19 agosto 2005

GILGAMESH

Ogni parte del suo essere era colma di terrore.
Il cuore palpitava impazzito. I suoi occhi indagatori si muovevano in modo frenetico cercando, nel buio opprimente che lo avvolgeva, qualcosa di famigliare su cui poter far convergere la propria insicurezza ed esorcizzare quella tremenda visione.
Luce; aveva bisogno di luce.
La desiderava e questo bastò a far si che nel centro della stanza si concentrasse un piccolo globo luminoso che, sprigionando una pura ma intensa luce, eliminò ogni traccia di oscurità.
Gilgamesh non comprendeva. Tutto appariva alla sua mente molto confuso.
L’incubo della sua infanzia era tornato a tormentare le sue notti.
Perché proprio ora?
Che fosse connesso agli strani avvenimenti su cui era stato chiamato a indagare?
Far supposizioni era inutile. La soluzione si sarebbe presentata solo riesaminando, in modo analitico, le informazioni ricavate fino a quel momento.

Al suo arrivo in compagnia di Eladrin, una giovane menestrello, tutto sembrava svolgersi nella più assoluta normalità. Alcuni abitanti del feudo, caricati dei loro attrezzi da lavoro e di qualche provvista, si recavano nei campi per rimanervi fino a poco prima del tramonto. Le botteghe, che si ergevano intorno alla Chiesa, erano nel pieno delle loro attività produttive. Le donne, intente a parlottare fra di loro, procedevano serene verso la zona dei laboratori, nella quale agli uomini era vietato l’accesso.
Nei volti della gente però si intravedeva qualcosa di anomalo; una paura che incombeva sulle loro piccole menti e alla quale non riuscivano a dare una spiegazione plausibile. Anomalia questa rafforzata dal fatto che, per il feudo, si aggiravano parecchi monaci, tutti indaffarati nella cerca di chissà quale nemico.
Giunti dal borgomastro, un uomo ormai non più nel fiore degli anni ma dallo spirito ancora molto forte, i due vennero accolti con tutti gli onori dovuti a degli ospiti del loro retaggio. L’uomo assegnò loro due piccole stanze all’interno della sua abitazione e li invitò alla sua mensa per il pasto serale. Fu proprio in quell’occasione che Gilgamesh e la sua compagna vennero a conoscenza del motivo per cui erano stati mandati a indagare in quel villaggio sperduto fra i monti.
Ma procediamo per gradi.
Visto che i due avevano a disposizione tutto il pomeriggio decisero di mettersi subito al lavoro raccogliendo alcune indiscrezione dagli abitanti. Gilgamesh parlò con gli artigiani mentre Eladrin interrogò le donne nella zona dei laboratori. Quando, prima della cena, si scambiarono le informazioni ottenute si accorsero che molte di esse erano simili. Nel complesso si potevano riassumere tutti gli eventi, avvenuti fino a quel momento, attraverso un paio di fatti piuttosto macabri; il concepimento di esseri umanoidi deformi e una serie di morti inspiegabili e particolarmente violente.
Ma fu la cena, come avevo già anticipato, ad essere veramente rivelatoria.
Tutti i commensali erano seduti ad una grande tavola rettangolare di quercia.
Ai due capi della tavola sedevano Gilgamesh e il padrone di casa mentre ai lati invece, dove erano state predisposte due sedie per parte, stavano le tre giovani figlie del nostro ospite e la delicata Eladrin che, come d’abitudine, non si presentava mai ad un banchetto senza essere accompagnata dalla sua fedele e adorata lira.
La tavola, riccamente imbandita, era stata preparata con scrupolosa attenzione. Grandi vassoi di peltro mettevano in bella mostra svariati tipi di cacciagione cucinata nei modi più disparati. L’odore delle spezie e del pane caldo riempiva l’aria.
I bicchieri erano già stati riempiti con un forte vino dal dolce profumo e dall’intenso color carminio. Semplici candelabri di ferro battuto illuminavano la modesta sala.
Le danzanti fiamme delle candele davano a quel luogo un aspetto misterioso che si andò ad accentura durante la serata.
La cena procedette in piena serenità, tra un bicchiere di vino e un cosciotto di cinghiale alle erbe, fino a quando Gilgamesh non decise che era venuto il momento di chiarire ciò che aveva scoperto quel pomeriggio. Non appena il mago entrò in argomento, le facce degli ospiti, che fino a poco prima erano felici e sorridenti, si oscurarono improvvisamente. Subito non capì il perché di un tale e repentino cambiamento; poi tutto si chiarì nel momento in cui una delle tre figlie del borgomastro, con un pianto represso, si alzò da tavola e correndo si rifugiò nella sua stanze da letto.
A detta del padre, poche sere prima, la giovane era stata violentata da un essere che la ragazza aveva descritto come un eterea creatura di natura tutt’altro che umana.
Mentre raccontava queste cose l’uomo si segnava continuamente come se temesse che le sue parole potessero richiamare qualcosa di antico.
La ragazza fece ritorno a casa con le vesti lacere, e subito il padre pensò che fosse stata vittima di qualche contadino che, in preda ai vapori del vino, avesse perso la ragione. Invece la serva, che per prima si prese cura della ragazza, gli riferì che i seni e i fianchi della fanciulla portavano evidenti segni di graffi, molto simili a quelli lasciati dagli orsi sulla corteccia degli alberi per segnare il loro territorio. Perdipiù, sempre secondo la serva, nella parte interna delle gambe, in prossimità del pube, vi erano delle lesioni che potevano essere state fatte solo col fuoco.

Il ricordo di quelle parole strappò Gilgamesh alle sue riflessioni.
Il mago sentì l’ansia imposessarsi del suo animo.
Solo ora riusciva a intuire un qualche collegamento fra il suo sogno e gli eventi che avevano come protagonista la figlia del feudatario. L’essere di cui nessuno aveva mai visto l’aspetto era lo stesso che lo perseguitava fin da ragazzo.
Lo stesso che, secondo il suo mentore, lo aveva aggredito quella notte di vent’anni prima. Il ricordo era ancora vivido nella sua mente. Era riuscito a sottrarsi a quell’essere per pura fortuna rifugiandosi in un anfratto situato alle spalle di una piccola cascata.
In quell’occasione aveva riportato una lieve ferita alla spalla che, a causa della sua natura magica, era refrattaria a qualsiasi tipo di incantesimo curativo.
“La ferita! Ecco la prova!”
Con un rapido gesto della mano sinistra, in uno stato di agitazione crescente, Gilgamesh si sollevò la manica dalla maglia mettendo a nudo la spalla. Ciò che vide lo fece riflettere e nel contempo confermò le sue ipotesi. Dalla cicatrice, rimarginata perfettamente ormai da tempo, fuoriusciva un leggero rivolo di sangue che prese a strisciare, come un piccolo serpentello, lungo il braccio scoperto.
La sua mente si concentrò sulla ferita e questa smise immediatamente di sanguinare.
“Tu sei il più adatto a questo compito” gli avevano detto gli anziani della confraternita quando gli affidaro l’incarico.
Evidentemente erano già a conoscenza di ciò che stava avvenendo in quel luogo e di come lui vi fosse legato.
Gilgamesh però non si spiegava il perché lo avessero tenuto all’oscuro di tutto.
Che avessero voluto metterlo alla prova facendogli affrontare le sue paure?
Si arrovellò un po’ su questa cosa cercando di darsi una motivazione plausibile, ma poi accantonò il pensiero decidendo che al suo ritorno avrebbe chiesto chiarimenti.
Ora l’importante era riposare. Lo attendeva un’intensa giornata di ricerche e doveva essere nel pieno delle proprie facoltà mentali se voleva sbrogliare, al più presto, la matassa che legava assieme tutti quei delitti.

*******

Il sole, caldo, risvegliava la terra ancora addormentata sotto una coltre di rugiada.
La leggera brezza mattutina che filtrava dalle imposte semi aperte, svegliò dolcemente Gilgamesh che, in poco tempo, si preparò ed uscì dalla stanza. Aprì la porta della camera e dietro vi trovò Eladrin, in procinto di bussare. La ragazza col il viso arrossato e le lacrime agli occhi gli fece segno di seguirlo invitandolo ad affrettarsi.
All’esterno molti degli abitanti del feudo si erano ammassati intorno alla casa del maniscalco, dalla quale provenivano grida di disperazione. L’abitazione, piuttosto grande rispetto alle altre, era formata da una parte di pietra dove viveva l’artigiano con la moglie e da un’altra, in legno, adibita a stalla e fucina.
All’interno di quest’ultima Gilgamesh intravide il borgomastro che, con una mano alla bocca, gesticolava nella sua direzione.
Facendosi largo tra la folla, senza dare il tempo ai suoi occhi di cogliere tutti i particolari della scena, il Mago si portò all’ingresso della stalla.
Non appena oltrepassò la soglia il suo olfatto fu colpito violentemente da un intenso odore di escrementi misto a sangue e poco ci mancò che il suo stomaco lo abbandonasse.
Appeso ad un trave della stalla, come un semplice quarto di bue, vi era la parte inferiore di un uomo. Il busto era stato posto sotto di essa. Come in una grottesca messa in scena teatrale la testa era orientata in modo tale da poter osservare il proprio bacino dilaniato e le interiora pendere ormai prive di vita.
Ripresosi dallo turbamento iniziale, Gilgamesh incominciò a osservare la scena.
Il suo occhio vigile notò subito che, mimetizzate con la paglia e la polvere presenti nella stanza, vi erano tracce di sangue che portavano in fondo alla stanza verso una porta di legno.
Con circospezione si avvicinò e l’aprì lentamente.
I segni all’interno della casa erano più nitidi e non sembravano casuali ma, ben delineate, quasi come se qualcuno avesse voluto indicare una strada da seguire ai soccorritori.
Avanzando Gilgamesh si ritrovò al cospetto di un altro efferato delitto.
Questa volta si trattava di una donna; la moglie del maniscalco.
La trovò stesa sul suo letto, completamente nuda.
Il suo corpo, al contrario del marito, non presentava segni di lacerazioni.
Ad un primo sguardo sembrava esser morta nel sonno.
Eppure, quella scena di apparente normalità, era resa grottesca da un particolare alquanto inquietante.
Sul corpo della vittima vi era una lunga ustione che partiva da sotto il mento e si snodava lungo tutto il corpo fino alla zona pubica.
Sembrava che una grossa lumaca, strisciandole sul ventre, l’avesse ustionata.
Solo dopo aver esaminato la donna, Gilgamesh, si accorse che sulla parete alla sua sinistra vi era una scritta.
La lingua usata era il latino, e l’iscrizione diceva :_ Una volta mi fuggisti. Per te ora non vi è più scampo. Tu pensi di essere il cacciatore ma non ti sei ancora reso conto di essere la preda.
La scritta riuscì solo ad irritarlo. Si sentiva ferito nell’orgoglio e questo riempiva il suo animo di rabbia.
“Il primo! Devo sapere chi è stato il primo a morire!” questo uscì dalla bocca di Gilgamesh non appena abbandonata la casa del maniscalco, in preda all'ira, vide il capovillaggio nell’aia che coordinava un gruppo di contadini intenti a deporre ciò che rimaneva delle spoglie dell’artigiano in un carretto.
L’imposizione cosi secca e decisa spiazzò per un attimo l’amministratore.
Il mago, nei suoi abiti di cuoio nero, non gli era mai apparso così imponente e rigoroso come in quel momento.
Quegli occhi scuri, inflessibili, che lo fissavano carichi di cieco odio spaventarono il pover uomo che frappose subito alcuni metri tra se e il suo interlocutore.
“Ebbene! Sto aspettando!”
“Subito mio Lord, glielo mostrerò immediatamente” così dicendo il borgomastro, ancora intimorito, accompagnò Gilgamesh ad una piccola casa in legno isolata da tutte le altre.
“Questa era la casa del vecchio Ibacus. L’ultimo prete della vecchia fede che ancora si poteva trovare nella zona circostante”.
Senza neanche ascoltare l’ultima affermazione dell’uomo, Gilgamesh si fece largo nella polverosa abitazione.
All’interno l’odore di muffa era piuttosto forte. Sul pavimento si potevano ancora notare le macchie di sangue lasciate dall’omicidio che vi si era perpetrato.
Portatosi nel centro della stanza il mago si concentrò iniziando a salmodiare una strana litania. Le energie magiche risposero prontamente andando a ripescare nel flusso temporale le immagini delle vicende accadute in quel luogo, per poi sovrapporle alla realtà del momento. In questo modo Gilgamesh poté osservare il vecchio prima che la creatura lo uccidesse e scoprire che in quella casa non tutto era come sembrava. Uscito dalla stato di concentrazione necessario per plasmare l’incantesimo si avviò verso una vecchia madia. Con l’aiuto del suo accompagnatore, rimasto per tutto il tempo immobile sulla soglia della casa, spostò il mobile dalla sua posizione originale. La credenza, con grande stupore del borgomastro, nascondeva un’apertura nel pavimento che, mediante una scala di legno, portava in un antro usato dal vecchio per compiere i rituali più complessi dell’antica religione. Gilgamesh scese la scaletta, dopo aver acceso alcune candele, esaminò quel luogo. Tutto era come doveva essere in un laboratorio magico. Vi erano libri, alambicchi, vasi di terracotta contenenti mandragora e belladonna.
Il suo interesse, però, fu subito calamitato dai due anelli disegnati sul ruvido pavimento di pietra. Il primo copriva quasi l’intera superficie della stanza e riportava nella sua corona i simboli, nei tipici linguaggi rituali, di Azazel, Aluquah, Utukku, Shedu e Se’irim. Nel secondo, più piccolo, interno e tangente il primo, erano riportate le parole Mamitu kashshapu Ibacus: sortilegio dello stregone Ibacus. Posizionate sul cerchio interno dell’anello più grande vi erano cinque candele rosse.
Osservando più attentamente, Gilgamesh si rese conto che, tracciando delle linee che univano fra loro le diverse candele si veniva a disegnare un pentacolo, al centro del quale si poteva notare una zona carbonizzata come se vi fosse stato acceso un falò in grado di sprigionare un calore così intenso da poter fondere l’acciaio.
La sua congrega e molte altre avevano proibito ai propri affiliati di erigere simili cerchi. Lo scopo di questi rituali era quello di evocare spiriti e demoni dalle dimensioni attigue alla nostra per poi vincolarli ai voleri del mistico. Come tutti sapevano, questi erano riti estremamente complessi e per compierli occorreva la presenza di un gran numero di maghi. Tutto doveva essere preparato alla perfezione. Il vecchio doveva aver commesso qualche errore nella procedura perdendo così il controllo sulla creatura. Mentre era intento a fare congetture, il suo sguardo vigile cadde all’interno del piccolo anello. Appoggiato su d’un leggio d’osso, vi era un libro rivestito da una robusta pelle marrone. I piatti erano rinforzati negli angoli, tramite inchiodatura, con quattro placche di metallo a forma di mezza luna.
A metà del lato lungo si poteva notare un delicato fermaglio mentre nella parte superiore, fissato ad un anello, partiva una grossa catena che assicurava il libro al leggio.
A quella vista Gilgamesh si sentì pervadere da una grande euforia.
Aveva riconosciuto subito la tipica rilegatura a catena adottata solo negli ultimi tempi dai monasteri e dalle congreghe. Quel tipo di rilegatura, progettata per evitare la sottrazione del volume dai “santuari”, stava ad indicare che l’opera era molto importante e di grande valore. Deciso a portare via con sé il manoscritto, supponendo che al suo interno potesse trovarsi il modo per arrestare quell’essere, il mago improvvisò un incanto che gli permise di staccare la catena dal leggio senza rovinare in alcun modo il lavoro dei maestri legatori.
I due uscirono dalla casa quando ormai il sole aveva oltrepassato lo zenit e si diressero alla magione del feudatario dove avrebbero riposato mente e membra.
Per tutto il pomeriggio Gilgamesh non fece altro che perlustrare il feudo, in cerca di qualche indizio o informazione che lo potesse condurre alla creatura.

