22 novembre 2009

La situazione politica di Finisterra II: L'Impero delle Tre Spade


L’Impero delle Tre Spade è una monarchia assoluta ed ereditaria in cui l’Imperatore, un membro della famiglia Teophan fin dalla fondazione, unisce in sé tutti i poteri politici mantenendo la sacralità degli antichi re-sacerdoti di Addoneis.
Le decisioni vengono condivise con un Consiglio ristretto, composto dal Primo Scriba, depositario della sapienza antica, dal Gran Sacerdote della Triade con funzioni di Gran Visir e dai principi ereditari. In casi particolari il Consiglio può...
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18 novembre 2009

La situazione politica di Finisterra I: Una visione d'insieme


Attualmente Finisterra è suddivisa in due unità territoriali: l’Impero delle Tre Spade, con capitale Addoneis, che occupa la parte della penisola a nord del fiume Dumrak ed è retto dalla casata Teophan, e il Regno di Vùos, dall’omonima capitale, che ha come territorio la porzione a sud del Fiume e su cui regna la casata Koilev.

Per un millennio circa la penisola di Finisterra è stata unita sotto il dominio della casata Teophan in unico Impero, fino a quando cinquecento anni fa...
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15 novembre 2009

FIGLIO

Quando ero bambino amavo i fumetti dei Peanuts.
Mi piacevano i personaggi, il forte contenuto morale delle strisce che non di rado si trasformavano in storie. Mi piacevano quei bambini che parlavano come i grandi. Anche io ero così, in qualche modo. Mi riconoscevo in Charlie Brown, nella sua indecisione e passività. Dentro di me sognavo che un giorno o l’altro “il bambino dalla testa rotonda” si arrabbiasse e gliela facesse vedere, a tutti gli altri, che era una persona di valore. Perché io lo vedevo che lo era.
Ma nelle storie di Schultz non accade.
Mai.

C’è una striscia in particolare che ora mi torna alla mente.
Grossomodo si svolgeva così, o almeno così io la ricordo e sono certo di non tradirne il senso generale: Piperita Patty e Marcie erano seduti sui loro consueti banchi di scuola. Piperita Patty seduta sul banco davanti si sporgeva verso Marcie e le diceva di avere compreso una grande verità, ossia che ci sono due tipi di domande, quelle che qualcuno ti fa per verificare se conosci la risposta e quelle alle quali nessuno sa rispondere.
Vorrei tanto avere compreso il senso di quella striscia quando era il momento, e invece lo capisco solo ora.

Mamma.
Mi hai educato ad essere un bravo bambino.
Mi hai insegnato che era importante studiare, che era importante essere persone tolleranti, essere buoni con gli altri, essere prudenti e coscienziosi. E io ho imparato.
Non credo di essere una persona molto intelligente, però studiavo e i risultati venivano.
Gli altri bambini correvano, saltavano, gridavano, facevano le marachelle, cadevano e si rialzavano.
Io no.
Non era da bravi bambini fare baccano, non era da bravi bambini trasgredire le regole, non era prudente correre e cadere. Tu mi avevi insegnato così, e io ho imparato.
Ho imparato fin troppo bene.
Gli altri bambini non si interessavano a me. A volte tentavo di unirmi a loro e alcuni, pochi per la verità, a loro modo cercavano di darmi una possibilità. Ma a dieci anni parlavo già come un adulto: a loro non piaceva. Loro volevano che salissi sugli alberi, ma io non me la sentivo, era pericoloso. Volevano giocare a palla, ma per me era un gioco che non aveva senso, e comunque sarei stato sconfitto in partenza. Non mi trattavano male, semplicemente mi lasciavano in disparte.
Ero diverso da loro, e se ne accorgevano.
Quante volte sono tornato a casa da te piangendo?
Tu mi tenevi tra le braccia e mi dicevi di avere pazienza, perché un giorno gli altri avrebbero capito. Un giorno non mi sarei più sentito così solo.

A dodici anni mi sono innamorato. Era una mia compagna di classe delle medie e tutti la chiamavano Lalla. Era stata bocciata un anno ed era l’unica a cui sembrava piacere lo stare con me. Forse perché anche lei era tenuta in disparte, forse perché era più matura e mi vedeva già come un figlio.
Non lo so.
Io però volevo toccarla, lei invece andava coi ragazzi delle superiori.
Mi respinse con una risata.
Non ero un uomo per lei e un uomo, questa è la verità, non lo sono mai diventato.
Rimasi comunque suo amico, quel po’ di affetto che lei mi dava era l’unico che conoscessi a parte il tuo. Quel giorno, quello in cui mi respinse, corsi a casa da te a piangere come ogni volta.
Tu mi dicesti quello che mi dicevi sempre: che un giorno, quando fossi stato più grande e anche gli altri miei coetanei fossero diventati più maturi, come io ero già, avrei conosciuto una ragazza; una ragazza che avrebbe capito che io ero una persona buona, che avrebbe compreso tutto l’amore che avevo dentro e che potevo darle, che avrebbe capito che l’avrei resa felice. Non come mio padre aveva fatto con te, quel tipo d’uomo che io mai sarei dovuto diventare.
Io ti credevo. Dovevo crederti, non potevo non farlo.
Prima ho atteso fiducioso, poi ho pregato disperatamente perché quel tempo venisse.
Ma non è accaduto.
E col tempo quell’amore che avevo dentro è imputridito.

Mamma.
Una parte di me in realtà lo sapeva.
Io non potevo essere amato da altre che da te, perché non potevo essere uomo, e dunque ero destinato a rimanere per sempre figlio. Lo sapevo, nel più profondo di me.
Credo di averlo anche accettato, a mio modo, anche se era una cosa inaccettabile.
Finché c’eri tu ad amarmi la vita era comunque sopportabile.
Ma poi sei morta e nella mia vita non è rimasto più nulla.
E allora sono impazzito, credo.
Si deve essere così, per forza.

Ora che sono qui davanti a lei capisco tutto.
Innanzitutto quella striscia dei Peanuts.
Ero un bambino adulto, sono divenuto un adulto bambino.
Per tutta la vita ho dato soltanto le risposte giuste alle richieste che tu mi facevi, non ho mai cercato una risposta che fosse davvero mia, a nessuna delle domande della vita.
Le richieste non me le facevi davvero, naturalmente, non più da molti anni.
Sono convinto che in realtà non te ne accorgessi nemmeno. E io neanche.
Era come mi avevi educato, o forse come io avevo recepito quell’educazione.
O magari soltanto il mio essere costantemente prigioniero della paura.
Per tutta la vita sono rimasto un bravo bambino, in modo da garantirmi almeno il tuo amore.
Quando sei morta ho scoperto che senza di te non ero nulla.
Per mesi ho cercato Lalla, ma non l’ho trovata. E’ stata una fortuna per lei, credo.
Chissà dov’è finita.
E allora tutto quel rancore che ho accumulato in questi anni ha cominciato a premere verso la superficie, finché non ho fatto quello che Charlie Brown non ha mai fatto.
Mi sono arrabbiato.

