07 novembre 2009

La geografia di Finisterra II: Le principali città


Addoneis: La Capitale dell’Impero delle Tre Spade si è sviluppata ai piedi del Santuario dell’Oracolo di Thiln, tanto che in un antico idioma “Addoneis” significa proprio “Città del Santuario”. In essa sorgono numerosi antichissimi luoghi di culto dei Cento Dèi. In seguito, quando i Teophan abbracciarono il culto della Triade, vennero costruiti i Simulacri di Sennak, Kerib e Naker con annesso il Tempio Tripartito, cuore del potere del clero imperiale. Altro luogo significativo è la Cittadella che, all’interno di una possente cinta di mura racchiude il palazzo imperiale, la biblioteca, la caserma dei Cavalieri Argentati.


La città è cinta da una cerchia di mura incardinata su quattro torri e collegata al Baluardo di Fortebraccio, che sorge nei pressi del porto. Il grosso della città si è sviluppato sulla riva nord-occidentale, dove si distendono i quartieri abitati dalle famiglie degli Uguali, caratterizzati da ville basse dotate di parchi e costruite in pietra, e della ricca borghesia, che abita ai piani bassi di palazzine di più piani, che ai livelli più alti ospitano servitori e operai.
Quando Addoneis dominava su tutta Finisterra e al Trono di Porpora giungevano i tributi di milioni di sudditi la città si era estesa anche a est del porto dove erano sorti quartieri di case di fango e legno, distese su vicoli molto stretti.