Verso sera la sua mente era cosi piena di dubbi, pensieri, concetti frammentari che credette di impazzire. Pur tentando, non riuscì a smettere di pensare a quella macabra storia in cui si era trovato coinvolto.
Cenò, come la sera precedente, in compagnia dei suoi ospiti. Ma al contrario della sera passata nessuno parlava e quindi il pasto prosegui nel più totale silenzio e imbarazzo. Quando la cena finì, tutti gli abitanti del villaggio erano ormai nei loro lettti da parecchio tempo. Tutto era avvolto dal buio di una notte senza luna.
Immerso in un innaturale silenzio. Ricordando che la creatura era apparsa sempre nelle ore notturne, Gilgamesh decise di perlustrare la zona interna alle mura in compagnia di Eladrin, la cui paura era stata messa a tacere dalla voglia di conoscenza.
Quando i due, sconsolati dall’infruttuosità delle ricerche, tornarono alla casa il giorno era ormai vicino.
Lasciata Eladrin nel corridoio che portava nella zona in cui dormivano le figlie del padrone di casa, Gilgamesh, stanco per la pesante giornata, andò nella sua stanza. Non appena fu dentro accese alcune candele e, dopo essersi tolto il suo lungo manto nero dall’interno bianco e averlo sistemato su di una sedia al fianco del letto, si sdraiò.
Il silenzio permeava ogni angolo della stanza e neppure dall’esterno si percepiva alcun tipo di rumore.
D’improvviso però qualcosa mutò. Si poteva sentire una distorsione delle energie magiche insite nella realtà, come se qualcuno stesse distorcendo lo spazio creando una specie di passaggio dimensionale. Senza neanche dargli il tempo per focalizzare i propri pensieri, la creatura gli fu addosso.
Era enorme. Un’ombra, senza occhi ne naso con un’unica apertura, all’altezza della bocca dalla quale penzolava una lunga lingua bavosa.
“Ora il tuo guscio è mio giovane mago. Annienterò il tuo spirito e userò il tuo corpo per muovermi liberamente nel tuo mondo”.
Il demone impose le sue lunghe mani sulla testa di Gilgamesh che percepì immediatamente una enorme pressione mentale.
La pressione aumentava. Sentiva il suo spirito che piano piano scivolava via mentre quello della creatura prendeva il suo posto. La sua mente era in continua espansione nel vano tentativo di imporsi su quella dell’essere. I suoi pensieri vorticavano nella ricerca di un modo per liberarsi da quella presa mentale. Di colpo come se fosse stato illuminato da una suprema conoscenza capì ciò che doveva fare.
Eliminò ogni resistenza mentale e focalizzò tutto il suo io e tutte le sue energie in un unico, complesso, pensiero.
La creatura si trovò per un attimo spiazzata dalla mancanza di resistenza che fino ad allora l’aveva tenuta in scacco. Ormai era un tutt’uno col corpo del mago, riusciva già a percepire gli odori le sensazioni tattili e le emozioni. Quanto erano intense le emozioni di quel mago in quel momento. Odio, paura, angoscia. Tutto si mischiava in un caleidoscopio di percezioni completamente nuove per quell’essere. Era vivo. Mortale. Si sentiva euforico, anche se non ne comprendeva il significato.
Aveva vinto e nulla lo avrebbe più fermato dal raggiungere il suo scopo.
“Finalmente sei mio!” gridò.
Ma l’essere s’ingannava.
Appena prima che lo spirito della creatura entrasse nel corpo di Gilgamesh questi lasciò scorrere in un unico incanto le energie trattenute. L’essere si ritrovò avvolto da una potente magia che iniziò ad allontanarlo dall’incantatore. Solo allora comprese che ciò che aveva percepito non era altro che una semplice illusione, un inganno perpetrato alla sua mente dalla grande forza di volontà del mistico.
Ma ormai era troppo tardi. L’incantesimo stava disperdendo l’energia che manteneva unite fra loro le particelle di materia reale che formavano il suo corpo.
“Maledetto! Mi hai ingannato!”
“Ritornerò con un corpo di carne e allora vedremo chi di noi sarà il più forte!”
Uno scoppio di luce e poi il silenzio.
Nella stanza tutto era tornato alla normalità. L’unico segno visibile, a testimonianza di ciò che era avvenuto, era una bruciatura sul pavimento nel punto in cui il demone era sparito. Gilgamesh, ancora scosso dallo scontro, non riusciva a capacitarsi di come avesse potuto resistere ad un essere così forte. Sapeva che lo avrebbe rincontrato un giorno, e che in quel giorno il libro ritrovato nel laboratorio di Ibacus sarebbe stato la sua unica salvezza.
Lui non era mai arretrato innanzi ad un nemico e anche questa volta avrebbe aspettato la sua comparsa, armato della più sottile conoscenza.

AUTORI - SIMONE

SANGUE DI CRISTO

Sono passate tre notti dall’ultima volta che ho dormito. Tutte le volte che mi sdraio il suo volto pervade la mia mente. Quegli occhi dorati; profondi e antichi. La bocca sottile che mai ha incontrato la maldicenza. La sua pelle bruciata dal sole. Colpa di quel dannato Caifa.
Lui e il suo maledetto territorialismo. Sotto l’impero questo non dovrebbe succedere.
Noi da buoni dominatori abbiamo concesso a tutti di poter praticare il proprio credo.
Ma sembra che questo non basti.
La luce del mattino si fa già strada nella stanza. Glauco entra trafelato. La polvere, alzata dai suoi calzari, unendosi a un raggio di sole crea nell’aria una piccola cascata.
“Pilato chiede di te Gaio. Penso che sia per il Nazzareno.”
Sospiro. Non riesco a trovare la forza per alzarmi. Perché devo andarci io. Non me la sento di riverede quell’uomo. Quel volto. Eppure devo. Come pretoriano ho degli obblighi verso il mio signore. Indosso la nera e lucida corazza di cuoio. E’ ancora come quando l’ho ricevuta. Tutti i giorni me ne prendo cura lucidandola e oliandola in modo da tenerne il cuoio morbido e pulito. Fisso il bianco mantello alle spalline. Il gladio pende dalla mia cintura. L’elmo stretto in mano.
So che non dovrei ma ho bisogno di sentire l’aria calda del deserto toccarmi i capelli.
Le strade sono già colme di vita. I mercanti stanno allestendo i loro banchi. I bambini giocano, mentre le madri lavano i panni. Alcuni mi corrono intorno. Allungo una mano per accarezzare i loro crespi capelli. Anche i malviventi sono già attivi. Due loschi figuri mi guardano di sottecchi . Stanno sicuramente tramando qualcosa. Ma ora non ho tempo di approfondire.
A pochi passi dalla casa di Pilato indosso il mio elmo dal folto cimiero dorato.
Faccio appena in tempo ad attraversare la soglia che un lungo bastone tenta di colpirmi allo sterno. Scarto di lato afferrando il legno. Facendo perno sulle gambe ruoto su me stesso trascinandomi dietro il mio aggressore che, preso alla sprovvista, rotola a terra. Una battito di mani.
“Sei sempre il migliore mio caro Longino” afferma Pilato mentre Glauco, completamente impolverato, mi osserva incredulo.
“Sali Longino. Ho degli affari da affidarti”
Mi incammino verso l’interno della casa non prima però di aver deriso il mio goffo assalitore.
Pilato, seduto sul suo seggio intento a sorseggiare una coppa di vino, mi fa cenno di accomodarmi. Rimango in piedi al suo cospetto.
“Longino ti voglio affidare un importante compito. Voglio che tu sia l’ombra del Nazzareno.”
Sento il sangue defluire via dal mio volto.
“Oggi si compirà il suo destino. Dobbiamo assolutamente impedire che qualcuno lo uccida prima del tempo. Conosci Caifa. Se si facesse prendere dal panico potrebbe ingaggiare un sicario e porre fine alla vita del falegname. Questo non deve accadere. Abbiamo bisogno di dare un esempio; un esempio religioso, politico e diplomatico.”
Le sue parole mi paralizzano. Come una malattia letale si insinuano nel mio io.
Vorrei rifiutare. Urlargli in faccia che non voglio stare vicino a quell’uomo. Che non mi interessa la religione, la politica, la diplomazia. Eppure non ci riesco. Annuisco dando la mia completa disponibilità. Pilato mi congeda. Esco dalla casa. L’aria non mi consola più. I bambini mi stanno alla larga. Lo farei anch’io se mi vedessi in faccia. Prima di dare inizio a questa assurda rappresentazione passo al campo per prendere la mia lancia. Mi servirà sicuramente.

