17 giugno 2006

COMUNICARE

1
Appoggiati al bancone del bar, la pista sembrava qualcosa di lontano ed irreale. La musica era più ovattata, con gran sollievo dei timpani; vi era un'escursione termica di qualche grado. La folla dei danzanti era una massa compatta e senza volto. Un tizio con i capelli di tre colori diversi ci passò accanto guardato con disprezzo. Era un bel locale, ma era vi era troppa gente addobbata in maniera impossibile. Il massimo livello di trasgressione che noi ci concedevamo erano le magliette; sembravamo vestiti per un party al golf club, rispetto alla fauna media di quel posto. Era anche per questo che ci venivamo spesso.
"Visto quella lì?" mi chiese Luca.
"Quale?"
"Quella a quel tavolo, col vestito rosso"
"Si. Carina, a parte il vestito"
"Ci proveresti?"
"Certo, se non fosse abbracciata al fratello gemello di Tyson."
"Sei un pavido."
"Ci tengo ai connotati"
"Facendo così non caverai mai un ragno dal buco."
"Non mi sembra che tu invece navighi nell'oro"
"Quello che mi da più fastidio di te - mi disse con un tono tra l'offeso e il paterno - è che le occasioni tu le hai, solo che le sfuggi"
"Non è assolutamente vero."
"Se solo potessi parlare, ah"
"Dai parla. Ormai hai tirato il sasso, non puoi nascondere la mano"
In quel mentre due volti noti uscirono dall'anonimato della pista e si avvicinarono.
"Cosa ci offrite?" chiese Sara. Era una bella ragazza mora, e quella sera era molto in tiro. Luca le si avvicinò premuroso "Quello che vuoi"
Mi voltai dall'altra parte disgustato - Servo! - pensai, ordinando il secondo (o era il terzo?) bicchiere di tequila.
"Be', tu cosa mi offri? Luca mi ha tradito per Chiara"
Mi voltai verso un ragazza bionda, con una minigonna da incorniciare e due occhi azzurrissimi. "Cosa vorresti, una Coca?"
"Mi prendi in giro, spero"
"Lo faccio per te. L'alcool fa male, ai bambini, Linda"
Lei finse di essersi offesa, ordinò un cocktail e mi diede una gomitata allo stomaco. "A chi hai detto, bambina?"
Le presi le braccia e gliele attorcigliai dietro la schiena. "Adesso come la mettiamo?"
"Finalmente mi hai imprigionata, sono tua, prendimi"
La lasciai andare, pagai quello che aveva ordinato e gli diedi il bicchiere.
"Ti stai divertendo?" - mi chiese.
"Abbastanza"
"Come sei ermetico"
"Non sono ermetico: le discoteche ormai mi hanno stancato"
"Dovresti provare il sadomaso"
"Tu ci sei già passata: dove mi devo rivolgere?"
"Tu dovresti trovarti una ragazza. Stai diventando acido come una vecchia zitella"
"Hai in mente qualcuno in particolare?"
"No. Però ignorando le tue amiche non otterrai molto."
"Io non ignoro nessuno"
"Bugia, è tutta sera che ignori me, ad esempio."
"Sai che non mi piace ballare questa schifezza che voi chiamate musica. Tu sei in pista da quando siamo entrati"
"Non nasconderti dietro un dito: un genere musicale vale l'altro con tutto questo casino"
"Non mi nascondo affatto, non mi sembra di trattarti male"
"Non parliamo più, non usciamo più insieme..."
"Non sei mai stata la mia ragazza"
"Lo so, ma credevo di essere una tua amica, la tua migliore amica. Non ti stai comportando bene, con me"
"Sei scorretta a dire questo"
"Dico solo la verità, sei tu a essere scorretto"
Persi la pazienza. "Non accetto moralismi da una...come te"
"Da una mignotta, volevi dire questo, vero?"
"Ah, vai al diavolo".
Imprecai scurrilmente e mi allontanai.
Lei non mi seguì.

