L’uomo tirò le briglie, per costringere il cavallo a fermarsi un’ultima volta. Il grosso animale da tiro sbuffò e il suo fiato caldo formò piccoli sbuffi candidi, nell’aria fredda del mattino. Una leggera bruma trasudava dalla campagna grassa avvolgendo alberi, campi coltivati, cappelle, in un sudario latteo e indefinito. Da qualche parte, un cavallo scalpicciò sulla strada indurita dal freddo. Modena era pietra che galleggiava sulla nebbia, dominata dalla slanciata mole della torre campanaria e dal Palazzo Ducale, che ne chiudeva nobilmente il profilo, come un elegante drago di pietra addormentatosi in un lungo sonno.
Il cavallo si mosse stancamente sulla strada che conduceva verso Carpi, la stessa che Francesco V e la Brigata Estense avevano percorso l’11 giugno 1959, quando il Duca era andato in esilio.
L’uomo temeva le pianure, un tempo sicure, che ora erano covo di guitti. Proteste contro la leva obbligatoria, rivolte per il pane e tumulti erano all’ordine del giorno, anche se le autorità piemontesi minimizzavano. Si diceva che agenti sabaudi, certamente massoni, percorressero la pianura, in ascolto, per carpire segreti, sventare trame, costruire false prove contro i legittimisti. “Boun da Gninta”.
Grazie a Dio, il sole spazzò via le nebbie ottobrine e riscaldò il cuore di Ermanno durante il viaggio. L’uomo si fermò, verso mezzogiorno, per mangiare formaggio di capra e pancetta, che sua moglie Tina gli aveva preparato. Bevve anche una sorsata di lambrusco, che gli tolse il freddo dalle ossa e gli diede nuova energia.
Il viaggio proseguì, senza intoppi, fino a Mirandola, dove alloggiò da sua zia Velia che non gli domandò il motivo del suo viaggio. Partì di buon mattino, rifocillato con latte appena munto e uova ancora calde del ventre della gallina, diretto al confine tra il Regno d’Italia e l’Impero d’Austria. Incontrò una pattuglia dalle parti di San Giovanni in Dosso; stavano in una garitta, sulla quale garriva il tricolore con la croce sabauda. Erano tre soldati, tutti giovanissimi, armati di moschetti e baionette, impettiti nella divisa blu dei carabinieri. “Fermati. Dove stai andando?”. Chiese quello più alto in grado, con accento della Bassa.
Traditore. Pensò Ermanno. “A San Benedetto Po”. Rispose. “Porto salami, aceto e vino a un mio parente che ha una locanda”.
“Hai il lasciapassare?”. Domandò il carabiniere.
Aveva impiegato mesi per ottenere quel lasciapassare. Non aveva mai nascosto le sue simpatie duchiste e funzionari del nuovo regime non avevano esitato a fargliela pagare: da quando, nel 1859, Garibaldi aveva soggiornato a Modena, i massoni si erano fatti baldanzosi e vendicativi. Alla fine, però, era riuscito ad ottenerlo, incredibilmente, grazie all’aiuto di un ufficiale dell’esercito sabaudo, il maresciallo Amintore Calcaneo, che una domenica si era fermato, per il pranzo, all’Osteria dello Scudo d’Oro, che la famiglia di Ermanno gestiva a Cittanova, da generazioni. Il locale si chiamava così, perché la sua insegna era un antico scudo medievale dai colori sbiaditi, rossi e dorati, che si diceva fosse appartenuto addirittura al Dócca Passarèin.
Ermanno gli aveva servito i suoi piatti migliori, perché l’ospitalità, comunque, era sacra allo Scudo d’Oro: formaggio grana con l’aceto balsamico delle sue rinomate batterie, zampone con lenticchie. Aveva innaffiato il tutto, con alcuni dei suoi più pregiati vini, come il lambrusco delle ottime annate 1855 e 1857.
Calcaneo si era rivelato un uomo, tutto sommato, colto e amante del bel vivere, tanto che Ermanno aveva cominciato a dubitare che fosse veramente torinese. L’ufficiale era tornato diverse volte allo Scudo D’Oro, spesso portando clienti illustri del nuovo regime. Un giorno l’ufficiale si era presentato con un bel ritratto del Re Vittorio Emanuele.
“Appendilo vicino ai tuoi duchi”. Gli aveva detto, indicando, con la mano guantata, i cimeli estensi, che Ermanno si era sempre rifiutato di togliere dalle pareti. C’era addirittura un bicchiere, in cui aveva bevuto l’amato Francesco IV. “Il Re ama la buona tavola, come noi comuni mortali e non si farebbe problema a desinare assieme ai vostri deposti duchi”. Aveva ridacchiato l’ufficiale, lisciandosi i mustacchi. “Invece certi individui, come Farini, potrebbero essere molto spiacevoli, se voi insisteste nel vostro ostinato rifiuto del nuovo ordine”.