Il sole è alto e l’esecuzione è solo all’inizio. Quel gran bastardo di Caio se la sta proprio godendo. Prima la frusta, poi il nerbo. Ora tiene in mano il flagello. Ogni colpo strappa un po’ di vita al Nazzareno. Il volto di Caio è segnato dall’odio e dal piacere. Stanotte godrà molto meno.
Ho intenzione di spaccarmi le mani contro il suo brutto muso. Sempre che le sue ossa siano così forti da rompere i cestus con cui me le ricoprirò. Ecco la croce. Sono sicuro che l’ha offerta Caifa. Mentre gliela caricano sulle spalle il sangue forma una piccola pozza ai suoi piedi. Guardo le persone intorno. Non uno sguardo di disprezzo. Non una voce si leva. Non un insulto scuote la pace di quel momento. Nessuno si azzarda a muoversi. Sembra che il tempo si sia fermato. Per la strada che porta al Golgota tutto procede tranquillamente. Solo un uomo e una donna si avvicinano cercando di alleviare le sofferenze del falegname. Io non mi oppongo al loro intervento. Lancio solo uno sguardo truce ai pochi che provano a protestare.
Sul Golgota ci si sente più vicino al cielo. Spesso quando sono quassù mi sento più sereno.
Infondo è un buon posto in cui morire. A me non dispiacerebbe.
Le croci sono già alte quando il sole inizia la sua discesa. Lo hanno messo fra quei due maledetti. Disma e Gesta. Li ho sorpresi io stesso, durante una ronda, che se ne approfittavano di una donna dopo avergli rubato fino all’ultimo denaro. Era da tempo che li cercavamo. Fisso i loro volti.
L’ira mi sale dentro. Sarei dovuto arrivare prima. Migliaia di volte prima. Ora sarà la croce a togliermi il piacere di prendere le loro vite. Mi soffermo sul Nazzareno. Perché; mi domando. Lui non è come queste bestie. Eppure fra i tre è quello che ha maggiormente sofferto. Mi siedo su una pietra poco lontano. Non perdo mai di vista la scena. Ascolto e non ascolto quello che accade.
Devo solo vigilare sui malintenzionati. Non voglio rimanere coinvolto. Non voglio che quegli occhi si posino nuovamente su di me. Non voglio più sentire la sua voce.
La terra trema.
Cado.
Disma grida.
“Lui Vive! Lui vive! Dio è con Lui! Vive! Vive!”
Le sue grida mi scombussolano. Devo farlo smettere. Deve smettere di urlare. Il Nazzareno è morto. Niente lo riporterà. E’ morto e basta. Corro sotto le croci. Il ladrone grida ancora. Con l’asta della lancia lo colpisco così forte da spezzargli il fiato.
“Ti ho detto che è morto!” ruoto l’arma e affondo la punta nel costato del falegname.
Acqua.
Sangue.
Cola sulla lama. Mi colpisce il viso. Mi tocca le labbra. Vedo creare la vita. Comprendo per un attimo ciò che le stelle celano. Divento una cosa sola col creato. Dio mi sfiora.
Non piangere figlio mio. Nessuno ti condannerà per ciò che hai fatto. Va ora. Credi e vivi.
Un mondo nuovo mi si apre davanti agli occhi. Ora lo vedo il Cristo. Non è morto. Vive. Si Vive.
Disma grida. Gli esecutori gli hanno fracassato le ginocchia. Ora vogliono quelle di Cristo.
Mi frappongo fra loro e la croce. Ne afferro uno per la veste.
Andatevene! Gli grido, con l’anima, in volto.
Lo spingo via facendolo cadere. Se ne vanno.
Pianto di donna. Pianto di madre. Il mio pianto. Tutte le lacrime del mondo sono per lui.
Lascio il mio elmo sul Golgota insieme al mantello.
Mi incammino verso la mia terra. So che fra cinque anni Glauco verrà a prendere la mia testa.
Per allora io avrò già creato qualcosa capace di ricordare il mio Messia.
AUTORE - SIMONE

L'ASSASSINO

Antoine l’ha portato direttamente da me. Non avrei mai pensato che fosse così famoso nella malavita parigina. Pensare che, poco più di un paio di anni fa, era così poco introdotto che ha persin dovuto vendere la sua vecchia madre, adottiva si intenda bene, per potersi pagare una bottiglia di rum delle colonie.
Eppure questa volta è riuscito a farci avere un contratto di lavoro coi fiocchi. Chiaro che senza di me si sarebbe sognato un cliente del genere. Ormai a Parigi anch’io ho la mia buona fama. La Lama mi chiamano. Al secolo Robert de Pontflorie. Non c’è un assassino migliore di me in tutta Francia. Per questo il signor Ministro si è appellato a noi. Per lavori così delicati e personali non è consigliabile avvalersi di sgherri del governo. Noi assassini al soldo siamo più efficienti. Puliti, se volete. Se accettiamo un lavoro il nostro codice d’onore ci impone di portarlo a termine qualunque sia il rischio. Questa volta poi il cliente è veramente esigente. Non ha voluto rivelarmi subito il bersaglio. Mi ha detto che tra uomini d’onore sarebbe bastata la parola e l’anticipo sul lavoro per concludere l’accordo. Uomo saggio Monsieur Jacque, non per niente è ciò che è. L’anticipo è veramente sostanzioso. Solitamente una cifra del genere la vedo solo dopo aver concluso un paio di lavori. Se penso che una borsa uguale mi aspetta alla consegna delle prove dell’avvenuta esecuzione mi sento felice come un bambino. Finalmente potrò ritirarmi, vivere la mia vita senza rischi o almeno mi piace pensarlo. Nella mattinata di domani un servo mi farà avere la lettera col nome della persona da uccidere e col souvenir da riportare come prova allo stimato nobiluomo. Sono proprio curioso di sapere chi è il folle che ha pestato i piedi a un uomo così potente. Ma ora basta pensare al lavoro. Devo prepararmi in fretta. La mia amata mi attende.
Sibilla. La immagino e mi si accende la passione. Quegli occhi che mi guardano, mi scrutano dentro imprigionandomi l’anima.
È ormai trascorso un mese dal nostro primo incontro. Ricordo perfettamente quel giorno.

Io ero appoggiato al muro del fornaio, una bassa costruzione a pochi passi dal boudoir di Madame Lilé.
Ero in attesa che la mia vittima uscisse proprio da quel bordello. Ma invece dell’uomo uscì la mia adorata Sibilla avvolta in un nero scialle che la copriva completamente. Mi passò accanto, prima di entrare dal fornaio, e i nostri sguardi si incrociarono quel tanto che bastò per farci innamorare. Ero talmente preso dalla sua figura, dal suo fragrante e dolce profumo che stavo per dimenticarmi del motivo per cui ero lì. Non sia mai che rovini la mia reputazione per una donna; mi dissi senza crederci più di tanto. Fortunatamente l’uomo usci dal bordello proprio nell’attimo in cui mi ripresi. Subito però mi resi conto che il mio stato d’animo non mi avrebbe permesso di affrontare il lavoro con la giusta freddezza. C’era qualcosa che mi rodeva dentro. Dovevo assolutamente parlarle prima di andarmene. È così, combattuto, mi infilai di corsa dentro alla bottega del panettiere. Agguantai Sibilla per le spalle senza mai perder di vista l’uomo. Lei mi guardò con occhi sbarrati senza dir nulla.
“Ci rivedremo stasera” le sussurrai in un orecchio. I miei occhi erano sempre sull’uomo che stava voltando l’angolo. Un attimo ancora e lo avrei perso. Le sfiorai il collo con le labbra prima di prostrarmi in un profondo inchino e scappare di corsa dietro la mia vittima.
Ricordo ancora la sensazione. Forse l’uccisione più sentita della mia carriera. Quando il coltello recise la giugulare, entrando alla base del collo, mi parve di rivedermi appoggiare le labbra sulla candida pelle di Sibilla. Assaporai il calore del suo corpo così come assaporai il caldo sangue dell’uomo che mi macchiò il viso. L’ultima immagine nella mia mente era una Sibilla inerme. L’ultima immagine di quell’omicidio fu un corpo esanime.
Alla sera mantenni la promessa. Convinto che il sacco dei denari pieno mi avrebbe aperto le porte del boudoir mi presentai a Madame Lilé. Mi sbagliavo. La megera non voleva che avessi niente a che fare con Sibilla. Arrivò ad offrirmi il suo intero harem, gratis, purché mi dimenticassi di lei. Non accettai e me ne uscii indispettito sapendo però che la mia adorata e selvaggia regina aveva assistito a tutta la scena.
Rimasi alcune ore appoggiato alla stessa parete, galeotta, della mattina cercando di abbracciare con lo sguardo l’intero fabbricato del bordello nella speranza di avere un suo segnale.
Niente.
Eppure sapevo che anche lei mi amava. Mi desiderava quanto io desideravo lei.
Ormai scoraggiato e pronto ad andarmene rimasi, piacevolmente sorpreso, quando vidi uscire da un vicoletto la mia dolce Sibilla. Appena fu vicina la strinsi forte. Ci baciammo senza dire una parola. Da quella sera condividemmo il mio letto per un mese; amandoci e vivendo quelle poche ore insieme nel massimo della serenità.

Come sempre accade mi sono perso nei miei ricordi. Corro al solito posto nella speranza di ridurre il ritardo. Se lei non c’è ancora aspetterò, in piedi, appoggiato al muro del fornaio che la mia bella arrivi.
Eccola.
“Ma cos’ha il mio amore?!” le chiedo leggendo la tristezza nei suoi occhi.
“Qualcuno ci ha visti. Madame è adirata con me. Ho paura Robert. Ho paura che mi facciano del male. Ho paura di perderti” le lacrime riempiono i suoi occhi.
“Non ti preoccupare mia cara nessuno ti farà del male finché Robert de Pontflorie sarà al tuo fianco. Ora torna alla Maison. Stasera è meglio che ti riposi. Ti amo.”
Lei mi lascia per tornare da Madame Lilé. Me ne vado a malincuore. Vago per Parigi tutta la notte con la sua immagine a tenermi compagnia. Torno a casa che il sole è già spuntato.
Sul mio giaciglio chiusa con un inequivocabile sigillo in ceralacca nera c’è la lettera col mio incarico. L’apro, incuriosito, e leggo il nome.
Cado in ginocchio. Dalla disperazione sfrego il volto sulla ruvida pergamena. Mi afferro i capelli rantolando. Urlo. In un impeto d’ira metto a soqquadro ogni angolo del mio tugurio. Sibilla c’è scritto con un inchiostro nero come la morte. Sibilla è la destinata ad incontrare la mia lama. Sibilla. Sibilla.
Lacrime amare mi riempiono gli occhi. Si staccano dalle mie guance sottoforma di grosse gocce che si schiantano, silenziosamente, sulla mola inumidendola. Non avrei potuto immaginare miglior modo per santificare la lama che mi porterà via il cuore e l’amore.
Antoine fa ritorno da una notte di bagordi. Non si accorge di nulla. Solleva il sacchetto delle monete e facendolo tintinnare, con un riso rantolante mi dice che, per la seconda volta, il nano ha avuto il piacere d’incontrar sua madre.

AUTORE - SIMONE

VIAGGIO IMPROBABILE

23/07/2005 Ore 10:00 Partenza
Il camper finalmente è pronto. Dopo che la signora che ce l’ha nolleggiato ci ha spiegato tutte le varie combinazioni sul come impostare il frigo, preparare il bagno e accendere il gas ci siamo messi in marcia verso casa mia dove abbiamo caricato le libagioni. Per una settimana da vagabondi abbiamo comprato sette chili di pasta, cinque barattoli di sughi e una quintalata di patatine. Noi si che sappiamo nutrirci in modo sano. Avendo poi paura che in Francia, perché è li che siamo diretti, non ci vendano la birra abbiamo deciso di portarci dietro una piccola scorta di quel dorato nettare. Giusto giusto quei quindici litri, in barilotti da cinque, appena sufficienti per passare allegri i primi giorni di viaggio.
Subito si decide chi guida. Io mi occupo dell’itinerario. Apro la cartina e consulto il vademecum della Francia. Vista la voglia di mare che pervade la compagnia propongo come prima tappa Cannes. Il navigatore è impostato per guidarci fino al confine. Il viaggio ha finalmente inizio!
Abbiamo intenzione di visitare Avignone, Bezier per poi continuare verso le nostre vere mete. Carcassone e Rennes le Chateau
Dopo i primi chilometri ci rendiamo già conto che il camper ha un’impostazione di guida differente a quella a cui siamo abituati. Prendiamo le curve con attenzione e ogni sorpasso ci lascia un po’ sofferenti. Guardandoci negli occhi ci diciamo che non c’è fretta e che a forza di guidare ci abitueremo, in breve tempo, a questo tipo di guida.
Intanto il paesaggio, fuori, scorre veloce. Muta. Lasciamo pianure, attraversiamo montagne e vegetazione rigogliosa per poi imbatterci nuovamente in ampie distese erbose. Passiamo l’Emilia Romagna, attraversiamo la Toscana e poi la Liguria. A una sessantina di chilometri dal confine ripenso agli avvertimenti degli amici:
“State attenti. A causa degli attentati in corso stanno fancendo un sacco di controlli.”
“Sicuramente rimarrete in colonna alla frontiera con tutti i controlli che stanno facendo in questi giorni.”
Così per star nel sicuro, dato che fra loro ci sono dei noti uccelli del malaugurio, abbiamo deciso di lasciare il fumo a casa. Subito non ne eravamo molto convinti ma poi mi sono imposto. Non volevo rischiare tutto per qualcosa di cui posso fare benissimo a meno.
La frontiera è a poche centinai di metri. Non si vedono forze dell’ordine. Ne nostre, ne francesi. Le notizie erano totalmente false. Neanche i casellanti ci guardano in faccia. Bei controlli. Il Matte impreca perché ha dovuto stare in fila quattro ore per fare la carta d’identità valida per l’espatrio. Tutto solo perché temeva che al fronte lo rimandassero in Italia.
Noi non possiamo fare altro che ridere continuando a sfotterlo per una trentina di chilometri.