2
Il piccolo bar sulla strada era avvolto nella nebbia. Non avevo trovato un posto migliore, per fare colazione e la cosa mi infastidiva non poco. Era una delle cose che più mi piacevano, nel mio lavoro. Partivi alla mattina presto, passavi gran parte della giornata in auto, potevi fermarti dove e quando volevi. Molti miei colleghi dedicavano solo la mattina o il pomeriggio alle uscite. Io, se il numero di clienti lo consentiva, stavo via l'intera giornata: per il lavoro d'ufficio c'era tempo di sera, in piena tranquillità o verso il fine settimana. Difficilmente rimanevo in ufficio prima di giovedì. Quella mattina, però, avevo troppi giri anche per i miei gusti; pratiche su pratiche in una zona montana in cui trovare la gente era difficile, le strade brutte e le giornate fredde. Non sono un animale da montagna. Mi mette a disagio, forse per il freddo, ma credo che ci sia qualcosa di più profondo. Il mio elemento è il mare: non ho scelto il posto migliore per nascere, insomma, nel cuore delle nebbie padane. Un'ora di macchina è poco in termini temporali, ma è un'eternità dal punto di vista psicologico. Pensavo a questo quando mi rimisi in auto, al fatto che non c'era stato tempo di allungare verso Serra per cercare un bar decente; il tempo stringeva ed ero indietro con la tabella di marcia. Così avevo dovuto lasciare di fretta l'Estense e arrampicarmi verso le strade più sperdute. Mi ero fermato nel primo posto che avevo trovato. Avevo ordinato cornetto e cappuccino e avevo chiesto al barista dell'abitazione del mio cliente. L'uomo con i denti gialli di fumo non lo conosceva, ma mi aveva indicato dov'era la località indicata sulla pratica. Dopo una veloce scorsa alla Gazzetta dello Sport, solo per avere la conferma che la mia squadra del cuore era ancora in crisi nera, ero uscito nella nebbia per ritornare alla macchina. Era, si può dire, l'orgoglio della mia vita. La prima cosa veramente mia che avessi mai avuto. L'avevo presa con i primi soldi guadagnati. Un leasing modello trasfusione di sangue, ma ne era valsa la pena. Il mio lavoro non puoi farlo senza auto e l'auto doveva essere comoda. Mi ero innamorato di quella durante l'altra pazzia fatta con i primi guadagni, il viaggio in California. Tra affittare a Los Angeles quel fuoristrada della Chevrolette e importarne un modello in Italia di strada ne passava, ma alla fine la mia fatica era stata premiata e lui era li, rosso acceso, con i sedili pieni scartoffie e il porta cellulare. Cattivo e lussuoso allo stesso tempo. Se lasciare l'università, studiare due anni per l'esame di inscrizione all'Albo e diventare Perito assicurativo, avesse portato solo cose come quella, allora sarei stata la persona più felice del mondo. Invece non era del tutto vero. Il telefono suonò che ero già salito in macchina. Attaccai il viva voce e risposi.
"Si?"
"Ciao Guido, sono io"
"Ciao" risposi poco convinto. La ricezione era pessima in montagna, e io ero completamente scollegato da tutto quello che poteva centrare con la persona che mi aveva chiamato.
"So che non vuoi essere chiamato quando lavori, ma è importante"
"Luca." l'avevo riconosciuto "Dimmi, è successo qualcosa?"
"Si tratta di Linda."
"Si è imboscata con qualcun'altro. Mi piacciono le novità piccanti ma..."
"E' in coma"
Il cappuccino rivelò di non essere stato gradito molto dallo stomaco e mi tornò quasi tutto in gola. "Cosa?"
"Ha...dente..ina....te....ale"
"Non ti sento. Non c'è campo" urlai. "pronto"
Il display segnalò <>
Bestemmiai. Feci il numero di casa di Luca ma non riuscivo a prendere la linea, tentai più volte vari numeri di altri amici, ma non avevo tacche. Spensi, sperando che mi lasciassero un messaggio in segreteria. Partì patinando nella nebbia imprecando contro la pubblicità che dimenticava sempre di dire che il telefonino non prendeva in certe zone e in cui tutti, regolarmente, riuscivano a parlarsi. Accelerai verso la località indicatami, lì avrei trovato il buon vecchio telefono fisso, del resto non potevo mollare il mio cliente. La rabbia per la telefonata fallita, quasi mi impediva di pensare a cosa il mio amico mi avesse detto di Linda. Avevo sicuramente sentito male. Sorpassai un'utilitaria suonando all'indirizzo del conducente. "Muoviti, non ho tutta la mattina" Trovai quasi subito il posto, due anni di questo lavoro e non ti perdi nemmeno in Siberia. Dopo qualche domanda alle vecchie intente a stendere nei cortili delle case isolate, con la nebbia più diradata, trovai l'abitazione. Dovevo vedere la sua berlina che era stata colpita da un trattore. Facevo le domande all'uomo, un bancario giovane e con una bella moglie, molto preoccupato di scaricare la colpa sul contadino del trattore, guardavo l'auto con una vistosa bozza sulla portiera, mi facevo un'idea della dinamica del sinistro e del danno al mezzo. Il luogo dell'incidente, vicino a Pavullo, l'avevo già visto, e così il trattore. Giunsi anch'io alla conclusione del liquidatore e dell'altro perito: il bancario non aveva dato la precedenza; al massimo al trattore si sarebbe potuta dare una parte della colpa, ma il mio cliente aveva torto. Di solito mi piaceva questa componete poliziesca del mio lavoro, penetrare nelle menti degli altri e carpirne gli scheletri dall'armadio. Stavolta però la mia mente urlava e intorno a me era un terremoto di emozioni incontrollabili. "Ho capito - dissi con un filo di voce - ora può portare l'auto dal carrozziere, le foto le ho fatte, per il risarcimento dovrà parlare con l'assicurazione, io mi limito a dare un parere tecnico, no, non ho ancora capito se lei ha torto o ragione - mascherando la stizza per la sua insistenza chiesi con melliflua gentilezza se mi faceva fare una telefonata importantissima. Lui acconsentì con altrettanta affettata cortesia. Chiamai Claudio al cellulare e, dopo tante bestemmie, pregai che mi rispondesse.
"Pronto?" Claudio stava parlando da un luogo affollato.
"Sono Guido.".
"O Santa mater. E' un ora che cerco di parlarti"
"Sono in montagna non c'è campo"
"Vieni subito al Policlinico. Linda è stata investita da un'auto mentre andava in biblioteca; era in bicicletta. Ora è in rianimazione."
"Cos'ha?"