“Non posso venerare la figura di un usurpatore”. Si era lamentato Ermanno.
“Nessuno vi chiede di farlo. Ormai il vostro Duca non tornerà più, ne è ormai consapevole lui stesso. Tra un mese scioglierà la brigata estense, perché l’Imperatore d’Austria gli ha levato il sussidio, sotto la pressione dei liberali. Nessuno, ormai, spera di riportare indietro la storia. Nel vostro cuore, amico mio, potete tranquillamente continuare a ricordare i bei tempi andati; tuttavia, l’Italia è stata fatta. Se sarà stato un bene o un male, lo giudicheranno i posteri”.
Ermanno si era sentito mancare. “La Brigata estense verrà sciolta!?”. Domandò stupito.
“E’ come vi dico. Che interesse avrei a mentirvi?”. Lo aveva guardato con i piccoli occhi da topo ed Ermanno aveva compreso che stava dicendo la verità.
“Non riuscirò a mantenere la mia promessa, allora”. Disse cupo.
“Che genere di promessa?”. Si informò l’ufficiale.
“Devo far avere a Sua Altezza un dono prezioso. Da settimane cerco di ottenere i documenti, per varcare il confine e consegnargli il dono a Cartigliano Veneto, quando vi si reca per passare in rassegna le truppe. Sarei costretto ad andare sino a Vienna e non posso permettermelo, con la locanda, mia moglie e mia figlia”.
“In un mese dovreste riuscire a raggiungere Bassano”. Lo incoraggiò l’ufficiale.
“Non riesco a ottenere i documenti”.
“A causa delle vostre simpatie duchiste?!”. Aveva compreso l’ufficiale.
“Esatto!”.
“Tranquillo. Vi aiuterò io”.
“Come potreste?”.
“La burocrazia è un animale dotato di molte teste, poche delle quali sono veramente pensanti. Basta stuzzicare quella giusta. Lasciate fare a me”.
“Cosa vorrete in cambio?”. Si era preoccupato Ermanno.
“Nulla. Basta che, al vostro ritorno, mi raccontiate tutto”.
“Potete passare”. Disse il tenente dei carabinieri restituendogli il lasciapassare.
Ermanno pagò il pedaggio e superò il confine, per essere, poco dopo, intercettato da una seconda pattuglia, nella divisa bianca e azzurra dell’Impero. Erano in quattro e la loro postazione era dominata dai vessilli imperiali con l’aquila bicipite. A parlare fu il più alto in grado, che aveva un forte accento tedesco. Dal dialogo dell’ufficiale con i soldati, Ermanno comprese che gli altri tre erano, invece, veneti.
“Dove siete diretto?”. Domandò l’austriaco, leggendo i documenti che Ermanno gli poneva.
“A Bassano del Grappa. Porto prodotti tipici di Modena ad un mio congiunto, che vive in Veneto, per lavoro. Ha un’osteria e i clienti gli chiedono spesso salame, formaggio grana e lambrusco”.
“Potreste farci assaggiare un po’ di questi prodotti?”. Domandò l’ufficiale con uno sguardo affamato.
“Con piacere”. Ermanno aveva caricato il carretto di salame, formaggio, aceto e lambrusco, per rinforzare la credibilità del suo racconto. Le merci coprivano il dono per il Duca e lui poté, con facilità, offrirne ai soldati. I tre veneti apprezzarono molto il vino, mentre l’austriaco si tuffò sul formaggio e sul salame.
“Andate pure”. Disse infine l’ufficiale.
Ermanno partì, senza farselo ripetere due volte. Quando giunse al ponte, che attraversava il Po, nei pressi di Ostiglia, trovò il grande fiume gonfio e minaccioso per le piogge dei giorni precedenti. Viaggiò tra paeselli dispersi nella pianura veneta, fino a Verona, dove arrivò in una nebbiosa mattina, incontrando molti drappelli in armi e vide pochi contadini nelle campagne.
E’ una terra di confine. Fiaccata dalla guerra. In molti giuravano che i liberali non si sarebbero accontentati di lasciare il Veneto agli austriaci. Una nuova guerra è imminente. Così si mormorava nei bar, dividendosi su chi fosse nel giusto.