continua sul blog di Finisterra

03 novembre 2009

RICORDI


La neve aveva smesso di cadere. Sul fornello la caffettiera gorgogliava mentre un sottile filo di fumo si innalzava dall’argenteo beccuccio. Astolfo ruotò la manopola del gas lasciando che le accese lingue blu si esaurissero dopodichè versò l’aromatico liquido in un’unica tazza.
“Eccoti il caffé cara”
“Dove stai andando Astolfo?”
“Esco un paio d’ore” rispose infilandosi il giaccone imbottito e calandosi sulla testa uno zuccotto di lana.
“E quella?”
Astolfo aumentò la stretta sull’impugnatura della torcia elettrica poi, chinandosi sulla moglie, le baciò delicatamente la fronte.
“Non sei più un bambino” sentenziò lei “Almeno copriti per bene”
Astolfo si arrotolò la sciarpa attorno al collo e, senza replica, uscì.
L’aria era pungente e la notte si era già impossessata delle strade innevate di Piombino.
Il bar di Umberto era ancora pieno: Astolfo sbuffò irritato.
Per l’ennesima volta avrebbe dovuto sostenere gli sguardi degli avventori, curiosamente compassionevoli. Come se lui fosse un animale dello zoo: lì semplicemente per essere ammirato.
“Il solito Astolfo?” lo accolse Umberto al di la del banco.
“Il Solito” rispose Astolfo passandogli la fiaschetta di metallo “e non essere tirchio.”
“Tirchio io! Senti un po’ che novità. Guarda che l’altra volta sei stato tu a dirmi di fermarmi”
“Bé stavolta non risparmiarti. Falla bella piena che la fuori c’è un freddo del Diavolo! La Maremma se lo prenda!”
Umberto prese la bottiglia di grappa e ne versò il contenuto riempiendo fino all’orlo la fiaschetta.
“Non vorrai startene al faro anche stasera?” chiese Umberto.
“Certo. Non ho saltato una sera in dieci anni e non intendo lasciarmi scappare neanche questa”
“Questa mania proprio non la capisco Astolfo. Guarda che i marinai hanno di meglio da fare che parlare con te.”
“Non ti impicciare degli affari miei” fece brusco Astolfo sorridendo al barista.
“Non mi impiccio dico solo che se vuoi far due chiacchiere le puoi fare anche qui senza dover stare ore al freddo. In più se ti va puoi anche farti una bella partita a carte.”
“Non sopporto le carte e poi a me piace stare all’aria aperta, mi si schiariscono le idee specie quando la grappa me le offusca.”
“Fa un po’ come ti pare. Sei il solito testardo”
“E tu un tirchio impiccione. Ecco qui i quattro euro per la grappa. Ci vediamo domattina”
Umberto aveva la mezza idea di replicare a quelle accuse infondate, ma il suo più vecchio cliente era ormai uscito dal locale.
Astolfo percorse la strada che lo separava dalla piazza del vecchio faro di Piombino con passo svelto. Le parole di Umberto avevano riportato in superficie motivi dimenticati, che lo spingevano a lasciare sola la moglie tutte le sere. La perdita di suo figlio Marco lo aveva cambiato.
Varie volte, nei giorni seguenti la tragedia, aveva pensato di togliersi la vita.
Aveva anche programmato come: un colpo in testa seduto in auto. Era deciso e, ne le parole confortanti della moglie, ne il sapere che le avrebbe procurato altro dolore, lo avevano dissuaso dal suo obbiettivo. Non aveva mai avuto una tale determinazione in tutta la vita. O almeno così credeva. Il giorno del suicidio con la canna della pistola premuta contro la fronte mentre ripercorreva i momenti splendidi passati con Marco, un ricordo si fece largo nella sua mente.
Una nottata al faro. Suo figlio acconto a lui, poco più che un bambino. Quella notte per la prima volta gli aveva parlato del codice morse e di come, attraverso segnali di luce o suoni, si potesse comunicare a distanza con altre persone. Poi insieme, con una torcia, avevano iniziato a trasmettere messaggio alle navi, accendendola e spegnendola a intervalli precisi. Inviavano sempre lo stesso segnale: buona navigazione. Quando dal mare era giunto in risposta un grazie, gli occhi di Marco si erano illuminati, ed era rimasto incredulo di fronte a quella semplice magia.
Un altro ricordo si era legato a quello. Questa volta il ragazzo incredulo era Astolfo e il giovane uomo al suo fianco, che gli parlava del codice morse, era suo zio ufficiale della Marina Militare.
Quel ricordo perso nei meandri della sua infanzia aveva dato nuova luce al suo spirito dissipando in un colpo quella patina grigia sotto cui stava soccombendo. In quell’istante uccidersi aveva perso di significato. Avrebbe potuto semplicemente ricordare e attraverso quei ricordi tenere in vita anche Marco. Magari suo figlio lo stava osservando da qualche posto lontano. E quel semplice rituale avrebbe potuto strappargli ancora un sorriso ingenuo, accompagnato dai sogni nascosti dietro quello sguardo sbalordito. Per dieci anni aveva parlato ogni sera con le navi che attraversavano il braccio di mare tra Piombino e l’Isola d’Elba. Uniche compagne tangibili di quegli appuntamenti erano la grappa e la sua amata torcia.
Superato il faro Astolfo si avvicinò alla balaustra di mattoni. Il mare sotto di lui era leggermente mosso. Con una mano scostò la neve, che cadde a terra, e in quel piccolo spiazzo appoggiò la torcia.
Senza perdere altro tempo iniziò a trasmettere i primi messaggi della serata. In cuor suo temeva che nessuno, in quella notte sferzata dal vento, si sarebbe prestato al suo rituale.
Alcune navi correvano sulla distesa cerulea indifferenti al suo lampeggiare. Astolfo non ebbe risposte per parecchi minuti finché una luce limpida non si fece timidamente avvistare.
Il segnale sembrava venire dall’isola di Cerboli. Astolfo conosceva bene il canale di Piombino e non aveva alcun dubbio sul fatto che il segnale provenisse dalla terra ferma e non da una nave.
La cosa strana era che Cerboli era completamente disabitata. Ma ancor più strani erano i primi due messaggi inviati dall’isola: sos - sos
“Come posso aiutarti? Devo chiamare la guardia costiera?” trasmise Astolfo.
-. --- --- -... “No vecchio mio.”
“Chi sei?”
.-. “Tu chi sei?”
“Mi chiamo Astolfo Sicari. Tu invece come ti chiami? Come sei arrivato a Cerboli?”
.-. “Tu chi sei?”
“Ti ho già detto chi sono. Astolfo Sicari”
-. --- .-. “Non sai chi sei?”
“Io so chi sono. Stai tranquillo. Forse non stai bene. Dimmi il tuo nome e come sei arrivato sull’Isola così potrò aiutarti”
... .-. .. “Spiacente”
“Cosa significa spiacente?” Astolfo si stava irritando. La sua mente provava a dare un senso a quel breve scambio di battute. Ma nulla di quello che stava succedendo pareva averne.
... .-. .. -.-. ..- --.. -. --- .-. “Spiacente per te. Perché non ricordi chi sei.”
“Ora vado a chiamare la Guardia Costiera perché mi sono stancato”
.- ... ... .- .--. . .-. .-. “Aspetta Astolfo. Non vuoi sapere chi hai nascosto in te. Chi, Astolfo Sicari, ha dimenticato di essere?”
“Non mi interessa parlare con chi non conosco. Ti serve aiuto. Ora vado”
... . .-. .- ..-. .. -. --- “Un nome: Serafino”
Un brivido freddo, più freddo del ghiaccio, attraversò la schiena la vecchio. La sua espressione si fece ancor più rugosa mentre le sue percezioni si estraniavano dall’ambiente circostante. Astolfo era concentrato solo sulla luce del suo interlocutore.
“Non puoi essere Serafino”
Nessuna risposta seguì quella affermazione.
“Serafino è morto nel ’44”
... .- .--. . .-. . “Lo so Astolfo”
La dita del vecchio corsero rapide sotto il giaccone fino a chiudersi sulla fiaschetta. Il primo sorso di grappa gli bruciò la gola. Il liquido cominciò a espandersi trasmettendo a tutto il corpo una lieve sensazione di calore.
.-. .. -.-. --- .-. -.. .. ... . .-. .- ..-. .. -. --- “Cosa ricordi di Serafino?”
“Stavamo scappando dai tedeschi. Ci siamo nascosti in un casolare. Loro erano vicini. Ci avrebbero preso se non fossimo stati attenti. Serafino non lo fu e loro lo uccisero.”
... .-. .. ...... .-.. .. -.. -. --- - . -.. . ... -.-. .... .. “Spiacente Astolfo. Non è così che andò. Questo è quello che hai sempre sostenuto tu. In realtà ricordi i singhiozzi e quella mano sulla bocca.”
Astolfo si guardò il palmo della mano. Percepiva un respiro che man mano si affievoliva: umido e caldo. Quella sua mano stava trattenendo con tutta la sua forza qualcosa di vivo, che lottava, le cui lacrime bagnavano i ferrei polpastrelli. Una serie di sordi singhiozzi cominciò a riempirgli le orecchie. Astolfo inizio a sfregarsi i palmi violentemente mentre scuoteva la testa per rigettare quei suoni. Chi lo avesse visto in quel momento avrebbe pensato a una crisi epilettica.
... - .- - --- - ..- -. --- - . -.. . ... -.-. .... .. “Ricordi di esser stato tu Astolfo . Tu, non i Tedeschi.”
“Serafino continuava a piangere. Aveva dieci anni non poteva piangere a quel modo. Gli avevo detto di smetterla. Che i Tedeschi ci avrebbero trovato per colpa di quei singhiozzi. Che da disertore mi avrebbero fucilato all’istante. Ma più gli chiedevo di smettere più lui continuava. Poi sotto di noi si sentirono dei passi soffocati dalla paglia. Ho dovuto zittirlo. Gli ho premuto la mano sulla bocca abbracciandolo forte. Si è dibattuto ma sono riuscito a tenerlo fermo. I colpi delle scarpe sul legno avrebbero fatto più rumore del suo pianto. Poco dopo si è calmato. Sono rimasto così tutta la notte. Con lui fra le braccia: immobile”
--. ..- -.. “Bravo Astolfo. Qualcosa di te è tornato”
“Come fai a sapere queste cose? Chi sei? Voglio sapere? Me lo devi maledizione”
--. ..- -.. -.. .- .-. . -.-. --- ... .- “Hai ragione Astolfo. Ti devo qualcosa. Qualcosa ti darò”
“Dimmi allora”
.. ... .- -... . .-.. .-.. .- “Ti darò un altro nome: Isabella”
“Non puoi. Non puoi giocare con me. Addio!”
-. --- .- -. -.. .- .-. . .---- ----. -.... ---.. “So che non te ne andrai. Lo sai anche tu. Cos’era il 1968?”
Alfonso adirato prese un altro lungo sorso dalla fiaschetta che si era di parecchio alleggerita.
-.-- .-.. -.. .. ..-. ..-. .. -.-. .. .-.. . --- -... “Quella volta fu più difficile che con Serafino. Ma te la cavasti bene ugualmente vecchio mio. Pensare che Marco era appena nato e tua moglie ti aspettava in ospedale.”
“Smettila. Fu un incidente. Le autorità non mi coinvolsero mai.”
Astolfo cadde in ginocchio. Dopo quarant’anni di prigionia quel volto era riemerso, prepotente.
Isabella aveva vent’anni. Una ragazza sveglia in un corpo acerbo, quasi androgino. In lei c’era sempre stato qualcosa di famigliare. Forse il taglio di capelli o lo sguardo innocente. Quella ragazza lo aveva subito colpito. Professore di lettere in quegli anni di fermento, stanco della quotidianità e del peso di una famiglia, Astolfo si era lasciato coinvolgere in quella relazione difficile.
-.-- .-.. .-. .. -.-. --- .-. -.. --- ... . .-. .- ..-. .. -. --- “So perché quella ragazza ti piaceva e so perché l’hai amata così tanto durante il suo trapasso. Isabella ti ricordava il piccolo Serafino. Esile, impaurita, fragile sotto le tue mani.”
Astolfo si teneva la testa mentre le grida di Isabella, arrabbiata con lui, rimbombavano alte: lo voleva solo per se. Poi la ragazza gli si lanciò contro in un abbraccio che finì in un bacio. Tra quelle mura c’erano solo loro: la scuola era stata chiusa quasi due ore prima. Nell’aula spoglia Astolfo prese Isabella sulla cattedra. Ricordava la dolcezza di quegli attimi. Il volto della ragazza premuto sulla verde superficie di formica. Le braccia che si dimenavano nel tentativo di respingere quella forza che la schiacciava, impedendogli di respirare. Astolfo si allontanò da lei, ancora nudo sotto la cintola, inebriato dalla passione di quell’orgasmo. Non più trattenuta Isabella scivolò a terra. Il peso morto delle braccia fece stridere il piano della cattedra portandosi dietro un’umida scia di lacrime.
.- --. -. ... .- .-.. ...- --- --- -... “La discarica è stata una bella trovata. Era passato troppo tempo dal ritrovamento all’omicidio e tu ti salvasti. Ancora”
“Basta. Ti prego”
..- .- --. -. --- .--. -. --- --. --- “Puoi andartene Astolfo. Quando vuoi. Non posso trattenerti. So solo che non lo farai. Non ti sei chiesto perché continui a trasmettere? Non ti domandi perché sei ancora qui?”
Astolfo non sapeva che rispondere. Una parte di lui voleva andarsene. Tornare a casa e rigettare nuovamente quei ricordi nel pozzo più profondo della sua mente. Ma qualcosa, in realtà lo teneva lì, ad ascoltare. Voleva rimanere. Sembrava quasi che il suo corpo si gestisse in autonomia. Senza il bisogno di un cervello a comandarlo. Solo in quell’istante di riflessione e astrazione dai ricordi si accorse della luce. La luce di Cerboli, quella con cui parlava, era aumentata. Non solo di intensità ma anche di dimensione. Sembrava quasi più vicina. Un terrore sottile si fece strada in lui. Percepiva gli angoli della bocca arricciarsi in una smorfia mentre tutto il suo corpo iniziava a tremare.
“Chi sei?” questo il suo unico pensiero.
-.-. ... -- .. -.-. .... . .-.. . “Chi sono forse non importa. Potrei essere più d’uno. Oppure avere un nome. Ti piace Michele?”
Astolfo cadde in altro incubo. Le quattro facce attorno a lui avevano la pelle olivastra, bruciata dal sole. L’odore di sporco e gli abiti macchiati lo avevano costretto a tenersi distante quanto necessario ad allungare le quattro banconote da cento mila lire. Uno di loro afferrò il denaro bofonchiando qualcosa in una linguaggio duro e strascicato. Astolfo aveva sempre odiato gli zingari. Per questo aveva puntato a loro: se gli avessero presi si sarebbe liberato di due fastidi. Il lavoro era semplice. Più volte si era concentrato sul fatto che sarebbe stato sufficiente mandarlo all’ospedale. Dovevano spezzargli un braccio o una gamba: nulla di più. Diede loro altre duecento mila lire per sicurezza. Qualcosa però era sfuggito ad ogni controllo. Michele era uno che si sapeva difendere e gli Zingari si sa tendono al rancore, specie se lasci un loro amico in fin di vita. Michele era stato pestato più del dovuto e il suo fisico non aveva retto oltre la notte in ospedale.
.- --. -. ... .- .-.. ...- --- “Ancora una volta nessuno ti ha cercato vero Astolfo?”
“ Non sono stato io ad ammazzarlo.”
...... ..- -.-. .-.. --. “Questa tua affermazione è opinabile vecchio mio. Tu sei il mandante. Quindi la sua morte ricade su di te”
“Non me ne dispiaccio se lo meritava”
...... “La meritava? Non è stato lui ad uccidere tuo figlio.”
“Si invece. Quello stramaledetto ragazzo era alla guida. Nell’incidente lui si è salvato mentre Marco no. Per cosa poi? Un cane. Un dannatissimo cane che attraversava la strada: mai scartare.
Michele invece ha sterzato e sono finiti nel canale e Marco è morto. Morto a trent’anni: una vita sprecata.”
..- -.-. --- .-.. .--. . ...- --- .-.. . “E tu Astolfo? Non sei forse colpevole più di lui?”
“Non ho ucciso Marco! Amavo mio figlio più della vita!” gridò attraverso i battiti di luce della sua torcia.
-.. .... - .- .-.. - .-. .. “No. Ma hai ucciso Serafino e Isabella e infine Michele. Tre vite sprecate.”
Il freddo all’esterno non era nulla paragonato al freddo che Astolfo aveva dentro. Il viso era solcato dalle lacrime che si contorcevano attraverso la pelle rugosa. Marco era il suo riscatto. In suo figlio aveva visto il bene che era nel suo cuore e attraverso di lui avrebbe fatto ammenda dei suoi errori. Poi il destino glielo aveva portato via. E lui era ricaduto nella disperazione.
...... ..- -.. --- ...- . .-. . -.. - .... “Sei un uomo egoista Astolfo. La tua è stata una vita vissuta con l’inganno. Rubata alla morte stessa. Il dolore che hai provato non era per la morte di tuo figlio, ma per te stesso. Volevi ucciderti per liberarti da un peso: ma infondo sei un codardo. Lo sei sempre stato.”
“Non ci sono riuscito. Volevo, ma non ce l’ho fatta. La mia mente, il mio istinto di sopravvivenza ha preso ancora una volta il sopravvento, aggrappandosi a qualsiasi cosa pur di salvarsi. Quel ricordo della mia infanzia, dell’infanzia di mio figlio era così innocente e puro. Perfetto a nascondere i miei peccati.”
.-.. ..- -.-. . -. .- ... -.-. --- -. -.. . --- ... -.-. ..- .-. .. - --- -... “Astolfo sai che oltre la luce più abbagliante si nasconde sempre un’impenetrabile oscurità. Addio vecchio mio”
Astolfo iniziò a tremare, fino a scivolare a terra con la schiena appoggiata alla balaustra. Le mani erano strette intorno alla torcia. La luce dell’isola di Cerboli si era fatta sempre più minacciosa e avvolgente. Attraverso la sua pelle sentiva il chiarore penetrarlo. Aveva gli occhi pieni di luce, sempre più intensa e bruciante. Finché tutto non si fece buio.