23/07/2005 Ore 16:00 Arrivo a Cannes
Ecco Cannes! Non ne potevamo più di guidare ma soprattutto di pagare. Giuro che non mi lamenterò mai più delle autrostrade Italiane. Mi ricordo un anno fa quando per andare da Modena a Bologna si pagava un euro e poi nel giro di un mesetto un euro e dieci centesimi. Mi incazzai. Ma come mi aumentate la tassa autostradale e per di più ci metto il doppio del tempo a causa dei lavori! Siete dei Maledetti!
Ora se avessi il signor AUTOSTRADA qui davanti lo bacerei. L’autostrada Francese è un vero e proprio salasso. Ogni cinque chilometri un casello. Ogni cinque chilometri un euro e cinquanta. Ma vi rendete conto! Come se per andare all’ipermercato dovessi pagare il pedaggio. Il brutto è che le strade alternative, sulla costa, non sono comode per di più in camper. Morale della favola confine - Cannes trenta euro.
Parcheggiamo il mostro a quattro ruote nel parcheggio della stazione. Non è il massimo della comodità ma, dopo aver passato venti minuti a farlo uscire da una tortuosa stradina, stretta e in pendenza, decidiamo che è la scelta migliore. Siamo carichi come delle molle. La vacanza è appena iniziata.
Ci incamminiamo verso il centro. Vogliamo vedere il mare. Il suo movimento, il suo sciabordio, sarà sicuramente un toccasana dopo settecento chilometri alla guida.
Respiriamo la vita della riviera francese. Se di vita possiamo parlare. Sembra più che altro di essere in un’ospizio. I giovani si contano sulla punta delle dita. Nessun locale con del movimento. Anche i bar sulla spiaggia, che tentano di animare la serata, sono semi vuoti.
La musica suona nella speranza di attirare qualche turista ma anche questo serve a poco.
Tutti sembrano molto più attratti dai lussuosi negozi e dagli alberghi a cinque stelle che troneggiano sulla Croisette, il famoso boulevard reso esotico da miriadi di palme che, durante il festival del cinema, vede passare le celebrità Holliwoodiane.
Sul lungomare sembra di camminare in una foresta fatta da baracchine del gelato che espongono l’insegna “tipico gelato artigianale Italiano” solo perché fatto con macchine prodotte in Italia.
In un attimo di sconforto mi rivedo dieci anni fa a Riccione. Negozi, moda e passerelle lungo la via più rinomata del paese. Mi viene la nausea.
A metà della passeggiata il lungomare si allarga in uno spiazzo per permettere ai turisti di godersi il mare e riposarsi su una panchina. Lì alcuni pattinatori sfoggiano la loro bravura facendo lo slaloom tra piccoli bicchieri di plastica colorati. C’è chi affronta la prova con cautela altri, invece, con molta scioltezza, girando le spalle agli ostacoli. Resto sopreso quando vedo un ragazzo lanciarsi nell’impresa dopo aver preso una lunga rincorsa. Mai visto uno così veloce. Le gambe sembravano essere di gomma dal tanto il movimento era fluido e deciso. Spettacolare anche la frenata; una lunga rotazione fatta a pochi centimetri dagli ignari passati.
Rimanemmo lì fermi per parecchi minuti, incantati e sorpresi da quelle evoluzioni, finchè i nostri stomaci non ci obbligarono a cercare un posto in cui mangiare.
I ristoranti, lungo le strade interne, se non offrivano cibo cinese offrivano pessimo cibo italiano a cifre improponibili. Valutiamo le offerte e la situazione.
Alla fine decidiamo di puntare su un pub che avevamo visto poco lontano dal parcheggio.
I gestori ci accolgono cortesemente. Dopo il primo approccio con la cameriera, che non capisce una parola di francese, ci accorgiamo, con piacere, di essere capitati in una vera birreria inglese gestita da inglesi. Perfetta direi!
Comunque, per precisare, la scelta non è stata fatta a caso. Ciò che in effetti ci ha attirato è stata la sua strepitosa offerta promozionale. Dieci birre quindici euro!

24/07/2005 Ore 01:30 Buona notte
Le birre ci hanno dato il colpo di grazia. Abbiamo avuto la forza solo per: fare due passi digestivi, salutare due belle bionde straniere affacciate al balcone del loro appartamento, proporci per uno scambio culturale e linguistico; poi il sonno ci ha raggiunti. Barcollavamo per le vie interne di Cannes nella speranza che il camper ci venisse a raccogliere. Purtroppo è tutt’altro che supercar quel girovago regno di odori nauseanti. Dico così perché tra frigo e bagno non saprei quale sprigiona il lezzo peggiore. Non voglio neanche supporre cosa, i campeggiatori precedenti, ci abbiano tenuto dentro a quel frigo. Il bagno purtroppo emana l’odore dell’acido, blu petrolio, che serve per corrodere gli amari prodotti dei nostri corpi. In ogni caso la decisione è presa. Domani, al primo market sulla strada, si investe in un buon deodorante per ambienti.
Passa un quarto d’ora da quella sofferta decisione e finalmente raggiungiamo il camper.
Di comune accordo, nonostante la stanchezza, decidiamo di spostarci un altro po’ lungo la costa anche perché non conviene dormire così per la strada. Dopo una decina di chilometri e i soliti tre euro di pedaggio ci fermiamo in un’area attrezzata per la sosta notturna. Sembra di essere da un concessionario. Scegliamo una piazzola comoda e non troppo vicina agli altri camperisti.
Spegniamo il mezzo e ci sediamo sui divanetti attorno al tavolo da pranzo. Lì con le carte in mano espongo il tragitto da fare domani. Rimaniamo per alcuni minuti in contemplazione della mappa nel vano tentativo di trovare un percorso altenativo all’autostrada.
Intanto il Matte si fa su una sigaretta mentre io e Mala ci mangiamo una di quelle brioche industriali al cioccolato che fanno concorrenza alla chimica del water.
Riposta la cartina senza aver preso alcuna decisione definitiva sulla strada, scendiamo tutti a fumare. L’aria è fresca e la notte appena iniziata. Facciamo girare la sigaretta. Tiriamo per poi rimanere ad osservare il cielo che viene coperto dal nostro fumo e poi torna sereno.
La stanchezza ha la meglio su di noi. A turno rientriamo e ci adagiamo sui nostri letti. Stasera il letto matrimoniale tocca a Mala. Come al solito è stato il più fortunato col dado. Domani sera è il mio turno. Per stanotte mi accontento di uno dei due loculi rimasti. Prima di addormentarci chiudiamo ermeticamente tutto il camper. Oscuratori alle finestre, porta bloccata, sportelli chiusi e le tendine che dividono la cabina dal resto del camper tirate.
Le ultime due cazzate sono ancora nell’aria quando i nostri occhi si chiudono.

24/07/2005 Ore 02:30 Risveglio
Apro gli occhi. Una luce mi infastidisce. Una sensazione strana aleggia nell’aria. Mi sento veramente rincoglionito. Percepisco alcuni movimenti sopra di me. Matte mi chiede se sono sveglio. Strano che anche lui lo sia. Mi guardo intorno. C’è qualcosa di diverso.
“Ma non avevamo chiuso la tendina?”
“Si” rispondo io. Mi alzo e con circospezione mi avvicino alla cabina. Guardo dentro.
Sportelli chiusi, autoradio ancora inserita, sedili in ordine. Tutto normale se non fosse che il mio zaino è ai piedi del sedile del passeggero.
“ Che ci fa qui il mio Zaino?!”
Guardo Matte e contemporaneamente realizziamo. Ci hanno derubati.
Svegliamo Mala. Lui non si è accorto di niente.
“Mala svegliati. Sono entrati nel camper!”
“Cosa?” la voce ancora assonnata
“State scherzando?”
“Secondo te?!”
Poi l’occhio gli cade sul sedile dov’era il mio zaino.
Tutta la sua roba è sparita. Cellulare e quattrocento euro volatilizzati nell’aria.
“No! Cazzo No!” Si infila le scarpe e scende dal camper. Noi dietro.
Giriamo fra le varie piazzole. Non troviamo niente. Il ladro si è dato.
Sconsolati ritorniamo al camper. Rimaniamo per un po’ assorti nei nostri pensieri in attesa di recuperare la piena lucidità delle nostre menti.
Ci domandiamo come abbia fatto, poi notiamo la serratura dello sportello del passeggero leggermente forzata. Sul vetro, in contro luce, si può ancora vedere l’impronta della mano del malvivente. Un leggero senso d’inquietudine si impossessa di noi.
“Come abbiamo fatto a non sentirlo?” chiediamo l’uno all’altro increduli.
“Deve aver fatto scattare la serratura poi, accorgendosi che non c’è stato movimento all’interno ha aperto la portiera. Sentite?” dico loro simulando l’operazione.
“Niente” mi rispondono in coro
“Dalla cabina avrà semplicemente aperto le tende e allungato la mano sul divanetto afferrando zaino e marsupio. Non ha messo neanche un piede in cabina. Cazzo!”
“Ragazzi a pensarci siamo stati anche fortunati che ha preso solo i soldi. Pensate se fosse stato un maniaco. A quest’ora potremmo non essere qui a congetturare sulle sue azioni” bisbiglia il Matte mentre noi sbianchiamo.
Risaliamo sul camper e, all’unanimità, andiamo in cerca del primo autogrill aperto.
Abbiamo bisogno di un caffé e di un posto meno inquietante in cui riflettere.
L’unico caffé che troviamo, al punto di ristoro, è quello delle macchinette. La cosa ci intristisce. Non che il caffé dell’autogrill in italia sia ottimo, però almeno è un dannattissimo espresso da bar e non una nera brodaglia liofilizzata. Rinunciamo al caffé ricercando il nostro surrogato di felicità nella spessa cioccolata di un Magnum.
Come tre cerebrolesi ci sediamo nell’area giochi a pochi passi dal nostro camper. Lo osserviamo in silenzio come se fosse l’ultimo baluardo nemico da conquistare.
“Allora che si fa? Cerchiamo di ragionare lucidamente. Torniamo in Italia o proseguiamo in questa avventura?”
Nessuno mi risponde. Il Matte sta pensando mentre Mala è perso nella sua sigaretta.
Lascio decadere per un attimo la cosa. Cerco di sdrammatizzare con Alcune battute volgari che creano altrettante storielle grotteste. Il sorriso ritorna a segnarci il viso e un nuovo entusiasmo ci nasce dentro. La stanchezza, dispersa dall’adrenalina del momento, si fa nuovamente sentire.
Sollecito i ragazzi a una scelta. Tornare o proseguire.
Il Matte ribatte con una frase che non lascia intendere alcuna tipo di scelta.
“Dopo quello che è successo stasera, chi di voi dormirebbe tranquillo?”
I nostri sguardi si incrociano e, dopo aver appurato l’impossibilità di fare turni di guardia, la decisione si prende da se. Torniamo in Italia.