"Sto finendo la batteria, ho fatto quaranta telefonate, vieni di corsa ti aspettiamo."
"Sarò lì tra non meno di un'ora"
"Corri, con quella specie di camion che ti ritrovi per macchina"
Claudio non era mai stato un mostro di gentilezza al telefono, ma il suo tono secco mi preoccupò. Congedai il mio cliente, accesi il fuoristrada e corsi verso Modena. Appena tornai in una zona in cui il telefono prendeva, chiamai il mio collega e lo avvertì, poi chiamai in ufficio e la moglie del mio collega, che ci faceva da segretaria, si incaricò di avvertire i clienti che tutti gli appuntamenti per quel lunedì e per il giorno successivo erano disdetti.
Sull'Estense c'era il solito traffico e già questa fu una fortuna. Feci alcuni sorpassi azzardati, spinsi il mio bestione rosso fin' anche a 180 e arrivai a Modena ancora anestetizzato dalla tremenda corsa. Il senso di scoramento era stato accantonato dall'adrenalina. Tutto mi ricadde addosso quando entrai nell’ampio slargo che introduce al Policlinico. Ci misi quasi venti minuti a parcheggiare e stavo quasi abbandonando la macchina in mezzo alla strada, sempre imprecando fantasiosamente, quando trovai un posto in cui mi infilai storto e con le ruote sul marciapiede; avevo un fuoristrada, potevo permettermelo. Spensi il telefono per evitare che qualche cliente mi chiamasse e corsi all'ingresso principale. L'avevano tirato tutto a nuovo, sembrava la hall di un qualche albergo, vi era un cartello con il logo di una mano verde e la scritta "Azienda Ospedaliera-Policlinico di Modena". Tutta questa apparenza da banca, celava le sofferenze dei clienti di questa "Azienda", dietro una specie di patina ovattata. "Sepolcro imbiancato" mi venne in mente in una inaspettata reminiscenza biblica.
3
La Rianimazione era proprio al piano terra e li c'erano tutti i miei amici. Eravamo un gruppo numeroso che, come spesso accade era diviso in sottogruppi in perenne scontro-incontro tra loro. Ma lì, in quel lunedì novembrino la paura e il dolore aveva unito tutti. Le ragazze piangevano come aquile e anche i maschi erano perfettamente calati nella parte: ricacciai tutto indietro per l'ennesima volta e ostentai dura determinazione. Andai a salutare i genitori della ragazza che abbracciarono anche me, come avevano fatto con tutti gli altri.
"Non ci fanno entrare. Siamo in troppi" mi disse Luca.
"Non ci vogliono dire ancora nulla" continuò Licia.
"Cos'è successo?" chiesi.
"Era in via Emilia, in bici. Un'auto non l'ha vista e l'ha urtata. Ha battuto la testa contro il marciapiede e non si è più risvegliata. Chiara era con lei, Antonio l'ha portata al bar, era in preda a una crisi di nervi."
"Cos'hanno detto che ha?"
"L'hanno operata per asportare un ematoma. Poi non so più nulla"
"Aspetta. Ho un'idea". Uscii in strada e telefonai. Avevo un medico del Policlinico cui avevo fatto una perizia. Era stato uno dei miei migliori <>. Tutte le prove sembravano contro di lui, ma io avevo scovato la verità. Mi ero sentito molto Perry Mason. Mi doveva un favore"
"Una tua amica?"
"Si."
"Hai detto che ha 23 anni?"
"Si."
"Faccio un paio di telefonate e ti richiamo"
"Grazie."
"Figurati."
Rimasi attaccato alla colonna e pregai. Era una cosa che facevo di rado, ed ero decisamente arrugginito. L'attesa mi aveva fatto di nuovo esplodere un coro di urla nella mente. Passò un'ambulanza, poi una signora che spingeva il marito, vecchissimo, in carrozzina. Il telefono squillò, controllai il numero del chiamante e risposi.
"Ha buone notizie?"
"Dipende. L'intervento è andato bene, ma è in coma. E' grave, potrebbe risvegliarsi ma potrebbe anche non farcela."
Fu un colpo di spranga alla fronte. Per la prima volta realizzai la gravità del problema, un problema che non poteva essere risolto con un telefono, un Pc o una bella macchina rossa.
"Gr..azie"
"Se hai ancora bisogno telefonami, auguri."
Mi sedetti per terra e urlai a squarcia gola tra gli sguardi diverti e un po' sorpresi dei passanti, finché non mi raggiunse Luca.
"Era il tuo cliente medico?"
"Già"
"Cosa ha detto?"
"E' grave"
"Questo lo avevamo capito anche noi"
"Potrebbe non farcela"
"Ah"
"Hai una paglia?"
"Tu non fumi"
"Non ti ho chiesto se io fumo, ti ho chiesto una sigaretta"
Luca non rispose e mi diede una Ms. Era cattiva al punto giusto, non ricordo bene ma credo di essermela divorata in pochi minuti.
Restammo lì tutta la mattina. Non ricordo se mangiai. Chiara, che era una ragazzetta bassa e assolutamente non attraente che in condizioni normali mi stava decisamente antipatica, mi faceva una pena incredibile. Si sentiva logicamente in colpa e raccontava la dinamica dell'incidente a ogni persona le rivolgesse la parola. Claudio a un tratto perse la pazienza, bestemmiò sotto gli sguardi attoniti dei clienti e dei dipendenti dell'Azienda Ospedaliera, e se ne andò senza salutare nessuno. Fu ritrovato, mi riferirono poi, nel tardo pomeriggio a bere vino in enoteca. Non confessò mai che conto aveva pagato. Piano piano la gente tornava a casa; restarono solo i più colpiti dalla tragedia, o quelli più desiderosi di farsi notare. Eravamo una di quelle compagnie che si trovava alla perfezione quando c'era da mangiare, bere o far baracca. Quando bisognava entrare nel profondo dell'amicizia, qualcosa andava sempre storto. Anche in quella occasione si evitò il problema e ognuno finì per affrontarlo per conto proprio o con qualche amico più intimo. Quel fatto comunque ci aveva segnati, non eravamo più immortali.
Alla fine, verso le sette di sera, eravamo rimasti solo io e Luca. Ci aggiravamo per la Hall dell'Albergo Policlinico come fantasmi, più per inerzia che per un motivo reale, solo per non dovere tornare a casa.
"Cazzo" - esclamai a un tratto ad alta voce. Un dottore col camice svolazzante mi fulminò con lo sguardo, prima di entrare nel bar.
"Che c'è?"
"Non ho avvertito casa"
Riaccesi il telefono. Mi accorsi di avere vari messaggi di testo e in segreteria. Li ignorai e chiamai casa. Mio nonno rispose. "Ti ho chiamato sei volte. Tua madre è preoccupatissima"
"Scusa ma non volevo essere disturbato"
"Lo so. Abbiamo chiamato il tuo collega. Ci sono novità?"
"No. Qui non ti dicono nulla."
"Vieni per cena."
"Direi di si, se ritardo te lo dico"