Lo ritrovarono la mattina seguente. Il corpo senza vita. Gli arti irrigiditi per il freddo. Gli occhi spalancati in uno sguardo vuoto e acquoso. La torcia ancora accesa, puntata contro il viso di Astolfo, rilasciava ritmici flash.
…---… (sos: save our souls)


AUTORE - SIMONE

24 ottobre 2009

La geografia di Finisterra

Due parole di introduzione: con questo post comincia ufficialmente il nostro viaggio all'interno del mondo di Finisterra, abbiamo pensato a lungo a come organizzarlo e riteniamo che il primo passo per entrarvi sia cominciare a conoscerne la geografia. Poi parleremo della situazione politica, della storia, della religione, delle casate nobiliari, dei personaggi della nostra avventura, e così via. Ma la cosa più importante per cominciare ritenevamo fosse avere una mappa da mostrarvi, per cui ecco qui l’attuale mappa di Finisterra. E’ ancora molto grezza (l’abbiamo fatta con power point…): quando ne avremo una disegnata meglio, e ci stiamo già attivando in questo senso, non dubitate che sarete i primi a saperlo.


Continua a leggere e scarica la mappa cliccando sul blog di Finisterra

16 ottobre 2009

Il blog di Finisterra


Eccoci qui.
Siamo un po’ in ritardo con i tempi che ci eravamo dati (ma questo in qualche modo è fisiologico), però ci siamo. In questi mesi, ossia in quelli che sono intercorsi tra l’articolo in cui per la prima volta avevamo annunciato ufficialmente al web l’esistenza del nostro progetto fantasy ed ora, abbiamo lavorato sodo e siamo notevolmente più vicini a completare il progetto. Non credo di sbagliarmi di molto nel dire che entro la fine dell’anno riusciremo ad avere la versione definitiva del testo da sottoporre alle case editrici.
Intanto abbiamo aperto un blog dedicato a Finisterra (xomegapfinisterra.blogspot.com) e a breve cominceremo a pubblicare post che riguardano l’ambientazione e i personaggi in cui l’avventura che intendiamo raccontarvi si svolge.
Li pubblicheremo (almeno inizialmente) sia sul blog “ufficiale” di Xomegap sia su quello specifico di Finisterra, e ci siamo posti l’obiettivo di aggiornarlo con regolarità, ossia ogni 10/15 giorni, per cui ci raccomandiamo: tornate spesso a farci visita!

19 settembre 2009

Oltre l'Orizzonte


Daniela Ori, Gabriele Sorrentino, Manuela Fiorini - Oltre l'orizzonte - Racconti tra sogno e realtà. Collana "I Salici" - I libri di Narrativa15x21 - pp. 280 - Euro 15,00ISBN 978-88-6037-7739.

Un chimico sulle orme del Conte di Cagliostro, una misteriosa figura di donna che sembra leggere nel cuore delle persone, il segreto di Lucrezia Borgia nascosto da secoli in un affresco, la tenera storia d’amore di Vetilia, scolpita per l’eternità su un’ara funeraria che porta il suo nome. E poi, ancora, un’organizzazione che attende l’avvento di un nuovo Messia, le inquietanti presenze che popolano una baia in Croazia, l’ambigua e affascinante figura di Amaltea, un passaggio segreto nel cuore della Mutina romana, una creatura mitica autrice di orrendi delitti, due ragazzini alle prese con una strana agenzia di viaggi, un passaggio spazio – temporale nel centro storico di Modena, un’inquietante statua di angelo sulla cuspide della cattedrale Geminiana. Dodici racconti per viaggiare. “Oltre l’orizzonte”.

06 agosto 2009

IL DONO (25 settembre 1863)

L’uomo tirò le briglie, per costringere il cavallo a fermarsi un’ultima volta. Il grosso animale da tiro sbuffò e il suo fiato caldo formò piccoli sbuffi candidi, nell’aria fredda del mattino. Una leggera bruma trasudava dalla campagna grassa avvolgendo alberi, campi coltivati, cappelle, in un sudario latteo e indefinito. Da qualche parte, un cavallo scalpicciò sulla strada indurita dal freddo. Modena era pietra che galleggiava sulla nebbia, dominata dalla slanciata mole della torre campanaria e dal Palazzo Ducale, che ne chiudeva nobilmente il profilo, come un elegante drago di pietra addormentatosi in un lungo sonno.
Il cavallo si mosse stancamente sulla strada che conduceva verso Carpi, la stessa che Francesco V e la Brigata Estense avevano percorso l’11 giugno 1959, quando il Duca era andato in esilio.
L’uomo temeva le pianure, un tempo sicure, che ora erano covo di guitti. Proteste contro la leva obbligatoria, rivolte per il pane e tumulti erano all’ordine del giorno, anche se le autorità piemontesi minimizzavano. Si diceva che agenti sabaudi, certamente massoni, percorressero la pianura, in ascolto, per carpire segreti, sventare trame, costruire false prove contro i legittimisti. “Boun da Gninta”.
Grazie a Dio, il sole spazzò via le nebbie ottobrine e riscaldò il cuore di Ermanno durante il viaggio. L’uomo si fermò, verso mezzogiorno, per mangiare formaggio di capra e pancetta, che sua moglie Tina gli aveva preparato. Bevve anche una sorsata di lambrusco, che gli tolse il freddo dalle ossa e gli diede nuova energia.
Il viaggio proseguì, senza intoppi, fino a Mirandola, dove alloggiò da sua zia Velia che non gli domandò il motivo del suo viaggio. Partì di buon mattino, rifocillato con latte appena munto e uova ancora calde del ventre della gallina, diretto al confine tra il Regno d’Italia e l’Impero d’Austria. Incontrò una pattuglia dalle parti di San Giovanni in Dosso; stavano in una garitta, sulla quale garriva il tricolore con la croce sabauda. Erano tre soldati, tutti giovanissimi, armati di moschetti e baionette, impettiti nella divisa blu dei carabinieri. “Fermati. Dove stai andando?”. Chiese quello più alto in grado, con accento della Bassa.
Traditore. Pensò Ermanno. “A San Benedetto Po”. Rispose. “Porto salami, aceto e vino a un mio parente che ha una locanda”.
“Hai il lasciapassare?”. Domandò il carabiniere.

Aveva impiegato mesi per ottenere quel lasciapassare. Non aveva mai nascosto le sue simpatie duchiste e funzionari del nuovo regime non avevano esitato a fargliela pagare: da quando, nel 1859, Garibaldi aveva soggiornato a Modena, i massoni si erano fatti baldanzosi e vendicativi. Alla fine, però, era riuscito ad ottenerlo, incredibilmente, grazie all’aiuto di un ufficiale dell’esercito sabaudo, il maresciallo Amintore Calcaneo, che una domenica si era fermato, per il pranzo, all’Osteria dello Scudo d’Oro, che la famiglia di Ermanno gestiva a Cittanova, da generazioni. Il locale si chiamava così, perché la sua insegna era un antico scudo medievale dai colori sbiaditi, rossi e dorati, che si diceva fosse appartenuto addirittura al Dócca Passarèin.
Ermanno gli aveva servito i suoi piatti migliori, perché l’ospitalità, comunque, era sacra allo Scudo d’Oro: formaggio grana con l’aceto balsamico delle sue rinomate batterie, zampone con lenticchie. Aveva innaffiato il tutto, con alcuni dei suoi più pregiati vini, come il lambrusco delle ottime annate 1855 e 1857.
Calcaneo si era rivelato un uomo, tutto sommato, colto e amante del bel vivere, tanto che Ermanno aveva cominciato a dubitare che fosse veramente torinese. L’ufficiale era tornato diverse volte allo Scudo D’Oro, spesso portando clienti illustri del nuovo regime. Un giorno l’ufficiale si era presentato con un bel ritratto del Re Vittorio Emanuele.
“Appendilo vicino ai tuoi duchi”. Gli aveva detto, indicando, con la mano guantata, i cimeli estensi, che Ermanno si era sempre rifiutato di togliere dalle pareti. C’era addirittura un bicchiere, in cui aveva bevuto l’amato Francesco IV. “Il Re ama la buona tavola, come noi comuni mortali e non si farebbe problema a desinare assieme ai vostri deposti duchi”. Aveva ridacchiato l’ufficiale, lisciandosi i mustacchi. “Invece certi individui, come Farini, potrebbero essere molto spiacevoli, se voi insisteste nel vostro ostinato rifiuto del nuovo ordine”.
“Non posso venerare la figura di un usurpatore”. Si era lamentato Ermanno.
“Nessuno vi chiede di farlo. Ormai il vostro Duca non tornerà più, ne è ormai consapevole lui stesso. Tra un mese scioglierà la brigata estense, perché l’Imperatore d’Austria gli ha levato il sussidio, sotto la pressione dei liberali. Nessuno, ormai, spera di riportare indietro la storia. Nel vostro cuore, amico mio, potete tranquillamente continuare a ricordare i bei tempi andati; tuttavia, l’Italia è stata fatta. Se sarà stato un bene o un male, lo giudicheranno i posteri”.
Ermanno si era sentito mancare. “La Brigata estense verrà sciolta!?”. Domandò stupito.
“E’ come vi dico. Che interesse avrei a mentirvi?”. Lo aveva guardato con i piccoli occhi da topo ed Ermanno aveva compreso che stava dicendo la verità.
“Non riuscirò a mantenere la mia promessa, allora”. Disse cupo.
“Che genere di promessa?”. Si informò l’ufficiale.
“Devo far avere a Sua Altezza un dono prezioso. Da settimane cerco di ottenere i documenti, per varcare il confine e consegnargli il dono a Cartigliano Veneto, quando vi si reca per passare in rassegna le truppe. Sarei costretto ad andare sino a Vienna e non posso permettermelo, con la locanda, mia moglie e mia figlia”.
“In un mese dovreste riuscire a raggiungere Bassano”. Lo incoraggiò l’ufficiale.
“Non riesco a ottenere i documenti”.
“A causa delle vostre simpatie duchiste?!”. Aveva compreso l’ufficiale.
“Esatto!”.
“Tranquillo. Vi aiuterò io”.
“Come potreste?”.
“La burocrazia è un animale dotato di molte teste, poche delle quali sono veramente pensanti. Basta stuzzicare quella giusta. Lasciate fare a me”.
“Cosa vorrete in cambio?”. Si era preoccupato Ermanno.
“Nulla. Basta che, al vostro ritorno, mi raccontiate tutto”.

