Il filosofo Macchiaiol già alla data 4966.@@.371.k§[carattere omesso in quanto non presente in tastiera]#.grunt era il più celebre tra i Neozenonici della galassia di Pciok. Ma ciò che gli guadagnò imperitura fama, nonché un’altra inconsueta forma di eternità, avvenne a seguito di un’asta di beneficenza interplanetaria organizzata dalle parti di Rafanus 6, e delle vicende che ad essa seguirono.
Mille e cinquecento Benemeriti Beneficienti erano convenuti nel Bauditourium Benefico Benefit per presenziare all’asta. Essa procedeva a rilento, specialmente a causa del comportamento eccessivamente flemmatico del battitore, tale dottor Prudenzobarbital il cui eccessivo scrupolo nel sincerarsi dei rilanci aveva dilatato l’assegnazione dei primi due oggetti per quattordici giorni cimbriani (ossia per intenderci grossomodo 5*1015 oscillazioni dell’atomo di cesio 133).
Il terzo oggetto fu messo in palio dopo l’ennesima spruzzata di neurostimolante sulla platea. Trattavasi di un oggetto di dubbio gusto e certa inutilità, ossia un anonimo portapenne in legno, arricchito di simpatici fiorellini di gelsomino dall’intervento di un misconosciuto supereroe di un pianeta dimenticato. La reliquia a acquisiva un certo interesse, a detta del dottor Prudenzobarbital, principalmente perché si trattava di uno dei pochissimi oggetti scampati all’incidentale vaporizzazione del pianeta da parte di un aspirapolvere iperspaziale sfuggito al controllo di un incauta massaia di Quarz.
Era quasi certamente una patacca, ma il filosofo Macchiaiol era un appassionato di oggetti scampati alla vaporizzazione di quel pianeta dimenticato che, se ciò non fosse stato dimenticato, si sarebbe chiamato Terra. Di esso aveva già recuperato un orologio a cucù (di colore lilla e pallini grigio topo con piccione defecante a grandezza naturale), un rotunno stippomorfo (di incerta attribuzione), una registrazione magnetica molto rumorosa e una casacca, presumibilmente sportiva, a bande rosse e verdi. Inoltre Macchiaiol era venuto per fare beneficenza e sentendo che non avrebbe potuto resistere alla battitura di un quarto oggetto offrì diecimila megacrediti e riprese a dormire, certo che nessuno avrebbe osato rilanciare la sua puntata.
Altri tre giorni cimbriani dopo il dottor Prudenzobarbital stava per battere il 3427esimo ed ultimo colpo di martelletto che avrebbe assegnato a Macchiaiol detto portapenne. Macchiaiol già pregustava il decollo della sua astronave da quel luogo mortalmente noioso, quando il suo acerrimo nemico, il matematico Pretestuous, si tolse con un gesto plateale il costume da muflone spongiforme e sollevò un’eccezione di nullità.
Non che avesse il minimo senso, ma l’impasse che Macchiaiol lesse nelle pupille del Dottor Prudenzobarbital lo convinse che ora la cosa sarebbe andata veramente per le lunghe.
Ne seguì un alterco violentissimo. A Macchiaiol dalla rabbia si staccarono le squame attorno allo stoma ombelicale e Pretestuos ronzò rumorosamente vicino ai neon al plasma del salone e dal calore quasi ci rimase secco. Ma come fu e come non fu da quella discussione nacque la sfida di verificare empiricamente il paradosso di Achille e la tartaruga.
Quello, insomma, in cui si svolge una demenziale gara di corsa tra un tale non meglio precisato Achille (a volte denominato “piè veloce”) e il minerale ferroso sé movente che nella nebulosa di Andromeda viene detto Tartaruga. Achille parte con un handicap pari a 1/29979245,8 volte la distanza percorsa dalla luce in 9*109 il tempo di oscillazione dell’atomo di cesio 133 (o se ciò vi aiuta potremmo dire 10 metri), rispetto a detto minerale a cui è abbastanza inverosimilmente assegnata la facoltà di avanzare, nel medesimo tempo impiegato da Achille per coprire la distanza del suo handicap, della metà dello spazio del piè veloce. Insomma la velocità di Achille è doppia di quella del minerale Tartaruga, che peraltro è ben noto essere assolutamente esigua, per cui viene da chiedersi perché alle volte ad Achille sia assegnato l’epiteto di piè veloce: ma non divaghiamo.
Secondo l’enunciazione della filosofia Neozenonica siccome mentre Achille avanza 10 metri per raggiungere il minerale Tartaruga esso sarà intanto avanzato di 5, e quindi in un secondo tempo mentre Achille avanzerà 5 metri il minerale sarà avanzato 2,5 e così via, se ne vorrebbe dedurre che Achille sia talmente mentecatto da non raggiungere mai il minerale tartaruga.
Tale argomentazione tiene impegnati i Neozenonici da 4000 rivoluzioni del loro pianeta natale Naxos, sebbene sia facilmente falsificabile già da un oculato utilizzo empirico della legge v=s/t oppure più rigorosamente da considerazioni di analisi matematica che i Ruminantoidi di Denebia fanno già alle elementari.
Ciò non di meno il filosofo Macchiaiol scommise col matematico Pretestuous che sarebbe riuscito a dimostrare la veridicità del paradosso, ossia che date le sue premesse in maniera rigorosa effettivamente l’inseguitore non raggiunge mai l’inseguito. Di più, era talmente convinto di aver ragione che per alzare la posta dichiarò che si sarebbe messo lui stesso al posto del Tartaruga e che avrebbe messo al posto di Achille un mostro ferocissimo.
