volare in cerchio attorno alle mura uccidendo centinaia di nemici alla volta.
“Ma quella non è Jenna”
Il re riuscì ad intravedere una figura che cavalcava il più grande dei tre draghi. Era un giovane uomo dai lunghi capelli rossi, accesi e inconfondibili come i capelli di Lord Aaron, il defunto marito di Jenna.
Jorges si accasciò a terra, la schiena appoggiata al parapetto della torre e prese a ridere.
“Mio signore…” Vincent, preoccupato, fu subito su di lui
“Ora posso morire in pace Vincent, i draghi e il Potere del Comando sono tornati a reclamare il trono, il nostro regno è salvo”.

09 giugno 2009

FARFA

Farfa una volta era stata parecchio bella.
Aveva di quegli occhi verdi da “pubblicità del mascara”. Quelli grandi e con l’iride cristallina che pareva colorata con un pennarello.
Aveva sempre avuto una fissa pazzesca per le farfalle. C’è un sacco di gente che ce l’ha per i delfini, lei ce l’aveva per le farfalle.
Tutte le pagine dei suoi diari erano invasi da alette colorate e alla fine se l’era pure fatta tatuare una farfallina; sulla pancia: una farfallina rosa e blu.
Solo che poi il suo Belmoro l’aveva mollata e lei aveva cominciato a mangiare un sacco di After Eight, quei cioccolatini con la menta dentro, e aveva continuato a mangiarli finchè la farfallina sulla pancia era diventata una specie di falena grossa con le ali tirate.
Quindi da allora tutti l’avevano sempre chiamata Farfa. Si, insomma, perché “farfallina” non ci stava più per niente.
Farfa faceva la cassiera in un negozio di alimentari. Uno di quei negozietti piccoli con poca roba carissima che ancora resistono in qualche paesino di villeggiatura.
Di quei negozi dove sulla roba c’è ancora attaccato il prezzo con l’adesivo fosforescente, quel pezzetto di nastrino stampato che si mette con quella specie di assurda pistola, la prezzatrice.
Niente codici a barre, niente penna ottica, Farfa metteva i prezzi nel registratore di cassa uno ad uno ed era quasi impossibile che sbagliasse.
Perché era parecchio tempo che stava incastrata lì, stretta su quello sgabello dietro al registratore di cassa, che quando cercava di uscire doveva sempre fare le grandi manovre.
Si, perché in tutto quel tempo non è che Farfa avesse smesso di mangiare i suoi cioccolatini con la menta.
Anche se dalla storia del Belmoro erano passati degli anni.
E’ che alla fine la faccenda di poter smettere di mettersi in ghingheri tutte le mattine le era piaciuta, a Farfa. Quando tutti i suoi vestiti carini e alla moda avevano smesso di entrarle si era comprata due camicioni e aveva finalmente scoperto cosa voleva dire “star comodi”, e poi dopo i cioccolatini aveva scoperto che c’era un sacco di altra roba parecchio buona da mangiare. E quindi non era più tornata ad essere mingherlina come prima.
Farfa era come un grande girasole in mezzo ad un campo di papaveri.
Lei era alta, grande, luminosa e forte, rideva spessissimo e lo faceva con una risata profonda e calda come l’estate. Attorno a lei tutte le sue amiche sembravano dei papaverini gracili.
Tutti la guardavano quando era in giro. E lei guardava il sole.
Farfa leggeva moltissimo; nel cassetto sotto alla cassa teneva sempre un libro di quelli con la copertina morbida che si possono anche arrotolare e puoi infilarli dappertutto. Casa sua ne era piena. Leggeva di tutto. Avventura, poesia, letteratura classica. Tutto quello che aveva una copertina di cartoncino morbido e che la cartolibreria del paese riuscisse a procurarsi.
In tutti quegli anni doveva aver accumulato un tesoro di conoscenze da far invidia ai laureati. Però non è che lei se ne andasse in giro a vantarsene di conoscere un sacco di cose che magari gli altri non sapevano.
Ma ogni tanto la sua cultura emergeva. Come le cose che il mare restituisce dopo le tempeste, quando tutto torna calmo e il cielo è di nuovo sereno.
A volte, quando si parlava di qualcosa, Farfa si lasciava sfuggire una parola, o una spiegazione, o una descrizione che facevano capire subito che lei era una che aveva letto tanto.
Ma non credo lo facesse apposta. E’ che la cultura è un tesoro talmente brillante che non si può tenere nascosto del tutto il suo riflesso.
Non se n’era mai andata dal paese. Dopo la scuola aveva trovato da lavorare alla bottega e si era seduta lì; diceva che non le andava di allontanarsi dal posto dove era nata, di allontanarsi dal mare, dal molo, dagli scogli e dai gabbiani.
Il mare la faceva sentire viva e poi non sarebbe sopravvissuta dieci minuti in mezzo alla nebbia delle grandi città.
E poi diceva che non c’era bisogno di andarsene per vedere il mondo, perché tanto il mondo bastava aspettarlo che sarebbe passato di lì.
E in effetti di lì passava un sacco di gente.
Soprattutto d’estate, come è normale, con tutti i turisti che scappavano dall’afa per buttarsi nel loro mare fresco. Lei quelli che tornavano ogni anno li conosceva tutti per nome.
Perché a Farfa piaceva guardare dentro agli occhi e alle vite della gente. Lei li leggeva come faceva con i suoi libri. E credo che li trovasse tutti ugualmente appassionanti.
D’estate la sua risata usciva dalla porta della bottega attraverso la cortina di perline azzurre. Ed era talmente contagiosa che chi non la conosceva entrava incuriosito nel negozio per poter essere investito e colorato un po’ da quella cascata di luce.
Ma il mondo non smetteva di passare di lì neppure durante le altre stagioni.
D’inverno passavano soprattutto le persone anziane, che venivano qui perché il clima era più mite. A Farfa piaceva far loro tante domande sulla loro storia e sulla loro lunga vita. Chi ha vissuto di più ha una storia più lunga da raccontare, e poi a lei piaceva la luce che si accendeva nei loro occhi quando sentivano che qualcuno era interessato ai loro racconti.
Come se a casa loro non ci fosse nessuno che li ascoltasse mai.
E poi c’erano gli artisti. Quelli che arrivavano quando i turisti se n’erano andati via, apposta per potersi godere il mare, e il sole e i tramonti e i gabbiani e per poter cogliere l’ispirazione dimenticata dai vacanzieri.
Farfa era affascinata dagli artisti. La si vedeva spesso la sera parlare sul molo con qualche pittore o qualche poeta. Credo che con qualcuno abbia scambiato anche più di qualche parola. Perché anche loro erano affascinati da lei; dal girasole in mezzo al campo di papaveri.
Un giorno arrivò in paese uno di questi artisti. Uno che non si era mai visto.
Era un tizio di quelli alti alti secchi secchi, con dei capelli biondi un po’ lunghi che gli cadevano intorno alla faccia come delle spighe bagnate.
Di quelli che quando camminano sembra sempre che abbiano le gambe troppo lunghe per gestirle bene.
Farfa lo incontrò una sera di ottobre. Lui era seduto sulla panchina che c’è in fondo al molo grande e fissava il mare. Lei come al solito faceva la sua passeggiata solitaria.
Arrivata in fondo al molo anche lei si mise a guardare fisso davanti a sé e rimasero così, sconosciuti e vicini per un sacco di tempo.
Il sole sparì dietro all’orizzonte e nessuno dei due riuscì a vedere il leggendario raggio verde.
A pensarci bene fu molto strana come scena, perché Farfa di solito parlava con tutti ed era sempre lei a presentarsi per prima. Ma con il tizio biondo no. Con lui rimase in silenzio per tutto il tempo.
La sera dopo si ritrovarono di nuovo. Guardarono di nuovo il tramonto in silenzio e poi finalmente Farfa si schiarì la voce e disse qualcosa. Però la disse con voce quasi sussurrata. E anche questo fu molto strano.
Dopo mi spiegò che aveva capito subito che a lui piaceva il silenzio. E che era quello il motivo per quelle due serate strane. E che c’erano modi diversi per avvicinare le persone e con gli amanti del silenzio occorreva avvicinarsi senza parlare se si voleva che loro uscissero dal loro guscio.
Andarono avanti parecchi giorni con i loro incontri silenziosi sul molo.
A poco a poco si scoprì che il biondo era straniero, che era uno scrittore di una certa fama e che pareva vivesse in un faro su di una minuscola isola al largo delle coste di Bretagna.
Forse fu per quello che Farfa sentì un’immediata attrazione per lui. Uno scrittore ha gli occhi molto più pieni di storie di qualsiasi altra persona.
E poi c’era il fatto che vivesse in un faro circondato dal mare. A Farfa era apparsa subito come un’idea assolutamente meravigliosa.
La sera prima di ripartire per la sua terra lui e Farfa si salutarono a lungo sul molo. Si tennero per mano e guardarono il tramonto finchè non venne buio.
Anche se quasi nessuno ci fece caso Farfa da allora cambiò impercettibilmente.
I suoi libri arrotolati e la sua risata che si infrangeva fra le perline azzurre davanti alla porta del negozio rimasero sempre gli stessi, così come il suo guardare il sole e le persone negli occhi.
La differenza si vedeva se guardavi i suoi di occhi. Quelli verdi come l’acqua.
Ora quando guardavano il mare non si limitavano ad assorbirne la vita e la luce. Adesso i suoi occhi guardavano lontano.
Per la prima volta nella sua vita Farfa guardava verso posti diversi dal suo paese e forse nel fondo del suo grande cuore sognava di poterli vedere non solo attraverso gli occhi della mente e attraverso le parole scritte sui libri.
Passò un anno di prezzi battuti sul registratore di cassa, di volti conosciuti che tornavano, di volti nuovi che arrivavano, di risate calde e di papaveri rossi.
Poi tornò ottobre. E con lui tornò lo scrittore con i capelli di spighe.
E negli occhi di Farfa si accese una luce ancora più bella della sua solita.
Io lo sapevo quello che sarebbe successo. Sapevo che sarebbe andata via con lui a vivere su quel faro in mezzo al mare di Francia.
Tutto il paese e anche tutti i turisti si affollarono sul molo il giorno che Farfa lasciò casa. Sapevamo tutti che il sole da quel giorno avrebbe brillato un po’ meno per noi. Però eravamo felici perché lei, per mano al suo scrittore dallo sguardo buono, era assolutamente raggiante.
Ci disse che avevano in programma di girare intorno al mondo. E che avrebbe visto tutti quei paesi e quelle cose di cui aveva solo letto. E che ci avrebbe portato un sacco di regali. Era talmente entusiasta che la sua voce si sentiva in tutto il porto.
Ci sarebbe mancata tanto quella voce potente.
Farfa mantenne tutte le sue promesse. Tornava al paese almeno una volta l’anno per salutare tutti e strizzarci in uno dei suoi abbracci. Ogni volta portava regali presi in luoghi lontanissimi e foto bellissime che tutti noi incorniciavamo e appendevamo in casa o nei negozi, orgogliosi di averle ricevute in dono.
Anche lei, convinta dal suo Amorebiondo, cominciò a scrivere libri e la cartolibreria ne mandava sempre a comprare degli scatoloni pieni, perché in paese tutti ne volevano avere una copia da leggere.
Scrisse un libro anche su di noi. Sul paese in cui era nata e cresciuta. C’eravamo tutti in quel libro. C’era ogni gabbiano e ogni scoglio e i vecchi si commuovevano a leggere quelle parole belle scritte da Farfa.
A leggere quelle pagine c’era davvero da essere orgogliosi di essere nati proprio lì.
Nel paese dove volano le farfalle.