Un mese fa ho avvicinato la ragazza.
Lei era così giovane e graziosa, fragile e fiduciosa.
Si vedeva che si sentiva già una donnina, come Lalla.
Credevo che fossimo diventati amici, ma come possono diventare amici un adulto di quarant’anni e una ragazzina di tredici? Ora capisco tutto, ma come sempre è troppo tardi.
Non era colpa di Lalla, né tua. E’ sempre stata solo colpa mia.
Quanto vorrei poter riavvolgere il nastro del tempo fino alla mia infanzia, ricominciare tutto da capo. Ma anche tornare indietro di un mese sarebbe sufficiente, già così molte cose si potrebbero ancora salvare.
A questo punto anche solo dieci minuti basterebbero: per tutto il resto sarei pronto a pagare.
Vorrei solo non averla già uccisa.

AUTORE - MAX

07 novembre 2009

La geografia di Finisterra II: Le principali città


Addoneis: La Capitale dell’Impero delle Tre Spade si è sviluppata ai piedi del Santuario dell’Oracolo di Thiln, tanto che in un antico idioma “Addoneis” significa proprio “Città del Santuario”. In essa sorgono numerosi antichissimi luoghi di culto dei Cento Dèi. In seguito, quando i Teophan abbracciarono il culto della Triade, vennero costruiti i Simulacri di Sennak, Kerib e Naker con annesso il Tempio Tripartito, cuore del potere del clero imperiale. Altro luogo significativo è la Cittadella che, all’interno di una possente cinta di mura racchiude il palazzo imperiale, la biblioteca, la caserma dei Cavalieri Argentati.


La città è cinta da una cerchia di mura incardinata su quattro torri e collegata al Baluardo di Fortebraccio, che sorge nei pressi del porto. Il grosso della città si è sviluppato sulla riva nord-occidentale, dove si distendono i quartieri abitati dalle famiglie degli Uguali, caratterizzati da ville basse dotate di parchi e costruite in pietra, e della ricca borghesia, che abita ai piani bassi di palazzine di più piani, che ai livelli più alti ospitano servitori e operai.
Quando Addoneis dominava su tutta Finisterra e al Trono di Porpora giungevano i tributi di milioni di sudditi la città si era estesa anche a est del porto dove erano sorti quartieri di case di fango e legno, distese su vicoli molto stretti.