24/07/2005 Ore 04:30 Ritorno in patria
Sono alla guida ormai da una mezz’ora. La strada è vuota. Le luci sfumano di arancione i colori della notte leggermente schiariti dall’avvicinarsi dell’alba.
La musica che esce dall’autoradio mi tiene sveglio. Ho scelto qualcosa di cantabile evitando tutti quei brani dalla melodia ciclica. Devo assolutamente sfuggire alla morsa della monotonia e quindi al sonno. Già l’autostrada non è il massimo in fatto di varietà. In questo caso i caselli tornano comodi. Sono gli assoli di tromba in una piatta e noiosa armonia.
Penso di reggere tranquillamente fino al confine. Mala mi siede affianco perso nei suoi pensieri. Molto probabilmente, ancora incredulo, si chiede il perché gli sia capitata una cosa così paradossale. Il Matte, che prima era seduto sul divanetto del misfatto, ora è steso in uno dei loculi. Il sonno ha avuto il sopravvento. Infondo è meglio che qualcuno si riposi.
Visto che nessuno parla mi metto a tenere il tempo della musica picchiettando con le dita sul voltante. Il buio permea l’interno del camper che sembra avvolto da una patina di onirica irrealtà. Una luce colpisce lo specchietto laterale attirando la mia attenzione. Una rover verde lanciata a tutta velocità si avvicina pericolosamente. Sbanda leggermente lasciando la sua traiettoria originale. Più le distanze si accorciano più l’auto si avvicina al fianco del camper. Vengo preso per un attimo dal panico. Ci manca solo che ci tocchi e siamo a posto. Suono il clacson e gli grido di stare attento. Come se mi avesse sentito, l’auto riprende la sua traiettoria rettilinea rimanendo comunque piuttosto vicino al camper.
“Guarda te sto coglione” dico indicando il mezzo. La macchina ci sorpassa riprendendo a sbandare. Alzo lo sguardo sullo specchietto retrovisore puntato proprio sui due loculi. Subito non capisco bene. Forse ho visto male mi dico. Metto a fuoco meglio la situazione dopo aver sbattuto un paio di volte le palpebre. Un’ombra alta e nera sembra essere chinata sul letto in cui il Matte è assopito. Mi sembra di notare un convulso scalciare. Sento salirmi in gola la paura. Ma chi è?
Continuo a guardare la scena impietrito. L’ombra si solleva dal suo ultimo pasto. Due occhi tondi e gialli si puntano sullo specchietto. Grido. Mala sobbalza sul sedile. La sua testa cade a terra.
Da dove viene quell’essere? Chi è? Realizzo nel mio ultimo secondo di lucidità che è sempre stato con noi. Che il furto è stato solo un diversivo. Che ormai non ho via di scampo. Sto già morendo. Qualcosa di freddo e duro come ossa mi ha perforato la base del cranio. Percepisco i fori umidi, e tondi dai quali il sangue cola; caldo e denso. Il camper rallenta. Si ferma al bordo della strada e noi con lui. Per sempre.

24/07/2005 Ore 07:00 Qualcuno passa la frontiera
“Qualcosa da dichiarare?” chiede il gendarme allo zingaro dal largo cappello alla guida del camper.
“Signor gendarme con me porto solo i miei pochi averi e un po’ di carne per i miei magri pasti” risponde lo zingaro sfoggiando un largo sorriso che mostra denti gialli e pezzi di cibo incastrati fra gli incisivi.
Il gendarme da un’occhiata veloce all’interno stando parecchio lontano. Il lezzo che esce da quel mezzo è alquanto oltraggioso per il suo olfatto.
“Puo’ andare ora” ordina il gendarme.
Lo zingaro riparte. Coi suoi occhi gialli fissa per un attimo l’agente attraverso lo specchietto.
Il militare, con un gesto 00stizzoso, si sta pulendo gli stivali nell’erba alta cresciuta sul ciglio della strada.
Qualcosa di denso li ha macchiati. Lo zingaro sorride. Tutte le mamme lo insegnano alle loro bambine. Le macchie più difficili da pulire sono quelle di sangue.

AUTORE - SIMONE

01 agosto 2005

BOTTONI

Nero; fitto e denso come il catrame. Ne sono avvolto. Giro su me stesso per cercare un punto di riferimento; per capire dove sono. Allungo le braccia nella speranza di toccare qualcosa di solido e reale. Sento i miei occhi sforzarsi. Le pupille dilatate allo spasmo nella vana speranza di carpire una particella di luce. Nulla. Fortunatamente i polpastrelli incontrano la levigata e gelida superficie di una parete. Decido di muovermi continuando a toccare il muro. Conto i passi per non perdere la ragione. In quel luogo non c’è alcun rumore. Una lieve sensazione di sgomento inizia a salirmi dal centro dello stomaco. La mia mente si sofferma per un millesimo di secondo sulla nullità in cui mi trovo. Tanto basta per farmi sentire come un vegetale. Sordo, muto e completamente cieco. Il panico si nutre di quest’ultimo sentire e mi assale. Corro; senza fermarmi. Senza voltarmi. Temo di essere prigioniero in uno spazio senza fine.
Ma ecco una luce. Piccola, flebile. Un cono che parte, sottile, dall’alto e si allarga sul pavimento.
In esso vedo speranza e vita. Mi tranquillizzo non appena il suo chiarore mi tocca. Fermo immobile, con gli occhi chiusi, respiro la luce. Cerco di farla mia perché non so quanto durerà in questo luogo di tenebra. Trascorrono alcuni minuti prima che mi accorga di quell’oggetto sul pavimento. Un orsetto di peluche; gli occhi dei bottoni, la bocca uno spesso filo nero che gli disegna un sorrisetto sardonico. Lo afferro per osservarlo più da vicino. La mia vista si fa strana.
Non vedo più l’orsetto anche se lo sento ancora stretto fra le mani.
Mi sembra di guardare attraverso quattro forellini. Sarà la stanchezza o l’effetto del buio. Lascio cadere il pupazzo che tocca terra senza fare rumore. Mi sfrego gli occhi per cercare di riacquistare una visione normale delle cose. Orrore. Qualcosa di inquietante ricopre la mia cavità orbitale. Prima di lasciarmi andare al panico cerco di capire cosa sia. Lisce e fredde superfici circolari con quattro fori al centro. Bottoni. Due grossi bottoni sono cuciti al mio volto. Urlo ma nessun rumore esce dalle mie labbra. Muovo la lingua cercando di farla uscire dalla bocca. Niente da fare. Uno spesso filo di lana a doppio incrocio salda insieme le mie labbra come a chiudere i lembi di una profonda ferita. Percepisco un movimento ai miei piedi. Muovo la testa per riuscire a vedere completamente la scena. Il peluche è ritto in piedi. Mi beffeggia indicandomi, con le sue tonde mani, per poi scappare nelle ombre. Anche la luce sparisce. Di nuovo solo nell’oscurità. Disperato mi getto a terra. Rotolo su me stesso, scalcio e grido senza emettere un suono. Aiuto! Qualcuno mi aiuti! Penso. Poi dalle ombre emergono altre ombre dalla forma umanoide. Cerco la parete per rannicchiarmici contro. Riesco a vederle nitidamente. I miei occhi hanno ripreso il loro posto. I tre esseri mi si avvicinano. Afferrano le mie estremità e mi trascinano lungo l’infinito corridoio. Il cuore mi batte talmente forte da farmi girare la testa. Perdo completamente i sensi.
Quando mi risveglio sono seduto su una robusta sedia di legno. Davanti a me tre scatole. Le osservo. Sono apparentemente identiche. Cartone grezzo, tenuto insieme da scotch da pacchi.
Le due ombre, in piedi al fianco delle scatole mi osservano anche se i loro volti non sono altro che ovali neri privi di lineamenti. Il loro corpo, nerboruto e tonico, non è altro che una piega di quel mondo. Esseri in bassorilievo creati dallo stesso buio che li nutre.
“Scegli la tua scatola. Scegli la tua morte.”
Il suono di queste parole mi raggiunge da lontano. Subito cerco di non sentirle. In breve si fanno più forti; penetranti. Scuoto la testa nella speranza di tenermele lontane. Inutile. Faccio scorrere il mio sguardo sulle scatole, su quegli esseri; poi nuovamente sulle scatole. Destra, sinistra, centro. Non voglio scegliere. No, non voglio e non sceglierò. Più cerco di convincermi di questo più il suono aumenta d’intensità. Immagini come un flusso continuo attraversano la mia mente. Sangue, torture, dolore ed eternità si susseguono in raccapriccianti scene di morte. In un attimo capisco che devo assolutamente fare una scelta. Devo evitare quell’inferno nel quale potrei essere proiettato.
Desidero farla finita. Desidero il riposo eterno ed essere strappato finalmente dalle loro grinfie malvagie.
Destra, sinistra, centro. Destra, sinistra, centro. Destra, sinistra, centro. DESTRA!
Tutto si quieta. Immagini, suoni, dolori si annullano all’istante. Rimane il vuoto, io, le tre scatole e i tre esseri.
Quello più arretrato fa un passo avanti. Lo spazio alle sue spalle viene estruso dal suo movimento.
Le sue dita di ombra si assestano sul coperchio della scatola di destra. Lo solleva; lentamente.
Rimango bloccato dal terrore quando dalla scatola esce, con un balzo, l’orsetto di peluche. Occhi di bottoni lucidi e neri, bocca sottile di lana, luccicante coltello stretto nel palmo. Mi si avventa alla gola. Urlo.
Mi risveglio nel mio letto stringendo forte Alfred, il pupazzo col quale sono cresciuto. Senza rendermene conto lo lancio ai piedi del letto. Fredde gocce di sudore imperlano il mio volto. Il cuore batte forte mentre il fiato mi viene quasi a mancare. Mi guardo attorno. Tutto normale. La mia solita camera da letto. Ritrovo i poster alle pareti, le foto con gli amici, il mio pc. Tutto come sempre. Sospiro; era solo un incubo. mi alzo dal letto. Devo bere. Ho una sete tremenda. Entro in cucina. Sullo sportello del frigo sono appesi una ventina di fogliettini gialli a memento dei mie compiti. Sconsolato prendo la bottiglia dell’acqua alla quale mi attacco senza indugio. Il liquido freddo scende velocemente. Sento l’arsura sparire e un gran fresco pervadermi. Finito di bere lascio la bottiglia sul tavolo notando, al contempo, di essermi sbrodolato in qualche modo la maglietta. Me ne disinteresso subito. Ormai la stanchezza mi ha abbandonato e poi, sinceramente, vorrei evitare d’immergermi nuovamente in quell’incubo. Mi getto sul divano della sala.
Afferro il telecomando della Tv e comincio a fare un po’ di zapping.
Uno; schermo nero.
Due; schermo nero.
Tre; documentario su Torquemada e i metodi di tortura da esso applicati.
Quattro; schermo nero.
Cinque; schermo nero.
Sei: Reportage sulla Guerra del Golfo. Un Susseguirsi di mutilati, bambini sofferenti e terrore.
Spengo. Tutte quelle immagini mi hanno fatto venire la nausea. Molto meglio rilassarsi sul divano.
Metto le mani dietro la nuca e lascio vagare liberamente lo sguardo per tutta la stanza cercando, in questo modo, di trovare un po’ di pace interiore.
La viva luce verde della segreteria telefonica, che segnala la presenza di un messaggio, attira la mia attenzione. Allungando una mano premo play. Dall’altoparlante una voce gracchiante mi fa accapponare la pelle.
“Scegli la tua scatola. Scegli la tua morte.”
Mi allontano dalla segreteria strisciando sul divano. Il messaggio continua a ripetersi senza darmi tregua. Afferro il cavo che da corrente a quel macchinario infernale; ho intenzione di spegnerlo e poi buttarlo via. Strattono il cavo finché la spina non si stacca dalla presa. In un attimo mi ritrovo il filo in mano ma, nonostante la corrente non scorra più attraverso i circuiti della segreteria, il messaggio continua a tormentarmi. Con uno scatto scendo dal divano deciso a lasciare quella casa almeno per ora. Andrò da Michela. Da lei mi sento al sicuro. Afferro la maniglia d’ingresso mentre nell’altra mano stringo il mazzo con le chiavi dell’appartamento. Mio malgrado ciò che mi si presenta al di là della soglia non mi permette di far altro che bloccarmi. Il buio è tutto intorno. Al di fuori di quella porta non esiste alcun mondo, c’è solo quella immensa oscurità dalla quale ero scappato. Un movimento attira la mia attenzione. Aguzzo la vista. L’orsetto dai lucidi bottoni si sta avvicinando. Stringe ancora il lungo coltello col quale mi ha decapitato. Vedo il mio sangue colare dalla lama. Vedo il mio sangue bagnarmi la maglietta. L’orsetto sorride compiaciuto del suo operato.
Percepisco ancora tutto.
La mia testa, appoggiata su questa mensola di carne osserva, dai sottili fori dei bottoni cuciti sulle mie orbite, gli sfortunati che, come me, sono approdati in questa realtà e, con piacevole divertimento, assisto alla scelta che gli permetterà di condividere il mio stesso destino.

AUTORE - SIMONE

15 luglio 2005

XOMEGAP - PARTICOLARI

Particolari...

Parole, frasi , momenti e personaggi faranno da legante a una nuova serie di racconti scritti dagli Autori di XOMEGAP.
Creatività e libertà di pensiero scorreranno in un fluire di parole mentre i "particolari" cuciranno a filo doppio un racconto con l'altro creando, così, una catena indissolubile di storie e sensazioni.

Particolari...questo fa di una storia una buona storia!