4
Luca mi chiese un passaggio, era venuto con Antonio. Lo accompagnai. Avevo una multa sul parabrezza dell'auto; non avevo nemmeno più voglia di bestemmiare. Non conversammo molto durante il viaggio. A un tratto mi uscì un'affermazione quasi inconscia. "Non credevo di poterci stare tanto male"
"Scusa?"
"Si. Non credevo che un incidente così...brutto stronzo" - un auto non mi diede la precedenza e la evitai per un pelo
"Perché non credevi di starci male? E' una tua amica, no?"
"Si. Ma sai. Non è che avessi tutti questi rapporti. Credo di non avere nemmeno il suo numero di telefono. In certe occasioni mi faceva anche rabbia"
"Perché?"
"Niente in particolare. Una questione di atteggiamento. "
"Tu sei ben strano, qualche volta. Lei ha sempre avuto un debole per te"
"Non dire cazzate: lo ha avuto per me, come per te, e per tutti"
"Sei tu che dici cazzate. Prova a pensarci"
"Siamo arrivati" tagliai corto.
"Domattina?"
"Non lavoro, ci vediamo lì alle 9,00"
"Ok"

5
Ripartii a razzo con stampate in mente le ultime parole di Luca
"Sei tu che dici cazzate. Prova a pensarci"
Mostrarono un tarlo che aveva iniziato a scavare già dalla mattina e che ora si era fatto più insistente.
C'era un ombra; un qualcosa in me che era nascosto ma si faceva sentire, lontano. Mi era sembrata subito una reazione spropositata. Decisi di fare un giro in macchina e pensarci un po' su. Come ho già detto, la nostra era la classica compagnia molto numerosa che si trovava alla perfezione a cena o in discoteca, ma che in realtà era molto disunita. C'erano tanti gruppetti di gente che si vedeva e si sentiva con regolarità anche fuori dalle serate di gruppo, che poi convogliavano tutti in quel mare magnum. Finiva così che avevi rapporti stretti solo con un terzo dei membri della comitiva; gli altri erano poco più che anonimi. Spesso non ne conoscevi l'indirizzo, e ci scambiavi appena qualche parola, di solito da ubriaco, in qualche discoteca. Linda apparteneva ad una categoria intermedia, ma era stata da tempo declassata a perfetta sconosciuta per motivi che sembravano risibili, visti alla luce di ciò che le era successo.
Non ricordo quanta strada feci, con la radio al massimo. Fuori si era messo a piovere con violenza; la visibilità era ridottissima. Presi una buca modello oceano indiano e per poco non persi il controllo della macchina. Non pensavo a nulla, in realtà; mi limitavo a riordinare lentamente il mosaico di emozioni nella mia mente. Avevo conosciuto Linda la primavera precedente. Era stato uno degli ultimi acquisti del gruppo. Era una ragazza abbastanza carina, che oltretutto ci sapeva fare; si era attirata subito addosso, come tante mosche, tutti gli scapoli che orbitavano intorno alla nostra compagnia. Aveva mostrato di gradire tutte quelle attenzioni, e raramente aveva deluso qualcuno, senza, però concludere mai in maniera seria. Era toccato anche a me finire nella sua orbita, ma proprio perché non ero il solo, la cosa mi aveva lasciato abbastanza indifferente. Mi piaceva parlare con lei perché avevamo molti interessi in comune; in particolare il suo più grande pregio era la passione per la letteratura ed il cinema horror. Trovare una ragazza che venerasse Lovecraft e che avesse l'intera collezione di film di Dario Argento non era cosa di tutti i giorni. "I romanzi rosa: che palle" mi aveva confidato. Ricordavo la prima volta che l'avevo riaccompagnata a casa, pioveva anche quella volta. Eravamo stati in un disco pub vicino Reggio, così di tempo per parlare ne avevamo avuto parecchio.
"Sai perché mi piacciono molto i film dell'orrore?"
"No."
"Vedere tutti quei mostri, quelle entità malvagie... bè mi aiuta a non avere paura del buio, della morte, del male. Sembra come se quelle cose vengano imprigionate nella Tv o nella pagina...così non mi possono fare del male. Mi capisci?"
"Più, o meno"
"A te perchè piacciono?"
"Non lo so. Mi affascina il soprannaturale, ma nello stesso tempo non riesco a crederci veramente. Non so: ho uno strano rapporto con le storie che leggo. Di primo acchito, le divoro, poi mi passano sopra, come se nulla fosse."
