19 agosto 2005

L'ASSASSINO

Antoine l’ha portato direttamente da me. Non avrei mai pensato che fosse così famoso nella malavita parigina. Pensare che, poco più di un paio di anni fa, era così poco introdotto che ha persin dovuto vendere la sua vecchia madre, adottiva si intenda bene, per potersi pagare una bottiglia di rum delle colonie.
Eppure questa volta è riuscito a farci avere un contratto di lavoro coi fiocchi. Chiaro che senza di me si sarebbe sognato un cliente del genere. Ormai a Parigi anch’io ho la mia buona fama. La Lama mi chiamano. Al secolo Robert de Pontflorie. Non c’è un assassino migliore di me in tutta Francia. Per questo il signor Ministro si è appellato a noi. Per lavori così delicati e personali non è consigliabile avvalersi di sgherri del governo. Noi assassini al soldo siamo più efficienti. Puliti, se volete. Se accettiamo un lavoro il nostro codice d’onore ci impone di portarlo a termine qualunque sia il rischio. Questa volta poi il cliente è veramente esigente. Non ha voluto rivelarmi subito il bersaglio. Mi ha detto che tra uomini d’onore sarebbe bastata la parola e l’anticipo sul lavoro per concludere l’accordo. Uomo saggio Monsieur Jacque, non per niente è ciò che è. L’anticipo è veramente sostanzioso. Solitamente una cifra del genere la vedo solo dopo aver concluso un paio di lavori. Se penso che una borsa uguale mi aspetta alla consegna delle prove dell’avvenuta esecuzione mi sento felice come un bambino. Finalmente potrò ritirarmi, vivere la mia vita senza rischi o almeno mi piace pensarlo. Nella mattinata di domani un servo mi farà avere la lettera col nome della persona da uccidere e col souvenir da riportare come prova allo stimato nobiluomo. Sono proprio curioso di sapere chi è il folle che ha pestato i piedi a un uomo così potente. Ma ora basta pensare al lavoro. Devo prepararmi in fretta. La mia amata mi attende.
Sibilla. La immagino e mi si accende la passione. Quegli occhi che mi guardano, mi scrutano dentro imprigionandomi l’anima.
È ormai trascorso un mese dal nostro primo incontro. Ricordo perfettamente quel giorno.

Io ero appoggiato al muro del fornaio, una bassa costruzione a pochi passi dal boudoir di Madame Lilé.
Ero in attesa che la mia vittima uscisse proprio da quel bordello. Ma invece dell’uomo uscì la mia adorata Sibilla avvolta in un nero scialle che la copriva completamente. Mi passò accanto, prima di entrare dal fornaio, e i nostri sguardi si incrociarono quel tanto che bastò per farci innamorare. Ero talmente preso dalla sua figura, dal suo fragrante e dolce profumo che stavo per dimenticarmi del motivo per cui ero lì. Non sia mai che rovini la mia reputazione per una donna; mi dissi senza crederci più di tanto. Fortunatamente l’uomo usci dal bordello proprio nell’attimo in cui mi ripresi. Subito però mi resi conto che il mio stato d’animo non mi avrebbe permesso di affrontare il lavoro con la giusta freddezza. C’era qualcosa che mi rodeva dentro. Dovevo assolutamente parlarle prima di andarmene. È così, combattuto, mi infilai di corsa dentro alla bottega del panettiere. Agguantai Sibilla per le spalle senza mai perder di vista l’uomo. Lei mi guardò con occhi sbarrati senza dir nulla.
“Ci rivedremo stasera” le sussurrai in un orecchio. I miei occhi erano sempre sull’uomo che stava voltando l’angolo. Un attimo ancora e lo avrei perso. Le sfiorai il collo con le labbra prima di prostrarmi in un profondo inchino e scappare di corsa dietro la mia vittima.
Ricordo ancora la sensazione. Forse l’uccisione più sentita della mia carriera. Quando il coltello recise la giugulare, entrando alla base del collo, mi parve di rivedermi appoggiare le labbra sulla candida pelle di Sibilla. Assaporai il calore del suo corpo così come assaporai il caldo sangue dell’uomo che mi macchiò il viso. L’ultima immagine nella mia mente era una Sibilla inerme. L’ultima immagine di quell’omicidio fu un corpo esanime.
Alla sera mantenni la promessa. Convinto che il sacco dei denari pieno mi avrebbe aperto le porte del boudoir mi presentai a Madame Lilé. Mi sbagliavo. La megera non voleva che avessi niente a che fare con Sibilla. Arrivò ad offrirmi il suo intero harem, gratis, purché mi dimenticassi di lei. Non accettai e me ne uscii indispettito sapendo però che la mia adorata e selvaggia regina aveva assistito a tutta la scena.
Rimasi alcune ore appoggiato alla stessa parete, galeotta, della mattina cercando di abbracciare con lo sguardo l’intero fabbricato del bordello nella speranza di avere un suo segnale.
Niente.
Eppure sapevo che anche lei mi amava. Mi desiderava quanto io desideravo lei.
Ormai scoraggiato e pronto ad andarmene rimasi, piacevolmente sorpreso, quando vidi uscire da un vicoletto la mia dolce Sibilla. Appena fu vicina la strinsi forte. Ci baciammo senza dire una parola. Da quella sera condividemmo il mio letto per un mese; amandoci e vivendo quelle poche ore insieme nel massimo della serenità.