21 giugno 2005

OCCHI DI LUNA

Questa notte c’è la luna piena… quant’è bella accidenti… rimarrei per ore incantato a guardarla… è così luminosa, quasi accecante sullo sfondo blu scuro del cielo.
Questa notte mi prendo una pausa da tutto; non mi va di andare in birreria con gli altri… ultimamente i loro discorsi sempre uguali sui pc mi sono venuti un po’ a noia… no, non è che me la tiro… però questa notte non avevo proprio voglia di chiudermi in un locale a consumare le ore come sigarette spente.
Io e la mia macchina, pronti per un’avventura, come quando ero bambino, con la bici… ho voglia di andare ad esplorare.
Esco dalla città e mi avvio verso le colline.
Che differenza fra questo cielo e quello di casa mia… da qui si vedono un casino di stelle in più. Non mi viene in mente neanche un nome di costellazione… eppure la Laura me le aveva elencate tutte una volta… quella notte… con la sua bella mano me le aveva tracciate una ad una nel cielo… ma io mica guardavo le stelle quella sera… io guardavo lei… quant’era bella sdraiata su quel prato… No, non devo più pensarci. Che masochista che sono.
Il rumore della portiera che si chiude sembra uno sparo, tanto c’è silenzio. Il bosco è davanti a me, scuro, mi sento Cappuccetto Rosso; quasi quasi ho un po’ di paura. Alla mia età… paura del buio… ma per favore…
Nei film dell’orrore i boschi di notte sono sempre pieni di rumori inquietanti e sinistri… invece io qui sento solo i miei passi sulle foglie secche e il rumore distante del fiume.
Andrà a finire che la mia avventura sarà solo una noiosa passeggiata in un bosco deserto…
Le piante si infittiscono in fretta attorno a me, gli alti alberi si chiudono sul cielo intrecciando i loro rami e la luce della luna non riesce a filtrare. Sento sulle gambe le carezze dei rovi e delle felci.
La torcia elettrica che ho portato riesce ad illuminare solo un piccolo tratto davanti a me, e anche se la sollevo la cosa non migliora affatto. Cavolo, devo stare attento a non inciampare in qualche radice, se cado e mi rompo una gamba chi mi trova più qui?
Camminare schivando rami, radici, tronchi e compagnia bella è diventato una specie di esercizio ginnico… una specie di percorso di guerra… ormai non so più neppure da quanto tempo sono qui dentro. All’improvviso le mie orecchie si accorgono di un rumore che non c’entra nulla con il bosco e il fiume. Mi fermo e mi rendo conto stupidamente che ho il fiatone e che il mio respiro è molto rumoroso. Che idiota… silenzioso come una guardia elfica.
Ok, che cacchio di fretta devo avere? Non sono mica inseguito da nessuno…
Esercizio pratico. Muoversi silenziosamente fra le ombre.
Ricomincio a camminare, lentamente ora, cercando di evitare il più piccolo rumore. Troppo facile con la torcia. Provo a spegnerla.
Ad un tratto, i miei occhi semi-abituati al buio intravedono un chiarore più avanti fra gli alberi.
C’è una radura. Ed è illuminata quasi a giorno dalla luna piena.
Ma… c’è qualcuno…
Mi accovaccio fra i cespugli per osservare.
E’ una donna… una ragazza, vestita di bianco, con una tunica lunga fino ai piedi e stretta in vita…
Che bella che è… ha capelli lunghissimi e neri, vedo il suo profilo stagliarsi contro la foresta, sottile come un giovane albero.
Ma cosa… sta facendo qualcosa. E’ vicina ad una roccia e ci sono degli oggetti appoggiati sopra… una ciotola, un calice… da qui non riesco a vedere altro. Sta parlando, vedo le sue labbra muoversi, ma non riesco a sentire… solo un po’… mi avvicino solo un po’… silenzioso come un’ombra…
- …invoco la presenza della Dea… -
- …offro quest’acqua… -
Un rituale! Sto assistendo ad un rituale eseguito da una strega! Altro che noiosa passeggiata in un bosco deserto!
La ragazza solleva prima il calice e poi la ciotola alla luna, poi gira un paio di volte attorno alla roccia e infine rimane con le braccia lungo i fianchi e il bel volto rivolto alla luna, a farsi investire dalla sua pallida luce.
E’ talmente bella che per un attimo ho smesso di respirare.
Sto assistendo ad un vero rituale magico e nell’aria c’è qualcosa… lo sento… di… puro, una specie di… forza…
Chissà che rituale è…? Credevo che le streghe si trovassero in gruppi a fare queste cose… storie tipo intere comunità capeggiate da gran sacerdoti e sacerdotesse divisi per gradi e compiti.
Ma così è molto più bello… lei, da sola, al centro del bosco, lei che prega la luna e fa offerte alla sua Dea. Viene quasi voglia di convertirsi… c’è un’atmosfera così… spirituale.
La ragazza è ancora immobile e con gli occhi chiusi quando all’improvviso sento delle voci che si avvicinano. Sono due, no, tre… tre ragazzi che sbucano dalla foresta parlando a voce alta con toni impastati dall’alcool. Ma che diavolo ci fanno qui?
La ragazza rimane immobile, sempre con gli occhi chiusi. Talmente concentrata nel suo rituale da non averli sentiti. Talmente immersa nell’Altromondo da non sentire quelle voci sgraziate che cominciano a chiamarla.
Andate via maledetti. Lasciatela in pace.
I tre si avvicinano con passo abbastanza deciso, forse non sono così ubriachi, forse la lasceranno stare. Lei continua a rimanere immobile sotto alla luce della luna.
- Ehi bella che cosa stai facendo? –
- Guarda guarda cosa abbiamo qui… sei una strega eh? Una di quelle che fa le orge con Satana sotto alla luna eh? –
Lei non risponde. Mi accorgo di avere i pugni serrati talmente forte che ormai le unghie mi si sono piantate nei palmi. Ma nonostante tutto. Non riesco a muovermi.
I tizi l’hanno raggiunta e la circondano. Uno di loro getta a terra le cose sull’altare. Ma che cazzo di bisogno c’era? Vandali del cazzo…
Lasciatela stare. Ma perché non riesco a parlare? Non riesco a muovermi.
Cazzo sono proprio un coniglio di merda. Tiragli dei sassi. Urla che chiami la polizia. Urla che sei la polizia… Niente.
Vedo la mano di quello più grosso sollevarsi su di lei e poi un movimento, troppo veloce per essere registrato, troppo veloce per essere visto, troppo veloce per… lei è dietro di lui e con il suo pallido braccio lo tiene fermo e gli inclina la testa di lato e i suoi occhi ora sono aperti e brillano come schegge di luna e anche la sua bella bocca è aperta e lei si avventa famelica su di lui, zanne da lupo… zanne che lacerano la pelle.
Sento lo stomaco che si contrae, il tizio caccia un urlo di terrore e prova a divincolarsi agitandosi come un indemoniato, ma evidentemente la presa di lei è troppo forte perché non riesce a liberarsi. Lei inizia a succhiargli il sangue dal collo e in pochi istanti il tipo si trasforma in una bambola senza vita fra le sue braccia.
Gli altri due sono immobili, agghiacciati di terrore e un’ombra veloce come un incubo li assale da dietro. E’ solo un attimo, solo un attimo e uno di loro è a terra, con il collo girato in modo innaturale verso la luna e l’altro è fra le braccia di un uomo, alto, di nero vestito, che si sta cibando di lui.
Cibando.
L’ombra nera ha neri capelli, pelle bianca come quella della luna, è alto, supera la sua vittima di tutta la testa, non riesco a vederlo a modo in viso perché verso di me guardano gli occhi ciechi della sua vittima e lui rimane nascosto.
Vedere quei corpi svuotati del sangue mi fa salire un conato che riesco a stento a trattenere.
Istanti lunghissimi pieni di luna e di rumore di sangue succhiato e di morte. Di morte.
La mia noiosa passeggiata nel bosco.
Morti.
Le mie gambe sono inchiodate alla mia anima incollata in modo morboso ai miei occhi che non riescono a staccarsi dalla scena davanti a me.
Ora lei ha chiuso gli occhi, quella di un bambino l’espressione del suo volto. Un infante che beve dal seno della madre. Lui la guarda, con desiderio, un ultimo sorso e poi lascia il cadavere a terra e si avvicina a lei e comincia a baciarle il collo, poi le braccia, le lascia segni rossi con le labbra sporche di sangue.
Lei apre gli occhi color della luna e getta infastidita il cadavere a terra liberandosi dall’abbraccio del compagno con gesto di stizza.
- Non qui! -
La sua voce è come una tempesta di ghiaccio, rapida e dolorosa come una frustata. Dio quant’è bella.
- Perché sei qui? Quante volte ti ho detto che posso cavarmela benissimo da sola? Perché mi segui?-
- Per custodirti mia Signora, le tue celebrazioni sono sacre e loro ti hanno interrotta -
- Non hanno nessun rispetto per le cose sacre… dannati senzaDio – il tono di lei sembra raddolcito… un po’ triste quasi, guarda i giovani cadaveri riversi sul terreno.
Poi volge lo sguardo alla luna piena, come a scusarsi del disordine e dell’interruzione.
- Non temere, penso io a mondare il tuo sacro tempio. Torna a casa, il giorno si avvicina -
Lei abbassa le braccia, gli occhi chiusi in un sospiro stanco, si riavvicina all’altare e raccoglie le sue cose, poggiando per diversi minuti le mani sulla pietra in una sorta di ringraziamento e commiato dalla divinità.
La tensione in me sta scemando lasciando posto alla stanchezza, sento le gambe che mi fanno male per la prolungata postura accovacciata. Ma non oso muovermi. Non finché i due saranno ancora nella radura.
Alla fine lei si volta verso di me. Si, sta guardando me, non c’è dubbio. I suoi occhi bianchi di luna mi trafiggono il cervello e mi guardano. Sa che sono qui, l’ha sempre saputo.
Corri.
Corri.
E’ lei che lo dice, non me lo sto immaginando. Corri. Sussurra, ma riesco a sentirla. Corri.
Ok, ok, adesso me ne vado. Le gambe fanno male e al primo passo il ginocchio cede. Corri idiota, ti sta dicendo di correre, vaffanculo corri non hai capito chi hai davanti? corri!
Non so come sono arrivato alla macchina. Non so come sono arrivato qui.
So solo che la birra che riempie il boccale davanti a me ora è bionda. E che qui dentro c’è il familiare puzzo di patatine fritte. E che Mirko sta parlando di pc.

AUTORE - SARA

UNA SERATA COME TANTE

PRESENTATO A UN CONCORSO LETTERARIO

AUTORE - MAX

14 giugno 2005

VACANZE D'ESTATE

IN FASE DI PUBBLICAZIONE CARTACEA
A PRESTO IL LINK DELL'ANTOLOGIA IN CUI POTRETE TROVARLO
AUTORE - ELISELLE

12 giugno 2005

RIPROPOSTA

Proposta da Simo, Sara e Venti:

Che ne dite di trovarci Mercoledì 22 verso le 20:00, 20:30 per mettere a punto le ultime cose?

Secondo noi sarebbe conveniente trovarci il prima possibile in modo tale da avere poi il tempo necessario per proporre l'Antologia. Successivamente poi possiamo organizzare altra serata, magari più lunga, di chiacchere letterarie.

P.S. Il posto è da decidere se qualcuno ha proposte da fare sul luogo d'incontro lo faccia entro la fine della settimana. Se qualcuno riuscisse a ospitare sarebbe ancora meglio, ma capisco che non è sempre facile ;-)

Lancio un sorriso a chicchessia e porgo un inchino a vossignoria
Sempre vostro - Bookmaster :-)

11 giugno 2005

METALLO DIVORATORE

IN FASE DI PUBBLICAZIONE CARTACEA
A PRESTO IL LINK DELL'ANTOLOGIA IN CUI POTRETE TROVARLO
AUTORE - SIMONE

07 giugno 2005

TA DAM!!!!

Eccoci qua con una nuova veste grafica e un sacco di nuove!

Ora il Blog è "collegato" a un sito dove troverete i profili dei vari Autori e l'elenco dei racconti pubblicati!

Abbiamo così la possibilità di espanderci a trecentosessanta gradi mantenendo la possibilità di commentarci senza creare troppi problemi al WEBMASTER ;-) !