“Potete passare”. Disse il tenente dei carabinieri restituendogli il lasciapassare.
Ermanno pagò il pedaggio e superò il confine, per essere, poco dopo, intercettato da una seconda pattuglia, nella divisa bianca e azzurra dell’Impero. Erano in quattro e la loro postazione era dominata dai vessilli imperiali con l’aquila bicipite. A parlare fu il più alto in grado, che aveva un forte accento tedesco. Dal dialogo dell’ufficiale con i soldati, Ermanno comprese che gli altri tre erano, invece, veneti.
“Dove siete diretto?”. Domandò l’austriaco, leggendo i documenti che Ermanno gli poneva.
“A Bassano del Grappa. Porto prodotti tipici di Modena ad un mio congiunto, che vive in Veneto, per lavoro. Ha un’osteria e i clienti gli chiedono spesso salame, formaggio grana e lambrusco”.
“Potreste farci assaggiare un po’ di questi prodotti?”. Domandò l’ufficiale con uno sguardo affamato.
“Con piacere”. Ermanno aveva caricato il carretto di salame, formaggio, aceto e lambrusco, per rinforzare la credibilità del suo racconto. Le merci coprivano il dono per il Duca e lui poté, con facilità, offrirne ai soldati. I tre veneti apprezzarono molto il vino, mentre l’austriaco si tuffò sul formaggio e sul salame.
“Andate pure”. Disse infine l’ufficiale.
Ermanno partì, senza farselo ripetere due volte. Quando giunse al ponte, che attraversava il Po, nei pressi di Ostiglia, trovò il grande fiume gonfio e minaccioso per le piogge dei giorni precedenti. Viaggiò tra paeselli dispersi nella pianura veneta, fino a Verona, dove arrivò in una nebbiosa mattina, incontrando molti drappelli in armi e vide pochi contadini nelle campagne.
E’ una terra di confine. Fiaccata dalla guerra. In molti giuravano che i liberali non si sarebbero accontentati di lasciare il Veneto agli austriaci. Una nuova guerra è imminente. Così si mormorava nei bar, dividendosi su chi fosse nel giusto.
Evitò la piazzaforte del Quadrilatero e si fermò in una locanda sulla strada. Ripartì in direzione San Bonifacio, in una mattina scura. Il cielo era una lastra di piombo che non prometteva nulla di buono. Verso le undici cominciò a cadere una fitta pioggia gelida, che lo inzuppò sin dentro le scarpe, trasformando la strada in una poltiglia fangosa. Dio volle che si imbattesse in un podere e che il contadino lo accogliesse nella stalla. L’indomani frustò il cavallo per recuperare il tempo perso e riuscì a raggiungere Vicenza la sera, fermandosi in un ospitale per pellegrini. L’indomani ripartì con gioia. Alla sera sarò al cospetto del mio Duca. Pensò.
Quando giunse nei pressi di Sandrigo, nuovamente il cielo gli fu ostile e la pioggia cadde violenta, mentre un vento gelido gli scudisciava il viso. Accecato dal diluvio, non vide l’enorme buca, coperta dall’acqua melmosa, che troneggiava in mezzo alla strada. Il cavallo e il carro vi entrarono di forza, arrancando nel fango, e la ruota anteriore destra si sfilò dal mozzo, urtando contro una pietra sommersa. Il carro si inclinò, scaraventando parte del carico nella pozzanghera, mentre il cavallo, sentendosi soffocare dalla torsione del giogo, scalciò e si imbizzarrì, per poi stramazzare al suolo in un’apoteosi di spruzzi.
“No!”. Gridò Ermanno, mentre cadeva dalla cassetta. Rimase nella pozza per parecchi minuti, schiantato dal freddo e dalla disperata stanchezza, singhiozzando.
Lo aiutarono due nerboruti contadini, che apparvero dopo molti minuti e lo aiutarono ad alzarsi. “Se resti qui, ti congelerai!”. Gli disse il più anziano, con un pesantissimo accento vicentino, che Ermanno quasi faticò a comprendere. “Ti è andata bene: se fossi finito in quel fosso laggiù, chissà come sarebbe andata …”. Aggiunse, indicando un rigagnolo che correva al lato della strada. “Avresti perso il carro. Invece, appena smette di piovere ti aiutiamo a riparare la ruota. Io mi chiamo Renzo e abito non lontano da qui. Il ragazzo è mio figlio Corrado”.
“Arriverò in ritardo!”. Si lamentò Ermanno. “Vi prego, aiutatemi adesso. Non ho molto, ma vi ricompenserò, con ciò che resta del carico”.
“Dove devi andare, così di fretta?”. Domandò Corrado. Aveva un naso enorme e braccia possenti. Il suo corpo era tarchiato e robusto.
“Sto andando a Cartigliano Veneto, reco un dono per il Duca di Modena”.
I due contadini lo guardarono torvi. “Ti riferisci al Duca … Quello, i cui uomini stanno lì, fingendo di essere un esercito, che l’Imperatore paga?”. Domandò Renzo. Ermanno annuì.
“Per colpa loro, ci hanno aumentato le tasse”. Protestò Corrado. “Lo ha detto un deputato liberale”.
“Sono uomini fedeli al loro sovrano e alla loro città. Combattono l’usurpatore”. Si difese Ermanno. “Il vostro Imperatore vi aumenta le tasse, per mantenere la sua corte, non certo per i soldati che vivono di poco. Aiutatemi e il carico è vostro. A me serve solo la cassa militare, che c’è in fondo al carro”. Ermanno sostenne lo sguardo dei due veneti.
“Mi piaci, Italiano”. Disse il più anziano. “Se ti aiuto, voglio che tu mi dica cosa c’è in quella cassa”.
“Ve lo mostrerò”.
“Bene. Ora leviamoci di qui”. Sotto il diluvio, i tre liberarono il cavallo da giogo. Fortunatamente la bestia era solo acciaccata e spaventata.
“Si è solo sfilata. Il mozzo sembra intatto”. Commentò Renzo, armeggiando con la ruota. Impiegarono un’ora a montarla, mentre la pioggia li schiaffeggiava crudelmente.
“Grazie”. Disse Ermanno tremando per il freddo.
“Fermati”. Gli disse il vecchio. “Sei zuppo. Ti prenderai una polmonite e morirai prima di vedere il tuo Duca. Vieni a casa nostra, è qui vicino. Appena la pioggia si sarà calmata, partirai”.
“Va bene”. Si arrese Ermanno. L’acqua gli si era gelata sulla pelle e lo faceva tremare come una foglia.
La casa di Renzo era vicina. Alloggiarono il carro nella stalla e diedero cibo e calore al cavallo. Poi entrarono in casa. Renzo presentò ad Ermanno la moglie Silvia. Offrirono ad Ermanno un bagno caldo e un piatto di minestra con del vino. La cena fu consumata in silenzio. Alla fine della cena, la pioggia era cessata ed Ermanno accompagnò tutti nella stalla, dove mostrò la grossa cassa militare austriaca, un cimelio dei moti del ’48. Ermanno l’aprì con mani tremanti. Il dono era intatto. Dieci bottiglie di lambrusco delle sue vigne a Sorbara erano ancora perfettamente imballate ed asciutte, con l’etichetta rossa e oro, i colori della locanda di Ermanno: il vino imbottigliato con la vendemmia del 1859.
“Il Duca di Modena era un abituale frequentatore della mia locanda. È stato molto gentile con me: quando mia moglie Tina ha partorito, patendo molto, Francesco ha mandato il suo medico personale al suo capezzale, salvandola assieme a nostra figlia, Maria, che ora ha dieci anni. Da quel giorno, ogni anno, ho donato dieci bottiglie del mio lambrusco migliore al Duca. Quando Francesco V lasciò Modena, gli andai incontro e promisi che gli avrei fatto avere la vendemmia del 1859”.
“Tu stai rischiando la vita, per una bottiglia di lambrusco?”. Si stupì Silvia.
“Non per una bottiglia, ma per una promessa”.
“Temo non ci riuscirai”. Si dispiacque Silvia. “L’Estense non è più a Cartigliano. È partito ieri, dopo aver congedato i soldati e aver consegnato loro le medaglie al valore”.
“Non è possibile!”. Si lamentò Ermanno. Era come se lo avessero pugnalato.
“Sei sicura?”. Si informò Renzo.
“Si”. Confermò la donna. “Il 24 settembre, il Duca ha congedato la Brigata e se ne è andato. Me lo ha detto Anna: suo figlio ha visto la carrozza andarsene”.
“O mio Dio!”. Ermanno voleva piangere. “Dove è andato?”.
“Al Catajo, vicino a Padova”.
“Devo partire immediatamente!”
“Non puoi. È buio. La notte è ora da briganti, non da viaggiatori”. Renzo gli si parò davanti. “Nessuna promessa vale un simile rischio”.
“Va bene. Partirò con le prime luci dell’alba”. Si arrese Ermanno.
La stanchezza lo artigliava, fiaccandone la volontà e annebbiandogli l’intelletto. L’indomani, riposato e asciutto, partì con spirito nuovo.
“Costeggia il Brenta, in direzione di Padova. Incontrerai un canale, che si chiama Battaglia. Fiancheggialo verso occidente, fino a quando non vedrai il castello. Sorge proprio sul canale, che sembra un enorme taglio nella pianura e per questo, si dice, venne chiamato Ca' Tajo”.
“Grazie di tutto”.
“Buona fortuna, italiano”.