Evitò la piazzaforte del Quadrilatero e si fermò in una locanda sulla strada. Ripartì in direzione San Bonifacio, in una mattina scura. Il cielo era una lastra di piombo che non prometteva nulla di buono. Verso le undici cominciò a cadere una fitta pioggia gelida, che lo inzuppò sin dentro le scarpe, trasformando la strada in una poltiglia fangosa. Dio volle che si imbattesse in un podere e che il contadino lo accogliesse nella stalla. L’indomani frustò il cavallo per recuperare il tempo perso e riuscì a raggiungere Vicenza la sera, fermandosi in un ospitale per pellegrini. L’indomani ripartì con gioia. Alla sera sarò al cospetto del mio Duca. Pensò.
Quando giunse nei pressi di Sandrigo, nuovamente il cielo gli fu ostile e la pioggia cadde violenta, mentre un vento gelido gli scudisciava il viso. Accecato dal diluvio, non vide l’enorme buca, coperta dall’acqua melmosa, che troneggiava in mezzo alla strada. Il cavallo e il carro vi entrarono di forza, arrancando nel fango, e la ruota anteriore destra si sfilò dal mozzo, urtando contro una pietra sommersa. Il carro si inclinò, scaraventando parte del carico nella pozzanghera, mentre il cavallo, sentendosi soffocare dalla torsione del giogo, scalciò e si imbizzarrì, per poi stramazzare al suolo in un’apoteosi di spruzzi.
“No!”. Gridò Ermanno, mentre cadeva dalla cassetta. Rimase nella pozza per parecchi minuti, schiantato dal freddo e dalla disperata stanchezza, singhiozzando.
Lo aiutarono due nerboruti contadini, che apparvero dopo molti minuti e lo aiutarono ad alzarsi. “Se resti qui, ti congelerai!”. Gli disse il più anziano, con un pesantissimo accento vicentino, che Ermanno quasi faticò a comprendere. “Ti è andata bene: se fossi finito in quel fosso laggiù, chissà come sarebbe andata …”. Aggiunse, indicando un rigagnolo che correva al lato della strada. “Avresti perso il carro. Invece, appena smette di piovere ti aiutiamo a riparare la ruota. Io mi chiamo Renzo e abito non lontano da qui. Il ragazzo è mio figlio Corrado”.
“Arriverò in ritardo!”. Si lamentò Ermanno. “Vi prego, aiutatemi adesso. Non ho molto, ma vi ricompenserò, con ciò che resta del carico”.
“Dove devi andare, così di fretta?”. Domandò Corrado. Aveva un naso enorme e braccia possenti. Il suo corpo era tarchiato e robusto.
“Sto andando a Cartigliano Veneto, reco un dono per il Duca di Modena”.
I due contadini lo guardarono torvi. “Ti riferisci al Duca … Quello, i cui uomini stanno lì, fingendo di essere un esercito, che l’Imperatore paga?”. Domandò Renzo. Ermanno annuì.
“Per colpa loro, ci hanno aumentato le tasse”. Protestò Corrado. “Lo ha detto un deputato liberale”.
“Sono uomini fedeli al loro sovrano e alla loro città. Combattono l’usurpatore”. Si difese Ermanno. “Il vostro Imperatore vi aumenta le tasse, per mantenere la sua corte, non certo per i soldati che vivono di poco. Aiutatemi e il carico è vostro. A me serve solo la cassa militare, che c’è in fondo al carro”. Ermanno sostenne lo sguardo dei due veneti.
“Mi piaci, Italiano”. Disse il più anziano. “Se ti aiuto, voglio che tu mi dica cosa c’è in quella cassa”.
“Ve lo mostrerò”.
“Bene. Ora leviamoci di qui”. Sotto il diluvio, i tre liberarono il cavallo da giogo. Fortunatamente la bestia era solo acciaccata e spaventata.
“Si è solo sfilata. Il mozzo sembra intatto”. Commentò Renzo, armeggiando con la ruota. Impiegarono un’ora a montarla, mentre la pioggia li schiaffeggiava crudelmente.
“Grazie”. Disse Ermanno tremando per il freddo.
“Fermati”. Gli disse il vecchio. “Sei zuppo. Ti prenderai una polmonite e morirai prima di vedere il tuo Duca. Vieni a casa nostra, è qui vicino. Appena la pioggia si sarà calmata, partirai”.
“Va bene”. Si arrese Ermanno. L’acqua gli si era gelata sulla pelle e lo faceva tremare come una foglia.