Quindi ragazzi proponete cose nuove per ingrandire sempre di più XOMEGAP


Lancio un sorriso a chicchessia e porgo un inchino a vossignoria Sempre vostro - Bookmaster :-)

Il FRUTTO

La donna ed il ragazzino entrarono nel giardino dando le spalle al sole del pomeriggio.
La calura era opprimente e piccole gocce di sudore imperlavano il viso di lei, unica parte del suo corpo che non fosse coperta dal vaporoso vestito arancione, oltre alle mani.
Il ragazzino aveva invece un aria ben più trasandata, vagamente selvaggia. Capelli arruffati, una maglia leggera di un tessuto raffinato ma tutta impolverata e strappata, e lo stesso valeva per i pantaloni a mezza gamba. Era a piedi nudi.
-Perché mi hai portato qui?- chiese il ragazzino.
-C’è una cosa che voglio mostrarti.- rispose la donna.
-Non è orario di lezione. Mi stavo allenando con la spada, mi stavo divertendo. Non potevamo aspettare domani?-
-No. Non ti ho obbligato a seguirmi, in ogni caso.-
-Sono venuto perché sembravi ritenere che fosse importante.-
La precettrice sorrise. Aveva un aspetto maturo, ma era ancora molto bella, il ragazzino l’aveva vista una volta fare il bagno appollaiato su un’impalcatura provvisoria assieme ad alcuni dei suoi amici. Prima di allora l’aveva sempre vista fasciata nelle sue vesti, vedere i suoi capelli scivolare sulla schiena nuda mentre entrava nella vasca lo aveva profondamente turbato. Per giorni non era più riuscito a guardarla senza arrossire, e lei sebbene si fosse accorta che c’era qualcosa di strano nel suo comportamento aveva finto che non fosse così. Qualche giorno più tardi era tornato da solo sull’impalcatura. Di nuovo i suoi capelli si erano sciolti sulle spalle più larghe della media, lungo la vita sottile e giù fino ai glutei… ma quella volta lei si era voltata verso la finestra, a guardarlo.
Sapeva che lui era lì.
E per qualche istante soltanto aveva potuto vederla, in tutto il suo splendore.

Il sole di agosto aveva risparmiato ben poco del verde rigoglioso e dei colori vivaci della primavera. Era un’estate particolarmente torrida, le messi erano state mietute con due settimane d’anticipo e ora persino l’erba dei prati aveva un aspetto giallognolo e assai stentato. L’acqua era diventata preziosa e i curatori avevano ricevuto l’ordine di preservare soltanto le rose ed il frutteto.
-Non è bello, il giardino, in questa stagione.- disse il ragazzino.
-No.- ne convenne lei.
-Non ci vengo quasi mai quando è piena estate, l’erba tagliata mi fa starnutire.-
-Il fieno è stato raccolto da più di un mese.- rispose lei.
I due sorpassarono una staccionata che racchiudeva il perimetro del frutteto e si diressero verso il suo centro e dinanzi ad un albero nelle sue vicinanze si fermarono.
-Eccoci arrivati.- disse.
Il ragazzino guardò l’albero che avevano di fronte. Aveva frutti in parte rossi e in parte verde scuro grandi come una noce, e foglie rade, piccole e seghettate, quadripartite come fossero quattro dita.
-Sai che pianta è?- chiese la precettrice.
-E’ sabea.- rispose il ragazzo con semplicità.
-Giusto. Che cosa sai di questa pianta?-
-Le sue foglie hanno proprietà mediche molto importanti, i suoi frutti però sono velenosi.-
-Sono in grado di uccidere?-
Lui tentennò un istante: -Credo… credo di no. Fanno solo venire un gran mal di pancia.-
-Giusto. Che cos’altro sai sui loro frutti?-
-Si possono sbucciare e cuocere, e a quel punto non sono più velenosi.-
-E normalmente si usano per guarnire piatti di carne, oppure si usano come componente della nostra ottima mostarda. Sei davvero uno studente modello.- concluse la donna, dopodichè trasse di tasca un altro frutto, piccolo e rosso scuro.
-E questo che cos’è?-
-Una… una ciliegia… credo.- rispose lui.
-Assaggiala.-
Il ragazzino se la mise in bocca e fece una smorfia: - E’ aspro!-
-Infatti non è una ciliegia.-
-Però non è tanto male.-
-E’ diverso da quello che ti aspettavi, ma in realtà è considerata una leccornia.-
-Che cos’è?-
–Sabea.-
Il ragazzino sgranò gli occhi: -Ma come…-
-La sabea cresce anche sulla costa, sui terreni rocciosi vicino al mare. Cresce male, perché le radici non riescono ad approfondarsi a sufficienza nel terreno, rimane bassa, praticamente grande come un arbusto. Lì i suoi frutti non sono più velenosi, anzi sono squisiti, rimangono più piccoli ma riescono a completare la maturazione. Le sue foglie però perdono le loro proprietà medicinali.-
-La stessa pianta… come è possibile?-
-Il terreno e la luce. La sabea assorbe dal terreno una sostanza che ne rende medicinali le foglie, ma ostacola la maturazione dei frutti e li rende indigesti per gli esseri umani. Non ad esempio per gli uccelli, che invece ne sono ghiottissimi. Sui terreni rocciosi inoltre cresce sola e quindi in piena luce, e la luce aiuta i frutti maturare.-
-Incredibile.- commentò il ragazzino affascinato. –La stessa pianta…-
-In due luoghi diversi, completamente diversa.- concluse lei –Ora spicca un frutto dall’albero, e vieni con me sulla collina.-
Il ragazzino avrebbe voluto protestare, la sua spada di legno l’attendeva ma l’urgenza ed il fascino della precettrice gli spensero le parole in bocca.

Ci volle quasi un’ora per giungere alla sommità del colle, il sole batteva incessantemente e l’umidità dell’aria tagliava il respiro. Non avevano incontrato nessuno lungo tutto il tragitto. Il sudore incollava la veste della donna alla sua pelle, sulle spalle e fino al corpetto, ed il ragazzo sentiva salire nuovamente dentro di sé quell’eccitazione che lo aveva lasciato sgomento quando ne aveva visto il corpo nudo dall’impalcatura.
Sulla cima del colle si stagliavano quattro grandi alberi e all’ombra del primo di essi, una gigantesca quercia, si fermarono a riprendere fiato.
-Bene eccoci arrivati.- disse la donna. Il leggero ansimare le gonfiava ritmicamente il petto.
-Conosci questi alberi?- chiese indicando i tre che stavano intorno a loro ed il quarto sotto cui erano seduti.
Il ragazzo rispose prontamente: -Queste due sono querce. Gli altri due… non saprei.-
-Quello più basso è un gelso.- disse la precettrice –Fa dei frutti simili a more, che possono essere scuri o chiari. Sono commestibili, ma non particolarmente saporiti. Quello più alto è l’albero per cui siamo qui.-
Era un albero dall’aspetto abbastanza comune, con grandi foglie ovali verdi chiaro, ed un tronco slanciato simile a quello di un platano. La sua unica caratteristica particolare era una chioma a forma di cappello che cominciava diversi metri sopra la le loro teste.
-Guarda questi nodi.- disse la donna, indicando diverse escrescenze del tronco, che più in alto diventavano veri e propri moncherini di rami, e ancora più su rami vivi –I rami di questo albero non durano più di sei o sette anni, dopodichè l’albero stesso li uccide.-
-Perché?-
-Perché sono troppo in basso e prendono troppa poca luce. A quel punto non sono più autosufficienti nel produrre la linfa, diventano un peso anziché essere d’aiuto, quando questo avviene l’albero è l’albero stesso ad ucciderli. E’ per questo che ha quella forma a cappello. E’ una cosa abbastanza frequente, specialmente nelle foreste. Ad esempio il pino marittimo può prendere una forma simile.-
-Ed è questo ciò che mi volevi mostrare?-
-No. Quello che ti voglio mostrare è il suo frutto.- disse indicando verso l’alto delle bacche tonde che sembravano minuscole e alle quali, dalla sua posizione in ombra, non riusciva ad attribuire un colore.
-E come faremo a prenderlo? Dovremmo arrampicarci fin lassù! Non mi sembra una cosa molto prudente…-
La precettrice rise. Una risata leggermente querula, che il ragazzino non le aveva mi sentito: -Sei fin troppo giudizioso. Questo dovrebbe onorarmi, farmi ritenere che ti ho insegnato bene. In realtà so perfettamente che non hai remore ad arrampicarti quando sei con i tuoi amici… né quando sei da solo.- lo disse guardandolo obliquamente, ed il ragazzo si sentì arrossire fin alle dita dei piedi –Tuttavia mancherei ai miei doveri, se ti chiedessi di salire su quell’albero. Quindi sarò io a salire, anche perché questo fa in un certo senso parte della lezione.-
E così dicendo cominciò a togliersi il copricapo, poi le scarpe e quindi il vestito. Lo fece con gesti misurati ed uno sguardo che non riusciva, nonostante gli sforzi, a nascondere completamente un certo divertimento. Il ragazzino passeggiava sul lato opposto dell’albero, cercando di guardare in qualunque altra direzione, il volto tirato nel tentativo di dissimulare imbarazzo ed eccitazione.
-Vieni a slacciarmi il corpetto.- disse la donna in tono perentorio, poi accorgendosi di avere esagerato aggiunse più piano –Per favore.-
-Io… io non credo che sia una cosa opportuna…- iniziò il ragazzo.
-So che ti piace guardarmi, se avessi voluto che non lo facessi ora non saremmo qui. E ora, per favore, vieni a slacciarmi il corpetto. Potrei salire ugualmente, ma sarebbe molto più scomodo.-

Il ragazzino si sentiva travolto da un tremendo senso di irrealtà. Vedere la donna che lo aveva educato che, con un’agilità degna del più abile dei circensi, si arrampicava su un albero in sottoveste, stava in qualche modo mettendo il suo mondo in una prospettiva differente.
Andò su e tornò giù talmente in fretta che fece addirittura fatica a rendersi realmente conto del fatto che il tutto stesse davvero accadendo.
Un istante dopo gli era di fronte, di nuovo il suo petto si abbassava e si alzava in un leggero ansito ed il sudore rendeva la sottoveste traslucida, il quel momento sembrava molti anni più giovane di quanto lui non l’avesse mai valutata. Teneva in mano tre bacche rosse e verdi della grandezza approssimativa di una noce: -Guarda questi frutti.- disse lei.
Lui la guardava negli occhi senza riuscire ad abbassare lo sguardo, non riusciva a credere che quella donna che aveva davanti fosse la stesa persona con cui aveva passato quasi ogni mattina della sua vita da cinque anni a quella parte. Era così diversa… così…
-Andiamo alla luce.- disse lei per cercare di risvegliare il ragazzo dallo stato vagamente catatonico in cui sembrava essere caduto e, principalmente per togliersi dalla sua visuale, lo affiancò cingendogli le spalle: -Guarda i frutti.- gli disse nuovamente.
Il ragazzo seppur eccitato forse ancor più dal suo tocco deglutì e guardò i frutti, ed immediatamente comprese quello che la donna voleva mostrargli. Si trasse dalla tasca il frutto della sabea, e lo mise nella sua mano. Dopodichè sfiorando con un fremito quella di lei li mescolò, come fossero le palline di un giocoliere.
Nella sua mano c’erano quattro frutti perfettamente indistinguibili.
-Esatto.- disse lei –Questa pianta si chiama auliria. Non c’è modo di distinguerne i frutti da quelli della sabea, anche la polpa ha lo stesso colore giallo ed una consistenza molto simile. Soltanto il nocciolo è diverso, quello dell’auliria ricorda, più in piccolo, il nocciolo dell’albicocca, mentre il frutto della sabea ha dei semi molto simili a quelli della mela.- la donna si interruppe un istante per dare al ragazzo il tempo di riflettere –I frutti dell’auliria sono molto velenosi. Ne basta uno soltanto all’interno di un barattolo di mostarda per far star male tutti i commensali. Mangiato puro, anche cotto, è letale. Il problema è che quando il frutto della sabea si prepara per la cottura, perché conservi intatto il suo sapore, non viene aperto. Un frutto di sabea ed uno di auliria sbucciati su un tavolo uno accanto all’altro sono praticamente indistinguibili.-
-Sarebbe il veleno perfetto per assassinare un uomo.- rispose il ragazzino.
-O anche un’intera corte, se non fosse per gli assaggiatori.-
Il ragazzo si volse verso di lei e di colpo percepì un vago senso di pericolo, lei lo guardò bonariamente e gettò i frutti a terra: -Direi che è ora che io mi rivesta e rientri nei panni della precettrice giudiziosa e distaccata…- disse lasciando scivolare via la mano dalle sue spalle, lungo il collo e poi sul torace -…a meno chè tu non preferisca attendere qui ancora qualche minuto.- aggiunse posandola sul suo membro turgido.