Ermanno seguì la strada che gli aveva indicato Renzo, attraversando una pianura resa ubertosa dalla pioggia del giorno prima, dalla quale saliva una foschia spettrale. Il cielo era una lastra di ardesia, fessurata da pallidi raggi di un sole stanco. Attraversò campi coltivati, filari di vigne, boschetti, costeggiò siepi che delimitavano parchi di sontuose ville. Il cavallo aveva fatto bene la sosta notturna e tirava con un’energia, che aveva perso nei giorni precedenti. Finalmente apparvero i Colli Euganei e poi il Catajo, possente struttura biancheggiante che si sporgeva sul canale, con possenti mura, ingentilite da eleganti torrette, sullo sfondo delle quali, torreggiava la mole del castello. L’enorme costruzione sembrava immersa in un silenzio mortale. Ermanno fermò il carro, innanzi ai pesanti battenti di ferro del cancello chiuso.
“Hey, del castello!”. Gridò, temendo di essere giunto tardi e che il Duca fosse già ripartito per Vienna. Pregò la Vergine che gli fosse vicino; un servo caracollò, uscendo da una porticina.
“Chi siete?”. Chiese con malagrazia. Era tarchiato e il suo volto rubizzo era solcato da rughe di insoddisfazione, mentre un ghigno di fastidio gli distorceva la bocca.
“Sono Ermanno Dominici e vengo da Modena. Ho un dono per Sua Altezza Reale il Duca Francesco V D’Austria - Este”.
“Aspettate qui”. Rispose Antipatico, scomparendo, con inaspettata agilità, nella porta, da cui era venuto. Trascorsero minuti interminabili, al termine dei quali, il servo riapparve in compagnia di un secondo uomo, con un’elegante livrea dai colori bianchi e azzurri di Casa d’Este.
“Sua Altezza vi aspetta”. Disse il secondo uomo, con modi decisamente più gentili. “Il dono che recate, dove si trova?”.
“E’ in quella cassa di metallo nel carro. È pesante e fragile”.
“Bene. Candido, aiutalo a trasportarla!”. Ordinò all’Antipatico, che annuì borbottando.
Gentile li guidò nell’immenso cortile, ove Ermanno notò una bellissima fontana raffigurante un elefante, incoronata di vegetazione. Li condusse, poi, su per le imponenti scale esterne. Il castello poggiava direttamente sulla nuda roccia, come se da essa fosse stato plasmato.
Il Duca lo attendeva in una grande stanza affrescata. Ermanno fu colpito dall’affresco raffigurante un grande albero genealogico. Gli Estensi. Pensò.
“Sono gli Obizzi”. Spiegò Francesco, intuendo cosa lui stesse pensando. “Loro hanno costruito questo castello, tre secoli fa”.
“Vostra Altezza”. Mormorò Ermanno. Per l’emozione, quasi fece cadere la cassa. Per fortuna Antipatico era piuttosto robusto e riuscì a riprendere il controllo del carico. Francesco era elegante e pieno di dignità, nella divisa bianca, con i bottoni dorati e il cappotto blu. Il Duca era appesantito nel fisico e il suo viso era percorso da rughe di tristezza; i baffi e i capelli, però, erano perfettamente impomatati e tinti e il volto intatto nella sua nobiltà. Per un istante, Ermanno ebbe la tentazione di abbracciare il suo Duca, l’uomo che aveva introdotto a Modena la ferrovia e il telegrafo e che, ora, si trovava esule, in una terra straniera, dove era considerato un problema.
Poi l’abitudine di anni ebbe la meglio sui sentimenti e si inginocchiò per baciargli la mano. Francesco non si sottrasse a quel rito, ormai anacronistico, poi, però, lo aiutò ad alzarsi e lo abbracciò fraternamente, mentre il suo viso si illuminava nuovamente.
“Ti sei ricordato, amico mio”.
“Come avrei potuto dimenticarmene?”. Ermanno, con mano tremante, aprì la cassa, porgendo una bottiglia al suo signore.
Francesco V ordinò ad Antipatico di aprirgliela e di portare due bicchieri, uno per lui e uno per il suo ospite. “Accomodati”. Gli disse, indicando due eleganti poltroncine imbottite. La tappezzeria dorata era decorata dall’aquila bicefala degli Estensi.
Antipatico tornò con un vassoio argentato, i bicchieri e la bottiglia aperta. Versò il nettare vermiglio e rimase in attesa. “Appoggialo sul tavolino, grazie. Lasciaci soli!”.
Francesco prese il suo bicchiere e osservò a lungo il liquido, di un rosso duro e affascinante. Annusò, assaporando a lungo, quella sensazione e poi si portò il bicchiere alla bocca, bevendo una misurata sorsata. Il volto del Duca si illuminò. “Amico mio l’aroma del tuo nettare è quello delle nostre belle mattine autunnali, quando la nebbia densa sembra crescere dalla campagna grassa, sbiadendo i contorni delle case, nascondendo gli uomini, attutendo i rumori. Il suo gusto porta al mio palato quello dello zampone bollito con le lenticchie, delle buone salsicce che si mangiavano nella tua osteria, dei calzagat e del castagnaccio appena sfornato. Esso mi porta gli odori e profumi di un luogo che mai più potrò rivedere. Modena. La nostra Casa”.
Gli occhi del Duca erano velati di commozione. “Terrò il tuo dono come il tesoro più prezioso, perché ogni volta che anche solo vedrò la bottiglia, con la data 1859, penserò alla mia città, alla sua meravigliosa torre, al mio bellissimo palazzo e agli amici, come te, che mi sono rimasti fedeli nella disgrazia”.
Il Duca parlò con lui per ore, poi gli offrì una cena succulenta e lo ospitò per la notte.
“Ti sciolgo dal tuo giuramento, Ermanno Dominici. Non rischiare un viaggio periglioso per venirmi a cercare”. Gli disse l’indomani.
“Come desiderate, Altezza”. Ermanno baciò, per l’ultima volta, la mano del suo Duca, poi ripartì per Modena.
“Tîn bòta”. Gli disse il Duca, mentre si allontanava.

Il Catajo scomparve dietro di lui, immenso e gelido involucro di pietra, triste sepolcro di un’epoca al crepuscolo.
“Vi racconterò tutto mio caro piemontese. Vedrete di che pasta è fatto il Duca di Modena”. Disse ad alta voce, pensando al maresciallo Calcaneo.

AUTORE - GABRIELE

17 luglio 2009

Il romanzo di Xomegap

Prima di interrompere i nostri post per la pausa estiva vogliamo lasciare i nostri affezionati lettori con una grossa novità. Siamo stati un po’ negligenti con il nostro blog negli ultimi tempi, lo sappiamo: lo abbiamo aggiornato poco e disordinatamente. Anzi a ben pensarci è un bel po’ di tempo che non lo curiamo molto, lo portiamo avanti un po’ alla stracca, quasi fosse sempre sul punto di chiudere i battenti. Non abbiamo mai voluto affrontare seriamente l’argomento ma è ora di farlo: Xomegap non sta morendo, tutt’altro se siamo stati poco presenti sul web è perché da quasi due anni a questa parte stiamo lavorando alla stesura di un vero e proprio romanzo collettivo. Non una raccolta di racconti, magari a tema, come abbiamo fatto con Mutazioni. Né come abbiamo fatto per gli e-book Hopelss dove ci siamo dati un luogo e un canovaccio e poi abbiamo proceduto più o meno in ordine sparso. Ciò che abbiamo tentato questa volta è un progetto estremamente più ambizioso, che comporta un livello di integrazione sconosciuto alle nostre precedenti esperienze. Un vero e proprio romanzo, in cui ciascuno di noi ha curato un personaggio, lo ha cresciuto, gli ha dato forma e spessore (sempre nella funzionalità della trama, naturalmente); in cui abbiamo stabilito una scaletta per i capitoli, discusso per giorni su cosa dovesse contenere ciascuno di essi e poi ci siamo incaricati di scriverli: io questi, tu quelli, tu quegli altri, ciascuno dalla prospettiva del proprio personaggio ma a formare un intero il più possibile omogeneo, in cui lo scrivere di ciascuno si è a poco a poco fuso al servizio delle esigenze del collettivo. E’ stato un esperimento ardito, che in alcuni momenti ci ha visto molto vicini a soccombere, e questo è anche il motivo per cui un po’ scaramanticamente non avevamo ancora voluto mettere nulla di nero su bianco riguardo a questo nostro progetto.
Ma ora il tempo di fare questo passo è giunto, lo stato di avanzamento dei lavori ha superato la velocità di fuga: il grezzo del testo è completo, abbiamo fatto un primo editing tutti insieme e ora io e Sara ci stiamo spietatamente dedicando ad un secondo di carattere principalmente logico. Poi ne seguirà un terzo, soprattutto formale, perché alla fine vogliamo che il nostro libro giri davvero come un orologio, dopodiché saremo pronti. Ad ottobre o novembre, presumibilmente, il testo sarà licenziato e ci metteremo in caccia di un editore.
Ma naturalmente non vi lasceremo fino ad allora senza notizie nostre e di questo nostro straordinario (sperabilmente…) progetto. A poco a poco cominceremo a raccontarvelo, i personaggi, la trama, la cartografia, forse qualche brano: un pezzetto per volta sperando di fare crescere dentro di voi l’attesa di leggerlo!
Per questo primo post sull’argomento, nel quale mi sono perso già fin troppo in chiacchiere, mi limiterò a dirvi le seguenti cose: si tratta di un romanzo fantasy, il primo di una trilogia che porterà il nome di “Finisterra”. Il titolo di questo primo capitolo sarà: “Le sorgenti del Dumrak”.
Detto questo vi lascio: ci risentiamo in settembre!