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03 novembre 2009

RICORDI


La neve aveva smesso di cadere. Sul fornello la caffettiera gorgogliava mentre un sottile filo di fumo si innalzava dall’argenteo beccuccio. Astolfo ruotò la manopola del gas lasciando che le accese lingue blu si esaurissero dopodichè versò l’aromatico liquido in un’unica tazza.
“Eccoti il caffé cara”
“Dove stai andando Astolfo?”
“Esco un paio d’ore” rispose infilandosi il giaccone imbottito e calandosi sulla testa uno zuccotto di lana.
“E quella?”
Astolfo aumentò la stretta sull’impugnatura della torcia elettrica poi, chinandosi sulla moglie, le baciò delicatamente la fronte.
“Non sei più un bambino” sentenziò lei “Almeno copriti per bene”
Astolfo si arrotolò la sciarpa attorno al collo e, senza replica, uscì.
L’aria era pungente e la notte si era già impossessata delle strade innevate di Piombino.
Il bar di Umberto era ancora pieno: Astolfo sbuffò irritato.
Per l’ennesima volta avrebbe dovuto sostenere gli sguardi degli avventori, curiosamente compassionevoli. Come se lui fosse un animale dello zoo: lì semplicemente per essere ammirato.
“Il solito Astolfo?” lo accolse Umberto al di la del banco.
“Il Solito” rispose Astolfo passandogli la fiaschetta di metallo “e non essere tirchio.”
“Tirchio io! Senti un po’ che novità. Guarda che l’altra volta sei stato tu a dirmi di fermarmi”
“Bé stavolta non risparmiarti. Falla bella piena che la fuori c’è un freddo del Diavolo! La Maremma se lo prenda!”
Umberto prese la bottiglia di grappa e ne versò il contenuto riempiendo fino all’orlo la fiaschetta.
“Non vorrai startene al faro anche stasera?” chiese Umberto.
“Certo. Non ho saltato una sera in dieci anni e non intendo lasciarmi scappare neanche questa”
“Questa mania proprio non la capisco Astolfo. Guarda che i marinai hanno di meglio da fare che parlare con te.”
“Non ti impicciare degli affari miei” fece brusco Astolfo sorridendo al barista.
“Non mi impiccio dico solo che se vuoi far due chiacchiere le puoi fare anche qui senza dover stare ore al freddo. In più se ti va puoi anche farti una bella partita a carte.”
“Non sopporto le carte e poi a me piace stare all’aria aperta, mi si schiariscono le idee specie quando la grappa me le offusca.”
“Fa un po’ come ti pare. Sei il solito testardo”
“E tu un tirchio impiccione. Ecco qui i quattro euro per la grappa. Ci vediamo domattina”
Umberto aveva la mezza idea di replicare a quelle accuse infondate, ma il suo più vecchio cliente era ormai uscito dal locale.
Astolfo percorse la strada che lo separava dalla piazza del vecchio faro di Piombino con passo svelto. Le parole di Umberto avevano riportato in superficie motivi dimenticati, che lo spingevano a lasciare sola la moglie tutte le sere. La perdita di suo figlio Marco lo aveva cambiato.
Varie volte, nei giorni seguenti la tragedia, aveva pensato di togliersi la vita.
Aveva anche programmato come: un colpo in testa seduto in auto. Era deciso e, ne le parole confortanti della moglie, ne il sapere che le avrebbe procurato altro dolore, lo avevano dissuaso dal suo obbiettivo. Non aveva mai avuto una tale determinazione in tutta la vita. O almeno così credeva. Il giorno del suicidio con la canna della pistola premuta contro la fronte mentre ripercorreva i momenti splendidi passati con Marco, un ricordo si fece largo nella sua mente.
Una nottata al faro. Suo figlio acconto a lui, poco più che un bambino. Quella notte per la prima volta gli aveva parlato del codice morse e di come, attraverso segnali di luce o suoni, si potesse comunicare a distanza con altre persone. Poi insieme, con una torcia, avevano iniziato a trasmettere messaggio alle navi, accendendola e spegnendola a intervalli precisi. Inviavano sempre lo stesso segnale: buona navigazione. Quando dal mare era giunto in risposta un grazie, gli occhi di Marco si erano illuminati, ed era rimasto incredulo di fronte a quella semplice magia.
Un altro ricordo si era legato a quello. Questa volta il ragazzo incredulo era Astolfo e il giovane uomo al suo fianco, che gli parlava del codice morse, era suo zio ufficiale della Marina Militare.
Quel ricordo perso nei meandri della sua infanzia aveva dato nuova luce al suo spirito dissipando in un colpo quella patina grigia sotto cui stava soccombendo. In quell’istante uccidersi aveva perso di significato. Avrebbe potuto semplicemente ricordare e attraverso quei ricordi tenere in vita anche Marco. Magari suo figlio lo stava osservando da qualche posto lontano. E quel semplice rituale avrebbe potuto strappargli ancora un sorriso ingenuo, accompagnato dai sogni nascosti dietro quello sguardo sbalordito. Per dieci anni aveva parlato ogni sera con le navi che attraversavano il braccio di mare tra Piombino e l’Isola d’Elba. Uniche compagne tangibili di quegli appuntamenti erano la grappa e la sua amata torcia.
Superato il faro Astolfo si avvicinò alla balaustra di mattoni. Il mare sotto di lui era leggermente mosso. Con una mano scostò la neve, che cadde a terra, e in quel piccolo spiazzo appoggiò la torcia.
Senza perdere altro tempo iniziò a trasmettere i primi messaggi della serata. In cuor suo temeva che nessuno, in quella notte sferzata dal vento, si sarebbe prestato al suo rituale.
Alcune navi correvano sulla distesa cerulea indifferenti al suo lampeggiare. Astolfo non ebbe risposte per parecchi minuti finché una luce limpida non si fece timidamente avvistare.
Il segnale sembrava venire dall’isola di Cerboli. Astolfo conosceva bene il canale di Piombino e non aveva alcun dubbio sul fatto che il segnale provenisse dalla terra ferma e non da una nave.
La cosa strana era che Cerboli era completamente disabitata. Ma ancor più strani erano i primi due messaggi inviati dall’isola: sos - sos
“Come posso aiutarti? Devo chiamare la guardia costiera?” trasmise Astolfo.
-. --- --- -... “No vecchio mio.”
“Chi sei?”
.-. “Tu chi sei?”
“Mi chiamo Astolfo Sicari. Tu invece come ti chiami? Come sei arrivato a Cerboli?”
.-. “Tu chi sei?”
“Ti ho già detto chi sono. Astolfo Sicari”
-. --- .-. “Non sai chi sei?”
“Io so chi sono. Stai tranquillo. Forse non stai bene. Dimmi il tuo nome e come sei arrivato sull’Isola così potrò aiutarti”
... .-. .. “Spiacente”
“Cosa significa spiacente?” Astolfo si stava irritando. La sua mente provava a dare un senso a quel breve scambio di battute. Ma nulla di quello che stava succedendo pareva averne.
... .-. .. -.-. ..- --.. -. --- .-. “Spiacente per te. Perché non ricordi chi sei.”
“Ora vado a chiamare la Guardia Costiera perché mi sono stancato”
.- ... ... .- .--. . .-. .-. “Aspetta Astolfo. Non vuoi sapere chi hai nascosto in te. Chi, Astolfo Sicari, ha dimenticato di essere?”
“Non mi interessa parlare con chi non conosco. Ti serve aiuto. Ora vado”
... . .-. .- ..-. .. -. --- “Un nome: Serafino”
Un brivido freddo, più freddo del ghiaccio, attraversò la schiena la vecchio. La sua espressione si fece ancor più rugosa mentre le sue percezioni si estraniavano dall’ambiente circostante. Astolfo era concentrato solo sulla luce del suo interlocutore.
“Non puoi essere Serafino”
Nessuna risposta seguì quella affermazione.
“Serafino è morto nel ’44”
... .- .--. . .-. . “Lo so Astolfo”
La dita del vecchio corsero rapide sotto il giaccone fino a chiudersi sulla fiaschetta. Il primo sorso di grappa gli bruciò la gola. Il liquido cominciò a espandersi trasmettendo a tutto il corpo una lieve sensazione di calore.
.-. .. -.-. --- .-. -.. .. ... . .-. .- ..-. .. -. --- “Cosa ricordi di Serafino?”
“Stavamo scappando dai tedeschi. Ci siamo nascosti in un casolare. Loro erano vicini. Ci avrebbero preso se non fossimo stati attenti. Serafino non lo fu e loro lo uccisero.”
... .-. .. ...... .-.. .. -.. -. --- - . -.. . ... -.-. .... .. “Spiacente Astolfo. Non è così che andò. Questo è quello che hai sempre sostenuto tu. In realtà ricordi i singhiozzi e quella mano sulla bocca.”
Astolfo si guardò il palmo della mano. Percepiva un respiro che man mano si affievoliva: umido e caldo. Quella sua mano stava trattenendo con tutta la sua forza qualcosa di vivo, che lottava, le cui lacrime bagnavano i ferrei polpastrelli. Una serie di sordi singhiozzi cominciò a riempirgli le orecchie. Astolfo inizio a sfregarsi i palmi violentemente mentre scuoteva la testa per rigettare quei suoni. Chi lo avesse visto in quel momento avrebbe pensato a una crisi epilettica.