Giacevano ancora nudi e abbracciati sulle vesti di lei quando ella parlò nuovamente: -Domani il re mi metterà a morte.-
Lui la guardò di colpo terrorizzato: -Per quello che abbiamo fatto?-
Lei sorrise. Era strano vederla sorridere dopo avere sentito annunciare la propria sentenza di morte:
-No, a meno che tu non glielo dica, e comunque per una cosa come questa penso che si limiterebbe a farmi frustare e poi a cacciarmi…-
-Perché allora? Non dicevi sul serio, vero?-
-Si invece. Pensi di farcela a tornare al frutteto da qui?-
-Certo. E’ tutta strada dritta…-
-Non farai cattivi incontri. Io non tornerò con te, fuggirò dall’altro lato del colle, e se ti è possibile vorrei che evitassi di riferire tutto questo.-
Il ragazzo non dubitava che avrebbe fatto di tutto per nasconderlo, anche senza essere redarguito.
-Ho mai disubbidito ai tuoi comandi?-
-Diciamo… quasi mai. Ora però non te lo chiedo in qualità di tua insegnante, sono una donna che parla ad un giovane uomo.-
Nonostante tutte le cose fuori dall’ordinario che erano accadute quel giorno, sentirsi parlare in quel modo era ugualmente per lui fonte di stupore: -Non dirò nulla.-
-Bene, so di potermi fidare del tuo giudizio. Ci sono ancora alcune cose di cui voglio parlarti. La prima è questa, sai qual è il significato di ciò che abbiamo fatto oggi?-
-Credo… di si. Una volta ho visto due asini che…-
La donna non riuscì a trattenere una risata, e lui si fece subito rosso per la vergogna: -Scusami… non hai detto niente di sbagliato, davvero, anzi in realtà è esattamente la stessa cosa… però è strano sentire un uomo che parla così chiaramente. In ogni caso ti sconsiglio di dirlo ad una ragazza quando ti troverai in una situazione come questa.-
-D’accordo.- rispose lui mogio.
-Bene, in ogni caso quello che volevo dire è che io ora potrei portare in grembo tuo figlio, lo sai questo? E’ piuttosto improbabile, ma non impossibile.-
Lui la guardò sgomento: -No… non devi preoccupartene, solo non prendere la cosa troppo alla leggera. Non puoi permetterti di riempire il mondo di bastardi della tua stirpe come...- s’interruppe.
-Come ha fatto mio padre?- concluse lui.
-Già.- disse lei guardando verso terra.
-Perché dici che domani sarai messa a morte?-
Ella sospirò: -Tu sei molto giovane, ci sono molte cose che, per tua fortuna, ancora non sai.-
-Vorrei che cercassi di spiegarmi.-
-E’ difficile. Sulla corte del nostro amato re agiscono molte forze. Io sono una sua sostenitrice, ma il re non distingue molto chiaramente tra chi gli è fedele da chi macchina contro di lui. Stanotte sarà smascherata una congiura per assassinarlo. In realtà è una falsa congiura, ordita da coloro che vogliono appropriarsi del potere per epurare la corte del re da chi gli è fedele. Anche io sarò accusata.-
-Ma mia madre…-
-I buoni uffici di tua madre non hanno un potere illimitato. L’albero della nostra monarchia è marcio in anelli molto più interni di quello che tu possa mai immaginare. E’ lo stesso primo consigliere del re a tirare le fila di questa ignominia. Contro il suo consiglio a cosa possono valere le parole di tua madre?-
-Canahan un traditore? Non posso crederlo.- rispose il ragazzino ripensando all’arzillo e burbero vecchietto, al suo doppiopetto liso, alle sue battute pronte, alle varie volte che avevano insieme giocato a scacchi. Era sempre disponibile, mai altezzoso, mai affettato. Da bambino gli era arrivato un paio di volte sulle cosce col suo bastone, quando lo aveva fatto arrabbiare, ma capiva bene che quella non era malvagità. Anzi, semmai un segno di sincerità.
Lo sguardo di lei si rabbuiò: -Non hai capito allora, il significato più profondo della lezione di oggi.-
-I frutti?-
-Certo, i frutti. Pensaci un istante.- disse lei, e si alzò in piedi, cominciando a rivestirsi.
Il giovane uomo si sforzò di riflettere un istante: -La stessa pianta può dare due frutti in apparenza diversi, e due frutti all’esterno uguali, possono essere in realtà differenti.-
-Questo non vale soltanto per i frutti.-
-Ma anche per gli uomini…- aggiunse lui.
-E’ difficile capire le reali intenzioni di un uomo, né ci si può fidare del suo lignaggio o giudicarlo per esso. Spesso l’apparenza è talmente ingannevole da non rivelare nulla di quel che è in realtà. Penso a quello che è successo oggi tra me e te, l’avresti mai creduto possibile?- immediatamente il ragazzo scosse la testa -L’accortezza con cui sceglierai le persone di cui circondarti non sarà mai sufficiente, qualsiasi fiducia riposta in loro senza riserve sempre troppa. Questo è il vero significato della lezione di oggi.- la donna aveva finito di rivestirsi.
Il giovane uomo guardò il terreno, aveva le lacrime agli occhi, troppe cose gli si chiedeva di imparare, tutte insieme: -Come faccio allora a sapere che tu mi stai dicendo la verità?-
-Bravo. Impari in fretta.- disse la donna e così rapida da non lasciargli nessun tempo per reagire gli fu alla gola con un coltello estratto dalla veste –C’è un male peggiore da fare a un re che uccidere il suo unico figlio maschio?- il ragazzo cercò di divincolarsi, ma invano, la stretta della donna era d’acciaio -Io ora potrei farlo, basterebbe solo un istante.-
Fulminea come era giunta la sua stretta cessò, ed ella piantò il pugnale nel terreno duro fino quasi all’impugnatura, un gesto che avrebbe richiesto la forza di un fabbro.
Il ragazzo tossì e rantolò: -Chi sei veramente?-
-Chi ero, semmai. La tua precettrice, e la tua protettrice. Scelta da tua madre, la regina, in persona. Una donna lungimirante. Tuo padre invece, mi spiace dirlo, ma è uno sciocco: non commettere i suoi errori quando sarai re. Ricordati di questo giorno quando dovrai scegliere i tuoi alleati. Ricorda che avrei potuto ucciderti e così facendo avrei ucciso il sangue stesso della monarchia.-
Ancora a terra il principe tossiva, gli occhi lucidi fissi sul manico del pugnale.
Quando alzò lo sguardo la donna era già scomparsa.

AUTORE - MAX

02 giugno 2005

XOMEGAP SECONDO INCONTRO

Giunti alla scadenza del secondo tour di racconti non ci resta che preparare il prossimo incontro che deciderà le sorti dell'antologia!

Io e Eliselle, nel nostro vagare in Toscana, abbiamo pensato di proporre un W.E. Boemien in un agriturismo, sperduto, scoperto una settimana fa!
Il posto è una vera bazza!
Un appartamento intero per un massimo di novepersone alla cifra di 15 euro circa a testa
( se lo riempiamo altrimentisi aggirerà sui 20). C'è la possibilità di fare mega grigliata e un sacco di spazio nel caso in cui, per i marozziani in particolar modo, si volesse scambiare qualche sana spadata. Il posto è avvolto nella tranquillità più assoluta, quindi ottimo per lunghe elocubrazioni letterarie...

Allora che ne pensate?

P.S. La parte Boemien verà svelata a tempo debito! ;-)
P.P.S. Si pensava di fissare la data per l'incontro o il 02/09 oppure il 09/09
Nel commento indicate la data che preferite; se la proposta può andare oppure un'alternativa anche con data anticipata
(abbiamo sentito dal gestore dell'agriturismo per quei W.E.non ci dovrebbero essere problemi)

Lancio un sorriso a chicchessia e porgo un inchino a vossignoria
Sempre vostro - Bookmaster :-)

31 maggio 2005

ATH LIAG FINN

Le banshee gridano e si disperano. Sanno che le antiche famiglie irlandesi tra breve spariranno.
Il mio compito, come quello della mia famiglia, è di attendere. Sono secoli che sediamo, tutte le domeniche, su questa roccia. Guardiamo l’acqua del guado infrangersi e mulinare intorno a questa sporgenza. Stiamo aspettando che la leggenda si compi. Quando la sirena risalirà il fiume portando con se il cimelio dei sidh, allora il nostro destino avrà inizio. Sette giorni per far trapelare la notizia. Sette giorni per salutare i nostri cari e vivere al meglio il tempo che resta. Sette giorni per redimerci e scacciare la paura dai nostri cuori. Finn diede inizio a tutto questo. Volle fare un regalo all’umanità. Voleva che sapessimo in anticipo quando tutto sarebbe finito, per questo ha gettato la pietra con la catena d’oro nel fiume. Per questo noi attendiamo. Io sono vecchio. Da oggi tu mi accompagnerai finchè non morirò. Sarai tu che mi sostituirai nipote mio. Quindi osserva e impara. Cerca di capire i segni della natura. Devi diventare una cosa sola con essa. Solo così potrai vedere l’antico popolo. Solo così potrai raccogliere il messaggio portato dalla sirena. Ora concentrati. Chiudi gli occhi. Lasciati trasportate dal ciclico rumore dell’acqua; dallo sciabordio dei flutti. Percepisci il movimento degli animali della foresta. Senti l’orso che si gratta contro la corteccia. Annusa l’aria, come il lupo, in cerca della preda. Plana sugli alberi e gettati in picchiata verso terra come l’aquila maestosa. Sento che ti stai avvicinando alla Grande Madre. Lo capisco dal tuo respiro e dal colore innaturale delle tue guance. Un altro passo ancora. Tocca la roccia su cui siedi. Senti l’energia che l’attraversa? Senti come pervade il tuo corpo e riempie il tuo essere? Dana ti sta infondendo la sua essenza. Apri gli occhi ora. Li vedi? Vedi le creaturine che si muovono nel sottobosco. Sono buffe non trovi? Guarda quei folletti. Stanno facendo una giostra con le rane. Quelli laggiù invece sono Pooka. Corrono come ossessi. Devono aver rapito qualche pargolo al paese. Lo porteranno a Mag Mor dove crescerà diventando uno di loro. Ricorda nipote mio, tu hai la facoltà e il permesso di vederli ma non hai il permesso di interferire con loro.
Quindi evita di farti venire idee malsane come quelle di soccorrere quel bambino. Il suo destino è quello di vivere col piccolo popolo. Non sappiamo perché sia così, ma sicuramente un motivo ci sarà e noi non abbiamo ne il diritto ne le motivazioni per interferire.
Guarda ai piedi della roccia. I Lurikeen stanno ballando. Se tendi l’orecchio potrai sentire il loro canto. Non ti sembra stupendo?
Nelle domeniche che attenderai qui seduto ti potrà capitare di vedere il Fer Caille e sua moglie che passeggiano nel folto del bosco. Non devi temerlo, non pronuncerà nessuna profezia su di noi. Lui sa chi siamo. Lui sa che il nostro sangue è in parte quello del suo popolo…
Sei stupito? Eppure è la verità. Per questo riusciamo a vederli; per questo la Madre Terra ci inonda con la sua essenza. Solo in questo modo possiamo portare a temine il nostro destino.

Il verde acceso del Bosco inizia a impallidire. Il cielo da azzurro diventa violaceo. Ho paura, Nipote mio, che la missione della nostra famiglia si concluda con me… Abbassati! Ecco il primo e unico segno. Tre corvi escono dal bosco come uno. Planano sul terreno alle nostre spalle. Si fondono insieme elevandosi, come una nera colonna, da terra. Morrigane ci osserva a distanza. So che non interferirà; è qui solo per godersi lo spettacolo. La sua presenza mi inquieta. Riempie il mio cuore di terrore.
Decido di non guardarla come ha fatto mio nipote. Il piccolo popolo è ormai fuggito. Tutto è immoto nella foresta. Una grossa pinna smuove l’acqua del fiume. Le squame, argentate, brillano sotto quella macabra luce irreale. L’essere marino si avvicina velocemente. Il suo movimento sinuoso e veloce viene tracciato da un lampo dorato. Con un balzo la sirena esce dall’acqua arenandosi sulla pietra su cui fino a poco prima sedevamo. Noi veniamo sbalzati a terra. Rimaniamo, nonostante l’invadenza, incantati dalla sua forma. La coda, lunghissima, riflette i colori violacei del cielo mentre la pinna, immersa nell’acqua, spruzza piccole gocce mercuriali nell’aria.
Lunghi capelli verdi le incorniciano il pallido volto. Occhi neri come il catrame ci osservano incuriositi. Mi fa un cenno con la mano. Vuole che mi avvicini. Ora sento il suo respiro; forte e puro come una brezza marina. Allunga una mano verso di me innalzando un lieve canto. Mi invita a prendere l’oggetto che tanto ho atteso. La sfioro. La testa inizia a girarmi. Vorrei possederla. Vorrei stringere i suoi seni e baciare le sue labbra. Non voglio più lasciarla… devo andare con lei…
Mi riprendo dallo stordimento di quel canto. Che fosse una prova? Non lo so. Quello che so invece è che il mio sangue misto mi ha aiutato. Mi ha dato la forza di resistere alle sue malie. Apro la mano aspettando che lei vi lasci la reliquia. La sento pesante sul mio palmo. Una pietra con una catena d’oro. La sirena capriola in acqua. Con un ultimo canto ci abbandona. Per noi è il suo addio.
Guardo mio nipote. Trema. Gli sorrido rassicurandolo. Morrigane è sparita…
Le banshee gridano e si disperano. Tra poco l’era dell’uomo giungerà alla fine.

AUTORE - SIMONE