Quarantatrè anni Devoniani dopo, (circa 212 rivoluzioni del pianeta dimenticato inghiottito dall’aspirapolvere iperspaziale, se questo vi aiuta) il filosofo Macchiaiol aveva costruito il suo modello sperimentale e convocò il matematico Pretestuous e tutte le più fulgide menti del Sesto Quadrante ad assistere.
La zona dell’esperimento era invero abbastanza spartana. Come si poteva vedere attraverso una vetrata di bario trasparente, in una stanza ermeticamente chiusa si torvava un unico binario su cui erano montati due semplici carrelli da miniera. Su quello più arretrato si trovava una massa tondeggiante molliccia e dall’aria truce, mentre l’altro era vuoto. In un angolo si trovava un orologio a cucù di colore lilla con pallini grigio topo.
Per prima cosa il filosofo Macchiaiol tenne una conferenza per spiegare nei dettagli quali erano state le sue ricerche e come intendeva pervenire alla dimostrazione del paradosso. Andava molto fiero di quel che aveva creato e sentiva realmente di essere sull’orlo di una scoperta storica.
Il primo problema che si era trovato ad affrontare, raccontò, era stato quello di trovare un mostro sufficientemente vorace che si muovesse esattamente alla metà della sua velocità e che fosse sprovvisto di qualsiasi tipo di appendici. Infatti se il mostro avesse avuto braccia o tentacoli quando i loro corpi fossero stati sufficientemente vicini, il mostro avrebbe potuto protendere i suoi arti e ghermirlo pur senza tecnicamente raggiungerlo. Questo era l’ostacolo lo aveva impegnato per tutti e quarantatrè gli anni devoniani che erano passati dal giorno in cui la scommessa era stata lanciata, finché non si era dovuto arrendere all’evidenza che non esisteva un mostro siffatto. In primo luogo perché i mostri soddisfacentemente voraci e privi di appendici erano di per sé molto rari e in secondo luogo perché tendenzialmente la mancanza di appendici si rifletteva in una inopportuna mancanza di locomozione. A malincuore era quindi stato costretto a ricorrere ad un artificio. Aveva legato uno Zorn, una voracissima medusa aerea di Lugardia 31 famosa per la sua forma di tondo perfetto e per i suoi fanoni a bilama (la prima alza la preda, la seconda la taglia) ad un carrello che avanzasse di una velocità pari al doppio della sua. Dopodiché visto che aveva fatto trenta aveva deciso di fare trentuno, per cui aveva deciso di imbragare sé stesso ad un altro carrello per essere più sicuro che anche la sua velocità fosse costante.
Quindi per fare meglio risaltare il risultato dell’esperimento istante per istante, visto che la sera prima in nessuno dei 12412 canali a pagamento della Supergalactic Universal trasmettevano nulla di interessante, aveva modificato l’orologio a cucù proveniente dal pianeta dimenticato rendendolo in grado di fermare il tempo per un tempo pari a 9*108 volte il tempo di oscillazione dell’atomo di cesio 133 (ossia, sempre se ciò vi aiuta, per 10 secondi) a partire dal momento in cui il carrello dello Zorn raggiungeva il punto in cui si trovava quello di Macchiaiol all’inizio del ciclo.
Ciò detto posizionò il suo carrello 1/29979245,8 volte la distanza percorsa dalla luce in un secondo (ossia 10 metri) innanzi a quello dello Zorn. Si mise il casco andò a stringere la zampa chitinosa del matematico Pretestuous, e come atto di estrema fiducia gli consegno i comandi del macchinario che faceva muovere i carrelli.
-Fin quando devo continuare l’esperimento?- gli chiese Pretestuous.
-Si concluderà da solo quando il mio carrello taglierà il traguardo del ventesimo metro.- rispose sicuro Macchiaiol. Dopodichè si chiuse nella stanza nell’esperimento, andò a posizionarsi sul carrello e dette il segnale di far partire il macchinario.
Il carrello di Macchiaiol avanzò di 5 metri, mentre quello dello Zorn di dieci, il tutto accadde in una trentina di secondi. Dopo di ché il piccione fuoriuscì defecando e nella zona dell’esperimento il tempo si fermò per dieci secondi davanti agli occhi strabiliati degli astanti.
-Che mi dice Pretestuos un bel marchingegno, vero?- disse Macchiaiol mentre il suo carrello aveva ripreso ad avanzare.
-Bello davvero.- rispose Pretestuous.
Il carrello dello Zorn fece cinque metri, quello di Macchiaiol 2,5 ci vollero quindici secondi: suonò il cucù e il tempo si fermò per 10 secondi.
-Dopo le faccio fare un giro.- disse Macchiaiol quando il suo tempo riprese a scorrere.
-Sarebbe davvero molto interessante.- rispose Pretestuos ma il non aveva ancora iniziato a dire interessante che erano già passati 7,5 secondi e il tempo di Macchiaiol era fermo di nuovo.
-Diceva, scusi?- chiese il filosofo ripartendo.
-Dicevo: interessante.- ma sulla parole “interessante” il tempo del filosofo era fermo ancora una volta. Allo Zorn c’erano voluti 3,75 secondi per percorrere 1 metro e 25 centimetri e ora i due distavano 62,5 centimetri e Macchiaiol distava altrettanto dal 20esimo metro.
-Interessante!- gridò Pretestuous negli 1,885 secondi successivi in cui Macchiaiol poteva sentirlo.
Cinque minuti dopo il mostro e il filosofo distavano meno di 5 centimetri l’uno dall’altro e altrettanto dalla meta, Macchiaiol sorrideva e i dieci secondi di tempo fermato erano già talmente maggioritari rispetto a quelli in cui era in movimento che lo si vedeva muovere a scatti. Sotto il cucù c’era già un bel mucchietto di cacchine.