AUTORE - SARA

28 aprile 2007

LE LONTANE LUCI DI CASA

Il sole stava ormai tramontando ed era ancora lontano da casa.
Poco male… non aveva voglia di tornare.
Fissò lo sguardo sul disco rosso fuoco che lentamente scendeva dietro ai contorni frastagliati delle cime dei monti. Sulle vette più alte era già caduta la prima neve.
Una folata di vento gli scompigliò i capelli e lui distolse lo sguardo dal sole.
La valle era già in ombra, le luci dei lampioni e delle case andavano lentamente accendendosi. Piccoli punti luminosi sotto di lui. Alzò lo sguardo: anche le stelle una ad una cominciavano a comparire. Piccoli punti luminosi sopra di lui.
I suoi occhi si posarono sulla sua moto: Kawasaki Ninja 1000 NZ-10R verde Kawa.
Anche lei sembrava fissare la valle e anche lei sembrava riflettere. Guardò il suo profilo sinuoso; avvicinandosi sentì il calore che emanava dal motore, era bellissima e forse… forse era l’unica a conoscerlo davvero.
“L’unica donna che non mi ha mai deluso…”
Le posò una mano sulla sella e l’accarezzò lentamente.
Quanta strada aveva percorso in sella ad una moto, insieme a quest’ultima arrivata e a tutte quelle che l’avevano preceduta. Quanti paesaggi meravigliosi avevano visto, quanto sole e quanti temporali. E poi, le emozioni che aveva provato, a volte persino la paura; nei suoi ricordi più belli le sue moto erano quasi sempre presenti.
… pensò che forse questo avrebbe dovuto farlo riflettere…
Lanciò un ultimo sguardo al sole che sempre più velocemente veniva inghiottito dai monti, i suoi occhi dai riflessi verdi catturarono l’ultimo raggio prima che il disco di fuoco scomparisse del tutto.
Era ora di tornare.
Si infilò il casco e montò in sella. Ubbidiente, come sempre, la sua Signora rispose al suo delicato comando e in un attimo lasciarono lo spiazzo panoramico.
Conosceva molto bene quella strada, l’aveva percorsa centinaia di volte; centinaia nei suoi trent’anni di vita. Conosceva ogni curva e ogni avvallamento, ogni difetto dell’asfalto, ogni albero e ogni centimetro di paesaggio.
A quell’ora non c’era mai nessuno, i turisti erano già scesi dalle vette e lungo quella salita non abitava quasi anima viva.
Decise che aveva voglia di divertirsi un po’… in fondo era domenica sera, lo attendevano una casa troppo grande e una donna che non amava più, domani sarebbe dovuto tornare al lavoro e sarebbe stata una settimana fitta di impegni. Invece ora c’erano solo lui e la sua Ninja; loro e la strada più bella di tutta la regione.
Diede gas e si preparò ad impostare la curva.
Il bosco sfrecciava al suo fianco, gli alti abeti formavano un muro compatto e impenetrabile.
Sopra la sua testa il cielo vestiva il suo manto più scuro e accendeva le sue mille lanterne d’oro: la notte si stava preparando a dare il benvenuto alla sua Regina.
E lui correva. Il cuore libero da ogni pensiero, il vento che allontanava da lui ogni problema: il tempo che passava, l’Amore non ancora trovato, gli errori commessi, le delusioni, le persone che non capivano… ora c’era solo la libertà, l’adrenalina, la vita che sentiva fluire in ogni centimetro della sua anima.
D’improvviso una luce strana attirò la sua attenzione, rallentò e accostò in un piccolo spiazzo a lato della strada. La valle sotto di lui sembrava già addormentata, si voltò verso la luce che aveva intravisto alle sue spalle e rimase per un istante con il fiato sospeso.
Quella era una notte di luna piena e lentamente l’astro candido si apprestava ad occupare il suo trono nel cielo.

Era stata una giornata strana quella.
Aveva ritrovato vecchi amici che non vedeva da molto tempo, vecchi amici tutti uniti dalla stessa passione per la moto. Amici che venivano da lontano, che vivevano vite diverse in paesi diversi, che avevano opinioni diverse e facevano lavori diversi… eppure… eppure ogni volta che si incontravano sembrava che tutto quello non avesse la minima importanza.
Tutte le differenze sparivano e rimanevano solo le persone, anime simili che godevano del solo fatto di essere lì insieme.
Era stata una bella giornata, l’autunno aveva messo a loro disposizione la sua tavolozza più bella tingendo il cielo di un cristallino celeste, i boschi d’oro e di rame scintillante e le colline del verde più fresco.
Il sole li aveva accompagnati lungo tutto il tragitto attraverso i sentieri di un’affascinante regione sospesa a metà fra i monti e il mare.
Si… era stata una bella giornata… e non aveva nessuna voglia di vederla finire…
«Parlami bella luna… dimmi dov’è la mia Principessa…»
Ma la Regina del cielo non diede segno di averlo sentito. Era troppo lontana forse; o non c’era risposta a quella sua domanda. Forse lui la sua Principessa l’aveva già incontrata e perduta.
Già… una volta lei era stata la sua Principessa e poi… cos’era successo? Perché il tempo impietoso li aveva allontanati tanto? Come avevano potuto permetterlo?
Nascose la testa fra le braccia incrociate sul serbatoio. La luce candida lo accarezzava lieve, come una mano gentile giunta a consolare quel pianto silenzioso.
Doveva tornare.
La sua Signora attese paziente che lui fosse pronto e poi lo riportò lungo la strada che lo avrebbe condotto di nuovo a casa.

«Ma ti rendi conto di che ore sono?»
Lui non rispose, appoggiò il casco e si slacciò la giacca.
«Mi stavo preoccupando, non mi avevi detto che saresti tornato così tardi!»
Sempre in silenzio lui si diresse in bagno e aprì l’acqua della doccia che cominciò a scorrere coprendo la voce di lei che continuava a rivolgergli rimproveri misti a richieste di spiegazioni.
«Sto parlando con te!»
Lei era entrata in bagno; lui si fermò un istante a fissarla: indossava una vestaglia e calzava le pantofole, i capelli erano leggermente in disordine; probabilmente si era addormentata sul divano mentre lo aspettava.
Non sapeva che dirle. Non avrebbe potuto dire nulla di giusto in quel momento; tanto era arrabbiata e non lo avrebbe ascoltato.
«Oh, vai al diavolo!» lei si girò di scatto uscendo, lui intravide i suoi pugni stretti e i suoi occhi leggermente lucidi; forse si era preoccupata davvero… Forse avrebbe dovuto fermarla, chiedere scusa…
Finì di spogliarsi e si infilò sotto al getto caldo della doccia.
L’acqua gli tolse di dosso il profumo del vento e il calore del sole di quella domenica e in cambio lo rivestì con un manto di stanchezza e malumore.
Andò in camera ma lei non era a letto, andò in cucina ma non era neppure lì, la trovò in sala, davanti alla televisione accesa.
«Vieni a dormire?»
Lei gli rivolse uno sguardo di fuoco, forse aveva capito male… ma lui sapeva che quello era il segnale che annunciava l’inizio di una sfuriata. Ora che lui le aveva concesso un istante di attenzione lei lo avrebbe seppellito con i suoi rimproveri e le sue lamentele.
E così accadde.
Lui rimase lì in piedi davanti a lei; cercò di rivederla come quando era la sua Principessa… ma le due immagini non ne volevano proprio sapere di sovrapporsi.
La sua voce gli dava fastidio, non avrebbe resistito molto, si preparò mentalmente a rispondere a tono a tutto quello che lei gli stava sputando addosso ma all’ultimo minuto decise di tacere.
La fissò ancora per un istante e poi uscì.
Tornò ad infilarsi la tuta, gli stivali e la giacca e, raccolto il casco, uscì di casa.
La Ninja non era ancora addormentata del tutto, il suo motore era ancora tiepido e in un attimo tornò a cantare per lui.
«Andiamocene di qui piccola mia»
Era rimasto calmo fino a quel momento, ma ora il suo malumore stava peggiorando velocemente. Si lanciò sulla strada che usciva dalla città, voleva solo fuggire lontano.
Il vento lo graffiava con i suoi piccoli denti di ghiaccio, la luna era ancora lassù, indifferente alla sua rabbia.
Era arrabbiato, si, era deluso… andassero tutti al diavolo, non aveva diritto anche lui ad essere felice?
Aumentò la velocità: anche se la strada era avvolta nell’oscurità lui conosceva ogni curva a memoria e la anticipava senza quasi mai frenare.
La sua Signora cantava nella notte, sfogando quel grido che la sua voce non riusciva a liberare.
Ancora un tornante, sempre più in alto, verso la luna, verso il paradiso, lontano da quella valle buia, lontano da quella prigione che era diventata la sua vita.
Ogni errore si dovrebbe poter correggere.
La prossima curva era particolarmente stretta, lo ricordava bene, una volta era persino caduto, doveva rallentare… ma la sua mano sembrava non voler mollare la presa. Avrebbe potuto finire così: cancellare in un istante tutti gli errori, volare con la sua Signora oltre quella curva e finire come una stella cadente.
La curva si stava avvicinando velocemente e lui non aveva ancora cominciato a rallentare, preso d’improvviso da una follia che rischiava di portarlo troppo lontano.
Sentiva l’adrenalina esplodere nel suo petto, la morte si stava avvicinando a lunghe falcate, la fine dei suoi problemi… solo il silenzio e la libertà…
Poi, non chiamata, una voce esplose nelle sue orecchie; era solo un sussurro, ma a lui parve un boato «Sii prudente».
In un istante fu di nuovo catapultato nella realtà, vide la curva, richiamò i cavalli della moto e, a fatica, la convinse a voltare il capo verso la strada e non verso il vuoto.
La Ninja protestò e lui sentì le ruote slittare… la stava perdendo… ma non si diede per vinto, ogni suo muscolo concentrato nello spasmo, ogni briciolo della sua attenzione assorbito dal tentativo di rimanere in piedi.
E alla fine la sua Signora si fermò.
Era sull’erba, al limitare del bosco che pochi centimetri dopo si gettava nel vuoto della valle addormentata, un ginocchio per terra, l’altro piede ancora sul pedale del cambio, una mano a terra, un sasso fastidioso proprio sotto al palmo.
Era finita. Era ancora vivo. La moto non si era neppure graffiata A fatica si risollevò e sistemò la Ninja sul cavalletto.
Si tolse il casco e si deterse il sudore dalla fronte. Era ancora vivo.
Poi, mentre si riempiva i polmoni della fredda aria della notte fissando il nulla in cui aveva rischiato di sparire, gli tornò in mente la voce.
Quella voce che lo aveva salvato.
Frugò fra i ricordi per collegare un volto a quella voce sussurrata e, dopo diversi minuti vide due occhi e un sorriso.
Ma certo… era una delle motocicliste che aveva rivisto quel pomeriggio. Era seduta accanto a lui a pranzo e avevano parlato per tutto il tempo. Fra le varie battute lui le aveva accennato dei suoi problemi con la moglie, cambiando presto argomento perché quello era un giorno dedicato alla spensieratezza.
Al momento dei saluti lei lo aveva fissato con i suoi occhi scuri e gli aveva sussurrato «Sii prudente; se vuoi per stasera ti presto il mio angelo custode».
Avevano riso della battuta, ma in fondo al sorriso di lei forse c’era una nota di preoccupazione.
Sentì che qualcosa dentro di lui si stava rompendo: il muro dietro cui continuava a relegare i suoi sentimenti stava cedendo, ma questa volta non avrebbe combattuto per trattenerli. Si sedette e lasciò che il suo cuore fosse investito prima dal dolore, poi dalla stanchezza e infine da quello strano calore che il ricordo dell’amica motociclista e del suo angelo in prestito aveva suscitato in lui.
Era ancora vivo e forse non tutto nella sua vita era sbagliato.
Forse c’era ancora qualcosa che avrebbe potuto tentare per rimediare agli errori.
Forse avrebbe potuto provare a chiedere scusa, per una volta, e tornare a parlare con sua moglie.
Ora, su quel colle, sotto quella luna assonnata, vicino come non mai alla morte, aveva finalmente ritrovato la forza per combattere.
«Torna da lei ora, angelo custode. E dille grazie da parte mia»