... - .- - --- - ..- -. --- - . -.. . ... -.-. .... .. “Ricordi di esser stato tu Astolfo . Tu, non i Tedeschi.”
“Serafino continuava a piangere. Aveva dieci anni non poteva piangere a quel modo. Gli avevo detto di smetterla. Che i Tedeschi ci avrebbero trovato per colpa di quei singhiozzi. Che da disertore mi avrebbero fucilato all’istante. Ma più gli chiedevo di smettere più lui continuava. Poi sotto di noi si sentirono dei passi soffocati dalla paglia. Ho dovuto zittirlo. Gli ho premuto la mano sulla bocca abbracciandolo forte. Si è dibattuto ma sono riuscito a tenerlo fermo. I colpi delle scarpe sul legno avrebbero fatto più rumore del suo pianto. Poco dopo si è calmato. Sono rimasto così tutta la notte. Con lui fra le braccia: immobile”
--. ..- -.. “Bravo Astolfo. Qualcosa di te è tornato”
“Come fai a sapere queste cose? Chi sei? Voglio sapere? Me lo devi maledizione”
--. ..- -.. -.. .- .-. . -.-. --- ... .- “Hai ragione Astolfo. Ti devo qualcosa. Qualcosa ti darò”
“Dimmi allora”
.. ... .- -... . .-.. .-.. .- “Ti darò un altro nome: Isabella”
“Non puoi. Non puoi giocare con me. Addio!”
-. --- .- -. -.. .- .-. . .---- ----. -.... ---.. “So che non te ne andrai. Lo sai anche tu. Cos’era il 1968?”
Alfonso adirato prese un altro lungo sorso dalla fiaschetta che si era di parecchio alleggerita.
-.-- .-.. -.. .. ..-. ..-. .. -.-. .. .-.. . --- -... “Quella volta fu più difficile che con Serafino. Ma te la cavasti bene ugualmente vecchio mio. Pensare che Marco era appena nato e tua moglie ti aspettava in ospedale.”
“Smettila. Fu un incidente. Le autorità non mi coinvolsero mai.”
Astolfo cadde in ginocchio. Dopo quarant’anni di prigionia quel volto era riemerso, prepotente.
Isabella aveva vent’anni. Una ragazza sveglia in un corpo acerbo, quasi androgino. In lei c’era sempre stato qualcosa di famigliare. Forse il taglio di capelli o lo sguardo innocente. Quella ragazza lo aveva subito colpito. Professore di lettere in quegli anni di fermento, stanco della quotidianità e del peso di una famiglia, Astolfo si era lasciato coinvolgere in quella relazione difficile.
-.-- .-.. .-. .. -.-. --- .-. -.. --- ... . .-. .- ..-. .. -. --- “So perché quella ragazza ti piaceva e so perché l’hai amata così tanto durante il suo trapasso. Isabella ti ricordava il piccolo Serafino. Esile, impaurita, fragile sotto le tue mani.”
Astolfo si teneva la testa mentre le grida di Isabella, arrabbiata con lui, rimbombavano alte: lo voleva solo per se. Poi la ragazza gli si lanciò contro in un abbraccio che finì in un bacio. Tra quelle mura c’erano solo loro: la scuola era stata chiusa quasi due ore prima. Nell’aula spoglia Astolfo prese Isabella sulla cattedra. Ricordava la dolcezza di quegli attimi. Il volto della ragazza premuto sulla verde superficie di formica. Le braccia che si dimenavano nel tentativo di respingere quella forza che la schiacciava, impedendogli di respirare. Astolfo si allontanò da lei, ancora nudo sotto la cintola, inebriato dalla passione di quell’orgasmo. Non più trattenuta Isabella scivolò a terra. Il peso morto delle braccia fece stridere il piano della cattedra portandosi dietro un’umida scia di lacrime.
.- --. -. ... .- .-.. ...- --- --- -... “La discarica è stata una bella trovata. Era passato troppo tempo dal ritrovamento all’omicidio e tu ti salvasti. Ancora”
“Basta. Ti prego”
..- .- --. -. --- .--. -. --- --. --- “Puoi andartene Astolfo. Quando vuoi. Non posso trattenerti. So solo che non lo farai. Non ti sei chiesto perché continui a trasmettere? Non ti domandi perché sei ancora qui?”
Astolfo non sapeva che rispondere. Una parte di lui voleva andarsene. Tornare a casa e rigettare nuovamente quei ricordi nel pozzo più profondo della sua mente. Ma qualcosa, in realtà lo teneva lì, ad ascoltare. Voleva rimanere. Sembrava quasi che il suo corpo si gestisse in autonomia. Senza il bisogno di un cervello a comandarlo. Solo in quell’istante di riflessione e astrazione dai ricordi si accorse della luce. La luce di Cerboli, quella con cui parlava, era aumentata. Non solo di intensità ma anche di dimensione. Sembrava quasi più vicina. Un terrore sottile si fece strada in lui. Percepiva gli angoli della bocca arricciarsi in una smorfia mentre tutto il suo corpo iniziava a tremare.
“Chi sei?” questo il suo unico pensiero.
-.-. ... -- .. -.-. .... . .-.. . “Chi sono forse non importa. Potrei essere più d’uno. Oppure avere un nome. Ti piace Michele?”
Astolfo cadde in altro incubo. Le quattro facce attorno a lui avevano la pelle olivastra, bruciata dal sole. L’odore di sporco e gli abiti macchiati lo avevano costretto a tenersi distante quanto necessario ad allungare le quattro banconote da cento mila lire. Uno di loro afferrò il denaro bofonchiando qualcosa in una linguaggio duro e strascicato. Astolfo aveva sempre odiato gli zingari. Per questo aveva puntato a loro: se gli avessero presi si sarebbe liberato di due fastidi. Il lavoro era semplice. Più volte si era concentrato sul fatto che sarebbe stato sufficiente mandarlo all’ospedale. Dovevano spezzargli un braccio o una gamba: nulla di più. Diede loro altre duecento mila lire per sicurezza. Qualcosa però era sfuggito ad ogni controllo. Michele era uno che si sapeva difendere e gli Zingari si sa tendono al rancore, specie se lasci un loro amico in fin di vita. Michele era stato pestato più del dovuto e il suo fisico non aveva retto oltre la notte in ospedale.
.- --. -. ... .- .-.. ...- --- “Ancora una volta nessuno ti ha cercato vero Astolfo?”
“ Non sono stato io ad ammazzarlo.”
...... ..- -.-. .-.. --. “Questa tua affermazione è opinabile vecchio mio. Tu sei il mandante. Quindi la sua morte ricade su di te”
“Non me ne dispiaccio se lo meritava”
...... “La meritava? Non è stato lui ad uccidere tuo figlio.”
“Si invece. Quello stramaledetto ragazzo era alla guida. Nell’incidente lui si è salvato mentre Marco no. Per cosa poi? Un cane. Un dannatissimo cane che attraversava la strada: mai scartare.
Michele invece ha sterzato e sono finiti nel canale e Marco è morto. Morto a trent’anni: una vita sprecata.”
..- -.-. --- .-.. .--. . ...- --- .-.. . “E tu Astolfo? Non sei forse colpevole più di lui?”
“Non ho ucciso Marco! Amavo mio figlio più della vita!” gridò attraverso i battiti di luce della sua torcia.
-.. .... - .- .-.. - .-. .. “No. Ma hai ucciso Serafino e Isabella e infine Michele. Tre vite sprecate.”
Il freddo all’esterno non era nulla paragonato al freddo che Astolfo aveva dentro. Il viso era solcato dalle lacrime che si contorcevano attraverso la pelle rugosa. Marco era il suo riscatto. In suo figlio aveva visto il bene che era nel suo cuore e attraverso di lui avrebbe fatto ammenda dei suoi errori. Poi il destino glielo aveva portato via. E lui era ricaduto nella disperazione.
...... ..- -.. --- ...- . .-. . -.. - .... “Sei un uomo egoista Astolfo. La tua è stata una vita vissuta con l’inganno. Rubata alla morte stessa. Il dolore che hai provato non era per la morte di tuo figlio, ma per te stesso. Volevi ucciderti per liberarti da un peso: ma infondo sei un codardo. Lo sei sempre stato.”
“Non ci sono riuscito. Volevo, ma non ce l’ho fatta. La mia mente, il mio istinto di sopravvivenza ha preso ancora una volta il sopravvento, aggrappandosi a qualsiasi cosa pur di salvarsi. Quel ricordo della mia infanzia, dell’infanzia di mio figlio era così innocente e puro. Perfetto a nascondere i miei peccati.”
.-.. ..- -.-. . -. .- ... -.-. --- -. -.. . --- ... -.-. ..- .-. .. - --- -... “Astolfo sai che oltre la luce più abbagliante si nasconde sempre un’impenetrabile oscurità. Addio vecchio mio”
Astolfo iniziò a tremare, fino a scivolare a terra con la schiena appoggiata alla balaustra. Le mani erano strette intorno alla torcia. La luce dell’isola di Cerboli si era fatta sempre più minacciosa e avvolgente. Attraverso la sua pelle sentiva il chiarore penetrarlo. Aveva gli occhi pieni di luce, sempre più intensa e bruciante. Finché tutto non si fece buio.