05 luglio 2009

ASPETTANDO IL CARNEVALE

Odio il fottutissimo carnevale. Lo odio con tutto me stesso. Odio la follia di quei giorni: l’ostentata felicità che porta. Odio quelli che si impegnano a organizzare la sfilata, che mirano alla perfezione. Non sopporto di veder sfilare i carri: brutte rappresentazioni di carta pesta della vita quotidiana. Paradossali feticci nati per esorcizzare il male della quotidianità. Odio i culoni starnazzanti delle ballerine. Odio tutti quei bastardi che si travestono. Quelli sono forse i peggiori. Non appena si coprono il viso perdono ogni inibizione. Esagerano facendo i matti che matti non sono. Se fossero matti saprebbero che è loro la colpa di ciò che avviene in quelle notti. Vedrebbero le ombre allungate sui muri dei vicoli. Sentirebbero i passi rapidi, malfermi, riecheggire in quelle sere di falso gaudio. Se fossero davvero folli, sarebbero savi e allora correrebbero ai ripari. Li stanerebbero mettendoli al rogo. Ma tutti questi uomini mascherati sono normali, e la normalità non ti permette di vedere oltre il tuo naso. Odio i miei amici che mi hanno trascinato all’ultimo carnevale di Viareggio a fare i coglioni per le strade. Odio Francesca, perché l’amo. Perché l’amore è bastardo quanto il carnevale. Perché l’amore mi ha fottuto. Ma la cosa che odio più di tutte è Burlamacco.
“Non sei un viareggino” mi dicevano, tutte le volte che esternavo il mio fastidio per quella maschera. Si fastidio, non odio: non a quel tempo.
Burlamacco ora è il mio incubo. Porto il suo dannato costume tutto il giorno, tutti i giorni. Il mio viso è ancora coperto di cerone bianco. Lo vorrei levare e tornare ad essere me stesso, ma ho troppa paura. Non ho altro cerone con me e per ora è l’unica cosa che mi sta tenendo in vita. Allora resto qui rannicchiato in un angolo. Rimango fermo nella speranza che non si accorgano di me. Stringo la spranga che ho preso nel vicolo. È fredda, ma è l’unica cosa che percepisco reale in questo luogo surreale. Qui è tutto buio, umido. È un luogo vecchio e malsano. Un posto sotto la città risparmiato dalla bonifica. A volte si avvicinano e mi annusano. Respiro piano, come loro, con un sibilo basso che odora di topo morto perché di quelli mi sono sfamato. Non ho partecipato ai loro banchetti.
Non ho toccato neanche un pezzo dei miei amici. Neppure quando me l’hanno gettato ai piedi. Sanno che non sono un Burlamacco come loro. Non ho il loro grosso naso rubizzo e venoso. Nemmeno le labbra rivoltate, alzate agli angoli quasi a scoprire gli zigomi.
Non ho nemmeno i loro occhi, arcuati, dalla pupilla piccola e scura come una capocchia di spillo. Mi osservano di sottecchi con sguardi felicemente torvi, in attesa che mi scopra. Giocano i bastardi. Giocano con la mia psiche. Mi vogliono cambiare…
E’ quasi un anno che sono qua sotto. Un anno dalla notte del fottuto carnevale.
Un anno intero che la mia mente si aggrappa a quella sera nel tentativo di strapparmi alle loro grinfie. La compagnia era tutta riunita. Una congrega di colombine, vampiri e pazzi sanguinolenti guidati da uno stramaledettamente triste Burlamacco. Gliel’avevo detto alla Francy .
“Io il Burlamacco non lo voglio fare. Mi sta sulle palle e non ci posso far niente”.
Poi mi frega come solo le donne sanno fare con quei ciglioni degli uomini. Promesse: sempre le stesse. E poi mi maledico per averle detto di si. In mezzo a quel casino l’ho persa quasi subito.
Poco contava strattonare Alex il vampiro o quella scostumata colombina di Patrizia che gli stava sempre appresso. La Francy se n’era andata e io mi incazzo preoccupato per dove fosse sparita. Spintono facendomi largo: una inutile formica sovrastata da giganti di cartapesta ghignanti. Quando la vedo, l’incazzo sale e la preoccupazione si dirada. Le corro incontro sbracciandomi e gridando.
La sua mano è tesa in avanti, stretta in un’altra mano. Il nanetto che la trascina è un fottuto Burlamacco come me.
Si stanno allontanando, dalla calca, dalla festa. Bastarda penso subito. Io mi metto questo dannato costume, solo per te, e tu fuggi via. Li raggiungo nel vicolo. Afferro la Francy. Lei non si volta, limitandosi a fermarsi. Ma il nano tira come un bue, trascinando entrambi. Decido che quel Burlamacco deforme ha passato il segno. Alloro lo colpisco con un calcio. L’ometto mi guarda e io non posso far altro che indietreggiare. Lo stomaco mi si chiude per l’olezzo che emana. Per quelle toppe scarlatte che ne compongono il costume, che toppe non sono. Il nano si è scarnificato: ampie parti di pelle bianca come il latte sono intervallate da scorticature che mettono a nudo il rosso acceso della carne ulcerata: il suo costume è così vivo da togliere il fiato.
Ho ancora la bocca impastata di vomito quando mi armo. Lui non reagisce, rimane fermo mentre la Frency, gli occhi vuoti, sembra imbambolata. Alzo il tubo di ferro sopra la testa.
Lo sto per calare sul quel cranio di carne, bislungo come il cappello del Burlamacco, quando Alex il vampiro e tutte le altre mascherine della compagnia si presentano alla festa.
“Cazzo Ste” gridano ghignanti “Potevi chiamarci al tuo party privato”
Il Burlamacco arretra mantenendo la presa sulla Frency. Sembra meno sicuro quel nano bastardo. Mi sento un grande. Quando abbatterò la mia asta sulla sua faccia so già che continuerò a colpirlo finché non mi faranno male le mani. Ma, come canta la maledetta fata madrina di cenerentola “i sogni son desideri”, il grido che lancia l’infame bestia uggiolante è molto più rapido di qualsiasi calcio, pugno o sprangata.
Quando vedo altri nanetti, col loro costume di pelle e carne, calare dalle case e spuntare dai vicoli, con la loro membrana nera sulle spalle, capisco che Burlamacco non mi sta sulle palle: lo odio proprio. I nanetti si limitano a disarmarmi gettandomi a terra. Alex e gli altri invece vengono morsi, atterrati e malmenati. Non so che fare. Ho paura. Il sangue, che esce dalle fronti dei mie amici, mi immobilizza. Ancora una volta il mio stomaco cede: solo acqua. I Burlamacchi trascinano senza rispetto quei corpi immobili ancora caldi. Il mio sguardo cade su Patrizia: i capelli stretti da cartonesche dita, le gambe larghe che lasciano intravedere il bianco slip di pizzo.
Quando mi rialzo, qualcuno mi aspetta. Il nano con la Frency mi invita a seguirlo.
Vorrei scappare ma non posso. Devo liberare la compagnia.
Il Burlamacco mi precede fino alle darsene più interne, quelle dei cantieri navali. Qui il carnevale non si sente, forse non è ancora arrivato o qualcosa lo tiene lontano. Lui entra in un magazzino abbandonato. Lo seguo oltre la soglia, giù per le scale, nelle fondamenta e dentro la terra umida della costa. Poi la luce cala e il suono cupo di una celata di ferrò riempie quello spazio immensamente vuoto. Li sotto i suoni che arrivano sono pochi. Si sente qualcosa che sembra il mare. Si sente lo squittio acuto dei topi. Il rumore di un tendine che si strappa o di un osso che si rompe. Le voci dei rapiti, che da bocche mute, gorgheggiano la loro paura.
In fondo questi Burlamacchi non sono incivili. Entrano nella tua mente, invadendola di immagini calde e bei ricordi. Ti cullano mentre inosservati ti privano di tutti gli altri ricordi, dei tuoi sentimenti. Non ti accorgi nemmeno dei loro denti e delle loro dita affilate che lacerano la tua carne.
I loro volti rimbalzano nei miei pensieri e riempiono i miei occhi di immagini irreali, lontane. Con me sembra che sia diverso. Sembra quasi che si divertano a spezzarmi, un poco alla volta, minando la mia già poca sanità. Hanno lasciato che vedessi, costringendomi a guardare. Ho provato disgusto per me. Per i pensieri che mi attraversavano la testa e la saliva sul lato della mia pagliaccesca bocca.
I Burlamacchi, qua sotto, lo sanno fare il loro mestiere. Prima di mangiarti ti uccidono, ma solo prima di mangiarti. Io l’ho visto. Ho visto gli occhi vitrei della Francy.
Non ho mai gridato. Non volevo disturbarli. Devono aver apprezzato questo mio gesto. Sono uno discreto io. Resto nel mio angolo acquattato in attesa del fottuto carnevale. A quella sera dovrebbe ormai mancare poco. Che paradosso: io lo odio il fottuto carnevale e più di tutto odio il Burlamacco, e ora mi tocca aspettare quei giorni di falso gaudio.
Lo so che i Burlamacchi mi vogliono cambiare ma io resisto. Una luce brilla ancora forte in me. Piccola luce contro un mare di ombre. Nella luce ci sono io e finché brilla non me ne andrò. Il dolore che provoco a me stesso è l’atmosfera limpida di quel mondo
La pelle dove mi sono scorticato è rossa. Grossi rombi di carne rossa.
I Burlamacchi sono in attesa. Aspettano il fottutissimo carnevale e io con loro.