"Secondo me non è vero."
"Cosa?"
"Tu fai la persona fredda e disincantata; ma secondo me sei molto più profondo e sensibile di quanto vuoi far vedere all'esterno."
"Non mi piace essere psicanalizzato"
"Non è psicanalisi. E' una constatazione scientifica. Non ti può piacere una storia fantastica, se non hai fantasia."
"E allora?"
"Non puoi avere fantasia e allo stesso tempo non avere sentimenti"
Che dialogo strano era stato. Nessuno mi aveva mai detto una cosa del genere, nemmeno mia madre. Un concetto così profondo in parole così semplici, per lo più espresso da una ragazza che tutto sembrava fuori che profonda; la stessa ragazza che, alcuni mesi dopo, avrei visto, ubriaca come mai ero stato io, abbaiare a quattro zampe, dopo una sagra del lambrusco. La gente, spesso, aveva il potere di sorprenderti: era forse una delle cose più piacevoli del rapporto con gli altri. Rimasi inebetito, riuscendo a rispondere solo con una stupida battuta: "Avresti dovuto fare psicologia, non lettere"
La sera successiva era venuta nel mio ufficio e mi aveva regalato una raccolta di racconti di E.A. Poe. Come al solito stavo lottando con decine di pratiche arretrate. L'avevo fatta entrare di mala voglia, credendo che fosse venuta per un motivo futile. Invece aveva estratto dalla borsetta un pacchetto. Sfoggiava un sorriso da giù di testa, era in tiro come se avesse dovuto andare ad un night (e non era da escludere che ci sarebbe andata).
"Gr..azie" ero riuscito a balbettare, aprendo come un bambino avido il pacchetto. Era una raccolta bella e per lo più in edizione di lusso.
"Di nulla. Volevo suggellare la nostra amicizia letteraria. Potremmo mettere su un circolo culturale, che ne dici?"
"In questo momento non ho tempo nemmeno per allacciarmi le scarpe alla mattina; però l'idea sarebbe interessante"
"Come sei disfattista. Per l'arte bisogna sempre trovare il tempo; potremmo stare ore ed ore a leggerci reciprocamente versi dell'orrore o a vedere film terribili, durante notti di luna piena. Come puoi non avere tempo per questo?" Aveva sorriso.
Io l'avevo squadrata fingendo serietà, poi ero scoppiato a ridere di gusto, come raramente mi capitava. L'avevo abbracciata e le avevo dato un bacio sulla guancia. Poi, non so come, a un certo punto ci eravamo baciati sul serio; una cosa molto veloce, che dal mio punto di vista non era stata significativa, o almeno non mi era sembrata tale: del resto lei tendeva a baciare tutti.
Il caso aveva voluto che il suo compleanno fosse venuto poco dopo e mi era sembrato carino mandarle, autonomamente, un mazzo di fiori, per ricambiare il libro. Temevo non le sarebbe piaciuto, ma non avevo avuto il tempo per andare a cercare un romanzo decente, o una videocassetta. Il lavoro aveva i suoi difetti, a volte non riuscivo nemmeno a trovare il tempo per andare a fare la spesa. Fortuna che, in pratica, vivevo ancora con i miei. Ricordo che mi chiamò sul cellulare verso le sette di sera. Ero in ufficio e, come al solito, stavo lavorando al computer e rispondendo al telefono contemporaneamente. Fui piuttosto brusco, di conseguenza. "Ciao Linda, scusami ma ho un cliente sull'altra linea, e una montagna di pratiche. Magari ci vediamo domani sera, se vieni in discoteca"
Lei c'era rimasta un po' male, ma aveva risposto celando l'imbarazzo "Mi sono piaciuti tanto, i fiori. Grazie. Vedi che sei un romanticone."
"Ah, figurati. Dovevo ricambiare il tuo libro, sei tu la romanticona."
"Non ti azzardare a darmi della romanticona"
"Non puoi nasconderti - l'avevo canzonata - ti ho smascherata: la grande donna fatale in realtà è una seguace di Susanna Tamaro. Povero Poe, si rivolterà nella tomba"
Lei aveva simulato una crisi di pianto isterico, poi aveva riso e mi aveva salutato. La sera successiva avevamo ballato insieme tutta la sera, tra le occhiate malevole dei nostri amici. La cosa era molto insolita: io odiavo ballare, ma non mi era pesato, in quella occasione. Non ricordo, se c'eravamo baciati di nuovo, ma non eravamo certo andati oltre.