Un’ora dopo qualcuna delle più grandi menti del Sesto Quadrante si azzardò a ventilare che ormai avevano capito quale fosse l’andazzo, e a chiedere quanto del loro tempo ci sarebbe voluto perché l’esperimento si concludesse.
Pretestuos ci pensò qualche istante, trasse fuori carta e penna scarabocchiò alcuni limiti e poi rispose: -Credo che dal nostro punto di vista durerà per l’eternità.-
-Bello quel cucù.- commentò un altro –Secondo lei è possibile averne uno?-
-Temo che non ne esistano altri e che per avere quello bisognerebbe entrare nella stanza.- rispose Pretestuous.
-Facciamolo, non voremo aspettare per l’eternità che l’esperimento si concluda.- rispose un terzo con praticità.
-Le dirò. – iniziò Pretestuous con prudenza –Non ho idea di che cosa Macchiaiol abbia combinato con quel cucù, ma ritengo che aprire quella stanza, ammesso di poterci riuscire sia esattamente il tipo di cosa che potrebbe far collassare il nostro universo in un batter d’occhio.-
Sulla scorta di quel dubbio il matematico Pretestuos condusse quindi le più fulgide menti del Sesto Quadrante al ristorante a mangiare Quaggiotti ripieni. Quando un giorno Naxiano dopo tutti insieme tornarono sul luogo dell’esperimento il fisico Scatolos fece due considerazioni interessanti. La prima era che la batteria del cucù doveva essere certamente di vecchio tipo per cui prima o poi si sarebbe esaurita, ma subito il Domotico Trenin affossò quella considerazione, in quanto disse che Macchiaiol si era poco prima dell’esperimento vantato con lui di aver montato sul cucù una pila a radiazione cosmica, virtualmente eterna.
La seconda considerazione era che se secondo un calcolo approssimativo se la riserva di cacchine del piccione, che già si ammonticchiava per circa trenta centimetri sotto di lui fosse durata altri 5 giorni Naxiani, si poteva sperare che raggiungesse il cucù stesso e, inzaccherandolo, lo danneggiasse a sufficienza per farlo fermare.
Purtroppo diabolicamente, il cucù finì le cacchine giusto un paio di centimetri prima che il monticello lo raggiungesse, generando una disputa filosofica sul fatto il piccione acquisendo la capacità di fermare il tempo doveva avere acquisito anche coscienza di sé. In realtà questo arcano fu svelato non molto tempo dopo dal matematico Pretestuous che frugando negli appunti di Macchiaiol trovò le istruzioni per l’uso del cucù. Esse indicavano l’altezza minima a cui piazzarlo da terra se si intendeva utilizzare il generatore di cacchine a pieno carico. Un disegno esplicativo mostrava come sotto il metro e cinquanta esso rischiava, se lasciato a sé stesso per circa 12 anni terrestri al ritmo di un cucù all’ora, di essere sommerso dalle feci e dunque di danneggiarsi, mentre sopra il metro e cinquanta fosse al sicuro. Dunque la salvezza del cucù doveva senza dubbio imputarsi alla scrupolosità di Macchiaiol: ma nonostante Pretestuous abbia in seguito speso molto tempo per chiarire il fatto che nel mistero non v’era dopotutto nulla di misterioso, le discussioni filosofiche (e relative leggende) sul piccione a cucù che aveva acquisito insieme la facoltà di fermare il tempo e l’autocoscienza non si arrestarono più.
Tale discussione generò ad esempio la corrente Retrofilosofica dei Cosciotempici che sosteneva che, visto che il piccione acquisendo la capacità di fermare il tempo aveva acquisito coscienza di sé, se ne deduceva, percorrendo il ragionamento a ritroso, che tutti gli essere viventi coscienti di sé fossero necessariamente in grado di fermare il tempo. Purtroppo i Cosciotempici come tutti Retrofilosofi avevano studiato soltanto le funzioni logiche di tipo biunivoco e si autosterminarono cercando di fermare un treno in corsa. In sé poco male: erano quattro gatti mortalmente stupidi, ma molto denaro pubblico fu speso per cercare di indagare le ragioni di quello che a tutta prima parve un suicidio di massa. Poi, dopo anni di psicoterapia la moglie del capo dei Cosciotempici, vuotò il sacco e venne fuori la verità nonché il motivo per cui non l’aveva detta prima: si vergognava profondamente dell’imbecillità del marito.
Ecco dunque le due immortalità di Macchiaiol: quella della fama accademica per avere inventato una macchina in grado di fermare il tempo che nessuno avrà mai occasione di studiare, se non da dietro il vetro della sua stanza da esperimento. Purtroppo da lì sembra un normalissimo cucù che suona ogni dieci secondi.
Un po’ snervante, tra l’altro.
L’altra immortalità di Macchiaiol, quella della sua carne, invece non è cosa della quale abbia molto da godere, visto che la nostra eternità per lui è destinata a durare un mezzo minuto scarso.
E la morale della storia è: se avete lungamente progettato un esperimento che mette a rischio la vostra vita, non fatevi venire in mente di modificarlo alla cazzo la sera prima, piuttosto guardate la televisione, anche se danno solo film che avete già visto. Eventualmente evitate anche di coinvolgere un povero Zorn che se ne stava tanto bene a casa sua, a flottare nei mari aerei di Lugardia 31 nutrendosi, come recenti studi hanno attestato inconfutabilmente, soltanto di refusi.