AUTORE - SARA

25 dicembre 2006

VICINI DI CASA

Linda odiava i suoi vicini di casa.
Ormai era arrivata al limite della sopportazione.
C’era arrivata per gradi, quasi senza accorgersene. Colpa di tante piccole cose accumulate nel tempo, una dopo l’altra.
Alla prima aveva portato pazienza, all’inizio ci aveva anche riso su, poi però ne era saltata fuori una seconda, poi una terza e alla fine era arrivata al punto che anche solo il pensiero della loro vicinanza la riempiva di rabbia e di repulsione.
Per primo, alla sinistra della sua proprietà, il signor Galimberto Brancolini.
Innanzitutto il suo giardino.
Nel quartiere ci tenevano tutti, lo si sapeva da sempre. Era una di quelle regole non scritte che tutti però erano tenuti ad osservare.
Anzi, il vicinato era costantemente in gara per avere i fiori più belli e colorati, il vialetto ben pareggiato, l’erba tagliata.
Invece lui no.
Linda inorridiva nel guardare la giungla davanti a casa sua. Cumuli di foglie morte in stato di decomposizione appestavano tutti con il loro odore di muffa, fiori ingrigiti e appassiti, erbacce dappertutto… un vero sfacelo.
Lei aveva provato a farglielo notare, all’inizio con toni delicati, con frasi buttate lì come per caso, poi, visto che non cambiava nulla, in modo più esplicito.
E lui come aveva reagito?
Togliendole il saluto!
Roba da matti.
Non che ne sentisse la mancanza eh? Tanto lui ormai aveva litigato con tutti.
Si, perché il Sig. Brancolini, era sempre stato un asociale, fin dal suo arrivo.
E dire che subito sembrava una persona così distinta.
Quando arrivò, con il suo vestito scuro e le scarpe lucide, sembrava proprio un uomo per bene. Lo accompagnava una bella ragazza, tutti avevano subito pensato che fosse sua figlia e che il Sig. Brancolini fosse vedovo. Ma poi lei non si era più vista.
In verità non andava a trovarlo mai nessuno; per forza, con il caratteraccio che si ritrovava non doveva avere una gran collezione di amici.
Tornando all’odio di Linda… se il Sig. Brancolini si fosse limitato ad essere un vecchio scorbutico e solitario, la cosa avrebbe potuto anche essere sopportabile, pur rimanendo sconveniente e per nulla di buon gusto.
Il fatto era che, essendo una persona piena di astio nei confronti del mondo, il Sig. Galimberto non perdeva una sola occasione per rovinare la vita agli altri.
Tanto per fare un esempio.
Di norma il Sig. Brancolini se ne stava tutto il giorno rintanato in casa e, con grande sollievo di tutti, era come se non ci fosse.
Il problema sorgeva quando qualcuno del vicinato aveva ospiti. Infatti, non appena vedeva arrivare qualcuno, il maledetto iniziava a fare il matto strepitando e gridando tanto da spaventare a morte i poveretti.
Per questo motivo gli amici e i parenti di Linda, che prima andavano regolarmente a trovarla, con il tempo avevano notevolmente diradato le loro visite.
E tutto questo per invidia! Perché da lui non andava mai nessuno!
Voi direte che doveva essere una povera persona sola e triste che andava capita e aiutata.
Linda si era sempre ritenuta una brava donna, disponibile verso gli altri e piuttosto socievole. Ma con lui aveva proprio dovuto arrendersi.
Aveva provato ad essere gentile, ad invitarlo alle riunioni del quartiere, ad informarsi sul suo stato d’animo… niente, tutto quello che era riuscita ad ottenere erano stati solo mugugni e imprecazioni.
A quel punto persino un santo avrebbe gettato la spugna.
Come se questo non fosse bastato, c’era l’altra vicina, quella sulla sua destra: tale Benedetta Priscilla Malverti.
Una single convinta.
Zitella, per come la vedeva Linda.
Il suo cattivo gusto era tragicamente palesato dal colonnato corinzio con tanto di timpano decorato a bassorilievi in marmo rosa che aveva scelto per l’ingresso di casa. L’apoteosi della pacchianità, oltre che una vera sciagura estetica per il loro elegante e sobrio quartiere.
A peggiorare il tutto Benedetta Priscilla era una persona molto devota. Carica di quella religiosità “esteriore” che la portava irrimediabilmente a riempire il giardino di statue di angeli e madonne in preghiera. Come se il colonnato da solo non fosse sufficiente a valerle l’oscar del kitsch.
Un vero orrore.
Ma Linda era una persona che, sebbene con un po’ di sforzo, riusciva ad andare oltre all’apparenza.
Aveva tentato di creare un rapporto di cortesia con Benedetta.
In quanto “sola per scelta degli altri”, la ragazza era spesso triste e Linda non era rimasta indifferente ai suoi lugubri lamenti e ai suoi inconsolabili pianti.
Era andata a trovarla spesso e avevano chiacchierato a lungo, toccando anche argomenti profondi, che vertevano sul fatto di doversi sempre migliorare per rendersi più amabili agli occhi degli altri.
Ma ogni volta che Linda riusciva ad avvicinarsi a lei e a conquistare un po’ della sua stima e fiducia, puntualmente arrivavano i genitori della ragazza a rovinare tutto con discorsi su quanto fosse bella e cara e unica e su quanto nessuno si fosse mai accorto del suo valore.
E ogni volta che i suoi genitori se ne andavano, Benedetta tornava ad essere di nuovo una giovane zitella acida, viziata e piena di sé.
Se Linda pensava a quanto tempo avrebbe dovuto ancora sopportare quei due si sentiva male.
Già, perché facendo una mano di conti, avrebbe dovuto rimanere lì almeno per altri quindici anni. Ah, se solo suo marito le avesse dato retta! Quante volte glielo aveva detto che voleva essere cremata? Le sue ceneri a quest’ora avrebbero dovuto riposare sul fondo dell’oceano.
Invece no, la tradizione è tradizione: funerale, cassa in mogano e corone di fiori.
E adesso lei si trovava lì, assillata da quei terribili vicini di lapide, nel terzo vialetto a sinistra del cimitero comunale.

AUTORE - SARA

26 luglio 2006

LORIS

Io mi chiamo Loris e qui a San Bernardino conosco tutti.
Io ci sono nato, a San Bernardino, per questo lo conosco così bene, perché sono un sacco d’anni che vivo qui.
Mia madre diceva sempre, prima di andare in paradiso, che io ero speciale.
Me l’ha detto Don Giustino che mia madre è andata in paradiso, quel giorno che tutti si sono vestiti di nero e che si è fatta la processione dalla chiesa fino al camposanto. Anche a me avevano fatto mettere un vestito nero, era quello buono, quello della domenica, ma me l’hanno fatto mettere lo stesso, anche se non era domenica e non era neppure la festa della Madonna del Carmine.
Anche Don Giustino quel giorno mi ha detto che io ero speciale. Mi ha detto che sono una persona buona.
Io non credo di essere una persona buona. Mi arrabbio spesso io.
Mi arrabbio soprattutto quando mi chiamano “scemo” e quando mi arrabbio mi scappano dette le bestemmie che diceva sempre il babbo. Anche lui si arrabbiava. Ma quando si arrabbiava lui era peggio. Perché lui si toglieva la cinghia e mi correva dietro.
Io non mi sono mai tolto la cinghia.

A San Bernardino mi conoscono tutti anche perché faccio un sacco di lavori.
Io mi sveglio presto la mattina, sono abituato, perché il babbo mi veniva a svegliare quando il gallo cantava, che certe mattine d’inverno c’era ancora buio fuori e la nebbia non faceva vedere niente.
Appena sveglio vado da Rino, che ha l’edicola davanti alla chiesa, e lo aiuto con i pacchi di giornali vecchi. Che quelli che gli portano quelli nuovi ce li prendono indietro quelli che non ha venduto. Però bisogna impacchettarglieli, perché loro son gentili che li riprendono, però non si mettono mica lì a far su i cartoni. Allora, visto che a quell’ora non c’è nessuno lo aiuto io Rino a far su i cartoni.
Sono un uomo forte io. Perché ho sempre lavorato.
Poi alle sei e mezza vado da Luigi, che fa il pane nel forno dietro alla via della fontana, che se giri giù al semaforo lo vedi subito e lo senti perché c’è sempre un profumo di pane buono buono che ti fa venire fame.
Luigi lo aiuto perché porto i sacchetti del pane alle signore che non possono venire a prenderselo loro. Perché sono vecchie. E perché secondo me gli piace anche fare le signore e farsi servire.
Io e Luigi lo diciamo sempre. Che le donne si fanno trattare come delle regine.
Se porto i sacchetti alla fine quando torno Luigi ne prepara sempre uno anche per me. Mi piace un sacco mangiarlo quando è ancora caldo e ti scotti quasi le dita, perchè ha un sapore che se si raffredda scappa via e non riesci più a sentirlo. Allora mi siedo sulla panchina fuori dal negozio di Luigi e me lo mangio in fretta prima che si raffreddi.
A mezzogiorno ho l’appuntamento davanti alla scuola.
Controllo i bambini che escono, che non si facciano mica mettere sotto dalle macchine. Perché la strada ci passa proprio davanti al cancello della scuola e quando i bambini escono le macchine bisogna fermarle per farli passare.
Il comune ha detto che San Bernardino è un paese troppo piccolo per avere un vigile tutto suo, che ce lo può mandare solo ogni tanto, allora quando non viene il vigile del comune ci vado io a far attraversare i bambini. Non ho mica studiato per fare il vigile, e non ho neanche la paletta rossa che c’hanno loro, però le macchine si fermano lo stesso quando sto sulle strisce con le braccia aperte, e così posso far passare i bambini.
Se non ci fossi io i bambini non riuscirebbero a passare. Perché non ce l’hanno mica tutti la mamma o la nonna che li viene a prendere. Ci sono anche quelli che vanno a casa da soli. E a quelli ci penso io.
Poi al pomeriggio vado in giro, perché ho un sacco di persone che devo salutare. C’è la Tina, la parrucchiera, che ogni tanto mi fa sedere sulla sua poltrona strana con il lavandino e mi taglia i capelli, poi c’è la Netta, che ha il negozio di fiori, che tutti la chiamano Netta anche se i suoi c’avevano messo un altro nome più lungo che però ormai nessuno se lo ricorda, che diventa ogni giorno più secca e più grigia però sorride sempre.
E poi i bambini del doposcuola all’oratorio che d’estate giocano fuori e io mangio il gelato con loro.
Alla sera, quando i negozi stanno per chiudere, io mi fermo sempre ad aiutare a mettere dentro le cassette e a pulire.
E’ un altro dei miei lavori. Io faccio un sacco di lavori.
E’ per quello che conosco tutti a San Bernardino.
Dopo cena torno ad uscire perché da solo in casa mi annoio, in casa ci dormo e basta.
In inverno vado al bar, dove ci sono Guido e tutti gli altri di San Bernardino. E si parla di tutto, del calcio, di donne, dei politici. E tutti parlano e tutti ascoltano e si sta bene, in compagnia.
D’estate invece si sta fuori perché c’è caldo e fuori non ci vengono solo gli uomini ma anche le loro mogli e i bambini. Che in inverno hanno la scuola e quindi non escono mica.
In estate a San Bernardino ci sono le sagre e da qualche anno quelli del comune organizzano un sacco di feste, quindi c’è sempre un sacco di gente, tanti forestieri anche, che vengono fin qui.