6
Tornai a casa che era più di mezzanotte ma non presi sonno fino alla quattro. Avevo un appartamentino sullo stesso pianerottolo di quello dei miei. Ero indipendente ma nello stesso tempo, in sostanza, ancora nella casa paterna; questo mi permetteva una grande libertà, senza grosse preoccupazioni; quella sera mi permise di ubriacarmi bellamente senza problemi. Quando finalmente mi addormentai mi ero scolato un'intera bottiglia di whisky e avevo finito le birre. Non mi riesce mai di rigettare, quando sono ubriaco e questo spesso è un guaio. Quella notte, infatti, dormii malissimo, svegliandomi più volte con la bocca impastata e la testa in subbuglio. Immagini di auto che spappolavano pedoni, mi ronzavano in testa misti a ricordi di feste, bagni in piscina e risate tra amici. Ogni tanto qualche immagine più intima di lei che mi parlava con dolcezza, si insinuava subdolamente come a dire con vocetta cattiva che lei era qualcosa più di una conoscente. Alle otto di mattina mia madre aveva bussato e, non ottenendo risposta era entrata con le sue chiavi. Vedendo com'ero conciato non aveva proferito verbo, limitandosi a lasciarmi la colazione sul comodino.
Quando finalmente riuscii ad alzarmi per fare una doccia erano le 9,30. Incontrai mio padre sul pianerottolo, mentre scendevo le scale barcollando, con le palpebre che pesavano quintali.
"Cos'hai?"
"Niente. Non ho quasi dormito"
"Già poverina, quella tua amica, così giovane"
"Già"
Il tragitto da casa al Policlinico lo feci come in un sogno, faticando perfino a distinguere il semaforo rosso da quello verde. Parcheggiai sul marciapiede, poi bestemmiai accorgendomi di aver lasciato il telefono a casa. Non potevo perdere tempo ad andarlo a prendere. Arrivai in sala d'aspetto. C'era solo Sara. Non facevano entrare nessuno, nemmeno i genitori, così gli altri erano passati e se n'erano andati. Sara era la migliore amica di Linda ed era voluta rimanere. Quando mi vide sorrise e la cosa stonò col suo aspetto luttuoso. "Ciao." le dissi. Era un'altra di quelle che non mi stava simpatica. Era una bella ragazza, ma mi sembrava decisamente suonata. La guardai con tenerezza, non doveva aver dormito molto. La tenerezza si mutò in fastidio, quando mi apostrofò "Come diavolo ti sei vestito?"
"Cosa?"
"Ma si. Hai un calzino nero e uno marrone."
Guardai in basso e non potei trattenere un sorriso: era vero. Mi vergognai subito pensando al perché ero lì; anche Sara, però, abbozzò un sorriso. Prendemmo un caffè insieme e poi ci mettemmo a passeggiare nervosamente nell'atrio dell'ospedale. Avevo chiamato il medico mio cliente che era, fortunatamente, in reparto. Era sceso e mi aveva presentato un suo amico che lavorava in rianimazione. Ci aveva promesso che entro un'ora ce l'avrebbe fatta vedere. Prima non era possibile, questione di procedura.
"Hai dormito stanotte?" - le chiesi, sedendomi su una delle poltroncine sistemate nella rientranza davanti all'ingresso della rianimazione.
"No. Ho avuto gli incubi"
"Chiara come sta?"
"Sembra un disco rotto. Penso che abbia raccontato dell'incidente anche al suo pappagallino"
"Tutti sono scossi in un modo o nell'altro, ci vorrà un po' a riprendere la vita normale...sai passavamo tutti molto tempo insieme..."
"Ti vuole molto bene"
Fu un pugno nello stomaco. La cosa più brutta, paradossalmente, fu sentirne parlare al presente. Mi fece capire che io l'avevo data già per spacciata, bell'amico del cazzo che ero. Mi sentivo un verme. Iniziai ad odiarmi. Invece di credere che ce l'avrebbe fatta, io mi ero limitato, passivamente, a piangerla e a disperarmi. Era una mia caratteristica, tendevo a piangere sul latte versato; ad accorgermi dopo dei miei errori, senza mai tentare di porvi rimedio; mi trinceravo sempre dietro un "ormai è tardi". In un certo senso mi ero comportato così anche stavolta, pentendomi di come mi ero comportato con lei, ma pensando ormai di non poterci far nulla. Invece, qualcosa da fare c'era. Doveva esserci. Quando mi ripresi, Sara stava alzandosi - "Vado in bagno. Se ci fanno entrare aspettami, ho paura" - le sue parole mi ronzavano in testa come una mosca impazzita.
Fissai inebetito la porta antipanico della rianimazione, verde e pesante con piccoli vetri spessi ed impenetrabili. Dall'altra parte, immaginavo, c'era un lettino in cui dormiva una persona con cui avevo scherzato appena due giorni prima. L'avevo vista l'ultima volta sabato sera. Eravamo andati in discoteca, ma non avevamo avuto un dialogo molto incoraggiante. Per la verità lei era stata molto carina ma io l'avevo respinta in malo modo, non ricordavo nemmeno perché; mi capitava, a volte, che certe persone mi dessero fastidio senza un motivo. Era una parte del mio carattere con cui convivevo ma che non riuscivo a capire. Questo pensiero mi fece imprecare tra i denti. Il nostro embrione di amicizia profonda, era abortito dopo l'estate, durando, in definitiva pochi mesi, dopo i quali, per me, lei era tornata nella massa delle ragazze che orbitavano intorno alla nostra comitiva. Ero fatto così: se tagliavo una persona, la tagliavo definitivamente, senza appello. Durante le vacanze, io ero andato in California, lei a Mikonos con parte del gruppo. Lì si era messa con almeno tre ragazzi, diversi, per razza e credo religioso. La cosa mi aveva infastidito. "Bella troia, mi ero detto, fa tanto la dolce e la psicologa, poi la da via a tutti"
Avevo quindi iniziato a prendere le distanze da lei, gestendo i nostri rapporti con distacco. Linda invece, era sempre molto dolce ed affettuosa. Questo se possibile mi mandava ulteriormente in bestia. Non poteva imboscarsi a ogni festa con uno diverso, e poi fingere che non fosse successo nulla. La gente falsa non mi piaceva, lei non mi piaceva più. Quando iniziava a parlarmi, regolarmente io troncavo il discorso liquidandolo con qualche battuta per poi mettermi a parlare con qualcun altro. Linda però non si era mai scoraggiata e tornava sempre alla carica. Così era successo anche l'ultima sera che ci eravamo visti. In quella occasione la mia reazione era stata spropositata a ciò che lei mi aveva detto; le avevo bestemmiato in faccia e mi ero perso tra il popolo della discoteca. L'avevo poi osservata da lontano in un modo che, a pensarci bene, forse era un po' morboso. Lei era lì che fingeva di divertirsi ma con nubi nerissime sulla faccia e, mi ero gongolato, forse qualche lacrima trattenuta a stento. Non mi faceva assolutamente pena, anzi, mi piaceva vedere i danni che avevo provocato. Così avrebbe imparato la lezione. Ora, mentre passeggiavo in quel corridoio angusto, che assomigliava molto all'ultimo tratto di strada che percorre un condannato a morte dalla sua cella al patibolo, breve ma lunghissimo allo stesso tempo, questo atteggiamento mi sembrava privo di senso. L'avevo giudicata e giustiziata senza appello, con una ferocia inaudita. Era insensato essere gelosi di Linda. Si poteva essere gelosi di una ragazza che ti piaceva, non di una amica; le implicazioni sommerse di quel ragionamento mi spaventarono tanto che mi misi a pensare ad altro. Non riuscivo, però, a distogliere la mente da quell'elementare sillogismo.
1. Io sono geloso, quindi le voglio bene
2. Lei mi vuol (voleva?) bene (ormai me lo dicono tutti)
3. Avremmo dovuto metterci insieme.
Dov'era il problema. Peccato che io le avessi chiuso la porta in faccia, senza accorgermi di averlo fatto e credendo addirittura di aver subito un torto da lei che adesso stava in un letto d'ospedale dal quale, forse, non si sarebbe alzata mai più.