La casa di Renzo era vicina. Alloggiarono il carro nella stalla e diedero cibo e calore al cavallo. Poi entrarono in casa. Renzo presentò ad Ermanno la moglie Silvia. Offrirono ad Ermanno un bagno caldo e un piatto di minestra con del vino. La cena fu consumata in silenzio. Alla fine della cena, la pioggia era cessata ed Ermanno accompagnò tutti nella stalla, dove mostrò la grossa cassa militare austriaca, un cimelio dei moti del ’48. Ermanno l’aprì con mani tremanti. Il dono era intatto. Dieci bottiglie di lambrusco delle sue vigne a Sorbara erano ancora perfettamente imballate ed asciutte, con l’etichetta rossa e oro, i colori della locanda di Ermanno: il vino imbottigliato con la vendemmia del 1859.
“Il Duca di Modena era un abituale frequentatore della mia locanda. È stato molto gentile con me: quando mia moglie Tina ha partorito, patendo molto, Francesco ha mandato il suo medico personale al suo capezzale, salvandola assieme a nostra figlia, Maria, che ora ha dieci anni. Da quel giorno, ogni anno, ho donato dieci bottiglie del mio lambrusco migliore al Duca. Quando Francesco V lasciò Modena, gli andai incontro e promisi che gli avrei fatto avere la vendemmia del 1859”.
“Tu stai rischiando la vita, per una bottiglia di lambrusco?”. Si stupì Silvia.
“Non per una bottiglia, ma per una promessa”.
“Temo non ci riuscirai”. Si dispiacque Silvia. “L’Estense non è più a Cartigliano. È partito ieri, dopo aver congedato i soldati e aver consegnato loro le medaglie al valore”.
“Non è possibile!”. Si lamentò Ermanno. Era come se lo avessero pugnalato.
“Sei sicura?”. Si informò Renzo.
“Si”. Confermò la donna. “Il 24 settembre, il Duca ha congedato la Brigata e se ne è andato. Me lo ha detto Anna: suo figlio ha visto la carrozza andarsene”.
“O mio Dio!”. Ermanno voleva piangere. “Dove è andato?”.
“Al Catajo, vicino a Padova”.
“Devo partire immediatamente!”
“Non puoi. È buio. La notte è ora da briganti, non da viaggiatori”. Renzo gli si parò davanti. “Nessuna promessa vale un simile rischio”.
“Va bene. Partirò con le prime luci dell’alba”. Si arrese Ermanno.
La stanchezza lo artigliava, fiaccandone la volontà e annebbiandogli l’intelletto. L’indomani, riposato e asciutto, partì con spirito nuovo.
“Costeggia il Brenta, in direzione di Padova. Incontrerai un canale, che si chiama Battaglia. Fiancheggialo verso occidente, fino a quando non vedrai il castello. Sorge proprio sul canale, che sembra un enorme taglio nella pianura e per questo, si dice, venne chiamato Ca' Tajo”.
“Grazie di tutto”.
“Buona fortuna, italiano”.
Ermanno seguì la strada che gli aveva indicato Renzo, attraversando una pianura resa ubertosa dalla pioggia del giorno prima, dalla quale saliva una foschia spettrale. Il cielo era una lastra di ardesia, fessurata da pallidi raggi di un sole stanco. Attraversò campi coltivati, filari di vigne, boschetti, costeggiò siepi che delimitavano parchi di sontuose ville. Il cavallo aveva fatto bene la sosta notturna e tirava con un’energia, che aveva perso nei giorni precedenti. Finalmente apparvero i Colli Euganei e poi il Catajo, possente struttura biancheggiante che si sporgeva sul canale, con possenti mura, ingentilite da eleganti torrette, sullo sfondo delle quali, torreggiava la mole del castello. L’enorme costruzione sembrava immersa in un silenzio mortale. Ermanno fermò il carro, innanzi ai pesanti battenti di ferro del cancello chiuso.
“Hey, del castello!”. Gridò, temendo di essere giunto tardi e che il Duca fosse già ripartito per Vienna. Pregò la Vergine che gli fosse vicino; un servo caracollò, uscendo da una porticina.
“Chi siete?”. Chiese con malagrazia. Era tarchiato e il suo volto rubizzo era solcato da rughe di insoddisfazione, mentre un ghigno di fastidio gli distorceva la bocca.
“Sono Ermanno Dominici e vengo da Modena. Ho un dono per Sua Altezza Reale il Duca Francesco V D’Austria - Este”.
“Aspettate qui”. Rispose Antipatico, scomparendo, con inaspettata agilità, nella porta, da cui era venuto. Trascorsero minuti interminabili, al termine dei quali, il servo riapparve in compagnia di un secondo uomo, con un’elegante livrea dai colori bianchi e azzurri di Casa d’Este.
“Sua Altezza vi aspetta”. Disse il secondo uomo, con modi decisamente più gentili. “Il dono che recate, dove si trova?”.