AUTORE - MAX
07 maggio 2008
PARTICOLARI 2: IL FILOSOFO E IL MOSTRO PIÈ VELOCE
21 aprile 2008
RACCONTI BALSAMICI
Due dei nostri autori, Eliselle e Simone Covili, partecipano a questa raccolta di racconti che ha come protagonista uno dei prodotti tipici modenesi più invidiato: l'Aceto Balsamico.
Come già si sarà intuito il motore dell'antologia è l'aceto balsamico che attraverso le visioni di 19 autori diventa il protagonista di storie dalle più strane sfacettature.
L'antologia sarà presentata il giorno 26/04/2008 alle ore 17:00, presso la sala dei 400 (primo piano), all'interno della Fiera Campionaria di Modena (Multifiera), lo stesso giorno saranno premiati i primi tre racconti vincitori del concorso scelti dalla Giuria anche voi potete votare dando la preferenza a un autore o a un racconto.
16 aprile 2008
PARTICOLARI 1: JASMIN HERO
Sono quelle cose che ti porti dentro dalla nascita e che non si possono ignorare a lungo.
Per la precisione aveva sempre saputo di essere un supereroe, anche se per molti anni i suoi poteri non si erano manifestati in nessun modo.
Era quello l’unico motivo per cui da bambino aveva sempre sopportato le angherie dei bulli della scuola con pazienza e remissione: perché sotto sotto lui sapeva di essere più forte di loro, più speciale; lui sapeva che un giorno, quando i suoi super poteri si fossero finalmente rivelati, si sarebbe preso tutte le rivincite su quei brutti tipi.
No, niente vendette sanguinarie, un supereroe doveva sempre pensare al bene dell’umanità. Dell’intera umanità: anche se a volte qualche esponente della razza umana non era proprio uno stinco di santo, un supereroe non poteva fare distinzioni.
Lui sognava di prendersi le sue rivincite nel momento in cui quei bulli che ora lo picchiavano e lo prendevano in giro avrebbero avuto bisogno di lui.
Si immaginava un vicolo buio in cui Pierpaolo, il ciccione che gli rubava sempre la merenda, fosse stato messo all’angolo da due rapinatori armati di coltello. Lì Pierpaolo non faceva più tanto lo spaccone e si vedeva benissimo che le sue gambe grasse tremavano. A quel punto arrivava lui, Super Gustavo, con la luce proveniente dai lampioni sulla strada principale che illuminava la sua sagoma, lasciando però il suo volto in ombra. Apostrofava con sicurezza i due malviventi ordinando loro di lasciar stare quel povero ragazzo. Questi naturalmente si voltavano sghignazzando e a quel punto lui li faceva levitare in aria con il potere della sua telecinesi, trasportandoli, tremanti e piangenti, direttamente in una cella della centrale di polizia.
A quel punto Pierpaolo correva verso di lui ancora tutto coperto di sudore freddo e gli si gettava ai piedi ringraziandolo mille volte di avergli salvato la vita. E qui Gustavo avrebbe minimizzato dicendo “E’ solo il mio dovere, Pierpaolo” e, nel momento in cui il grasso ragazzo avesse sollevato la sua faccia tonda e lo avesse riconosciuto assumendo un’espressione di tondo stupore, lui si sarebbe alzato lievemente in volo e sarebbe sparito nella notte.
Un altro dei suoi sogni preferiti era quello in cui un fulmine colpiva la cima del vecchio campanile in Largo Garibaldi facendo precipitare al suolo la grossa croce di metallo posta alla sommità, proprio nell’esatto momento in cui lì sotto passava a piedi Maria Elisabetta, la biondina della terza B che lo scherniva sempre insieme alle sue belle amichette colorate.
Super Gustavo sarebbe allora arrivato come un fulmine proprio accanto a lei, grazie alla sua super velocità e avrebbe afferrato al volo la pesantissima croce senza fare neppure una piega, grazie alla sua super forza, salvando così sia la bionda che la croce.
Maria Elisabetta, con il mascara sbavato a causa dell’isterico pianto di paura, gli sarebbe allora saltata al collo chiamandolo “miosalvatore” e lui l’avrebbe gentilmente staccata da sé, facendosi così riconoscere e lasciandola poi lì sola, scioccata e fulminata d’amore.
Grazie a queste sue fantasie di eroico riscatto Gustavo era sempre riuscito a superare tutte le avversità che un destino poco generoso gli aveva lanciato contro, galleggiando felice nella speranza che presto i suoi poteri si sarebbero manifestati e che tutta la sua vita sarebbe cambiata.
E così, solo insieme alle sue certezze e speranze, era arrivato a trentacinque anni, e il fatto che i suoi superpoteri non si fossero minimamente fatti ancora vedere non lo preoccupava affatto. Perché lui era troppo convinto di essere speciale. Era una sensazione troppo forte per poter essere sbagliata.
Di certo il suo potere era talmente deflagrante da necessitare un certo livello di maturità e controllo da acquisire con gli anni per poter essere gestito; per questo e per nessun altro motivo non era ancora comparso.
Dopo un corso di studi non particolarmente brillante, Gustavo si era diplomato in un istituto tecnico professionale ed era stato assunto presso uno studio di periti.
Visto che neppure con le mani si era rivelato un gran genio, dopo qualche tempo trascorso in cantiere il capo aveva deciso di passarlo alla “Redazione delle Dichiarazioni di Conformità alla Regola dell’Arte”.
In sostanza il suo lavoro consisteva nello scrivere, stampare e graffettare i plichi contenenti le dichiarazioni di conformità degli impianti rilasciate dal suo studio tecnico.
Per la verità la sua vera mansione era quella di aprire un modulo precompilato in Word, cambiare la data e il nome del tecnico che aveva eseguito il controllo, stampare il tutto, allegare in calce una fotocopia del certificato della camera di commercio e imbustare il plico perché venisse spedito al cliente.