7
Sara tornò, distogliendomi dai miei pensieri. "Allora?"
"Ancora nulla. Aspetta" Uscì il medico che avevamo conosciuto e ci venne a chiamare. "Potete venire. Ma solo per pochi minuti."
"Grazie"
Al di là della porta verde, entrammo in quel regno che sta al confine tra la vita e la morte. Vi erano tante finestrelle coperte da tendine ai lati del corridoio. Una di queste tendine fu aperta mostrandoci la nostra amica. Sembrava dormisse, con la cuffia in testa e il camice verde. Aveva un che di fanciullesco, a un primo sguardo. Ad osservarla meglio, però, aveva termo coperte per stabilizzare la temperatura corporea, era intubata e intorno aveva decine di macchinari. Aveva un livido sulla fronte. "Ha bisogno della respirazione assistita. Il cuore, invece, batte autonomamente. Non dovrei raccontarvi queste cose, c'è la legge sulla privacy, quindi non dite nulla, o mi metterete nei guai"
"Si salverà?"
"In questo momento nessuno può dirlo. Non è in immediato pericolo di vita. L'ematoma è stato rimosso. Il coma è reversibile. Però i danni cerebrali potrebbero essere seri. Bisogna vedere se sono permanenti. Potrebbe uscire dal coma o non uscirne mai. Potrebbe uscirne bene oppure male."
"Cosa vuol dire?"
"Potrebbe avere danni permanenti"
"Potrebbe rimanere invalida?"
"E' una possibilità da non escludere".
Ringraziammo e uscimmo, Sara aveva le lacrime agli occhi. "Non ce la fa. Sento che non ce la fa." urlava, sembrava una tarantolata. La presi di peso portandola all'aria fredda e pungente del tardo autunno. Le presi la faccia tra le mani e la scossi.
"Smettila."
"Non ce la faccio"
"Così non la puoi aiutare. Ora ti porto a casa."
"Voglio restare."
"Non ci vorrai finire tu in rianimazione. Spero."
Mi abbracciò e pianse. Mi stava ancora fondamentalmente antipatica, ma la strinsi forte, finché non smise. Quando arrivammo alla macchina c'era un'altra multa. Coniai qualche imprecazione colorita, poi la riposi con l'altra. Feci il viaggio a velocità ridotta, perso nei miei pensieri. Anche Sara taceva, forse però più per timidezza che per reale voglia di silenzio. Avevo la fama di essere una persona collerica. Una volta avevo perso le staffe mentre avevo in macchina proprio Sara e Linda; avevo lanciato il telefono contro il cruscotto e imprecando avevo sorpassato, in sgommata, l'utilitaria oggetto della mia ira.
"Non fare così, dai" si era azzardata Sara.
"Non ti impicciare, se no ti scarico qui" le avevo risposto accelerando. Era rimasta allibita e forse il ricordo di quella risposta la frenava in questa occasione. Sara era una ragazza che parlava moltissimo, e questo era uno dei motivi per cui non godeva delle mie simpatie.
La lasciai davanti a casa e poi mi recai in ufficio. Il mio socio mi interrogò sull'incidente e sulle condizioni di Linda. Poi mi comunicò quello che era successo durante la giornata lavorativa. Mi feci portare il cellulare da mio padre e decisi di ammazzare un po' il tempo in ufficio. Tra una pratica (e un bicchiere) e l'altra misi a posto un po' di arretrati e pianificai la giornata seguente. Dovevo recuperare le uscite perse dal giorno prima, presi nuovi appuntamenti. Mi addormentai ad un'ora imprecisata della notte. Fui svegliato alle otto dall'arrivo del mio socio e di sua moglie. Passai da casa, mi feci una doccia e partii.