Ieri sera dentro al cortile della villa c’era un concerto.
Hanno messo tutte le sedie di plastica in fila davanti ad un palco e poi hanno messo su un sacco di luci e di fili neri che correvano tutti attorno ai muri del cortile.
C’erano un sacco di forestieri che non avevo mai visto, delle belle signore e anche delle ragazze giovani. E si sono tutti messi a sedere sulle sedie di plastica guardando il palco vuoto.
Poi è venuto buio e sul palco hanno portato una cosa che non avevo mai visto.
La maestra Giulia mi ha spiegato che era uno strumento musicale e che si chiamava “arpa”. In effetti che suonava lo avevo capito da solo, perché aveva le corde come le chitarre. Però era molto più grande di una chitarra e aveva una forma strana.
Poi è arrivata questa signora con i capelli lunghi e biondi e con una gonna azzurra lunga che toccava fino a terra.
Si è messa a sedere e aveva un sorriso bellissimo. Ha cominciato a parlare e diceva le parole in modo strano, pronunciandole mica tutte bene, però si capiva lo stesso quello che diceva.
La maestra Giulia mi ha preso da una parte e mi ha detto che dovevo stare fermo e zitto e che non dovevo disturbare.
Però a me non piace quando mi dicono quello che devo fare allora sono andato vicino al palco per vedere meglio la signora bionda.
E lei ha cominciato a toccare le corde della sua arpa e il suono che faceva era bello e non avevo mai sentito una musica così.
Ma la cosa più bella è stata quando ha cominciato a cantare. Che aveva una voce che sembrava un uccellino. Cantava delle parole che io non riuscivo a capire, forse di un’altra lingua.
Quando ha finito di cantare le canzoni l’ho aiutata io a scendere dal palco e lei mi ha strinto la mano e mi ha sorriso.

Stamattina ho raccontato a Rino e a Luigi che sono andato a sentire la signora con i capelli biondi che cantava come un uccellino. Anche loro l’hanno sentita e anche a loro è piaciuta tanto, però solo a me mi ha strinto la mano e mi ha sorriso. E loro mi hanno detto che sono stato fortunato.
E’ quasi mezzogiorno e vado dai bambini fuori dalla scuola così lo racconto anche a loro, perché loro non c’erano mica ieri sera a sentirla.
C’è un caldo serpente a dover rimanere qui fermi sotto al sole per aspettare i bambini, bròt mand bòia, però bisogna che ci resti perché il comune non ce lo manda neanche d’estate il vigile.
Si sente il suono della campanella; eccoli che arrivano.
- Ciao Gionatan! Ciao Andrea! Lo sapete che ieri sera sono andato a sentire una signora che suonava e cantava come un uccellino? -
Non mi sentono, sono ancora troppo lontani, adesso gli vado incontro – Andrea! Sono qui! –
……
Apro gli occhi e vedo che ci sono tante facce sopra di me.
Ho sentito un rumore forte, tipo quello che fanno le gomme delle macchine quando i ragastàs fanno casino nei parcheggi.
Sono per terra. Devo essere caduto.
Ci sono le mamme dei bambini qui attorno a me.
C’è la mamma della Martina e anche la mamma della Serena. Ma hanno delle facce tristi tristi. Provo a sorriderci però sembra che non mi vedano.
Muovono la bocca ma non riesco a sentire quello che dicono. E’ stata la sgommata di prima che mi ha rintronato.
Forse credono che mi sono fatto male. Adesso mi alzo così gli faccio vedere che sto bene.
Ecco, adesso però dobbiamo toglierci dalla strada perché sennò poi le macchine non passano.
Mi giro ma vedo che se ne stanno tutti ancora lì fermi imbambolati a guardare per terra. Ma cosa stanno guardando? Ohi gente!
Mi avvicino e vedo che c’è un tipo sdraiato per terra. Ha la testa girata in modo strano e c’è un sacco di sangue per terra che sembra quando sgozzano il porco.
- Povero Loris -
- L’era ‘csè brèv –
Adesso ci sento di nuovo. Ma perché mi dicono povero?
Guardo di nuovo il tizio per terra. Ha la maglia uguale alla mia, e anche i pantaloni uguali ai miei.
Non ci capisco più niente.
Poi sento la musica della signora bionda, la musica che faceva con l’arpa. Mi giro a vedere dov’è ma non la trovo. E dire che la sua arpa è grossa e dovrebbe vedersi bene.
Poi sento che mi tirano una manica. Finalmente qualcuno che si è accorto di me.
E’ la signora bionda di ieri sera!
- Vieni Loris. E’ ora di andare -
Andare dove? Devo pensare ai bambini.
- Ci penseranno gli altri per oggi Loris, vieni con me -
Mi giro per salutare tutti ma vedo che sono ancora in mezzo alla strada. Alcune mamme piangono. Si vede che il tipo per terra sta male e a loro dispiace per lui. Anch’io vorrei rimanere ma la signora bionda continua a tirarmi e devo seguirla.
E poi all’improvviso mi sento così stanco.

AUTORE - SARA

29 marzo 2006

CERCIS SILIQUASTRUM

Il mio nome è Siliquastro.
In realtà avevo anche un nome e un titolo ben più altisonanti, ma ormai sono troppo vecchio per queste sciocchezze.
Vivo su questa arida collina da un’infinità di tempo, tanto da aver visto più albe e tramonti di qualsiasi altro essere vivente qui attorno.
Sono nato da un seme trasportato dal vento, per questo sono solo, su questa collina, lontano dalla mia famiglia e dal mio giardino d’origine.
Ma non crediate che mi dispiaccia di essere solo. Io sto molto bene qui, mi piace questo eremo tutto mio, da cui posso vedere il mondo che cresce e che cambia. E oltretutto non sono affatto solo, anche se non ci sono miei simili vicini a me.
Dalla mia collina infatti, ho il privilegio di poter osservare la città più importante del mondo. La città che tutti volevano conquistare.
L’ho vista crollare e risorgere più e più volte sulla sua collina, qui, di fronte alla mia.
Occupata per secoli da popoli sempre diversi, che l’hanno presa e trasformata di volta in volta a loro immagine e somiglianza.
I sovrani e gli stendardi issati su quelle torri cambiavano con la stessa velocità con cui i fiori mi germogliavano e appassivano sui rami.
Genti bianche e genti nere hanno raccolto frutti dai miei rami e hanno trovato ristoro all’ombra dei miei fiori rosa.
Genti che venivano dall’ovest con i loro eserciti e i loro dèi dai volti umani; popoli provenienti dall’oriente, con le loro ricchezze e i loro sterminati eserciti. E poi il fiero popolo dell’unico Dio e di nuovo le genti dell’Ovest con l’aquila e le loro brame di conquista.
Io continuavo ad osservarli, da quassù: vedevo gli eserciti e i pellegrini, sentivo i pianti e gli inni di lode.
E poi un giorno successe qualcosa. Qualcosa che cambiò la mia vita per sempre. Una di quelle cose fra il prodigio e il maleficio. A cui forse devo anche la mia così stranamente longeva esistenza.
Una notte arrivò quell’uomo.
Arrivò di corsa, con il fiato grosso per lo sforzo prolungato. Veniva dalla città, aveva corso, forse inseguito, dalle mura fino a qui.
La notte era vecchia ormai e le stelle stavano tramontando.
Si fermò ai miei piedi. Aveva abiti nuovi ma impolverati e stropicciati. Aveva la barba profumata d’oli ma il viso dietro ad essa era sconvolto.
Parlava da solo, o forse con me, dapprima un borbottio senza senso, poi le parole divennero più chiare, incatenate l’una all’altra.
- Cosa ho fatto… cosa ho fatto… - stringeva fra le mani un sacchetto apparentemente vuoto e lo torturava con movenze smaniose.
I suoi occhi erano febbrili, continuava a girare intorno a me osservando il cielo e l’orizzonte, come se temesse un agguato da parte di qualcuno, o di qualcosa, che potesse piombargli addosso da ogni dove.
Poi lentamente il silenzio dell’ora che precede l’alba sembrò portare un po’ di pace al suo animo tormentato. Lentamente si sedette a terra, con le ginocchia strette al petto, come un bambino impaurito e pentito. Il sacchetto sempre stretto fra le dita.
- Traditore… verrò chiamato traditore… - la sua voce era flebile, come se non gli appartenesse, come se non appartenesse a quell’omone barbuto.
- Mi hanno convinto, maledetti, con il loro argento. Ne avevo bisogno di questo argento. Mia moglie e i miei figli soffrono la fame, perchè visto che io ero dei suoi la gente li scansa -
- Io dovevo prendere quell’argento. Avrei potuto vestirli e proteggerli e dar loro da mangiare. E’ mio dovere di capo famiglia prendermi cura di loro, ad ogni costo -
- Sarei stato un folle a rifiutarlo per una cosa così semplice. Tanto se non fossi stato io l’avrebbe preso qualcun altro -
Sentii un brivido percorrere la sua schiena appoggiata a me. I suoi occhi si facevano sempre più tristi man mano che il cielo schiariva verso il giorno.
- Lui era davvero quello che diceva di essere. E io l’ho tradito. Io l’ho consegnato alla morte. La vendetta di suo padre ricadrà su di me. Sarò dannato per l’eternità…-
Per molti minuti rimase in silenzio, come se quel pensiero fosse troppo grande per essere contenuto nel suo corpo. Avvolto da un gelo che non c’entrava con l’alba e con il deserto. Continuava a fissare il vuoto, come se in esso vedesse il suo destino.
- Però… però… se lui è quello che diceva di essere… Lui sapeva, lui ha sempre detto che quello sarebbe stato il suo destino, che la sua morte era necessaria perché il suo nome venisse glorificato nella storia, perché tutti si ricordassero di lui e perché suo padre potesse placare la sua rabbia. Lui sapeva, doveva andare così… Quindi io… -
L’uomo di alzò in piedi, di scatto – io sono stato solo uno strumento; lui mi ha usato; lui aveva bisogno che io facessi quello che ho fatto -
Ora agitava i pugni verso il biancore dell’alba, il suo volto contorto dalla rabbia e non più dalla paura - Se io non lo avessi tradito il suo piano sarebbe fallito! –
- Io non potevo farci niente! Era già stato tutto deciso! Faceva tutto parte del piano! -
Questa nuova visione delle cose sembrava aver riacceso la fiamma della suo temperamento. Scagionatosi da solo dalla colpa che fino a pochi istanti fa lo schiacciava come un macigno, ora potevo vedere in controluce le sue spalle possenti, davanti a me, tornare dritte e salde.
Anche la sua voce aveva riacquistato forza e vigore e con essa prese a bestemmiare e a maledire colui che lo aveva condannato, solo per capriccio, ad essere l’agnello che doveva essere sacrificato per un fine più grande.
Il vento dell’alba aveva preso a spirare, lieve e silenzioso, portando via i fumi della notte e tutte le sue ombre.
L’uomo era ancora lì, con me. Dopo aver sfogato la rabbia aveva ripreso a camminare nervosamente avanti e indietro, come se dovesse prendere una decisione importante senza riuscire a venirne a capo.
Potevo vedere tutta la sua improvvisa rabbia e baldanza spegnersi come le stelle nel cielo. Spegnersi e lasciarlo di nuovo pallido e tremante, avvolto da un sudario di sgomento.
- Stupido… -
- Supido e presuntuoso. Come ho potuto? Io potevo scegliere -
Le mani che fino ad un momento prima agitava con rabbia contro al cielo ora gli ricaddero lungo i fianchi, il sacchetto martoriato finì a terra con un lieve fruscio.
- Io ho sempre potuto scegliere. E questa colpa avrebbe potuto ricadere su qualcun altro. Chiunque altro. E invece… le mie mani si sono sporcate del suo sangue. Le mie. Perché io ho scelto di farlo. Io ho scelto di tradirlo per quelle maledette monete d’argento -
- Io potevo scegliere di non farlo. E ora ci sarebbe qualcun altro al mio posto. Qualcun altro sarebbe qui a rodersi l’anima per l’orrore di ciò che ho fatto. Per aver consegnato l’agnello ai suoi carnefici -
Dopo queste parole cadde in ginocchio, le spalle rivolte al sole che aveva cominciato a sorgere, come se si vergognasse davanti al suo fulgore. La fronte china, gli occhi chiusi. Le labbra mosse impercettibilmente da una silenziosa preghiera.
Lo osservai a lungo, immobile nell’aria tersa. Provai pietà per quella creatura disgraziata che non avrebbe mai trovato pace per la sua anima lacerata, per cui sentivo che non ci sarebbe mai stato perdono.
Dopo molto tempo l’uomo si alzò in piedi, lentamente si sciolse la cintura che gli fermava la tunica ai fianchi e poi cominciò ad avvicinarsi a me, osservandomi con occhi lucidi di lacrime ma colmi di un’espressione decisa.
Sentii le sue mani, lo sentii arrampicarsi; il suo peso mi faceva male e faceva scricchiolare le mie vecchie ossa. Poi d’improvviso lo vidi lanciarsi a terra, rimanendo appeso per il collo alla cintura che aveva legato a me.
I suoi occhi si spalancarono nel dolore, il suo volto coperto dalla barba di nuovo si contrasse, ma questa volta nell’ultimo spasmo della morte. La bocca aperta in un soffocato grido di dolore.
Fu penoso per me attendere che il suo corpo ormai senza vita smettesse di dondolare provocandomi continue fitte.
Doloroso pensare che quell’uomo avesse scelto proprio me come strumento per la sua morte.
Io, nato per dare conforto con la mia ombra, per dare gioia con la mia fioritura, per dare colore al deserto e nutrimento ai figli della terra. Io, eremita silenzioso, ospite gentile, generoso ascoltatore. Io, divenuto all’improvviso improbabile strumento di morte.
Avrei voluto spezzare il mio ramo per poterlo salvare, avrei voluto abbassare il mio tronco perché i suoi piedi potessero toccare terra, ma rimasi lì, sofferente e silenzioso e impotente finchè le bestie del deserto non fecero scempio dei suoi resti.
Scoprii mio malgrado la storia di quell’uomo, perché presto il suo nome e il racconto di ciò che aveva fatto passarono di bocca in bocca, di città in città. Fino ai confini del mondo.
E mio malgrado divenni protagonista insieme a lui della sua triste e maledetta vicenda. E la mia vita cambiò, perché da quel giorno il mio nome rimase per sempre legato a quello di quell’uomo.
Perché da quel giorno per tutti, io sono solo L’albero di Giuda.