In pratica Gustavo trascorreva tutte le sue giornate in ufficio passandosi fra le mani carte dai contenuti piuttosto noiosi oltreché vagamente inutili in quanto figli di una burocrazia ammuffita.
Ma lui sapeva bene che la vita gli stava riservando ben altro. Per questo rimaneva in quell’ufficio al numero 16 di via del Tramonto senza battere ciglio, senza ascoltare le prediche di sua madre che avrebbe voluto vederlo sistemato, senza prendersela davanti ai tiri mancini dei suoi colleghi periti, senza scomporsi davanti agli sguardi altezzosi della centralinista siliconata.
Lui aspettava, i suoi superpoteri e la sua occasione.
Per una bizzarra coincidenza entrambe le cose arrivarono quel venerdì 27 settembre.
Quella mattina arrivando in ufficio vide che parcheggiato davanti al palazzo c’era un camion dei traslochi con un paio di facchini intenti a scaricare mobili e una ragazza con capelli color biscotto che li guardava continuando a sbadigliare vistosamente.
Osservando la scena più da vicino Gustavo capì che la ragazza si stava trasferendo in uno degli appartamenti del palazzo dove aveva sede anche il suo studio.
- Salve - cercò di essere cortese lui
- Mmh… oh… uh… salve - rispose balbettando la ragazza nascondendo con molto poco successo un ennesimo sbadiglio.
Con un sorriso Gustavo infilò la porta dietro ad uno dei facchini che portava un grosso pacco a forma di lampada ed entrò in ufficio; la ragazza aveva risposto al suo saluto ed era anche molto carina; quella sarebbe stata una gran bella giornata.
In realtà fu una giornata né più né meno noiosa di tutte le altre della settimana, almeno fino alle quattro del pomeriggio.
Il furgone dei traslochi ormai se n’era andato e Gustavo aspettava che da un momento all’altro anche i suoi due colleghi si alzassero per andarsene.
Era così tutti i venerdì. Loro raccontavano di avere degli appuntamenti nei cantieri, mentre lui sapeva benissimo che i due uscivano in anticipo per andarsi a fare insieme una partita di tennis prima e un aperitivo al club poi.
Ma a lui andava benissimo. Perché questo gli dava modo di fare i suoi personalissimi “allenamenti”.
Si perché, sapendo che i suoi poteri sarebbero apparsi da un momento all’altro, Gustavo tutte le settimane svolgeva diligentemente le sue “prove”.
Sarebbe stato veramente da folli lasciare che i superpoteri si manifestassero all’improvviso magari in mezzo ad altre persone, con il rischio, in primis di fare del male a qualcuno, e poi di farsi scoprire.
Oppure, al contrario, continuare a vivere da persona normale pur avendo dei superpoteri solo perché non si era accorto della loro comparsa. Era un’idea ancora più da folli.
Quindi alle quattro di venerdì pomeriggio Gustavo dedicava un paio di orette a fare tutte le prove per testare le sue capacità.
Solitamente queste consistevano in: tentativi di volo, o anche solo di levitazione, provare a distruggere qualche piccolo oggetto tramite uno sguardo particolarmente concentrato, cercare di mettere in moto o di spegnere le apparecchiature elettroniche presenti in ufficio, tentativi di sollevare l’intera scrivania ingombra di pc e pile di scartoffie oppure di spostare qualcosa con la telecinesi.
Al termine di tutte queste prove, solitamente Gustavo si ritrovava molto stanco, molto deluso e con un gran mal di testa, ma convinto che il prossimo giovedì sarebbe stato quello buono.
E finalmente quel giovedì successe qualcosa.
La levitazione e il sollevamento pesi non erano andati a buon fine e Gustavo si era anche schiacciato un dito sotto al piede della scrivania.
Mentre si succhiava sconsolato la punta dell’indice sinistro aveva provato a puntare quello destro contro il portapenne nel tentativo di spostarlo di qualche millimetro.
Il portapenne era cocciutamente rimasto al suo posto ma in compenso si era lentamente riempito di filamenti verdi che poi si erano coperti di foglie e in seguito di piccoli boccioli di fiori bianchi.
Gustavo era rimasto paralizzato per qualche secondo sulla sedia con l’indice sinistro penzolante dalla sua bocca aperta.
Aveva fatto fiorire il portapenne.
Lo stupore durò solo un istante, d’altronde, era tutta la vita che aspettava quel momento e non poteva che essere pronto.
Gustavo si avvicinò alla scrivania e afferrò il portapenne fiorito toccando con un dito prima quelle foglioline verdi poi quei teneri boccioli. Niente da dire, erano proprio veri, non potevano esserci errori, anzi, avvicinando un po’ il naso ai fiori si poteva, anche se a fatica, sentire un lieve profumo.
Alla fine Gustavo provò a tirare uno degli steli che, srotolandosi lentamente dalla penna attorno a cui si era avvinghiato, in fondo rivelò qualche radicina bianca. Pur senza avere nessun tipo di nutrimento, quei fiorellini sembravano godere di ottima salute.
Una veloce ricerca su internet gli permise di identificare la pianticella miracolosa: si trattava di un gelsomino. Per la precisione di quello conosciuto come gelsomino notturno.
Gustavo era estasiato, continuava a fissare con sguardo adorante quei piccoli boccioli delicatamente arrotolati su se stessi, quelle foglioline dal colore smeraldino, quegli steli nati dal nulla.
Aveva creato la vita dalla plastica, il suo potere lo rendeva simile a Dio, era assolutamente meraviglioso.
Continuando a tenere in mano il fragile stelo Gustavo si lasciò andare ad un balletto di vittoria in giro per l’ufficio.