8
Avevo deciso di coprire la zona della bassa, dato che non mi sentivo in grado guidare in montagna. Presi con me tre batterie cariche per il telefono e una scheda telefonica in caso non avessi avuto campo. C'era una fitta nebbia, quando lasciai la città. Mi ero accordato con Luca perché mi informasse di eventuali novità. Un po' per la stanchezza, un po' per la nebbia e il traffico, all'ora di pranzo ero indietro con l'agenda degli appuntamenti e già due clienti mi avevano telefonato scocciati. Avevo spiegato loro, quello che era successo e loro si erano mostrati comprensivi. "Vuole che rimandiamo?"
"No, se avete tempo vengo nel primo pomeriggio"
Alle tre avevo finito il giro. Stavo per ritornare verso Modena, quando vidi una cosa che mi fece esplodere di nuovo, nel cervello, il grido di dolore di milioni di vocine malefiche.
Un funerale. Il carro si muoveva carico di corone, seguito da auto di grossa cilindrata tenute a freno con mestizia dai conducenti.
Persi quasi il controllo della macchina, rischiando un imbarazzante tamponamento contro una delle auto del corteo. Ripresi il controllo del mezzo, ma non del mio cervello. Il cuore mi batteva tanto forte che sembrava voler evadere dal petto. Realizzai ciò che sarebbe potuto succedere. Vidi un fuoristrada rosso seguire a passo d'uomo un carro funebre addobbato di fiori. Sul carro c'era una bara bianca. Poi mi vidi al cimitero, davanti a una lapide scura, il terreno coperto di brina. La foto di una bella ragazza bionda, vestita da festa, mi ammiccava dalla tomba sorridendo. Vi era una frase di H.P. Lovecraft incisa sul marmo con lettere di sangue.
"Non è morto ciò che dorme in eterno
e in strani eoni anche la morte può attendere".
La foto mi parlò con voce impastata e mi ripeté le parole che avevo sentito in auto ritornando da quel pub di Reggio, una notte che quel giorno sembrava lontana millenni.
"Vedere tutti quei mostri, quelle entità malvage... bè mi aiuta a non avere paura del buio, della morte, del male. Sembra come se quelle cose vengano imprigionate nella Tv o nella pagina...così non mi possono fare del male. Mi capisci?"
Quando mi ripresi da quel momento di trance mi accorsi che ero fermo in mezzo alla strada. fortunatamente non c'era traffico. Avevo avuto probabilmente un colpo di sonno. Quello che avevo sognato mi correva all'impazzata per il cervello. Parcheggiai alla meno peggio, massaggiandomi le tempie. Dovevo fare qualcosa. Un sentimento di rifiuto della realtà mi stava montando dentro, provocandomi quasi un dolore fisico. Mi sentivo in colpa. Non per quello che era successo (ero a chilometri di distanza), ma per come mi ero comportato; per come ero stato meschino. Avevo calpestato la nostra amicizia senza motivo, era stato come uccidere un essere indifeso. Non sapevo perché e questo era ridicolo ma tragico insieme. Dovevo fare qualcosa. In mio ego, ora aveva paura. Se le fosse successo qualcosa, se davvero non avessi più potuto riparare, bé mi vidi nell'atto di puntarmi una pistola alla testa e premere il grilletto. Gongolai nell'immaginarmi il sangue e la materia cerebrale che schizzava sulla parete. Era la punizione giusta per quello che avevo fatto. Nell'antichità i grandi uomini preferivano il suicidio a una vita macchiata dal disonore: che vita sarebbe stata la mia, con quel peso sulla coscienza?
Mentre giravo gli occhi all'impazzata, vidi la chiesa da cui era appena partito il funerale. Sembrava guadarmi con quel suo grosso e unico occhio centrale, decorato da immagini sacre.
Feci una cosa che non facevo da anni. Spensi il telefono e lo lasciai in auto. Inserii l'antifurto ed entrai. La chiesa era silenziosa; vi era un senso di pace che non avevo provato da anni, nonostante gli addobbi funebri ricordassero il rito che vi si era appena consumato. Le immagini dei santi e dei martiri avevano una solarità e una serenità che quasi invidiavo.
L'odore d'incenso era ancora forte. Mi sedetti ad un bancone. Per parecchi minuti non pensai a nulla e non feci nulla, salvo fissare il crocefisso che sembrava penetrarmi con i suoi occhi sofferenti. Poi iniziai a parlare con Dio.
"So che probabilmente non ti ricordi di me - ero quasi indeciso se rivolgermi a Lui con il "tu" o con il "voi" - non merito tanto. Non so se esisti davvero, ma se ci sei forse sei l'unico che può aiutarmi. Non è per me, sai, so di non meritare il tuo soccorso. E' per una mia amica. Lei non merita di morire a 23 anni perché un cretino andava ai 90 in via Emilia Centro. Anche lei non è certo uno stinco di santo, anzi; però credo meriti un'altra possibilità. Lo so: sto chiedendoTi di darle quello che non le ho dato io, la possibilità di riscattarsi. Ma, vedi, se lei muore io non ce la faccio. Il pensiero di non poterle dire che mi dispiace di averla trattata così e che le voglio bene e che...alla fine sembra che Ti stia chiedendo un favore per me...ma vedi se lei muore io mi uccido. Non prenderla come una minaccia ma, ah cazzo, non riesco a spiegarmi"
Stavo per bestemmiare per l'impotenza. Lui non mi rispondeva perché io non riuscivo a spiegargli il problema: ero un vero analfabeta religioso. Poi vidi un prete e letteralmente lo inseguii.
"Padre mi aiuti: sono alla disperazione"
"Siamo qui per questo. Seguimi al confessionale: staremo più tranquilli"

AUTORE - GABRIELE

6 commenti:

Max ha detto...

C'è qua e là qualche refuso e qualche piccolo gap logico: ad esempio nel primo dialogo con le ragazze c'è un po' di confusione fra Chiara e Sara, oppure: giorno dell'incidente il protagonista si da appuntamento con Luca alle 9:00 del giorno dopo e poi lui non si vede più.
Nel complesso comunque il racconto è più che discreto.

Sara ha detto...

Molto bello nel contenuto, davvero complimenti per come hai trattato i personaggi.
Per la forma Max ti ha già segnalato i refusi e qualche punto un po' oscuro di logica, ma nulla di importante. Sistemati quelli è perfetto.

Gabriele ha detto...

Sono contento che via piaciuto, visto che non è il mio genere. Tra l'altro l'ho scritto 4-5 anni fa in un momento particolare: è rimasto in naftalina per tanto tempo che vederlo rinascere mi ha fatto unc erto effetto. Appena riesco sistemo i problemi che mi avete segnalato. Complimenti ai Commentatori Precisi, gli unici a commentare tutti i racconti: siete meglio dell'Anonimo...

Anonimo ha detto...

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