AUTORE - SARA

30 ottobre 2005

EVASIONE

Quando aprì gli occhi, l’unico pensiero che prepotentemente si dilatò fino ad occupare tutta la sua mente intorpidita fu: “Ce l’ho fatta. Sono riuscito a fuggire”.
Stava piovendo. Un tiepido acquazzone primaverile. Era sdraiato per terra, sentiva l’erba fresca e bagnata sotto alle braccia e alle gambe nude, aperte e distese.
Era sdraiato e guardava il cielo pennellato di nubi grigie che riversava sul suo corpo quel dolce pianto.
Ed era finalmente libero. Sfuggito alla sua prigione.
Cominciò a ridere, muovendo gambe e braccia contro all’erba come fanno i bambini nella neve fresca.
La sua risata cristallina e colma di una felicità purissima e primitiva si mischiò per diversi minuti con lo scroscio del temporale.
Fuggito. Libero. Vivo.

Dopo aver trovato qualcosa con cui coprirsi, cominciò a gustarsi la sua nuova libertà.
Il vento si era alzato scacciando le nubi e ora un sole vigoroso faceva splendere ogni cosa nell’aria ripulita.
Mentre camminava, con passo lento, curioso, per non perdersi nulla di ciò che lo circondava, le sue mani sfioravano tutto quello che vedeva.
Passò le sue dita pallide sui petali roridi dei giovani fiori, gustandone l’impalpabile e serica morbidezza; sfiorò con la mano aperta i tronchi forti degli alberi, sentendo sotto alla pelle il flusso vitale che in essi scorreva.
Quanto lo aveva desiderato.
Troppo a lungo guardato da lontano. Troppo a lungo agognato. Fino a non averne quasi più memoria.
Ma ora era qui.
Il profumo dei fiori era talmente dolce da fargli girare la testa, quello della terra bagnata era l’odore familiare delle cose che amiamo.
I suoi passi lievi affondavano morbidamente nel terreno umido e colmo di potenziale vita. Anche le cose più semplici avevano un fascino meraviglioso. Perché non erano più lontane e irraggiungibili, ma vere e reali attorno a lui.

La strada lo portò fino al limitare di una città.
Cambiarono i colori e gli odori. Cambiarono i suoni e le sensazioni.
Le persone che gli scorrevano intorno erano così tante, e diverse, e così piene di vita e di sentimenti e di emozioni.
Rimase fermo per diversi minuti, lasciando che la corrente lo investisse, lasciandosi trasportare sull’onda delle voci e delle luci.
Qualcuno lo guardava incuriosito, doveva avere un’espressione strana, doveva apparire strano, con quei vestiti troppo grandi per lui, con i capelli spettinati, con lo sguardo sognante.
Quanto avrebbe voluto gridare a tutti che ce l’aveva fatta, che era riuscito a fuggire, che era finalmente qui, libero, rinato a nuova vita!
Ma doveva trattenersi e non dare troppo nell’occhio. Non era del tutto al sicuro; forse non lo sarebbe stato mai. E poi non era il caso di mettere in allarme quelle persone ignare.

Riprese a camminare mischiandosi alla folla.
I rumori delle auto e della folla crescevano mano a mano che si avvicinava al centro e dopo un po’ si accorse che le sue orecchie, non abituate a tanto frastuono, cominciavano a provare fastidio.
Si guardò intorno alla ricerca di un luogo dove fermarsi.
Un luogo dove avrebbe potuto continuare a godersi la sua esplorazione.
Vide da lontano una macchia verde fra i palazzi. Alberi: un parco; il rifugio ideale.
Ripensò alla morbidezza dei fiori e al profumo della terra e sorrise all’aspettativa di poterli riassaporare.
Nel parco non c’era molta gente. Il recente acquazzone aveva spinto le persone a trovare rifugio in luoghi chiusi.
Prese a camminare lungo i vialetti di ghiaia bianca, ascoltando con piacere il rumore dei ciottoli che si spostavano sotto ai suoi piedi. Di tanto in tanto una goccia d’acqua fredda sfuggita dalle foglie degli alberi lo colpiva sul viso, provocandogli un sottile brivido di piacere.
Le bianche ninfee galleggiavano placide sulla superficie di un laghetto appena increspata dalle ultime gocce di pioggia, le anatre si lisciavano le penne stringendosi tutte in cerchio attorno agli ultimi nati.
Non resistette alla tentazione e si avvicinò ad essi, prese fra le mani uno di quei piccoli esserini e affondò le dita nelle sue giovani piume lanuginose, accarezzandole con delicatezza.
Le altre anatre intanto zampettavano attorno alle sue gambe, sfiorandolo con i loro piccoli corpi caldi, con le loro zampette fredde e palmate.
Rimase così, ad occhi chiusi, godendo solo di quel piccolo calore pulsante fra le sue mani, chiuso in un silenzio estatico, finché qualcosa non lo indusse ad aprire gli occhi.
La sensazione di essere guardato; la sensazione della presenza di qualcuno vicino a lui.
Aprì gli occhi e si trovò a riflettersi in un paio di occhi scuri. Poté così vedere come doveva essere apparso a tutta quella gente, in città.
Guardò il suo riflesso: esaminò l’immagine di quel giovane biondo, con i capelli lunghi e del colore chiaro della luce del sole.
Guardò quel volto liscio e senza imperfezioni, le labbra morbide e ben disegnate, i denti candidi e perfetti dietro ad esse, il naso piccolo come quello di un giovinetto. E poi gli occhi, occhi azzurri come il cielo d’estate, ammorbiditi da ciglia vellutate.
Guardò la fronte liscia e le sopracciglia arcuate in un’espressione di innocente stupore.
Gli specchi scuri ebbero un fremito, provocato da un lieve sospiro, e quel movimento bastò affinché la sua attenzione si posasse sulla persona a cui appartenevano quegli occhi.
Guardò la piccola bocca da cui era sfuggito il sospiro. Davanti a lui c’era una ragazza.
Il viso, tutt’altro che perfetto, era però ingentilito dagli occhi grandi e scuri e dalla bocca piccola ma carnosa.
Capelli anch’essi scuri e leggermente ondulati le ricadevano sulle spalle incorniciandole il volto.
Lo stava fissando con un’espressione indescrivibile.
Lo stava ammirando.
Il respiro era spezzato dall’emozione di trovarlo lì, comparso dal nulla, circondato da animali schivi che non lo temevano. Bellissimo.
- Tu…? -
Aveva una voce sottile, quasi da bambina. Lui le sorrise, fissando il suo sguardo su quella bocca che pareva così morbida e innocente. Senza dire una parola sollevò una mano, continuando a tenere il pulcino con l’altra, e le accarezzò le labbra. Le sue dita indugiarono su quei petali socchiusi e poi proseguirono ad accarezzare la pelle morbida della guancia e del collo.
Era liscia e tiepida. Sotto la pelle del collo poteva sentire il suo sangue vivo e forte pulsare con un ritmo regolare e leggermente accelerato.
Lei non disse nulla. Continuando a fissarlo, perdendosi nella sua bellezza perfetta.
Lui allora si chinò leggermente su di lei e le posò le labbra sulla bocca ancora dischiusa.
Le sue labbra erano fresche e asciutte, perfette come seta. Dopo un primo momento di resistenza, la ragazza cedette e si abbandonò all’abbraccio.
Il respiro della ragazza era caldo, la sua lingua, dapprima timida, si lasciava accarezzare dalla sua curiosità.
Una goccia, poi un’altra, in breve il cielo, tornato grigio, riprese a piangere le sue tiepide lacrime.
I due continuarono a baciarsi mentre la pioggia inzuppava i loro capelli e i loro vestiti, apparentemente distaccati dal mondo intero, soli in un tempo solo loro.
Il pulcino prese ad agitarsi nel palmo della sua mano e, come se questo piccolo movimento avesse infranto l’incantesimo, lei si sciolse dal suo abbraccio allontanandosi leggermente, sempre avvinta però dalla bellezza di lui e dallo strano potere che emanava dal suo essere.
Dopo che ebbe posato a terra il piccolo anatroccolo lei lo prese per mano e lo invitò a seguirla. La pioggia continuava a cadere, qualche lampo lontano solcava il cielo sopra alle loro teste.
Lei sorrideva, correndo fra le pozzanghere, lui la seguiva, amando il tepore di quella piccola mano stretta nella sua, amando il suo sorriso e le sue emozioni pure.
Arrivarono ad una piccola costruzione di legno, sembrava un grosso capanno per gli attrezzi, lei armeggiò con il lucchetto e poi lo trascinò dentro, all’asciutto – Sono la figlia del custode del parco –
- La figlia del custode – ripeté lui in un soffio, sorridendo.
Il capanno odorava di legno e di polvere. C’era un tavolo nella stanza e diversi attrezzi ammucchiati lungo le pareti.
Lui si perse un istante, attirato da tutti quegli oggetti, passando le mani ancora umide sul quel vecchio metallo che sapeva di ruggine e di corruzione, sfiorando rastrelli e badili.
Un piccolo starnuto lo fece tornare subito da lei. Aveva i vestiti bagnati incollati addosso, i capelli gocciolanti. Stava tremando.
Sembrava ancora più giovane, così indifesa, con gli occhi scuri che sembravano ancora più grandi.
Le si avvicinò e la strinse a sé, era bello sentire il suo fiducioso abbandono, bellissimo provare la sensazione di proteggerla, anche se solo dal freddo.
Le passò le mani sui capelli, accarezzandola lentamente, assaporando il battito del suo cuore lento e regolare contro al petto. Lei tremava ancora, la sentì infilare le mani sotto alla sua giacca, alla ricerca del suo calore.
Lui la scostò leggermente e cominciarono a spogliarsi a vicenda. Lui la fissava, incuriosito dall’espressione con cui guardava il suo corpo perfetto, dalla delicatezza con cui accarezzava il suo petto glabro sotto alla camicia.
Lei era minuta e bella. La pelle abbronzata così in contrasto con la sua, quasi diafana.
Le mani di lei erano arrivate a slacciare i suoi pantaloni. Lui era troppo preso dalla sua osservazione e dalle sensazioni tattili che gli riempivano il cuore per accorgersene e quando i larghi calzoni scesero fino alle sue caviglie lui vide il respiro di lei mozzarsi e i suoi occhi dilatarsi.
Si guardò e subito capì.
- Tu… -
Capì che era finita nello stesso istante in cui lei arretrò. Un movimento piccolo, solo pochi centimetri lontana da lui. Ma quella era la distanza che separa la terra dal cielo.
- Non devi aver paura di me -
Lei scosse la testa in segno di diniego; no, non aveva paura, era solo… stupefatta.
Lui si tolse la giacca e la camicia e dietro alle sue spalle si allargarono due grandi ali bianche, le piume candide come gigli che arrivavano ad accarezzargli le cosce muscolose e lisce.
- Ma come…? – lei continuava a fissarlo, quel corpo asessuato e perfetto, quelle ali bianchissime di luce, quel volto dolcissimo e umano.
- Perché sei qui? -
Gli occhi azzurri si velarono di tristezza, le parve quasi di intravedere una piccola lacrima in quelle schegge di cielo.
- Perché volevo… sentire… -
- Sentire? -
L’angelo si sedette a terra, sui vestiti sparsi, le ali richiuse attorno alle spalle in una sorta di abbraccio, le belle mani in grembo, lo sguardo quasi supplichevole rivolto alla ragazza.
Lei si strinse addosso i vestiti ancora bagnati e si sedette di fronte a lui.
Quel viso così bello era così triste e tutto in lui trasmetteva una tristezza così grande che si sentì stringere il cuore e allungò le mani fino a posarle sulle sue.
- Sei… fuggito…? -
Lui annuì, continuando a fissarla.
- Fuggito dal… paradiso…? -
Di nuovo un cenno affermativo.
Alla fine l’angelo sospirò – Fummo noi ad aiutarLo quando creò questo vostro mondo. Fu meraviglioso modellare tutte le diversità e i colori, i materiali, gli odori –
- Poi veniste voi, ma alla vostra creazione non potemmo partecipare. Potevamo solo rimanere lontani ed osservarvi. Nient’altro ci fu concesso -
- L’amore che riversò su di voi ci spinse ad amarvi a nostra volta. E a seguirvi, a guardarvi. Ma sempre da lontano. Nessuna interferenza fra il vostro mondo e il nostro-
- Il nostro è un mondo di spirito, anima e intelletto. A voi soli è stato concesso il dono della corporeità, delle sensazioni tattili, del calore trasmesso fra un corpo e l’altro, il dono dei sensi… e io… volevo solo, per una volta… provare tutto questo -
Lei gli strinse le mani, in un moto di affetto verso quella creatura così dolce che per un’innocente curiosità si era forse guadagnato un posto da reietto in un mondo non suo.
- Cosa succederà ora? -
- Non lo so. Non so se potrò tornare. Però ne è valsa la pena. Non essere triste per me-
In silenzio rimasero a sedere così, uno di fronte all’altra, mentre la pioggia continuava a tamburellare sulle assi del capanno, semplicemente guardandosi, riempiendosi l’anima uno dell’immagine e del calore dell’altra.
Poi la pioggia cessò. Udirono dei passi fermarsi fuori dal capanno.
L’angelo si alzò in piedi e lei lo seguì, un po’ timorosa, entrambi fissavano la porta chiusa.
Due piccoli tocchi sul legno bagnato. Un lieve cigolio dei vecchi cardini.
Quando la porta si aprì, la ragazza si trovò davanti ad una copia quasi esatta dell’angelo che le stava accanto ancora stringendole la mano. Come in una sorta di strano gioco di specchi che non riflettesse la sua immagine.
- Gabriel – l’angelo accanto a lei salutò il nuovo venuto.
- Nathaniel – rispose questi, radioso di una luce che sembrava emanare dai suoi occhi, dai suoi capelli dorati, dalla sua stessa pelle.
La ragazza faceva scorrere lo sguardo dall’uno all’altro, mentre i due continuavano a fissarsi in silenzio. Sapeva che stavano comunicando fra loro in un modo a lei precluso, ma era comunque ipnotizzata dalla loro sola presenza e non riusciva a staccarsi da quella scena irreale.
Alla fine Nathaniel si voltò di nuovo verso di lei, prendendole entrambe le mani fra le sue – Devo tornare ora –
- Ti hanno perdonato? -
Lui annuì sorridendo e quel sorriso le scaldò talmente tanto il cuore che d’istinto gli gettò le braccia al collo stringendolo a sé.
- Addio piccola figlia del custode, grazie di tutto -
Nathaniel si avvicinò a Gabriel ed entrambi sparirono in un alone di luce, lasciandola sola, nel capanno, con il temporale che si allontanava nel cielo.