Lo ritrovarono la mattina seguente. Il corpo senza vita. Gli arti irrigiditi per il freddo. Gli occhi spalancati in uno sguardo vuoto e acquoso. La torcia ancora accesa, puntata contro il viso di Astolfo, rilasciava ritmici flash.
…---… (sos: save our souls)


AUTORE - SIMONE

24 ottobre 2009

La geografia di Finisterra

Due parole di introduzione: con questo post comincia ufficialmente il nostro viaggio all'interno del mondo di Finisterra, abbiamo pensato a lungo a come organizzarlo e riteniamo che il primo passo per entrarvi sia cominciare a conoscerne la geografia. Poi parleremo della situazione politica, della storia, della religione, delle casate nobiliari, dei personaggi della nostra avventura, e così via. Ma la cosa più importante per cominciare ritenevamo fosse avere una mappa da mostrarvi, per cui ecco qui l’attuale mappa di Finisterra. E’ ancora molto grezza (l’abbiamo fatta con power point…): quando ne avremo una disegnata meglio, e ci stiamo già attivando in questo senso, non dubitate che sarete i primi a saperlo.


Continua a leggere e scarica la mappa cliccando sul blog di Finisterra

16 ottobre 2009

Il blog di Finisterra


Eccoci qui.
Siamo un po’ in ritardo con i tempi che ci eravamo dati (ma questo in qualche modo è fisiologico), però ci siamo. In questi mesi, ossia in quelli che sono intercorsi tra l’articolo in cui per la prima volta avevamo annunciato ufficialmente al web l’esistenza del nostro progetto fantasy ed ora, abbiamo lavorato sodo e siamo notevolmente più vicini a completare il progetto. Non credo di sbagliarmi di molto nel dire che entro la fine dell’anno riusciremo ad avere la versione definitiva del testo da sottoporre alle case editrici.
Intanto abbiamo aperto un blog dedicato a Finisterra (xomegapfinisterra.blogspot.com) e a breve cominceremo a pubblicare post che riguardano l’ambientazione e i personaggi in cui l’avventura che intendiamo raccontarvi si svolge.
Li pubblicheremo (almeno inizialmente) sia sul blog “ufficiale” di Xomegap sia su quello specifico di Finisterra, e ci siamo posti l’obiettivo di aggiornarlo con regolarità, ossia ogni 10/15 giorni, per cui ci raccomandiamo: tornate spesso a farci visita!

19 settembre 2009

Oltre l'Orizzonte


Daniela Ori, Gabriele Sorrentino, Manuela Fiorini - Oltre l'orizzonte - Racconti tra sogno e realtà. Collana "I Salici" - I libri di Narrativa15x21 - pp. 280 - Euro 15,00ISBN 978-88-6037-7739.

Un chimico sulle orme del Conte di Cagliostro, una misteriosa figura di donna che sembra leggere nel cuore delle persone, il segreto di Lucrezia Borgia nascosto da secoli in un affresco, la tenera storia d’amore di Vetilia, scolpita per l’eternità su un’ara funeraria che porta il suo nome. E poi, ancora, un’organizzazione che attende l’avvento di un nuovo Messia, le inquietanti presenze che popolano una baia in Croazia, l’ambigua e affascinante figura di Amaltea, un passaggio segreto nel cuore della Mutina romana, una creatura mitica autrice di orrendi delitti, due ragazzini alle prese con una strana agenzia di viaggi, un passaggio spazio – temporale nel centro storico di Modena, un’inquietante statua di angelo sulla cuspide della cattedrale Geminiana. Dodici racconti per viaggiare. “Oltre l’orizzonte”.

06 agosto 2009

IL DONO (25 settembre 1863)

L’uomo tirò le briglie, per costringere il cavallo a fermarsi un’ultima volta. Il grosso animale da tiro sbuffò e il suo fiato caldo formò piccoli sbuffi candidi, nell’aria fredda del mattino. Una leggera bruma trasudava dalla campagna grassa avvolgendo alberi, campi coltivati, cappelle, in un sudario latteo e indefinito. Da qualche parte, un cavallo scalpicciò sulla strada indurita dal freddo. Modena era pietra che galleggiava sulla nebbia, dominata dalla slanciata mole della torre campanaria e dal Palazzo Ducale, che ne chiudeva nobilmente il profilo, come un elegante drago di pietra addormentatosi in un lungo sonno.
Il cavallo si mosse stancamente sulla strada che conduceva verso Carpi, la stessa che Francesco V e la Brigata Estense avevano percorso l’11 giugno 1959, quando il Duca era andato in esilio.
L’uomo temeva le pianure, un tempo sicure, che ora erano covo di guitti. Proteste contro la leva obbligatoria, rivolte per il pane e tumulti erano all’ordine del giorno, anche se le autorità piemontesi minimizzavano. Si diceva che agenti sabaudi, certamente massoni, percorressero la pianura, in ascolto, per carpire segreti, sventare trame, costruire false prove contro i legittimisti. “Boun da Gninta”.
Grazie a Dio, il sole spazzò via le nebbie ottobrine e riscaldò il cuore di Ermanno durante il viaggio. L’uomo si fermò, verso mezzogiorno, per mangiare formaggio di capra e pancetta, che sua moglie Tina gli aveva preparato. Bevve anche una sorsata di lambrusco, che gli tolse il freddo dalle ossa e gli diede nuova energia.
Il viaggio proseguì, senza intoppi, fino a Mirandola, dove alloggiò da sua zia Velia che non gli domandò il motivo del suo viaggio. Partì di buon mattino, rifocillato con latte appena munto e uova ancora calde del ventre della gallina, diretto al confine tra il Regno d’Italia e l’Impero d’Austria. Incontrò una pattuglia dalle parti di San Giovanni in Dosso; stavano in una garitta, sulla quale garriva il tricolore con la croce sabauda. Erano tre soldati, tutti giovanissimi, armati di moschetti e baionette, impettiti nella divisa blu dei carabinieri. “Fermati. Dove stai andando?”. Chiese quello più alto in grado, con accento della Bassa.
Traditore. Pensò Ermanno. “A San Benedetto Po”. Rispose. “Porto salami, aceto e vino a un mio parente che ha una locanda”.
“Hai il lasciapassare?”. Domandò il carabiniere.