La sua vita sarebbe cambiata per sempre.
Raccolse la giacca e si fiondò fuori dalla porta, doveva correre a casa per studiare il suo nuovo potere. Sul portone di ingresso del palazzo per poco non si scontrò con la ragazza dai capelli color biscotto che stava uscendo a sua volta.
- Oh, buonasera signorina – salutò lui assolutamente radioso
- Buonasera – rispose lei, contagiata dal sorriso di lui e un po’ stupita dal fatto che quell’uomo le porgesse un tralcio di fiorellini in boccio.
Una volta usciti lei lo osservò ancora per un po’ mentre saltellava sul marciapiede come se fosse Fred Astaire, poi, scuotendo la testa divertita, si avviò verso la sua macchina.
Il lunedì mattina Gustavo si presentò al lavoro con un’espressione truce che i suoi colleghi non gli avevano mai visto in faccia.
Durante il fine settimana era rimasto per due interi giorni chiuso in camera sua a fare esperimenti con il suo nuovo potere e i risultati erano stati quanto mai deludenti.
Sì, aveva scoperto di riuscire a far fiorire gelsomini su qualunque superficie od oggetto, ma niente di più di quello.
Niente di diverso.
Aveva tentato di far risorgere una pianta secca e l’unico risultato era stato di ricoprire il povero cadavere rinsecchito di boccioli di gelsomino. Aveva tentato di guarire il suo dito tumefatto e anche quello si era semplicemente ricoperto di gelsomini rimanendo assolutamente dolorante.
Al colmo della disperazione Gustavo aveva persino tentato di cambiare tipo di fiore, perché, durante i vari esperimenti si era accorto che i suoi gelsomini sbocciavano esclusivamente di notte, proprio quando nessuno poteva vederli o sentire il loro profumo, ma nulla da fare, riusciva a produrre sempre e solo gelsomini.
I suoi sogni di gloria si erano infranti miseramente fra le sue mani. Era un supereroe assolutamente inutile. Chi avrebbe mai potuto salvare con i suoi stupidi gelsomini? Quali grandi azioni avrebbe mai potuto compiere sostenuto solo dai fragili steli di quei dannati gelsomini?
Sul portone del palazzo la ragazza dai capelli color biscotto lo salutò allegramente mentre entravano insieme, ma lui era talmente arrabbiato da riuscire a rispondere solo con un ringhioso borbottio.
Alle dieci e mezza, come ogni giorno, scattava il rito del “disco orario”, ma quel giorno i periti dello studio non si attentarono a proporre una delle solite stupide scommesse a Gustavo per spedirci lui e la scelta ricadde sulla centralinista.
Gustavo vide la ragazza scendere in strada carica dei mazzi di chiavi di tutto lo studio e, una dopo l’altra, aprire tutte le macchine per spostare di due ore avanti il disco orario. Era una cosa così stupida. Come poteva essere valido il divieto di parcheggio superiore alle due ore per persone che dovevano rimanere nello stesso posto a lavorare per otto ore tutti i giorni?
Eppure non c’era stato nulla da fare, il comune aveva rifiutato tutti i ricorsi e le raccolte di firme che i lavoratori del quartiere avevano puntualmente presentato.
Ed eccolo lì, spuntare da dietro un cassonetto della spazzatura, puntuale come la morte, il loro acerrimo nemico. Con il suo ghigno da avvoltoio sempre stampato in faccia, con il suo stupido giubbino catarifrangente sfoggiato come fosse il mantello di Zorro, con il suo implacabile taccuino rosa. Lui: il malvagio Ausiliario del Traffico.
Eccolo planare verso la fila delle loro macchine mentre la centralinista si metteva in salvo per un soffio dietro al portone chiuso del palazzo.
Eccolo scrutare con rabbia mal repressa tutti i parabrezza, uno ad uno, alla ricerca di qualche infrazione; eccolo studiare con la lente di ingrandimento l’esatta posizione delle freccette di tutti i dischi orari, alla spasmodica ricerca di qualunque appiglio per poter compiere la sua insana vendetta contro un’umanità più felice di lui.
La sua espressione di rabbiosa sconfitta riuscì quasi a strappare un sorriso a Gustavo, almeno finché l’Ausiliario non scorse una nuova preda su cui gettarsi e una luce di speranza non si accese improvvisamente sul suo volto.
Gustavo continuò a seguirlo con lo sguardo dalla finestra del suo ufficio. In effetti in fondo alla strada c’era una macchina che non conosceva, una piccola utilitaria rossa parcheggiata lì dal mattino che nessuno aveva salvato allo scadere delle due ore.
Lo spettacolo del trionfo dell’Ausiliario era troppo macabro da sopportare e Gustavo tornò a concentrarsi sul monitor del suo computer pur sapendo che era inutile. Quella mattina non era riuscito a chiudere neppure una pratica. Era troppo demoralizzato, troppo segnato dall’improvviso cedimento di tutte le colonne portanti della sua vita.
Cosa avrebbe significato d’ora in poi la sua vita? Quali prospettive gli restavano? Quale sarebbe stato il motivo che lo avrebbe fatto alzare ogni mattina?
La sera avvolse via del Tramonto mentre Gustavo era ancora sommerso dai tentacoli di melassa della propria autocommiserazione. Si alzò dalla sedia solo quando l’ultimo dei suoi colleghi, affacciandosi dalla porta del suo ufficio, non gli chiese se per caso aveva intenzione di dormire lì quella notte.