AUTORE - SARA

29 settembre 2005

WHISKY CON GHIACCIO

- Cos’hai sognato la notte scorsa?-
Ecco. Dopo il segno zodiacale e il colore preferito, la bionda se n’era finalmente uscita con una domanda minimamente non scontata.
Peccato per la risposta che doveva dare.
- Non so. Io non sogno –
I suoi già grandi occhi azzurri divennero d’un tratto ancora più grandi. Le ciglia all’insù sembravano quelle di Minnie.
Ancora tre secondi di fiato sospeso… meno due… meno uno…
- Ma è impossibile!! Tutti sognano!!! –
Jack fissò con sguardo sconsolato il bicchiere posato sul tavolo davanti a lui.
Il suo omonimo “on the rocks” rifletteva i suoi pensieri sulla tristezza del mondo. Il ghiaccio si stava sciogliendo.
Non aveva più voglia di sentire quella storia raccontata dalla sua voce piatta.
Non aveva più voglia di sentire consigli su medici, santoni e rimedi miracolosi.
Non era malato. Era così e basta.
E stava bene così.
- Ho sognato di abbattere l’Empire State Building con una sega elettrica. Buonanotte bella –
Senza aspettare che la bionda riprendesse fiato Jack si alzò dal tavolino e si diresse verso il bancone del bar alla ricerca della consolante compagnia del barman.
Sicuramente si sarebbe stizzita.
Le bionde non posso concepire di essere mollate.
Ma lui perdeva in fretta la pazienza con le belle vaporose con grandi tette e minuscoli pensieri.
Con una lunga sorsata vuotò il bicchiere. Gli piaceva sgranocchiare i ghiaccioli mezzi sciolti. Molta gente rabbrividiva al vederglielo fare. Per via dei denti sensibili, sapete.
Ma lui aveva denti sani. Era tutto sano, sano come un pesce. E non sognava.
- Un altro, Bob –
Era bello andare sempre nello stesso pub.
Perché bastava alzare il bicchiere vuoto perché il barista sapesse già cosa volevi. Sai la figata di poter dire “Il solito, Bob” come nei film?
Un sorriso ghignante si allungò sul lato della sua bocca.
Ed ecco qui un altro Jack, come lui. Un Jack che un’altra donna aveva appena maledetto dall’alto dei sui tacchi.

-Ehi, Jack, sveglia. Stiamo chiudendo –
Una voce che non aveva mai sentito. Però chiamava lui. Lentamente, molto lentamente, la consapevolezza di dov’era tornò in lui, come se la sua anima se ne fosse andata a fare un giro e ora si stesse lentamente infilando di nuovo nei suoi vecchi panni mortali.
La sentì prendere possesso di nuovo delle mani, una delle quali era ancora stretta attorno al bicchiere; dei piedi, formicolanti a causa del prolungato ciondolare dallo sgabello; della faccia, il freddo bancone gli si era appiccicato ad una guancia.
Miodio, come s’era ridotto.
Con un enorme sforzo di volontà, dopo aver contato fino a tre e fatto un altro veloce check-up di tutti gli arti, Jack aprì un occhio e raccolse le forze nel braccio sinistro per sollevarsi.
Riconquistata la posizione eretta, la sua testa lo ringraziò con un’ondata di nausea. Ma era pronto, ormai sapeva come gestirle. Occhi chiusi e pochi, piccoli, respiri, veloci.
Passata.
Tornò ad aprire gli occhi e si trovò a specchiarsi in un paio di bellissimi - unico aggettivo possibile, davvero - bellissimi, occhi verdi. Truccati con cura, matita e mascara, con un taglio leggermente a mandorla, accentuato dall’eye-liner.
- Bellissimi –
- I tuoi sogni? Non ne dubito Jack, però io devo chiudere e Bob mi ammazza se domani mattina ti trova qui, quindi adesso alzati e vai a casa –
Capelli neri, tagliati corti, dritti e lucidi, spettinati, alla moda delle nuove guerriere metropolitane.
Mani sottili, senza gioielli, veloci e precise, a riordinare il bancone, a chiudere la cassa.
Voce un po’ roca, da fumatrice.
- Io non ti conosco –
- Sono qui da poco, tutti mi chiamano Kay, adesso vattene –
- Ma tu sai il mio nome… -
Lei si fermò un attimo, di nuovo quei gioielli verdi puntati su di lui – Ti ho chiamato Jack solo perché stasera te ne sei fumato quasi una bottiglia intera. Davvero ti chiami Jack? –
Lui annuì.
- Benissimo, adesso che ci conosciamo te ne puoi anche andare –
Inutile insistere.
Ripreso ormai completamente il controllo dell’intero corpo Jack si alzò e si diresse con passo pesante verso l’uscita.
Un’ultima occhiata a lei prima di andarsene. Troppo indaffarata a riordinare per preoccuparsi di lui.
Fuori l’aria era elettrica, asciutta e tiepida, il cielo di uno strano color arancio, come prima di un uragano.
Taxi.