Aveva impiegato mesi per ottenere quel lasciapassare. Non aveva mai nascosto le sue simpatie duchiste e funzionari del nuovo regime non avevano esitato a fargliela pagare: da quando, nel 1859, Garibaldi aveva soggiornato a Modena, i massoni si erano fatti baldanzosi e vendicativi. Alla fine, però, era riuscito ad ottenerlo, incredibilmente, grazie all’aiuto di un ufficiale dell’esercito sabaudo, il maresciallo Amintore Calcaneo, che una domenica si era fermato, per il pranzo, all’Osteria dello Scudo d’Oro, che la famiglia di Ermanno gestiva a Cittanova, da generazioni. Il locale si chiamava così, perché la sua insegna era un antico scudo medievale dai colori sbiaditi, rossi e dorati, che si diceva fosse appartenuto addirittura al Dócca Passarèin.
Ermanno gli aveva servito i suoi piatti migliori, perché l’ospitalità, comunque, era sacra allo Scudo d’Oro: formaggio grana con l’aceto balsamico delle sue rinomate batterie, zampone con lenticchie. Aveva innaffiato il tutto, con alcuni dei suoi più pregiati vini, come il lambrusco delle ottime annate 1855 e 1857.
Calcaneo si era rivelato un uomo, tutto sommato, colto e amante del bel vivere, tanto che Ermanno aveva cominciato a dubitare che fosse veramente torinese. L’ufficiale era tornato diverse volte allo Scudo D’Oro, spesso portando clienti illustri del nuovo regime. Un giorno l’ufficiale si era presentato con un bel ritratto del Re Vittorio Emanuele.
“Appendilo vicino ai tuoi duchi”. Gli aveva detto, indicando, con la mano guantata, i cimeli estensi, che Ermanno si era sempre rifiutato di togliere dalle pareti. C’era addirittura un bicchiere, in cui aveva bevuto l’amato Francesco IV. “Il Re ama la buona tavola, come noi comuni mortali e non si farebbe problema a desinare assieme ai vostri deposti duchi”. Aveva ridacchiato l’ufficiale, lisciandosi i mustacchi. “Invece certi individui, come Farini, potrebbero essere molto spiacevoli, se voi insisteste nel vostro ostinato rifiuto del nuovo ordine”.
“Non posso venerare la figura di un usurpatore”. Si era lamentato Ermanno.
“Nessuno vi chiede di farlo. Ormai il vostro Duca non tornerà più, ne è ormai consapevole lui stesso. Tra un mese scioglierà la brigata estense, perché l’Imperatore d’Austria gli ha levato il sussidio, sotto la pressione dei liberali. Nessuno, ormai, spera di riportare indietro la storia. Nel vostro cuore, amico mio, potete tranquillamente continuare a ricordare i bei tempi andati; tuttavia, l’Italia è stata fatta. Se sarà stato un bene o un male, lo giudicheranno i posteri”.
Ermanno si era sentito mancare. “La Brigata estense verrà sciolta!?”. Domandò stupito.
“E’ come vi dico. Che interesse avrei a mentirvi?”. Lo aveva guardato con i piccoli occhi da topo ed Ermanno aveva compreso che stava dicendo la verità.
“Non riuscirò a mantenere la mia promessa, allora”. Disse cupo.
“Che genere di promessa?”. Si informò l’ufficiale.
“Devo far avere a Sua Altezza un dono prezioso. Da settimane cerco di ottenere i documenti, per varcare il confine e consegnargli il dono a Cartigliano Veneto, quando vi si reca per passare in rassegna le truppe. Sarei costretto ad andare sino a Vienna e non posso permettermelo, con la locanda, mia moglie e mia figlia”.
“In un mese dovreste riuscire a raggiungere Bassano”. Lo incoraggiò l’ufficiale.
“Non riesco a ottenere i documenti”.
“A causa delle vostre simpatie duchiste?!”. Aveva compreso l’ufficiale.
“Esatto!”.
“Tranquillo. Vi aiuterò io”.
“Come potreste?”.
“La burocrazia è un animale dotato di molte teste, poche delle quali sono veramente pensanti. Basta stuzzicare quella giusta. Lasciate fare a me”.
“Cosa vorrete in cambio?”. Si era preoccupato Ermanno.
“Nulla. Basta che, al vostro ritorno, mi raccontiate tutto”.

“Potete passare”. Disse il tenente dei carabinieri restituendogli il lasciapassare.
Ermanno pagò il pedaggio e superò il confine, per essere, poco dopo, intercettato da una seconda pattuglia, nella divisa bianca e azzurra dell’Impero. Erano in quattro e la loro postazione era dominata dai vessilli imperiali con l’aquila bicipite. A parlare fu il più alto in grado, che aveva un forte accento tedesco. Dal dialogo dell’ufficiale con i soldati, Ermanno comprese che gli altri tre erano, invece, veneti.
“Dove siete diretto?”. Domandò l’austriaco, leggendo i documenti che Ermanno gli poneva.
“A Bassano del Grappa. Porto prodotti tipici di Modena ad un mio congiunto, che vive in Veneto, per lavoro. Ha un’osteria e i clienti gli chiedono spesso salame, formaggio grana e lambrusco”.
“Potreste farci assaggiare un po’ di questi prodotti?”. Domandò l’ufficiale con uno sguardo affamato.
“Con piacere”. Ermanno aveva caricato il carretto di salame, formaggio, aceto e lambrusco, per rinforzare la credibilità del suo racconto. Le merci coprivano il dono per il Duca e lui poté, con facilità, offrirne ai soldati. I tre veneti apprezzarono molto il vino, mentre l’austriaco si tuffò sul formaggio e sul salame.
“Andate pure”. Disse infine l’ufficiale.
Ermanno partì, senza farselo ripetere due volte. Quando giunse al ponte, che attraversava il Po, nei pressi di Ostiglia, trovò il grande fiume gonfio e minaccioso per le piogge dei giorni precedenti. Viaggiò tra paeselli dispersi nella pianura veneta, fino a Verona, dove arrivò in una nebbiosa mattina, incontrando molti drappelli in armi e vide pochi contadini nelle campagne.
E’ una terra di confine. Fiaccata dalla guerra. In molti giuravano che i liberali non si sarebbero accontentati di lasciare il Veneto agli austriaci. Una nuova guerra è imminente. Così si mormorava nei bar, dividendosi su chi fosse nel giusto.
Evitò la piazzaforte del Quadrilatero e si fermò in una locanda sulla strada. Ripartì in direzione San Bonifacio, in una mattina scura. Il cielo era una lastra di piombo che non prometteva nulla di buono. Verso le undici cominciò a cadere una fitta pioggia gelida, che lo inzuppò sin dentro le scarpe, trasformando la strada in una poltiglia fangosa. Dio volle che si imbattesse in un podere e che il contadino lo accogliesse nella stalla. L’indomani frustò il cavallo per recuperare il tempo perso e riuscì a raggiungere Vicenza la sera, fermandosi in un ospitale per pellegrini. L’indomani ripartì con gioia. Alla sera sarò al cospetto del mio Duca. Pensò.
Quando giunse nei pressi di Sandrigo, nuovamente il cielo gli fu ostile e la pioggia cadde violenta, mentre un vento gelido gli scudisciava il viso. Accecato dal diluvio, non vide l’enorme buca, coperta dall’acqua melmosa, che troneggiava in mezzo alla strada. Il cavallo e il carro vi entrarono di forza, arrancando nel fango, e la ruota anteriore destra si sfilò dal mozzo, urtando contro una pietra sommersa. Il carro si inclinò, scaraventando parte del carico nella pozzanghera, mentre il cavallo, sentendosi soffocare dalla torsione del giogo, scalciò e si imbizzarrì, per poi stramazzare al suolo in un’apoteosi di spruzzi.
“No!”. Gridò Ermanno, mentre cadeva dalla cassetta. Rimase nella pozza per parecchi minuti, schiantato dal freddo e dalla disperata stanchezza, singhiozzando.
Lo aiutarono due nerboruti contadini, che apparvero dopo molti minuti e lo aiutarono ad alzarsi. “Se resti qui, ti congelerai!”. Gli disse il più anziano, con un pesantissimo accento vicentino, che Ermanno quasi faticò a comprendere. “Ti è andata bene: se fossi finito in quel fosso laggiù, chissà come sarebbe andata …”. Aggiunse, indicando un rigagnolo che correva al lato della strada. “Avresti perso il carro. Invece, appena smette di piovere ti aiutiamo a riparare la ruota. Io mi chiamo Renzo e abito non lontano da qui. Il ragazzo è mio figlio Corrado”.
“Arriverò in ritardo!”. Si lamentò Ermanno. “Vi prego, aiutatemi adesso. Non ho molto, ma vi ricompenserò, con ciò che resta del carico”.
“Dove devi andare, così di fretta?”. Domandò Corrado. Aveva un naso enorme e braccia possenti. Il suo corpo era tarchiato e robusto.
“Sto andando a Cartigliano Veneto, reco un dono per il Duca di Modena”.
I due contadini lo guardarono torvi. “Ti riferisci al Duca … Quello, i cui uomini stanno lì, fingendo di essere un esercito, che l’Imperatore paga?”. Domandò Renzo. Ermanno annuì.
“Per colpa loro, ci hanno aumentato le tasse”. Protestò Corrado. “Lo ha detto un deputato liberale”.
“Sono uomini fedeli al loro sovrano e alla loro città. Combattono l’usurpatore”. Si difese Ermanno. “Il vostro Imperatore vi aumenta le tasse, per mantenere la sua corte, non certo per i soldati che vivono di poco. Aiutatemi e il carico è vostro. A me serve solo la cassa militare, che c’è in fondo al carro”. Ermanno sostenne lo sguardo dei due veneti.
“Mi piaci, Italiano”. Disse il più anziano. “Se ti aiuto, voglio che tu mi dica cosa c’è in quella cassa”.
“Ve lo mostrerò”.
“Bene. Ora leviamoci di qui”. Sotto il diluvio, i tre liberarono il cavallo da giogo. Fortunatamente la bestia era solo acciaccata e spaventata.
“Si è solo sfilata. Il mozzo sembra intatto”. Commentò Renzo, armeggiando con la ruota. Impiegarono un’ora a montarla, mentre la pioggia li schiaffeggiava crudelmente.
“Grazie”. Disse Ermanno tremando per il freddo.
“Fermati”. Gli disse il vecchio. “Sei zuppo. Ti prenderai una polmonite e morirai prima di vedere il tuo Duca. Vieni a casa nostra, è qui vicino. Appena la pioggia si sarà calmata, partirai”.
“Va bene”. Si arrese Ermanno. L’acqua gli si era gelata sulla pelle e lo faceva tremare come una foglia.
La casa di Renzo era vicina. Alloggiarono il carro nella stalla e diedero cibo e calore al cavallo. Poi entrarono in casa. Renzo presentò ad Ermanno la moglie Silvia. Offrirono ad Ermanno un bagno caldo e un piatto di minestra con del vino. La cena fu consumata in silenzio. Alla fine della cena, la pioggia era cessata ed Ermanno accompagnò tutti nella stalla, dove mostrò la grossa cassa militare austriaca, un cimelio dei moti del ’48. Ermanno l’aprì con mani tremanti. Il dono era intatto. Dieci bottiglie di lambrusco delle sue vigne a Sorbara erano ancora perfettamente imballate ed asciutte, con l’etichetta rossa e oro, i colori della locanda di Ermanno: il vino imbottigliato con la vendemmia del 1859.
“Il Duca di Modena era un abituale frequentatore della mia locanda. È stato molto gentile con me: quando mia moglie Tina ha partorito, patendo molto, Francesco ha mandato il suo medico personale al suo capezzale, salvandola assieme a nostra figlia, Maria, che ora ha dieci anni. Da quel giorno, ogni anno, ho donato dieci bottiglie del mio lambrusco migliore al Duca. Quando Francesco V lasciò Modena, gli andai incontro e promisi che gli avrei fatto avere la vendemmia del 1859”.
“Tu stai rischiando la vita, per una bottiglia di lambrusco?”. Si stupì Silvia.
“Non per una bottiglia, ma per una promessa”.
“Temo non ci riuscirai”. Si dispiacque Silvia. “L’Estense non è più a Cartigliano. È partito ieri, dopo aver congedato i soldati e aver consegnato loro le medaglie al valore”.
“Non è possibile!”. Si lamentò Ermanno. Era come se lo avessero pugnalato.
“Sei sicura?”. Si informò Renzo.
“Si”. Confermò la donna. “Il 24 settembre, il Duca ha congedato la Brigata e se ne è andato. Me lo ha detto Anna: suo figlio ha visto la carrozza andarsene”.
“O mio Dio!”. Ermanno voleva piangere. “Dove è andato?”.
“Al Catajo, vicino a Padova”.
“Devo partire immediatamente!”
“Non puoi. È buio. La notte è ora da briganti, non da viaggiatori”. Renzo gli si parò davanti. “Nessuna promessa vale un simile rischio”.
“Va bene. Partirò con le prime luci dell’alba”. Si arrese Ermanno.
La stanchezza lo artigliava, fiaccandone la volontà e annebbiandogli l’intelletto. L’indomani, riposato e asciutto, partì con spirito nuovo.
“Costeggia il Brenta, in direzione di Padova. Incontrerai un canale, che si chiama Battaglia. Fiancheggialo verso occidente, fino a quando non vedrai il castello. Sorge proprio sul canale, che sembra un enorme taglio nella pianura e per questo, si dice, venne chiamato Ca' Tajo”.
“Grazie di tutto”.
“Buona fortuna, italiano”.