Triste ed apatico uscì in strada, investito dal rumore del traffico e da una voce che dal fondo della strada esclamava un disperato – Oh, no! –
Gustavo si voltò subito in quella direzione, imprigionato dal suo istinto da supereroe, e vide che accanto all’utilitaria rossa c’era la ragazza con i capelli color biscotto che stringeva fra le mani diversi foglietti rosa che identificò immediatamente come multe per divieto di sosta.
Quindi era lei la vittima su cui il perfido Ausiliario aveva infierito per tutto il giorno.
Nel tornare a casa, l’immagine degli occhi tristi della ragazza si depositarono sul fondo del cuore di Gustavo e questo tenne in vita, in qualche modo, ancora per una notte, il suo spirito di supereroe ormai senza speranza.
Il mattino dopo fu Gustavo ad offrirsi ai suoi colleghi di fare il giro dei dischi orari e questo gesto venne accolto con stupore e con uno strano strascico di rispetto. Tutti avevano notato che Gustavo quella settimana era diverso, arrabbiato il giorno prima, sicuro e determinato quella mattina, era come se Clark Kent si fosse improvvisamente tolto gli occhiali.
Gustavo scese in strada e avanzò di due ore tutti i dischi orari dei suoi colleghi, poi si guardò intorno alla ricerca dell’auto rossa e la trovò puntualmente parcheggiata in fondo al viale.
Chissà che lavoro faceva la ragazza per lasciare la macchina ferma tutto il giorno davanti a casa? Forse era una scrittrice, o una studentessa, ma allora perché non usciva a mettere avanti il disco orario?
Sbirciando dal parabrezza Gustavo vide che il disco era ancora puntato sulle otto e mezza, fra poco sarebbe spuntato l’ausiliario e avrebbe banchettato con quella povera utilitaria.
Gustavo tentò un ultimo disperato tentativo di spostare il disco con la forza del pensiero, o di aprire la portiera con la telecinesi, ma fu tutto inutile, naturalmente.
A quel punto non gli restò che tornare in ufficio, doveva scappare prima che lui arrivasse.
Tornato alla sua scrivania però non si rimise al lavoro, ma si avvicinò alla finestra fissando uno sguardo incredibilmente determinato sulla strada.
L’Ausiliario del Traffico arrivò e come al solito controllò tutte le macchine ringhiando di frustrazione per non poterne multare neppure una; poi, lentamente, come per gustarsi ogni secondo del suo trionfo, si avvicinò all’auto rossa. E lì Gustavo decise di agire.
Puntando il dito indice contro il vetro ricoprì la penna dell’Ausiliario di gelsomini in boccio.
L’uomo, con un grido di paura lasciò cadere a terra penna e taccuino, sconvolto dall’improvvisa apparizione di piccoli tentacoli verdi che gli si muovevano sotto alle dita.
Ripreso il controllo si avvicinò con sguardo furtivo agli oggetti caduti e, vedendo che si trattava solo di innocui fiori li raccolse, strappando i germogli dalla penna.
Ma Gustavo non si dette per vinto e questa volta ordinò ai suoi gelsomini di avvolgersi strettamente intorno a tutto il braccio dell’Ausiliario: a quel punto le grida dell’uomo crebbero un po’ di intensità.
Come un tarantolato il perfido Impiegato Comunale tentò per diversi minuti di strapparsi di dosso quelle piante comparse dal nulla che continuavano ad infilarsi sotto al suo giubbino catarifrangente, ma ogni volta che tornava ad avvicinarsi all’auto rossa queste tornavano miracolosamente a moltiplicarsi.
Alla fine, convinto che quella macchina fosse maledetta, l’Ausiliaro fu costretto a cedere le armi e ad abbandonare il campo di battaglia, lasciando dietro di sé una lunga scia di coraggiosi gelsomini periti nell’impresa di difendere l’auto della ragazza con i capelli color biscotto.
Quel pomeriggio l’Ausiliario non fece ritorno e la sera Gustavo attese davanti al portone finché non vide la ragazza uscire di casa.
- Scusa se mi permetto, ma ho notato che la tua auto rimane parcheggiata tutto il giorno qui davanti; lo sai che c’è l’obbligo del disco orario ogni due ore, vero? – chiese con gentilezza
Lei arrossì, un po’ a disagio – Si, lo so… è che, vedi… io di giorno dormo, quindi non riesco ad uscire per cambiarlo… -
- Dormi? Quindi lavori… di notte? – Gustavo pose quella domanda a voce alta e il suo tono dovette sembrare leggermente inquisitorio perché la ragazza si affrettò a rispondere – Si, cioè, io soffro di un disturbo ai cicli circadiani: in pratica scambio il giorno con la notte e allora, visto che di notte non riesco a dormire e di giorno a stare sveglia mi sono fatta assumere come receptionist notturna nell’albergo in centro -
Gustavo le rivolse un largo sorriso – Ecco perché, ora è tutto chiaro. Senti, noi dell’ufficio facciamo i turni per venire a spostare i dischi di tutti, se ti fidi puoi lasciarmi una copia della chiave della tua macchina in modo da poter sistemare anche il tuo ed evitarti le multe –
Lo sguardo di assoluta riconoscenza che lei gli rivolse fece battere di nuovo il cuore di Gustavo come nei giorni in cui sapeva che avrebbe salvato il mondo.
- Ti posso offrire un caffè prima che tu vada al lavoro? - esclamò alla fine, traboccante di coraggio.
- Molto volentieri – rispose lei - ma devo offrire io, tu mi hai salvato la vita. A proposito, io mi chiamo Jasmine e tu? –
Fu come se dal cielo fosse piombata una pletora di angeli armati di trombe e cori spiegati: il mondo aveva ripreso ad avere un buon motivo per girare.