La radio si accese diffondendo nell’aria della piccola stanza la voce del giornalista che snocciolava le notizie del mattino. Dalla guerra in oriente alle previsioni del tempo. Solo brutte notizie. Dalla guerra al tempo.
Jack aprì gli occhi e si tirò a sedere sul letto. La testa faceva male. Quel tipo di male che avvolgeva la fronte e le tempie con un anello di purissimo dolore nauseante.
Ma perché diavolo si era ubriacato la sera prima? Che bisogno c’era?
Camicia scarpe caffè. Pronto per l’ufficio.
Occhiali scuri. La luce diffusa nel cielo bianco platino gli feriva gli occhi e peggiorava la sua emicrania.
Stessa strada come ogni mattina: giornale; saluto a Chuck che chiedeva l’elemosina all’angolo; strizzata d’occhio a Linda che si affacciava per salutarlo dalla porta del bar. In pochi minuti di solito riusciva ad arrivare in ufficio.
- Jack Green! –
Davanti a lui si parò una donna anziana, capelli raccolti e occhiali a mezzaluna. La riconobbe subito.
- Professoressa Stone! –
Margareth Meredith Stone. Esimia professoressa di latino e lettere antiche al suo college. Terrore di tutti gli studenti che avevano la sventura di capitare sui banchi del suo terribile corso.
- Non creda di farla franca Sig. Green! Domani l’aspetta l’esame finale! –
L’esame finale? – Ma… ma professoressa, io mi sono già laureato –
La donna gli rivolse uno sguardo minacciosamente brillante da sopra le lenti – No, Sig. Green, lei ha abbandonato il mio corso in quanto incapace di portarlo a termine e io, dopo anni di ricorso, sono finalmente riuscita ad ottenere l’annullamento del suo titolo. Solo superando l’esame di domani potrà renderlo di nuovo valido –
La donna continuò a guardarlo, dal basso, con quello sguardo malignamente trionfante da sopra quelle piccole lenti.
Rimase a fissarlo mentre lui la guardava inebetito.
- Domani mattina alle nove, Sig. Green. Si degni di essere puntuale –
Detto questo la donna se ne andò per la sua strada, lasciandolo lì, solo, ancora senza parole.
La sua laurea… non valida? Ma come, ma perché, ma soprattutto, com’era possibile una cosa del genere?
Si voltò di scatto per chiedere spiegazioni alla vecchia professoressa ma quella era già sparita fra la gente. Doveva sapere dove, cosa, come, doveva chiedere, sapere perché non era mai stato informato di quel ricorso, dell’esame che doveva ancora sostenere, dannazione, il giorno dopo, come diavolo faceva a preparare un esame come quello, dopo cinque anni che non leggeva una parola di latino?
In ufficio. Appena arrivato in ufficio avrebbe chiamato l’università e chiarito quello spiacevole malinteso. Sicuramente la professoressa con gli anni aveva perso un po’ la ragione e questo era di certo il risultato della sua malattia, non potevano permetterle, insomma, i suoi risultati erano stati sempre eccellenti.
Riprese la strada verso l’ufficio, ormai vicino, il suo respiro era affannoso, l’ansia che tornava; maledizione, dopo tutti quegli anni trascorsi a curarla, l’ansia prima degli esami, l’ansia che lo attanagliava quando qualcosa non andava per il verso giusto, era tornata ad affondare gli artigli nel suo stomaco.
Non poteva farsi venire un attacco di panico. Adesso sarebbe andato in ufficio e avrebbe telefonato e tutto si sarebbe chiarito.
Tirò un lungo respiro ed entrò attraverso le grandi porte automatiche del grattacielo.
Non lavorava qui da molto, sapeva che in questa enorme struttura avevano sede diverse imprese, studi legali, uffici, ma fin’ora lui aveva esplorato solo il ventiquattresimo piano. Il suo.
Si affrettò all’ascensore, lo stomaco ancora contratto al pensiero di quel dannato incontro che gli aveva rovinato la giornata.
L’ascensore era vuoto, si infilò fra le porte ricoperte di pannelli di radica e premette il pulsante 24.
I numeri rossi del display che si susseguivano in modo così preciso avevano sempre esercitato uno strano fascino ipnotico su di lui, fin da bambino. Adesso che era adulto non scandiva più a voce alta i numeri alla loro comparsa, ma, mentre saliva, si rese conto che comunque la sua mente continuava a seguirli.
Cinque, sei, sette, otto.
La tensione cominciava piano piano a scemare, ora, lì, dentro quel piccolo spazio accogliente di numeri e specchi e luce ovattata, sentiva crescere dentro di sé la certezza che il problema si sarebbe risolto presto e nel migliore dei modi.
Un sospiro gli sfuggì dalle labbra mentre si appoggiava più comodamente con la schiena al pannello di legno.
Undici. Dodici. Tredici.
I numeri del display stavano per cambiare di nuovo quando un rumore sordo riempì il piccolo abitacolo. Il contraccolpo lo fece finire per terra. Le luci si spensero e rimase accesa solo quella del piccolo neon di sicurezza.
Ma che diavolo?
Un black-out. Ci mancava solo quello.
Fortunatamente non soffriva di claustrofobia, con calma si rialzò in piedi, attese qualche minuto il ritorno della luce e poi, visto che non succedeva nulla, appoggiò l’orecchio alle porte dell’ascensore per sentire se dall’altra parte c’era qualcuno che potesse spiegargli cos’era successo.
Nulla. O la cabina era completamente insonorizzata o là fuori non c’era nessuno.
Insofferente dell’oziosa attesa si mise a trafficare con le porte per tentare di aprirle e, dopo aver rischiato almeno un’ernia e un infarto, finalmente le maledette cedettero.
Era a metà di un piano, ma fortunatamente c’era sufficiente spazio per uscire.
Finalmente di nuovo libero, in piedi, Jack si ritrovò solo, su un piano all’apparenza deserto. La luce pallida del giorno rischiarava il lungo corridoio e le innumerevoli stanze che si aprivano su di esso.
Ma possibile che non ci fosse nessuno?
Che avessero fatto evacuare l’edificio?
Guardò fuori da una finestra: no, davanti all’ingresso del palazzo il traffico di auto e pedoni scorreva normalmente, come lo aveva lasciato solo pochi minuti fa.
Forse era solo questo piano ad essere deserto, magari in attesa di essere ristrutturato, o affittato.
Cominciò a salire le scale, ma ben presto si rese conto che c’era qualcosa che non tornava. Il quattordicesimo piano e il quindicesimo erano deserti e continuando a salire nessun rumore giungeva alle sue orecchie.
Jack si fermò persino a pensare che non fosse per caso domenica. No, era sicuro che fosse lunedì.
Cominciò a salire le scale più in fretta, saltando i gradini due a due, con un peso sempre più ingombrante che piano piano saliva ad invadergli il petto e lo stomaco.
Tranquillo Jack, tranquillo.
Ma era inutile cercare di rilassarsi. Tutti i piani erano deserti.
Arrivato al ventiquattresimo non poteva più continuare a mentire a se stesso. C’era decisamente qualcosa che non andava.
Anche gli uffici della sua redazione erano deserti.
D’istinto cercò la sua scrivania e prese il telefono in mano, ma la linea era assente e la cornetta tornò tristemente al suo posto.
Basta. Me ne torno a casa. Questo stupido scherzo mi ha già stancato.
Domani i capi mi dovranno delle belle spiegazioni.
Jack stava per riavviarsi verso le scale quando colse un movimento. Fugace, solo con la coda dell’occhio, alla svolta del corridoio – C’è qualcuno? –
Corse fino alla svolta e di là lo vide di nuovo, appena prima che svoltasse in un altro corridoio, un’ombra – Ehi! –
La sua voce aveva un suono strano in quegli ambienti vuoti e insonorizzati, come se quelle sottili pareti di cartongesso fossero capaci di risucchiarla e di farla sparire.
Il silenzio arrivava troppo presto.
Jack si rimise a correre, vide l’ombra infilarsi giù dalle scale e poi correre attraverso corridoi, svoltare in uffici, risalire le scale.
Ma per quanto si sforzasse non riusciva a raggiungerla. A vederla, a farsi sentire da lei.
Alla fine, con i polmoni che gli bruciavano, pieni di quell’aria finta dal sapore di plastica e dall’odore dei mobili di formica, decise di arrendersi.
Al diavolo.
Cercò di nuovo le scale e prese a scendere. Lentamente, poggiandosi al corrimano. Stanco e sudato per la corsa.
Dopo due rampe di scale lo sentì. Sentì un fruscio alle sue spalle e sentì uno sguardo puntato alla base della nuca.
Al diavolo.
Continuò a scendere lentamente le scale, regolarizzando il respiro, scalino dopo scalino.
Ma l’ombra era ancora lì. E ora non la sentiva solo dietro di sé. Sembrava che quella cosa si fosse moltiplicata. E che lo stesse accerchiando.
Jack non riuscì a trattenere un brivido freddo.
Maledetto.
Si voltò di scatto e un grido di frustrazione gli eruppe dalla gola – Vieni fuori! –
Nulla. Nessuno. Niente.
Jack riprese a scendere le scale, ma ora il suo passo era più veloce. Le ombre tornarono a muoversi e ad inseguirlo. Lui cominciò a correre, improvvisamente trasformato da cacciatore a preda, incapace di ragionare, incapace ormai di fermarsi a riflettere.
La sentiva, l’ombra di nuovo tornata unica, quella cosa senza nome dietro di lui, che lo inseguiva e gli dava la caccia.
Le scale sotto ai suoi piedi sembravano non finire mai, Jack ormai saltava da un gradino all’altro senza vedere più nulla, non sapeva a che piano era, non sapeva quanto mancava all’uscita, apriva porte e scendeva scale e basta, con il cervello pieno solo di orrore e vuoto.
All’improvviso si accorse che la luce era diminuita, un’occhiata fugace alle pareti per accorgersi che non c’erano più finestre, era finito nel seminterrato, ma non poteva voltarsi per tornare indietro, perché quella cosa era là, là dietro.
I garages! Nel seminterrato c’erano i parcheggi coperti e anche da lì poteva uscire. Ancora di corsa, ancora aggrappato al corrimano di ferro, un’ultima porta tagliafuoco, pesante e blindata, ma non sarebbe riuscita a fermare quella cosa, Jack lo sapeva.
Nel parcheggio la luce del giorno non arrivava, le luci di emergenza erano fiochi neon dall’inquietante sfumatura verde, ma Jack non poteva fermarsi.
Inciampò più volte, ma le sue gambe si rifiutavano di fermarsi. Il cuore batteva talmente forte da fargli male, il respiro talmente affannoso da essere strozzato, ma il demone panico aveva preso definitivamente possesso del suo essere e lo avrebbe fatto correre fino alla morte.
Finalmente, ormai con la vista annebbiata, Jack scorse una luce e prese a seguirla disperatamente per riuscire ad uscire da quell’incubo color pece.
Finalmente le sue orecchie riuscirono a cogliere il rumore proveniente dalla strada, e questo significava movimento, e quindi vita, salvezza.
Con un ultimo scatto Jack divorò gli ultimi metri che lo separavano dall’uscita e si lanciò gridando come un pazzo fuori dal parcheggio, sfinito, stravolto, in mezzo alle persone che camminavano sul largo marciapiede e che si scostavano da lui impaurite e disgustate.
Jack crollò a sedere per terra. Incapace di muovere un solo altro passo, in mezzo alla folla, finalmente al sicuro in mezzo a quella massa grigia e altera e indifferente ma viva e così maledettamente umana.
Nessuna ombra uscì dal parcheggio dietro di lui. L’aveva seminata. Il suo inconscio sapeva che non l’avrebbe seguito in mezzo alla gente. Era salvo.
Rimase così, seduto a terra, con un sorriso forzato da ebete stampato in faccia per moltissimo tempo. Ma lui non se ne poteva rendere conto. Il suo corpo stava cercando di riprendersi dallo sforzo, Jack sentiva le orecchie chiuse e ronzanti, la vista era ancora in parte annebbiata e il cervello si rifiutava di comporre anche un solo semplice pensiero.
Riusciva solo a rimanere lì. Fermo.
Poi lentamente la lucidità tornò, i suoi sensi tornarono ad inviare segnali comprensibili al cervello e Jack si alzò in piedi.
Lanciò uno sguardo all’ingresso impassibile e normale del grattacielo da cui era appena fuggito e decise che non vi avrebbe rimesso piede. Non quel giorno.
Si accorse di avere fame.
Da Bob avrebbe trovato il cibo e la tranquillità di cui aveva un disperato bisogno.
Taxi.

Al bancone non c’era Bob, ma di nuovo lei, Kay, la ragazza dai bellissimi occhi verdi.
- Come mai qui a quest’ora? Non ce l’hai un lavoro? –
Era brusca come la sera prima, evidentemente non gli stava proprio simpatico.
- Ho avuto una brutta mattinata, mi porteresti un hamburger e una coca? –
In pochi minuti Kay lo servì. Mentre gli appoggiava il piatto e il bicchiere davanti al naso gli rivolse un’occhiata e commentò con voce leggermente addolcita – Dev’essere stata brutta sul serio… hai una faccia… -
Jack cominciò a mangiare e contemporaneamente prese a raccontarle tutto, da quando si era alzato quella mattina fino alla fuga dal grattacielo.
Lei lo ascoltava fissandolo negli occhi.
Jack le parlò dell’incontro con la professoressa, dell’ansia, dell’ascensore, dell’ombra e mentre parlava vedeva tutte quelle immagini e quelle sensazioni scorrergli di nuovo davanti, mentre la sua memoria si sforzava di non perdere neppure un particolare e di inseguire ogni sfumatura.
Alla fine del racconto e del pranzo si sentiva stranamente e incredibilmente bene.
Gli sfuggì un lungo sospiro di sollievo.
- Allora? –
Kay lo fissava ancora, appoggiata al lavandino del bar, a braccia conserte.
- Allora cosa? –
- Com’è stato? –
Jack era confuso – Com’è stato? Terribile, angosciante, assurdo… -
- E ora? –
- Ora? Dopo che te l’ho raccontato intendi? Beh… è stato, liberatorio… -
- Tu lo sai che se continuerai ad ignorarli loro torneranno vero? –
Jack rimase interdetto, di nuovo quel brivido freddo gli attraversò la schiena – Loro…? –
Kay si fece avanti, verso di lui, appoggiando le mani al bancone, fissandolo negli occhi – Si, loro. Noi. Non puoi continuare ad ignorarci. Meritiamo un posto nella tua memoria, meritiamo di essere raccontati, espressi in parole. Ce lo devi –
- Ma di che diavolo…? –
- I tuoi sogni Jack! Non è vero che tu non sogni! Tu semplicemente non vuoi sognare, non ti interessa, ci cancelli nell’esatto istante in cui ti svegli e lo fai per pigrizia! –
- Ma… -
- Niente ma Jack, questo è un ultimatum, se continuerai ad ignorarci noi invaderemo la tua realtà. A te la scelta –

Una voce.
Una voce che chiamava il suo nome.
Gli occhi verdi di Kay.
- Jack! Sveglia! Devo chiudere! –
La voce di Bob. La sua mano ancora chiusa attorno al bicchiere, i piedi ciondolanti e formicolanti, la guancia appiccicata al bancone.
Aprire gli occhi, ricacciare la nausea.
- Dov’è? –
- Chi? La bionda? Quella se n’è andata lasciandoti il conto da pagare. Che le hai detto per farla arrabbiare così? –
- No… no, dov’è la barista, Kay… -
Bob gli si avvicinò scuotendo la testa – Non c’è nessuna barista qui oltre a me, lo sai che non posso permettermi un aiuto. Te la sarai sognata, vattene a casa Jack, è tardi –
A casa. Si. A dormire.
A casa.
A sognare.