“E’ in quella cassa di metallo nel carro. È pesante e fragile”.
“Bene. Candido, aiutalo a trasportarla!”. Ordinò all’Antipatico, che annuì borbottando.
Gentile li guidò nell’immenso cortile, ove Ermanno notò una bellissima fontana raffigurante un elefante, incoronata di vegetazione. Li condusse, poi, su per le imponenti scale esterne. Il castello poggiava direttamente sulla nuda roccia, come se da essa fosse stato plasmato.
Il Duca lo attendeva in una grande stanza affrescata. Ermanno fu colpito dall’affresco raffigurante un grande albero genealogico. Gli Estensi. Pensò.
“Sono gli Obizzi”. Spiegò Francesco, intuendo cosa lui stesse pensando. “Loro hanno costruito questo castello, tre secoli fa”.
“Vostra Altezza”. Mormorò Ermanno. Per l’emozione, quasi fece cadere la cassa. Per fortuna Antipatico era piuttosto robusto e riuscì a riprendere il controllo del carico. Francesco era elegante e pieno di dignità, nella divisa bianca, con i bottoni dorati e il cappotto blu. Il Duca era appesantito nel fisico e il suo viso era percorso da rughe di tristezza; i baffi e i capelli, però, erano perfettamente impomatati e tinti e il volto intatto nella sua nobiltà. Per un istante, Ermanno ebbe la tentazione di abbracciare il suo Duca, l’uomo che aveva introdotto a Modena la ferrovia e il telegrafo e che, ora, si trovava esule, in una terra straniera, dove era considerato un problema.
Poi l’abitudine di anni ebbe la meglio sui sentimenti e si inginocchiò per baciargli la mano. Francesco non si sottrasse a quel rito, ormai anacronistico, poi, però, lo aiutò ad alzarsi e lo abbracciò fraternamente, mentre il suo viso si illuminava nuovamente.
“Ti sei ricordato, amico mio”.
“Come avrei potuto dimenticarmene?”. Ermanno, con mano tremante, aprì la cassa, porgendo una bottiglia al suo signore.
Francesco V ordinò ad Antipatico di aprirgliela e di portare due bicchieri, uno per lui e uno per il suo ospite. “Accomodati”. Gli disse, indicando due eleganti poltroncine imbottite. La tappezzeria dorata era decorata dall’aquila bicefala degli Estensi.
Antipatico tornò con un vassoio argentato, i bicchieri e la bottiglia aperta. Versò il nettare vermiglio e rimase in attesa. “Appoggialo sul tavolino, grazie. Lasciaci soli!”.
Francesco prese il suo bicchiere e osservò a lungo il liquido, di un rosso duro e affascinante. Annusò, assaporando a lungo, quella sensazione e poi si portò il bicchiere alla bocca, bevendo una misurata sorsata. Il volto del Duca si illuminò. “Amico mio l’aroma del tuo nettare è quello delle nostre belle mattine autunnali, quando la nebbia densa sembra crescere dalla campagna grassa, sbiadendo i contorni delle case, nascondendo gli uomini, attutendo i rumori. Il suo gusto porta al mio palato quello dello zampone bollito con le lenticchie, delle buone salsicce che si mangiavano nella tua osteria, dei calzagat e del castagnaccio appena sfornato. Esso mi porta gli odori e profumi di un luogo che mai più potrò rivedere. Modena. La nostra Casa”.
Gli occhi del Duca erano velati di commozione. “Terrò il tuo dono come il tesoro più prezioso, perché ogni volta che anche solo vedrò la bottiglia, con la data 1859, penserò alla mia città, alla sua meravigliosa torre, al mio bellissimo palazzo e agli amici, come te, che mi sono rimasti fedeli nella disgrazia”.
Il Duca parlò con lui per ore, poi gli offrì una cena succulenta e lo ospitò per la notte.
“Ti sciolgo dal tuo giuramento, Ermanno Dominici. Non rischiare un viaggio periglioso per venirmi a cercare”. Gli disse l’indomani.
“Come desiderate, Altezza”. Ermanno baciò, per l’ultima volta, la mano del suo Duca, poi ripartì per Modena.
“Tîn bòta”. Gli disse il Duca, mentre si allontanava.
Il Catajo scomparve dietro di lui, immenso e gelido involucro di pietra, triste sepolcro di un’epoca al crepuscolo.
“Vi racconterò tutto mio caro piemontese. Vedrete di che pasta è fatto il Duca di Modena”. Disse ad alta voce, pensando al maresciallo Calcaneo.
AUTORE - GABRIELE