AUTORE - SIMONE

09 giugno 2009

FARFA

Farfa una volta era stata parecchio bella.
Aveva di quegli occhi verdi da “pubblicità del mascara”. Quelli grandi e con l’iride cristallina che pareva colorata con un pennarello.
Aveva sempre avuto una fissa pazzesca per le farfalle. C’è un sacco di gente che ce l’ha per i delfini, lei ce l’aveva per le farfalle.
Tutte le pagine dei suoi diari erano invasi da alette colorate e alla fine se l’era pure fatta tatuare una farfallina; sulla pancia: una farfallina rosa e blu.
Solo che poi il suo Belmoro l’aveva mollata e lei aveva cominciato a mangiare un sacco di After Eight, quei cioccolatini con la menta dentro, e aveva continuato a mangiarli finchè la farfallina sulla pancia era diventata una specie di falena grossa con le ali tirate.
Quindi da allora tutti l’avevano sempre chiamata Farfa. Si, insomma, perché “farfallina” non ci stava più per niente.
Farfa faceva la cassiera in un negozio di alimentari. Uno di quei negozietti piccoli con poca roba carissima che ancora resistono in qualche paesino di villeggiatura.
Di quei negozi dove sulla roba c’è ancora attaccato il prezzo con l’adesivo fosforescente, quel pezzetto di nastrino stampato che si mette con quella specie di assurda pistola, la prezzatrice.
Niente codici a barre, niente penna ottica, Farfa metteva i prezzi nel registratore di cassa uno ad uno ed era quasi impossibile che sbagliasse.
Perché era parecchio tempo che stava incastrata lì, stretta su quello sgabello dietro al registratore di cassa, che quando cercava di uscire doveva sempre fare le grandi manovre.
Si, perché in tutto quel tempo non è che Farfa avesse smesso di mangiare i suoi cioccolatini con la menta.
Anche se dalla storia del Belmoro erano passati degli anni.
E’ che alla fine la faccenda di poter smettere di mettersi in ghingheri tutte le mattine le era piaciuta, a Farfa. Quando tutti i suoi vestiti carini e alla moda avevano smesso di entrarle si era comprata due camicioni e aveva finalmente scoperto cosa voleva dire “star comodi”, e poi dopo i cioccolatini aveva scoperto che c’era un sacco di altra roba parecchio buona da mangiare. E quindi non era più tornata ad essere mingherlina come prima.
Farfa era come un grande girasole in mezzo ad un campo di papaveri.
Lei era alta, grande, luminosa e forte, rideva spessissimo e lo faceva con una risata profonda e calda come l’estate. Attorno a lei tutte le sue amiche sembravano dei papaverini gracili.
Tutti la guardavano quando era in giro. E lei guardava il sole.
Farfa leggeva moltissimo; nel cassetto sotto alla cassa teneva sempre un libro di quelli con la copertina morbida che si possono anche arrotolare e puoi infilarli dappertutto. Casa sua ne era piena. Leggeva di tutto. Avventura, poesia, letteratura classica. Tutto quello che aveva una copertina di cartoncino morbido e che la cartolibreria del paese riuscisse a procurarsi.
In tutti quegli anni doveva aver accumulato un tesoro di conoscenze da far invidia ai laureati. Però non è che lei se ne andasse in giro a vantarsene di conoscere un sacco di cose che magari gli altri non sapevano.
Ma ogni tanto la sua cultura emergeva. Come le cose che il mare restituisce dopo le tempeste, quando tutto torna calmo e il cielo è di nuovo sereno.
A volte, quando si parlava di qualcosa, Farfa si lasciava sfuggire una parola, o una spiegazione, o una descrizione che facevano capire subito che lei era una che aveva letto tanto.
Ma non credo lo facesse apposta. E’ che la cultura è un tesoro talmente brillante che non si può tenere nascosto del tutto il suo riflesso.
Non se n’era mai andata dal paese. Dopo la scuola aveva trovato da lavorare alla bottega e si era seduta lì; diceva che non le andava di allontanarsi dal posto dove era nata, di allontanarsi dal mare, dal molo, dagli scogli e dai gabbiani.
Il mare la faceva sentire viva e poi non sarebbe sopravvissuta dieci minuti in mezzo alla nebbia delle grandi città.
E poi diceva che non c’era bisogno di andarsene per vedere il mondo, perché tanto il mondo bastava aspettarlo che sarebbe passato di lì.
E in effetti di lì passava un sacco di gente.
Soprattutto d’estate, come è normale, con tutti i turisti che scappavano dall’afa per buttarsi nel loro mare fresco. Lei quelli che tornavano ogni anno li conosceva tutti per nome.
Perché a Farfa piaceva guardare dentro agli occhi e alle vite della gente. Lei li leggeva come faceva con i suoi libri. E credo che li trovasse tutti ugualmente appassionanti.
D’estate la sua risata usciva dalla porta della bottega attraverso la cortina di perline azzurre. Ed era talmente contagiosa che chi non la conosceva entrava incuriosito nel negozio per poter essere investito e colorato un po’ da quella cascata di luce.
Ma il mondo non smetteva di passare di lì neppure durante le altre stagioni.
D’inverno passavano soprattutto le persone anziane, che venivano qui perché il clima era più mite. A Farfa piaceva far loro tante domande sulla loro storia e sulla loro lunga vita. Chi ha vissuto di più ha una storia più lunga da raccontare, e poi a lei piaceva la luce che si accendeva nei loro occhi quando sentivano che qualcuno era interessato ai loro racconti.
Come se a casa loro non ci fosse nessuno che li ascoltasse mai.
E poi c’erano gli artisti. Quelli che arrivavano quando i turisti se n’erano andati via, apposta per potersi godere il mare, e il sole e i tramonti e i gabbiani e per poter cogliere l’ispirazione dimenticata dai vacanzieri.
Farfa era affascinata dagli artisti. La si vedeva spesso la sera parlare sul molo con qualche pittore o qualche poeta. Credo che con qualcuno abbia scambiato anche più di qualche parola. Perché anche loro erano affascinati da lei; dal girasole in mezzo al campo di papaveri.
Un giorno arrivò in paese uno di questi artisti. Uno che non si era mai visto.
Era un tizio di quelli alti alti secchi secchi, con dei capelli biondi un po’ lunghi che gli cadevano intorno alla faccia come delle spighe bagnate.
Di quelli che quando camminano sembra sempre che abbiano le gambe troppo lunghe per gestirle bene.
Farfa lo incontrò una sera di ottobre. Lui era seduto sulla panchina che c’è in fondo al molo grande e fissava il mare. Lei come al solito faceva la sua passeggiata solitaria.
Arrivata in fondo al molo anche lei si mise a guardare fisso davanti a sé e rimasero così, sconosciuti e vicini per un sacco di tempo.
Il sole sparì dietro all’orizzonte e nessuno dei due riuscì a vedere il leggendario raggio verde.
A pensarci bene fu molto strana come scena, perché Farfa di solito parlava con tutti ed era sempre lei a presentarsi per prima. Ma con il tizio biondo no. Con lui rimase in silenzio per tutto il tempo.
La sera dopo si ritrovarono di nuovo. Guardarono di nuovo il tramonto in silenzio e poi finalmente Farfa si schiarì la voce e disse qualcosa. Però la disse con voce quasi sussurrata. E anche questo fu molto strano.
Dopo mi spiegò che aveva capito subito che a lui piaceva il silenzio. E che era quello il motivo per quelle due serate strane. E che c’erano modi diversi per avvicinare le persone e con gli amanti del silenzio occorreva avvicinarsi senza parlare se si voleva che loro uscissero dal loro guscio.
Andarono avanti parecchi giorni con i loro incontri silenziosi sul molo.
A poco a poco si scoprì che il biondo era straniero, che era uno scrittore di una certa fama e che pareva vivesse in un faro su di una minuscola isola al largo delle coste di Bretagna.
Forse fu per quello che Farfa sentì un’immediata attrazione per lui. Uno scrittore ha gli occhi molto più pieni di storie di qualsiasi altra persona.
E poi c’era il fatto che vivesse in un faro circondato dal mare. A Farfa era apparsa subito come un’idea assolutamente meravigliosa.
La sera prima di ripartire per la sua terra lui e Farfa si salutarono a lungo sul molo. Si tennero per mano e guardarono il tramonto finchè non venne buio.
Anche se quasi nessuno ci fece caso Farfa da allora cambiò impercettibilmente.
I suoi libri arrotolati e la sua risata che si infrangeva fra le perline azzurre davanti alla porta del negozio rimasero sempre gli stessi, così come il suo guardare il sole e le persone negli occhi.
La differenza si vedeva se guardavi i suoi di occhi. Quelli verdi come l’acqua.
Ora quando guardavano il mare non si limitavano ad assorbirne la vita e la luce. Adesso i suoi occhi guardavano lontano.
Per la prima volta nella sua vita Farfa guardava verso posti diversi dal suo paese e forse nel fondo del suo grande cuore sognava di poterli vedere non solo attraverso gli occhi della mente e attraverso le parole scritte sui libri.
Passò un anno di prezzi battuti sul registratore di cassa, di volti conosciuti che tornavano, di volti nuovi che arrivavano, di risate calde e di papaveri rossi.
Poi tornò ottobre. E con lui tornò lo scrittore con i capelli di spighe.
E negli occhi di Farfa si accese una luce ancora più bella della sua solita.
Io lo sapevo quello che sarebbe successo. Sapevo che sarebbe andata via con lui a vivere su quel faro in mezzo al mare di Francia.
Tutto il paese e anche tutti i turisti si affollarono sul molo il giorno che Farfa lasciò casa. Sapevamo tutti che il sole da quel giorno avrebbe brillato un po’ meno per noi. Però eravamo felici perché lei, per mano al suo scrittore dallo sguardo buono, era assolutamente raggiante.
Ci disse che avevano in programma di girare intorno al mondo. E che avrebbe visto tutti quei paesi e quelle cose di cui aveva solo letto. E che ci avrebbe portato un sacco di regali. Era talmente entusiasta che la sua voce si sentiva in tutto il porto.
Ci sarebbe mancata tanto quella voce potente.
Farfa mantenne tutte le sue promesse. Tornava al paese almeno una volta l’anno per salutare tutti e strizzarci in uno dei suoi abbracci. Ogni volta portava regali presi in luoghi lontanissimi e foto bellissime che tutti noi incorniciavamo e appendevamo in casa o nei negozi, orgogliosi di averle ricevute in dono.
Anche lei, convinta dal suo Amorebiondo, cominciò a scrivere libri e la cartolibreria ne mandava sempre a comprare degli scatoloni pieni, perché in paese tutti ne volevano avere una copia da leggere.
Scrisse un libro anche su di noi. Sul paese in cui era nata e cresciuta. C’eravamo tutti in quel libro. C’era ogni gabbiano e ogni scoglio e i vecchi si commuovevano a leggere quelle parole belle scritte da Farfa.
A leggere quelle pagine c’era davvero da essere orgogliosi di essere nati proprio lì.
Nel paese dove volano le farfalle.