AUTORE - SARA

21 giugno 2005

OCCHI DI LUNA

Questa notte c’è la luna piena… quant’è bella accidenti… rimarrei per ore incantato a guardarla… è così luminosa, quasi accecante sullo sfondo blu scuro del cielo.
Questa notte mi prendo una pausa da tutto; non mi va di andare in birreria con gli altri… ultimamente i loro discorsi sempre uguali sui pc mi sono venuti un po’ a noia… no, non è che me la tiro… però questa notte non avevo proprio voglia di chiudermi in un locale a consumare le ore come sigarette spente.
Io e la mia macchina, pronti per un’avventura, come quando ero bambino, con la bici… ho voglia di andare ad esplorare.
Esco dalla città e mi avvio verso le colline.
Che differenza fra questo cielo e quello di casa mia… da qui si vedono un casino di stelle in più. Non mi viene in mente neanche un nome di costellazione… eppure la Laura me le aveva elencate tutte una volta… quella notte… con la sua bella mano me le aveva tracciate una ad una nel cielo… ma io mica guardavo le stelle quella sera… io guardavo lei… quant’era bella sdraiata su quel prato… No, non devo più pensarci. Che masochista che sono.
Il rumore della portiera che si chiude sembra uno sparo, tanto c’è silenzio. Il bosco è davanti a me, scuro, mi sento Cappuccetto Rosso; quasi quasi ho un po’ di paura. Alla mia età… paura del buio… ma per favore…
Nei film dell’orrore i boschi di notte sono sempre pieni di rumori inquietanti e sinistri… invece io qui sento solo i miei passi sulle foglie secche e il rumore distante del fiume.
Andrà a finire che la mia avventura sarà solo una noiosa passeggiata in un bosco deserto…
Le piante si infittiscono in fretta attorno a me, gli alti alberi si chiudono sul cielo intrecciando i loro rami e la luce della luna non riesce a filtrare. Sento sulle gambe le carezze dei rovi e delle felci.
La torcia elettrica che ho portato riesce ad illuminare solo un piccolo tratto davanti a me, e anche se la sollevo la cosa non migliora affatto. Cavolo, devo stare attento a non inciampare in qualche radice, se cado e mi rompo una gamba chi mi trova più qui?
Camminare schivando rami, radici, tronchi e compagnia bella è diventato una specie di esercizio ginnico… una specie di percorso di guerra… ormai non so più neppure da quanto tempo sono qui dentro. All’improvviso le mie orecchie si accorgono di un rumore che non c’entra nulla con il bosco e il fiume. Mi fermo e mi rendo conto stupidamente che ho il fiatone e che il mio respiro è molto rumoroso. Che idiota… silenzioso come una guardia elfica.
Ok, che cacchio di fretta devo avere? Non sono mica inseguito da nessuno…
Esercizio pratico. Muoversi silenziosamente fra le ombre.
Ricomincio a camminare, lentamente ora, cercando di evitare il più piccolo rumore. Troppo facile con la torcia. Provo a spegnerla.
Ad un tratto, i miei occhi semi-abituati al buio intravedono un chiarore più avanti fra gli alberi.
C’è una radura. Ed è illuminata quasi a giorno dalla luna piena.
Ma… c’è qualcuno…
Mi accovaccio fra i cespugli per osservare.
E’ una donna… una ragazza, vestita di bianco, con una tunica lunga fino ai piedi e stretta in vita…
Che bella che è… ha capelli lunghissimi e neri, vedo il suo profilo stagliarsi contro la foresta, sottile come un giovane albero.
Ma cosa… sta facendo qualcosa. E’ vicina ad una roccia e ci sono degli oggetti appoggiati sopra… una ciotola, un calice… da qui non riesco a vedere altro. Sta parlando, vedo le sue labbra muoversi, ma non riesco a sentire… solo un po’… mi avvicino solo un po’… silenzioso come un’ombra…
- …invoco la presenza della Dea… -
- …offro quest’acqua… -
Un rituale! Sto assistendo ad un rituale eseguito da una strega! Altro che noiosa passeggiata in un bosco deserto!
La ragazza solleva prima il calice e poi la ciotola alla luna, poi gira un paio di volte attorno alla roccia e infine rimane con le braccia lungo i fianchi e il bel volto rivolto alla luna, a farsi investire dalla sua pallida luce.
E’ talmente bella che per un attimo ho smesso di respirare.
Sto assistendo ad un vero rituale magico e nell’aria c’è qualcosa… lo sento… di… puro, una specie di… forza…
Chissà che rituale è…? Credevo che le streghe si trovassero in gruppi a fare queste cose… storie tipo intere comunità capeggiate da gran sacerdoti e sacerdotesse divisi per gradi e compiti.
Ma così è molto più bello… lei, da sola, al centro del bosco, lei che prega la luna e fa offerte alla sua Dea. Viene quasi voglia di convertirsi… c’è un’atmosfera così… spirituale.
La ragazza è ancora immobile e con gli occhi chiusi quando all’improvviso sento delle voci che si avvicinano. Sono due, no, tre… tre ragazzi che sbucano dalla foresta parlando a voce alta con toni impastati dall’alcool. Ma che diavolo ci fanno qui?
La ragazza rimane immobile, sempre con gli occhi chiusi. Talmente concentrata nel suo rituale da non averli sentiti. Talmente immersa nell’Altromondo da non sentire quelle voci sgraziate che cominciano a chiamarla.
Andate via maledetti. Lasciatela in pace.
I tre si avvicinano con passo abbastanza deciso, forse non sono così ubriachi, forse la lasceranno stare. Lei continua a rimanere immobile sotto alla luce della luna.
- Ehi bella che cosa stai facendo? –
- Guarda guarda cosa abbiamo qui… sei una strega eh? Una di quelle che fa le orge con Satana sotto alla luna eh? –
Lei non risponde. Mi accorgo di avere i pugni serrati talmente forte che ormai le unghie mi si sono piantate nei palmi. Ma nonostante tutto. Non riesco a muovermi.
I tizi l’hanno raggiunta e la circondano. Uno di loro getta a terra le cose sull’altare. Ma che cazzo di bisogno c’era? Vandali del cazzo…
Lasciatela stare. Ma perché non riesco a parlare? Non riesco a muovermi.
Cazzo sono proprio un coniglio di merda. Tiragli dei sassi. Urla che chiami la polizia. Urla che sei la polizia… Niente.
Vedo la mano di quello più grosso sollevarsi su di lei e poi un movimento, troppo veloce per essere registrato, troppo veloce per essere visto, troppo veloce per… lei è dietro di lui e con il suo pallido braccio lo tiene fermo e gli inclina la testa di lato e i suoi occhi ora sono aperti e brillano come schegge di luna e anche la sua bella bocca è aperta e lei si avventa famelica su di lui, zanne da lupo… zanne che lacerano la pelle.
Sento lo stomaco che si contrae, il tizio caccia un urlo di terrore e prova a divincolarsi agitandosi come un indemoniato, ma evidentemente la presa di lei è troppo forte perché non riesce a liberarsi. Lei inizia a succhiargli il sangue dal collo e in pochi istanti il tipo si trasforma in una bambola senza vita fra le sue braccia.
Gli altri due sono immobili, agghiacciati di terrore e un’ombra veloce come un incubo li assale da dietro. E’ solo un attimo, solo un attimo e uno di loro è a terra, con il collo girato in modo innaturale verso la luna e l’altro è fra le braccia di un uomo, alto, di nero vestito, che si sta cibando di lui.
Cibando.
L’ombra nera ha neri capelli, pelle bianca come quella della luna, è alto, supera la sua vittima di tutta la testa, non riesco a vederlo a modo in viso perché verso di me guardano gli occhi ciechi della sua vittima e lui rimane nascosto.
Vedere quei corpi svuotati del sangue mi fa salire un conato che riesco a stento a trattenere.
Istanti lunghissimi pieni di luna e di rumore di sangue succhiato e di morte. Di morte.
La mia noiosa passeggiata nel bosco.
Morti.
Le mie gambe sono inchiodate alla mia anima incollata in modo morboso ai miei occhi che non riescono a staccarsi dalla scena davanti a me.
Ora lei ha chiuso gli occhi, quella di un bambino l’espressione del suo volto. Un infante che beve dal seno della madre. Lui la guarda, con desiderio, un ultimo sorso e poi lascia il cadavere a terra e si avvicina a lei e comincia a baciarle il collo, poi le braccia, le lascia segni rossi con le labbra sporche di sangue.
Lei apre gli occhi color della luna e getta infastidita il cadavere a terra liberandosi dall’abbraccio del compagno con gesto di stizza.
- Non qui! -
La sua voce è come una tempesta di ghiaccio, rapida e dolorosa come una frustata. Dio quant’è bella.
- Perché sei qui? Quante volte ti ho detto che posso cavarmela benissimo da sola? Perché mi segui?-
- Per custodirti mia Signora, le tue celebrazioni sono sacre e loro ti hanno interrotta -
- Non hanno nessun rispetto per le cose sacre… dannati senzaDio – il tono di lei sembra raddolcito… un po’ triste quasi, guarda i giovani cadaveri riversi sul terreno.
Poi volge lo sguardo alla luna piena, come a scusarsi del disordine e dell’interruzione.
- Non temere, penso io a mondare il tuo sacro tempio. Torna a casa, il giorno si avvicina -
Lei abbassa le braccia, gli occhi chiusi in un sospiro stanco, si riavvicina all’altare e raccoglie le sue cose, poggiando per diversi minuti le mani sulla pietra in una sorta di ringraziamento e commiato dalla divinità.
La tensione in me sta scemando lasciando posto alla stanchezza, sento le gambe che mi fanno male per la prolungata postura accovacciata. Ma non oso muovermi. Non finché i due saranno ancora nella radura.
Alla fine lei si volta verso di me. Si, sta guardando me, non c’è dubbio. I suoi occhi bianchi di luna mi trafiggono il cervello e mi guardano. Sa che sono qui, l’ha sempre saputo.
Corri.
Corri.
E’ lei che lo dice, non me lo sto immaginando. Corri. Sussurra, ma riesco a sentirla. Corri.
Ok, ok, adesso me ne vado. Le gambe fanno male e al primo passo il ginocchio cede. Corri idiota, ti sta dicendo di correre, vaffanculo corri non hai capito chi hai davanti? corri!
Non so come sono arrivato alla macchina. Non so come sono arrivato qui.
So solo che la birra che riempie il boccale davanti a me ora è bionda. E che qui dentro c’è il familiare puzzo di patatine fritte. E che Mirko sta parlando di pc.

AUTORE - SARA