Come sempre accade mi sono perso nei miei ricordi. Corro al solito posto nella speranza di ridurre il ritardo. Se lei non c’è ancora aspetterò, in piedi, appoggiato al muro del fornaio che la mia bella arrivi.
Eccola.
“Ma cos’ha il mio amore?!” le chiedo leggendo la tristezza nei suoi occhi.
“Qualcuno ci ha visti. Madame è adirata con me. Ho paura Robert. Ho paura che mi facciano del male. Ho paura di perderti” le lacrime riempiono i suoi occhi.
“Non ti preoccupare mia cara nessuno ti farà del male finché Robert de Pontflorie sarà al tuo fianco. Ora torna alla Maison. Stasera è meglio che ti riposi. Ti amo.”
Lei mi lascia per tornare da Madame Lilé. Me ne vado a malincuore. Vago per Parigi tutta la notte con la sua immagine a tenermi compagnia. Torno a casa che il sole è già spuntato.
Sul mio giaciglio chiusa con un inequivocabile sigillo in ceralacca nera c’è la lettera col mio incarico. L’apro, incuriosito, e leggo il nome.
Cado in ginocchio. Dalla disperazione sfrego il volto sulla ruvida pergamena. Mi afferro i capelli rantolando. Urlo. In un impeto d’ira metto a soqquadro ogni angolo del mio tugurio. Sibilla c’è scritto con un inchiostro nero come la morte. Sibilla è la destinata ad incontrare la mia lama. Sibilla. Sibilla.
Lacrime amare mi riempiono gli occhi. Si staccano dalle mie guance sottoforma di grosse gocce che si schiantano, silenziosamente, sulla mola inumidendola. Non avrei potuto immaginare miglior modo per santificare la lama che mi porterà via il cuore e l’amore.
Antoine fa ritorno da una notte di bagordi. Non si accorge di nulla. Solleva il sacchetto delle monete e facendolo tintinnare, con un riso rantolante mi dice che, per la seconda volta, il nano ha avuto il piacere d’incontrar sua madre.

AUTORE - SIMONE

4 commenti:

Eliselle ha detto...

Mi è piaciuto molto.
Forse, un'osservazione qui:

"…
Come sempre accade mi sono perso nei miei ricordi."

Lo stacco è troppo duro da sopportare. Lascia scivolare il racconto dai pensieri del protagonista all'azione senza renderlo noto. Il lettore se ne accorge comunque.

Max ha detto...

Niente male, conciso e preciso (come una rasoiata), però ti confesso che avevo mangiato la foglia... occhio perchè la ragazza alcune volte è Sibille ed altre Sibilla.

Gabriele ha detto...

Concordo con Max. Anch'io avevo mangiato la foglia.

XoMeGaP ha detto...

Fa parte di un progetto più ampio di racconti in cui cmq si sa perfettamente chi dovrà uccidere; per questo non vi è tanta sorpresa.

Quello che mi interessa è aver trasmesso la sofferenza e il dolore dell'assassino. Se ci sono riuscito allora il racconto ha raggiunto il suo scopo

Simo