Ermanno seguì la strada che gli aveva indicato Renzo, attraversando una pianura resa ubertosa dalla pioggia del giorno prima, dalla quale saliva una foschia spettrale. Il cielo era una lastra di ardesia, fessurata da pallidi raggi di un sole stanco. Attraversò campi coltivati, filari di vigne, boschetti, costeggiò siepi che delimitavano parchi di sontuose ville. Il cavallo aveva fatto bene la sosta notturna e tirava con un’energia, che aveva perso nei giorni precedenti. Finalmente apparvero i Colli Euganei e poi il Catajo, possente struttura biancheggiante che si sporgeva sul canale, con possenti mura, ingentilite da eleganti torrette, sullo sfondo delle quali, torreggiava la mole del castello. L’enorme costruzione sembrava immersa in un silenzio mortale. Ermanno fermò il carro, innanzi ai pesanti battenti di ferro del cancello chiuso.
“Hey, del castello!”. Gridò, temendo di essere giunto tardi e che il Duca fosse già ripartito per Vienna. Pregò la Vergine che gli fosse vicino; un servo caracollò, uscendo da una porticina.
“Chi siete?”. Chiese con malagrazia. Era tarchiato e il suo volto rubizzo era solcato da rughe di insoddisfazione, mentre un ghigno di fastidio gli distorceva la bocca.
“Sono Ermanno Dominici e vengo da Modena. Ho un dono per Sua Altezza Reale il Duca Francesco V D’Austria - Este”.
“Aspettate qui”. Rispose Antipatico, scomparendo, con inaspettata agilità, nella porta, da cui era venuto. Trascorsero minuti interminabili, al termine dei quali, il servo riapparve in compagnia di un secondo uomo, con un’elegante livrea dai colori bianchi e azzurri di Casa d’Este.
“Sua Altezza vi aspetta”. Disse il secondo uomo, con modi decisamente più gentili. “Il dono che recate, dove si trova?”.
“E’ in quella cassa di metallo nel carro. È pesante e fragile”.
“Bene. Candido, aiutalo a trasportarla!”. Ordinò all’Antipatico, che annuì borbottando.
Gentile li guidò nell’immenso cortile, ove Ermanno notò una bellissima fontana raffigurante un elefante, incoronata di vegetazione. Li condusse, poi, su per le imponenti scale esterne. Il castello poggiava direttamente sulla nuda roccia, come se da essa fosse stato plasmato.
Il Duca lo attendeva in una grande stanza affrescata. Ermanno fu colpito dall’affresco raffigurante un grande albero genealogico. Gli Estensi. Pensò.
“Sono gli Obizzi”. Spiegò Francesco, intuendo cosa lui stesse pensando. “Loro hanno costruito questo castello, tre secoli fa”.
“Vostra Altezza”. Mormorò Ermanno. Per l’emozione, quasi fece cadere la cassa. Per fortuna Antipatico era piuttosto robusto e riuscì a riprendere il controllo del carico. Francesco era elegante e pieno di dignità, nella divisa bianca, con i bottoni dorati e il cappotto blu. Il Duca era appesantito nel fisico e il suo viso era percorso da rughe di tristezza; i baffi e i capelli, però, erano perfettamente impomatati e tinti e il volto intatto nella sua nobiltà. Per un istante, Ermanno ebbe la tentazione di abbracciare il suo Duca, l’uomo che aveva introdotto a Modena la ferrovia e il telegrafo e che, ora, si trovava esule, in una terra straniera, dove era considerato un problema.
Poi l’abitudine di anni ebbe la meglio sui sentimenti e si inginocchiò per baciargli la mano. Francesco non si sottrasse a quel rito, ormai anacronistico, poi, però, lo aiutò ad alzarsi e lo abbracciò fraternamente, mentre il suo viso si illuminava nuovamente.
“Ti sei ricordato, amico mio”.
“Come avrei potuto dimenticarmene?”. Ermanno, con mano tremante, aprì la cassa, porgendo una bottiglia al suo signore.
Francesco V ordinò ad Antipatico di aprirgliela e di portare due bicchieri, uno per lui e uno per il suo ospite. “Accomodati”. Gli disse, indicando due eleganti poltroncine imbottite. La tappezzeria dorata era decorata dall’aquila bicefala degli Estensi.
Antipatico tornò con un vassoio argentato, i bicchieri e la bottiglia aperta. Versò il nettare vermiglio e rimase in attesa. “Appoggialo sul tavolino, grazie. Lasciaci soli!”.
Francesco prese il suo bicchiere e osservò a lungo il liquido, di un rosso duro e affascinante. Annusò, assaporando a lungo, quella sensazione e poi si portò il bicchiere alla bocca, bevendo una misurata sorsata. Il volto del Duca si illuminò. “Amico mio l’aroma del tuo nettare è quello delle nostre belle mattine autunnali, quando la nebbia densa sembra crescere dalla campagna grassa, sbiadendo i contorni delle case, nascondendo gli uomini, attutendo i rumori. Il suo gusto porta al mio palato quello dello zampone bollito con le lenticchie, delle buone salsicce che si mangiavano nella tua osteria, dei calzagat e del castagnaccio appena sfornato. Esso mi porta gli odori e profumi di un luogo che mai più potrò rivedere. Modena. La nostra Casa”.
Gli occhi del Duca erano velati di commozione. “Terrò il tuo dono come il tesoro più prezioso, perché ogni volta che anche solo vedrò la bottiglia, con la data 1859, penserò alla mia città, alla sua meravigliosa torre, al mio bellissimo palazzo e agli amici, come te, che mi sono rimasti fedeli nella disgrazia”.
Il Duca parlò con lui per ore, poi gli offrì una cena succulenta e lo ospitò per la notte.
“Ti sciolgo dal tuo giuramento, Ermanno Dominici. Non rischiare un viaggio periglioso per venirmi a cercare”. Gli disse l’indomani.
“Come desiderate, Altezza”. Ermanno baciò, per l’ultima volta, la mano del suo Duca, poi ripartì per Modena.
“Tîn bòta”. Gli disse il Duca, mentre si allontanava.