- Gustavo, il mio nome è Gustavo -
14 aprile 2008
NON SOLO NARRATIVA
Gabriele Sorrentino, uno degli autori storici di XOMEGAP ci presenta il suo saggio storico su Rainaldo Bonacolsi, detto Passerino, Duca di Mantova e Modena edito da Edizioni Terra E Identità.
Il "Duca" Passerino. L'epoca d'oro del ghibellinismo in Italia attraverso la figura di Rainaldo Bonacolsi, signore di Mantova e di Modena

Questa è la storia avventurosa e tragica di Rainaldo detto Passerino, ultimo esponente della famiglia Bonacolsi, dal 1312 al 1328 dispotico signore di Mantova che, sotto il suo governo, raggiunse la sua massima espansione territoriale, con l’acquisizione di Modena, Carpi e del loro territorio. Rainaldo fu uno dei principali leaders del partito ghibellino, assieme a Can Grande della Scala, Matteo e Galezzo Visconti e Castruccio Castracani, trionfatori nella famosa battaglia di Altopascio. Per questo motivo si servì dei suoi possedimenti modenesi come base privilegiata per avventuristiche scorribande, tra cui spiccano l’uccisione di Raimondo Da Spello (1313), nipote di papa Clemente V, e la famigerata battaglia di Zappolino (1325) dove i modenesi inflissero ai bolognesi una sconfitta bruciante, appropriandosi della Secchia Rapita, il bizzarro trofeo tutt’ora conservato nel Palazzo Comunale. Rainaldo lasciò a Mantova una delle più raffinate compilazioni normati-ve del Trecento padano, Gli Statuti. All’apice del suo potere, fu tradito proprio da uno dei suoi principali sostenitori, Luigi Gonzaga. Questi guidò la rivolta che il 16 agosto 1328, eliminò Passerino e spazzò via la signoria bonacolsiana, iniziata sotto Pinamonte nel 1272. Nemmeno dopo morto, però, l’ultimo Bonacolsi poté riposare in pace: il suo cadavere, mummificato, divenne infatti uno dei principali cimelii di casa Gonzaga
Cronologia essenziale di Rainaldo Bonacolsi
1299 Rainaldo Bonacolsi signore di Mantova
1311 Rainaldo e suo fratello Bonaventura vicarii imperiali di Mantova. Inizio stesura degli Statuti.
1312 Rainaldo e Bonaventura signori di Modena e Carpi
1313 Gli uomini di Passerino a Modena uccidono Raimondo da Spello, nipote di Papa Clemente V, che fulmina l'interdetto contro la città
1318 Rivolta dei Pico a Modena contro i Bonacolsi
1319 Passerino ritorna a Modena
1321 Arresto dei Pico lasciati poi morire di fame nella torre di Castellaro
1324 Passerino scomunicato a causa della disputa col papa che coinvolge anche Cangrande della Scala e i Visconti
1325 definitiva scomunica di Passerino. Vittoria dei Modenesei, guidati da Francesco Bonacolsi a Zappolino contro i guelfi. I Modenesi conquistano la Secchia rapita
1326 inconcludente trattato di pace con Bologna.
1327 Passerino cacciato da Modena e Carpi.
1328 Colpo di stato dei Gonzaga a Mantova. Morte di Passerino. I suoi figli e i figli di Bonaventura lasciati morire di fame nella torre di Castellaro.
1627 Il naturalista Fürttenbach visita il il Wunderkammer gonzaghesco e descrive la mummia di Passerino
P. 200 - prezzo di copertina €14
Edizioni terra e identità
Qui dove potete trovarlo e acquistarlo
09 aprile 2008
MUTEVOLI ALLUCINAZIONI
IL POZZO
Fotografia di Beatrice Lencioni
Racconto di Massimiliano Prandini
INGEGNERE DI ANIME
Fotografia di Federico Micheli
Racconto di Ivano Bariani
LA MELAGRANA DI HARITI
Fotografia di Beatrice Lencioni
Racconto di Simone Covili
L'ULTIMO GIORNO
Fotografia di Federico Micheli
Racconto di Cecilia Randazzo
MUTE AZIONI
Fotografia di Federico Micheli
Racconto di Giuseppe Sofo
REGRESSIONE
Fotografia di Beatrice Lencioni
Racconto di Gabriele Sorrentino
SEI DITA ALLA MANO SINISTRA
Fotografia di Federico Micheli
Racconto di Sara Bosi
08 aprile 2008
INFORMAZIONE
Purtroppo per cause di forza maggiore da parte dei gestori che ci ospitavano nel loro locale
la presentazione di domani 09/04/2008 di MUTAZIONI al Paguro Caffe' salta.
Vi terremo informati sulla nuova data in cui saremo a Reggio Emilia
02 aprile 2008
PRE-MUTAZIONI /4
31 marzo 2008
NEW PROJECT: PARTICOLARI
Un nuovo progetto.
Una raccolta di racconti legati fra loro. In modo casuale. Ogni volta da un particolare differente.
Un oggetto, un personaggio, un luogo. Tanti piccoli files rouges che vi accompagneranno tenendovi per mano a vivere storie diverse.
Un progetto che sta ancora crescendo, di cui non è ancora stata stabilita la lunghezza né la durata. Passo dopo passo, fino a raggiungere, forse, di nuovo l’inizio del cerchio.
Seguiteci quindi, se ne avete voglia, in questo nuovo esperimento letterario e… occhio ai particolari!

26 marzo 2008
Mutevoli_Recensioni /2
Per Mutevoli Recensioni linkiamo:
La segnalazione fattaci da KULT VirtualPress
La recensione rilasciata dal sito MELTIN'POT a cura di Flaminia Angelucci
Buona lettura ;-)