AUTORE - SARA

01 giugno 2009

LIBERTA'

Sono davanti alla porta. Devo solo abbassare la maniglia e uscire. La libertà è a portata di mano.

Da quando avevamo traslocato in quel quartiere eravamo tutti più felici: la casa nuova era grande e spaziosa e i vicini, tranquilli, silenziosi e cordiali.
Quello che mi stava più simpatico era il signor Brandol, soprannominato Martin Pescatore perché passava tutto il tempo libero attaccato alla sua canna da pesca al lago Sherman, a circa un’ora di macchina da noi.
Pescava sempre un sacco di pesci e ne regalava a tutti. Un giorno ci aveva portato una borsina di plastica con dentro tre o quattro di quelle che poi mio padre aveva riconosciuto come tinche.
“Oggi è stata un’ottima giornata al lago. Non facevo in tempo a buttare giù l’amo che qualcosa abboccava” aveva sentenziato Brandol, consegnando parte del pescato a mio padre.
“Grazie mille. Sei sempre gentilissimo con me. La prossima settimana ti invitiamo a cena da noi. Tieniti libero, ok?” aveva proposto mio padre di rimando.
A me il pesce non piaceva, ne odiavo l’odore e tutte quelle lische che mi si piantavano nei denti. Quando mia madre mi obbligava a mangiarlo “perché fa bene” lo passavo di nascosto sotto il tavolo a Buck, il nostro Fox Terrier che, invece, mostrava di apprezzarlo parecchio.
Quando quello stesso pomeriggio avevo aperto il frigo per prendermi un succo di frutta, qualcosa all’interno si era mosso. Avevo lanciato un urlo e avevo fatto un balzo all’indietro.
Possibile che quei pesci siano ancora vivi?
Mi ero avvicinata con cautela e avevo allungato la mano per toccarli. Un colpo di coda.
Accidenti! Uno dei pesci stava ancora lottando per non morire. La sua tenacia mi impressionò e, poiché amavo molto gli animali, lo presi e lo misi subito nella vasca da bagno che avevo riempito di acqua.
Dopo qualche minuto di stordimento, la tinca aveva iniziato a nuotare lentamente.
Ero al colmo della felicità. Mia madre non era dello stesso avviso: ”Togli immediatamente quell’essere dalla vasca da bagno, Ruth!”
“Ma mamma è ancora viva!”
“Bé fai come vuoi, ma trovale un’altra sistemazione. E subito!” aveva protestato mia madre.
Così le trovai una nuova dimora: un grosso catino parcheggiato nel capanno degli attrezzi che usavamo per lavare Buck.
Curai e sfamai Polly (così la chiamai) per due mesi. Ormai mi ero affezionata a lei. E anche lei si era abituata a me e alla mia presenza.
Le prime volte quando la prendevo in mano per cambiarle l’acqua si agitava, sbatteva la coda e cercava di divincolarsi. Ma già dopo una settimana, conosceva il mio tocco e si lasciava prendere docilmente.
Nella casa di fianco alla nostra abitavano i signori Cutter, due vecchietti entrambi in pensione. Ma mentre lui si alzava tutte le mattine prestissimo per fare footing, lei rimaneva a letto almeno fino alle undici. Sembravano i due opposti: lui si teneva impegnato tutto il giorno in attività che lo tenevano in movimento, lei era sempre sdraiata in giardino a leggere libri o a prendere il sole.
Anche noi avevano un bel giardino. C’erano tanti fiori e piante.
Buddy, che abitava nella casa di fianco a quella dei Cutter, veniva tutte le settimane a falciare l’erba, curare i fiori e livellare la siepe. Faceva il giardiniere di mestiere e, così diceva sempre papà, era davvero molto bravo e meticoloso. Si occupava anche di sistemare le buche che puntualmente Buck scavava per nascondere i suoi adorati ossi.
Buddy ormai era uno di casa, per cui non mi preoccupai per nulla quando mi propose di salire in casa sua per darmi un regalo.
Avevo nove anni.
Appena varcai la soglia di casa mi tappò la bocca. Mi disse che non dovevo strillare, che non mi voleva fare del male, che voleva solo occuparsi di me.
Poi il buio. Quando mi risvegliai ero in un letto, in una stanza senza finestre e con la luce fioca di una lampadina appesa al soffitto.
Avevo una catena alla caviglia.

Sono a pochi centimetri dal mondo esterno, dalla libertà. E’ passato molto tempo dal giorno in cui sono entrata così ingenuamente in casa di Buddy, ma non saprei dire con precisione quanto. Mesi. Anni, credo.

Le prime volte che Buddy si avvicinava a me cercando di abbracciarmi, io urlavo, piangevo e cercavo di scappare da lui.
Lo pregavo di lasciarmi libera e di farmi tornare dalla mia famiglia.
Lo odiavo, mi aveva rinchiuso in quel tugurio come fossi un animale, un oggetto.
Poi poco alla volta mi ero abituata alla sua presenza, alla sua voce, alle sue mani.
Poco alla volta gli avevo ceduto quella parte di me che prima scalciata, scalpitava.
Ero diventata sua, un suo giocattolo: gli appartenevo.
Diceva che solo lui mi voleva bene e che tutti gli altri, dopo il primo momento di dolore, si erano dimenticati di me. Lui non avrebbe mai potuto abbandonarmi. Lui mi amava.
Dopo le prime volte non mi aveva neanche più picchiata.
Mi portava vestiti nuovi, man mano che quelli vecchi non mi andavano più bene. E cibo. E libri di favole da leggere. Bambole e peluche. E noccioline americane. Io amavo le noccioline americane.
Così, poco alla volta, avevo finito per essere un tutt’uno con lui. Il mio carceriere e allo stesso tempo la mia unica fonte di calore umano.
Quel giorno, Buddy, prima di uscire da casa aveva chiuso male il lucchetto della mia catena. Mi era scivolata via dalla caviglia ed era caduta dal letto facendo un tonfo sordo.
Ero rimasta impietrita, poi ero salita lentamente da quel seminterrato che era ormai la mia sola immagine di vita e a piedi nudi, incredula e spaventata, mi ero trovata nel soggiorno.

Devo solo allungare la mano per aprire la porta ma un cocktail di sentimenti impetuosi e contrastanti mi blocca il respiro. Mi affloscio a terra come un palloncino sgonfio.
Devo solo aprire quella dannata porta e dire al mondo che sono viva, che sono sempre stata qui. Così vicina e così lontana, allo stesso tempo. Ma non ci riesco. Le mani mi tremano, tutto il mio corpo trema.
Mi viene in mente quando avevo riportato Polly al lago Sherman. L’avevo presa in mano e l’avevo rimessa nel suo ambiente naturale. Lei però non si era mossa. Non si allontanava. Allora avevo pestato i piedi dentro l’acqua, con forza. Quel movimento l’aveva convinta a nuotare e andare verso il fondo del lago, dove l’acqua era profonda.
Ma io non ho lo stesso coraggio di Polly. O forse è perché nessuno qui muove l’acqua intorno a me. Tutto in questa casa è immobile. Solo silenzio. Quel silenzio che ormai mi è diventato così familiare.
Scelgo la paura minore.
Ritorno sui miei passi e mi chiudo con forza la catena intorno alla caviglia.
Forse Buddy mi porterà le noccioline, più tardi.

AUTORE - Rossella Penserini