Il Catajo scomparve dietro di lui, immenso e gelido involucro di pietra, triste sepolcro di un’epoca al crepuscolo.
“Vi racconterò tutto mio caro piemontese. Vedrete di che pasta è fatto il Duca di Modena”. Disse ad alta voce, pensando al maresciallo Calcaneo.

AUTORE - GABRIELE

17 luglio 2009

Il romanzo di Xomegap

Prima di interrompere i nostri post per la pausa estiva vogliamo lasciare i nostri affezionati lettori con una grossa novità. Siamo stati un po’ negligenti con il nostro blog negli ultimi tempi, lo sappiamo: lo abbiamo aggiornato poco e disordinatamente. Anzi a ben pensarci è un bel po’ di tempo che non lo curiamo molto, lo portiamo avanti un po’ alla stracca, quasi fosse sempre sul punto di chiudere i battenti. Non abbiamo mai voluto affrontare seriamente l’argomento ma è ora di farlo: Xomegap non sta morendo, tutt’altro se siamo stati poco presenti sul web è perché da quasi due anni a questa parte stiamo lavorando alla stesura di un vero e proprio romanzo collettivo. Non una raccolta di racconti, magari a tema, come abbiamo fatto con Mutazioni. Né come abbiamo fatto per gli e-book Hopelss dove ci siamo dati un luogo e un canovaccio e poi abbiamo proceduto più o meno in ordine sparso. Ciò che abbiamo tentato questa volta è un progetto estremamente più ambizioso, che comporta un livello di integrazione sconosciuto alle nostre precedenti esperienze. Un vero e proprio romanzo, in cui ciascuno di noi ha curato un personaggio, lo ha cresciuto, gli ha dato forma e spessore (sempre nella funzionalità della trama, naturalmente); in cui abbiamo stabilito una scaletta per i capitoli, discusso per giorni su cosa dovesse contenere ciascuno di essi e poi ci siamo incaricati di scriverli: io questi, tu quelli, tu quegli altri, ciascuno dalla prospettiva del proprio personaggio ma a formare un intero il più possibile omogeneo, in cui lo scrivere di ciascuno si è a poco a poco fuso al servizio delle esigenze del collettivo. E’ stato un esperimento ardito, che in alcuni momenti ci ha visto molto vicini a soccombere, e questo è anche il motivo per cui un po’ scaramanticamente non avevamo ancora voluto mettere nulla di nero su bianco riguardo a questo nostro progetto.
Ma ora il tempo di fare questo passo è giunto, lo stato di avanzamento dei lavori ha superato la velocità di fuga: il grezzo del testo è completo, abbiamo fatto un primo editing tutti insieme e ora io e Sara ci stiamo spietatamente dedicando ad un secondo di carattere principalmente logico. Poi ne seguirà un terzo, soprattutto formale, perché alla fine vogliamo che il nostro libro giri davvero come un orologio, dopodiché saremo pronti. Ad ottobre o novembre, presumibilmente, il testo sarà licenziato e ci metteremo in caccia di un editore.
Ma naturalmente non vi lasceremo fino ad allora senza notizie nostre e di questo nostro straordinario (sperabilmente…) progetto. A poco a poco cominceremo a raccontarvelo, i personaggi, la trama, la cartografia, forse qualche brano: un pezzetto per volta sperando di fare crescere dentro di voi l’attesa di leggerlo!
Per questo primo post sull’argomento, nel quale mi sono perso già fin troppo in chiacchiere, mi limiterò a dirvi le seguenti cose: si tratta di un romanzo fantasy, il primo di una trilogia che porterà il nome di “Finisterra”. Il titolo di questo primo capitolo sarà: “Le sorgenti del Dumrak”.
Detto questo vi lascio: ci risentiamo in settembre!